“Biografia del figlio cambiato”, Pirandello secondo Camilleri (parte II)

Stefano Pirandello

Stefano Pirandello. “Temperamento forte, dotato di grandissimo coraggio fisico, spesso duro e sprezzante, in vita sua ebbe sette scontri a fuoco e una mezza dozzina di duelli” [Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato, Rizzoli, 2000. P. 27]

Si dice che i figli debbano uccidere i padri. Metaforicamente, s’intende.

Don Stefano Pirandello non ha mai preso in considerazione l’idea di “farsi uccidere”, né metaforicamente né letteralmente; morte o resa, nessuna di queste cose era stata contemplata. Diciottesimo di ventiquattro figli della stessa madre e garibaldino, sopravvisse non solo ai combattimenti sull’Aspromonte, ma a un discreto numero di duelli e alla stessa malattia che gli avrebbe ucciso il padre nel 1837, il colera. Dovette sopravvivere alla sua stessa famiglia, perché all’apertura del testamento paterno venne fuori che il figlio primogenito aveva escluso tutti gli altri fratelli dell’asse ereditario. Non ci fu verso: Stefano Pirandello non si arrese nemmeno quella volta e seppe consolidare un’attività nel commercio dello zolfo.

Dirigeva personalmente i suoi affari e delegava mal volentieri, per cui era inevitabile che lavorasse più del necessario, che viaggiasse e, soprattutto, che incontrasse gente disposta ad ammazzarlo pur di impadronirsi del suo denaro. Nel 1874 Stefano Pirandello non si stupì di vedersi accerchiato da un gruppo di briganti; portava con sé l’intero ammontare degli stipendi dei suoi minatori e sapeva cosa stesse rischiando. “Al diniego di [consegnare il denaro], un brigante aveva sparato. Stefano, con grande coraggio e presenza di spirito, aveva cominciato a saltare di qua e di là: ‘Diavolo sugnu! Diavolo sugnu!’. I briganti erano fuggiti spaventati, non sapendosi spiegare come mai non fosse morto.” [Maria Luisa Aguirre D’Amico, Album Pirandello,  Mondadori, 1992. P. 22]. Se un certo Cola Camizzi avesse saputo chi fosse Stefano Pirandello, forse non sarebbe andato a cercarlo alla solfatara La Petrusa nel 1867.

“Caro Pirandello, per aver fortuna con le zolfare ci vuole…” attaccò alla brutta Cola e fece seguire alle parole un gesto eloquente toccandosi il sedere. […]

Erano due siciliani faccia a faccia che sapevano capire il sottodiscorso di ogni frase. E a Pirandello il sottodiscorso di era parso chiarissimo: una richiesta di pizzo. E mollò a Cola uno schiaffone che lo fece firriàre su se stesso.

Cola rimase imparpagliato, intordonuto, soprattutto sorpreso: mai anima creata aveva avuto il coraggio di isare sopra di lui la mano. […]

“A Cola Camizzi una timpulata?!”

“Una? Cento!” fece per risposta don Stefano. E l’assubbiò di timpulati e di pagnittuna a dritta e a mancina che fecero cadere l’altro per terra con la faccia che pareva un muffoletto di pane appena sfornato. [Camilleri, p. 22]

Si capisce, la faccenda mica era  chiusa.

Qualche ora appresso don Stefano mentre si trovava nel suo deposito di zolfo sulla spiaggia […] sentì dei colpi di schioppo provenire poco lontano. Mandò uno dei garzoni a vedere di cosa si trattava. Poco dopo quello tornò e riferì che nelle vicinanze c’era Cola Camizzi che provava la sua arma. Il controllo costante dello schioppo doveva essere una fissazione del mafioso, […] ma don Stefano capì benissimo, macari quella volta, il significato di quella prova. E senza farsi vedere […] si levò il revolver che portava sempre con lui dalla cintura e se lo mise nella tasca destra della giacca. Fu inutile. Perché Camizzi, al riparo darrè i mucchi di zolfo, era arrivato pericolosamente vicino. […] Si risolse tutto in un fiat, don Stefano ebbe appena il tempo di pararsi il cuore con un braccio e cadde in ginocchio, pigliato in pieno da due pallottole. Allora Cola gettò il fucile lontano da sé e si avvicinò a don Stefano per finirlo con un colpo di revolver.

Ma ha fatto un errore. Perché il garzone che prima era stato mandato a vedere chi era a sparare, si impadronisce dell’arma scarica e, tenendola per la canna, assesta da dietro una gran botta sulla testa del mafioso che barcolla e scappa. Don Stefano si rialza e lo insegue, scaricandogli appresso tutto il tamburo del revolver. Poi non ce la fa più a reggersi addirittura e perde i sensi. [Camilleri, p. 23-24]

Spara, carogna!“, gridò Pirandello, e “da una palla ebbe intaccato l’osso e i tendini, tanto che gli rimase offeso un dito della mano, [mentre] l’altra palla, trapassato il bicipite, gli entrò nel petto e andò a spiaccicarsi contro una costola” [Giudice, p. 20-1]. Camizzi scontò sette anni di galera per tentato omicidio e, una volta fuori, ci fu chi gli consigliò di lasciare Girgenti, perché Pirandello “gliela aveva giurata, appena lo vedeva lo sparava” [Camilleri, p. 24]. C’era da crederci: Pirandello aveva una certa dimestichezza con le armi e non mancava d’usarle per farsi intendere. Un pomeriggio s’era infuriato per lo scampanare di una chiesa durante una festa religiosa; non riuscendo a dormire, sparò “due colpi di lupara contro le campane” [Camilleri, p. 49]. Dovette ripagare i danni su pressione di una folla inferocita.

Caterina Ricci Gramitto ritratto

Caterina Ricci-Gramitto. “Il popolo l’aveva portato in trionfo fino alla casa dove la mamma e le sorelle aspettavano il reduce, e così, in quel momento d’esultanza, s’eran veduti per la prima volta Stefano e Caterina: lui bello e lei no, tranne gli occhi. E poi, ormai a ventotto anni si considerava già vecchia: la gioventù l’aveva data alla Patria. Quando Stefano, seduta stante, chiese la sua mano, credette che scherzasse”. [Album, p. 14]

Questo era Stefano Pirandello, che tutto poteva essere tranne che padre affettuoso e comprensivo, peccato che  fosse proprio ciò di cui suo figlio Luigi avesse bisogno: la garanzia così di una certa stabilità affettiva,  un’empatia che poteva farlo sentire riconosciuto e amato. E sì che Luigi nacque prematuro, segno del suo futuro sentirsi cronicamente fuori posto, nato in un tempo che non doveva essere il suo.

Se già il rapporto col padre era complesso, per Luigi c’era il problema di vedersi privato delle attenzioni materne, sempre a causa di quest’uomo, benché in via indiretta. S’era appena scontrato con Cola Camizzi, che “le genti del luogo recarono quindi Don Stefano a casa, alla moglie. In sulle prime i medici volevano amputare il braccio; invece poi cambiarono idea. Ma a donna Caterina, ch’allattava, per lo spavento il latte si fece acqua” [Giudice, p. 21].

Per il figlio si tratta di una “menomazione: ‘Unn addreva lu patri / ma la minna di la matri, recita il proverbio. Ad allevare un figlio non è il padre, ma solo il seno della madre. E questo avergli impedito di crescere con quel latte, forse si domanda, non è forse un tentativo del padre di negargli un’identità familiare, un’appartenenza? E pure lui del padre inizia a scantarsi. Scrive che, picciliddro, gli veniva difficile perfino comunicare con la madre, per quanto avesse una commovente fiducia nelle parole, e con mio padre m’appariva impossibile non già mentre mi ci preparavo, ma all’atto della prova, che il più delle volte finiva miserevolmente.” [Camilleri, p. 25]


Essere un’altra persona. Luigi cresce e si rende sempre più conto di doversi calare in un personaggio che non corrisponde a ciò che lui intimamente sente di essere. La vita è una specie di farsa dove l’uno vede nell’altro quello che vorrebbe vedere; non ci sono essenze, ma solo verità parziali, interpretazioni, certezze traballanti. Per un padre che s’aspetta un figlio con indole e desideri affini ai propri, c’è un figlio che si sente tutt’altro, anzi, c’è un figlio che non si sente ancora niente di preciso.

Luigi è un bambino minuto, gracile, sempre in cerca di un più di affetto. L’affetto della madre non gli basta; rappresenta appena uno dei muri della stanza in cui egli, nato senza corazza, vuole assicurarsi. Questo improrogabile bisogno di una sicurezza che corrisponda alla sua attesa fiduciosa, di una tenerezza certa che lo circondi nel giro breve delle presenze familiari, non regge nell’urto quotidiano con la durezza estranea del padre. Un uomo, questi, tutto diverso, alieno dalle effusioni affettuose, rude e distratto: fisicamente enorme, pieno di violenze e lieto di stare con gli altri “omaccioni”, e fuori, più che dentro casa. […] Quel simbolico personaggio [in Lontano], il marinaio nordico capitato a Porto Empedocle, che vorrebbe trascorrere il tempo libero con la propria famiglia, tra l’affetto dei suoi, viene scacciato dalla moglie, siciliana ed educata in quel certo modo: “Un omaccione tanto, che se ne sta in casa come un ragazzino, Dio benedetto! Impara un po’ a vivere come i nostri uomini: più fuori che dentro. Non posso vederti così. Mi fai rabbia e pena” [Giudice, p. 17]

In questo contesto, Luigi inizia a maturare quel pensiero d’essere “figlio cambiato”. La madre, anche lei intimamente vorrebbe un Luigi diverso. In una lettera del 1889 alla figlia Lina, scrive di “quanto [sarebbe] stata più contenta se fosse stato meno intelligente“. Intelligente, Luigi lo è, e il padre lo crede capace di raggiungere qualsiasi traguardo, meglio se diretto a un fine pratico.

Luigi Pirandello giovane

Luigi Pirandello a 17 anni

Luigi, la vita la ricostruisce nelle rappresentazioni teatrali o se l’inventa, nel caso la preferisca diversa. Si immagina di prendere il mare a bordo di una nave, senza renderne conto a nessuno, sogna di lasciare la Sicilia e rifugiarsi in un luogo dove nessuno lo conosca. Tutto questo, per frequentare il ginnasio. La verità è che a Como per studiare le Lettere, lui, non c’è mai arrivato. Quella nave non l’ha mai presa, ma ciò non gli ha impedito di usare questa versione come la verità sulla propria vita e il bello è che c’è stato veramente chi ci ha creduto.

Il rapporto col padre fa della vita una specie di guerra di trincea: litigate come battaglie furiose, con avanzamenti di pochi metri l’uno a svantaggio dell’altro fronte. Il padre la pensa in un modo, Luigi in quello opposto; non resta che adattarsi alla situazione di stallo, aspettando l’occasione giusta per sferrare un attacco. La scuola è una costrizione cui sottostare, “tutti quei numeri, tutte quelle regole, tutto quel rigido ordine matematico, ripugnavano [il suo] animo” [Camilleri, p.65]. Tutta questione di tempo, perché di speranze di piegare il figlio, tutto sommato don Stefano ne ha sempre avute poche. Quando se lo ritrova al ginnasio, si arrende.

Un bel giorno Luigi si innamora. In realtà, pare si fosse innamorato di sua cugina Lina da quando aveva quindici di anni. Un legame che mette d’accordo tutti: nessuna delle due famiglie accetta la realtà dei fatti, ma anche qui don Stefano non sente di contrastare completamente il figlio. La ragazza ha quattro anni più di Luigi e sono legati da stretta parentela. Sempre la stessa, sfiancante guerra di posizione. Don Stefano, che non è mai stato il proverbiale stinco di santo, ha spesso e volentieri tradito sua moglie; una delle sue ultime fiamme è stata una parente ed ex fidanzata. Forse anche il disprezzo suscitato nel figlio (che è a conoscenza della tresca) è stato determinante nello spingere don Stefano a darla vinta a Luigi.

Lina è bella e richiesta, in molti se la contendono; “un ricco vedovo palermitano, grosso negoziante di stoffe, avrebbe voluto sposarla“, mentre “un altro degli spasimanti tentava per lei il suicidio” [Giudice, p. 65]. I sogni da letterato di Luigi non valgono quanto il patrimonio d’un commerciante e Luigi, se non li avesse abbandonati, non sarebbe mai stato preso in considerazione dalla famiglia della ragazza, nemmeno sapendo Lina innamorata di lui. Lavorare col padre sarebbe stata la giusta contropartita e Luigi accetta.

“Dopo tre mesi di durissima fatica, Luigi arriva a pensare che quell’ambiente sulfureo, diabolico, non possa che generare pensieri malsani. […] Don Stefano, sul porto, quando lo può, osserva come si comporta Luigi e si fa sempre più persuaso che non è cosa, suo figlio non è tagliato per quel lavoro, per quella vita di dannati. E Luigi, da parte sua, non sa se deve piangere o gioire per quella sconfitta che, se da un lato è l’evidente conferma del suo essere un figlio cambiato, dall’altro può significare il definitivo allontanamento da Lina. [Camilleri, pp. 107-8]

Don Stefano, in tutto questo, pensa seriamente di venire incontro al figlio, cercando una soluzione che gli permetta di continuare a lavorare con lui senza necessariamente toccare lo zolfo. Gli studi in Legge avrebbero risolto tutti i problemi, ma Don Stefano non prende in considerazione una cosa: suo figlio non ama più Lina. Tutto procede come previsto, Luigi si iscrive a Legge, ma non ha più alcun interesse a seguire i consigli del padre. Non amando più Lina, le sue priorità sono cambiate e non ha più senso per lui costringersi a all’obbedienza. Una volta a Palermo, non frequenterà solo i corsi di Legge, ma anche quelli di Lettere. Anche in questo caso, è solo questione di tempo: Luigi abbandona Legge e anche la Sicilia, per trasferirsi a Roma e iscriversi solo a Lettere.

Ma non è che a Lettere ci sia da scialare, l’unico professore col quale Luigi piglia ad avere buoni rapporti è quello di filologia romanza, Ernesto Monaci” [Camilleri, p. 114]. Espulso dall’ateneo, continuerà gli studi a Bonn, sempre col sostegno finanziario del padre. E Lina? lui non vuole più saperne, ma trascina questa storia senza porvi fine. Come al solito, è Don Stefano a dargli una mano considerevole, coprendo le spese per la pubblicazione di una raccolta di poesie, Pasqua di Gea (1891). Questo sarà l’ultima parola e sarà una parola di fuoco; basta leggere la dedica del libro, tutta per una certa ragazza conosciuta in Germania, Jenny Schulz-Lander. Tutti avrebbero ottenuto qualcosa: a Luigi va la pubblicazione del suo libro e a don Stefano la fine di un fidanzamento che non ha mai accettato, considerandolo “una specie di circuizione di minorenne perpetrata ai danni del figlio e ai suoi stessi” [Giudice, p. 65]

Pirandello a BonnLina esce devastata dalla rottura del fidanzamento, forse è stata profondamente innamorata, forse non si è mai arresa alla realtà delle cose, forse nella Sicilia del tempo non l’avrebbero più rispettata. Ormai, forse nemmeno il ricco commerciante l’avrebbe più voluta come moglie. Socialmente, Lina potrebbe dover pagare tutte le conseguenze di quella storia e in merito a questo, Camilleri sa essere particolarmente diretto. Biografia di un figlio cambiato presta grande attenzione alle donne che hanno fatto la vita di Pirandello, mostrando così un lato meno conosciuto dello scrittore, senza imporsi filtri. Arriva a parlare di ipocrisia, della “gesuitica abilità [con cui] le ragioni di Lina […] sono diventate i torti di Lina” [Camilleri, p. 117]. Camilleri non fa nessun trattamento di favore all’uomo che considera un punto di riferimento capitale. Dello scrittore, non resta che l’uomo.

La malattia gli sarà servita come alibi […] per non pigliare di petto, con i suoi familiari, la faccenda dello zitaggio con Lina. La cugina è oramai agli occhi di tutti “compromessa” con Luigi, macari non amandola più, secondo la consuetudine egli avrebbe dovuto riparare maritandosela. Ma la tattica di Luigi, che finirà per dimostrarsi vincente, è quella di lasciar incancrenire la situazione fino al sopravvenire della necessaria amputazione. [Camilleri, p. 118]

Non credere che Jenny abbia un destino migliore di Lina.

Jenny-Schulz-Lander

Jenny Schulz-Lander

E Jenny? Ma che vuole Jenny da lui? Non glielo ha cantato magari in poesia? Non ei promessa alcuna t’ha fatta. E allora? Che se ne rimanga a Bonn con i ricordi e con il cane Mob, generosamente regalatole. […] Dalla Sicilia continuerà a scriverle di tanto in tanto, poi la corrispondenza si interromperà definitivamente. […] Moltissimi anni dopo, a New York, non vorrà rivederla, adducendo la scusa che Jenny doveva restare intatta nella sua memoria, giovane e bella. La ragione vera probabilmente è un imbarazzo insostenibile davanti al ricordo dell’assoluto suo egoismo giovanile. E forse c’è una più riposta ragione. In quegli anni, Jenny è diventata una scrittrice di qualche nome, dentro di sé aveva dunque qualcosa che Luigi non ha minimamente intravisto, per lui la ragazza era solo una creatura di una certa intelligenza che sapeva suonare il piano, cuciva, cantava e la notte lo riscaldava nel letto freddo. Forse un certo timore per quella donna matura ormai capace di usare parole diverse da quelle della giovinezza? [Camilleri, p. 135]

Camilleri si schiera, ma lo fa con intelligenza e tatto, basandosi sì su una certa dose d’intuito, ma soprattutto su fonti letterarie e testimonianze, lettere personali e descrizioni di fotografie. Che non ami certe ombre del Pirandello uomo, è evidente. La capacità di analizzare il disagio dell’anima femminile, la capacità di calarsi in questo disagio, di raccontarlo, non impedisce a Pirandello di essere figlio del proprio tempo.


Arrendersi a discrezione alla vita diventa […] una linea di condotta, involontaria e volontaria, foriera di molte tristezze. Un arrendersi del tutto particolare: non vittimistico, ma “smanioso” e inutilmente e intempestivamente irto di ribellione. Quando era scattato il congegno e si era chiusa la gabbia su di lui, Pirandello viveva vibratamente, agitatamente, impazientemente, provvisto com’era di un’insita capacità di contrasto e di focosa reazione. Ma, tranne qualche scatto, visibile all’esterno, era una ribellione messa per iscritto. La sua passività consentiva il chiudersi di quel laccio, e poi era per lui la schiavitù e una contrastata, drammatica affezione alla gabbia. Pirandello, con questa condotta, creerà intorno a sé un breve cosmo domestico di sofferenza e di passione e lo avrà caro fino alla disperazione. Prova irrefutabile di ciò è la vicenda quasi trentennale del suo matrimonio. [Giudice, pp. 161-2]


Antonietta PortolanoMaria Antonietta Portolano. Quando si prospettò l’unione fra il figlio di Don Stefano e la figlia di uno dei suoi soci in affari, tale Calogero Portolano, sembrò cosa vantaggiosa per tutti. Un matrimonio “di sùrfaro”, comune “all’epoca, come sistema di difesa dei commercianti apparentati con le grosse compagnie straniere che intanto si andavano creando e che da lì a qualche anno li avrebbero mandati in rovina” [Camilleri, pp. 143-4]. Non era detto che fossero matrimoni senza amore; quello dei genitori di Camilleri stesso, fu un matrimonio di sùrfaro consolidato dall’affetto.

Luigi aveva tutto l’interesse a liberarsi dalla dipendenza finanziaria dal padre e Don Stefano guardava con interesse alla dote. Maria Antonietta era una bella ragazza, di ottima famiglia, orfana di madre, educata in convento perché diventasse una buona madre e una moglie irreprensibile.

Intorno all’affare in discorso… mi si lasciò intravedere questo: una ragazza piena di meriti, con centomila lire di dote, che si sarebbero versate nella tua cassa sociale, da cui io avrei avuto un terzo degli utili netti, e poi tutto il tempo possibile per il conseguimento dei miei ideali. Accettai. [Camilleri, p. 143]

La zita non aveva posato lo sguardo su nessun uomo; la Portolano aveva praticamente condotto una vita da reclusa fino al fidanzamento, e quando si dimostrò felice per quella novità il padre la redarguì, “una mugliere deve essere sottomessa, devota, pronta all’obbligo coniugale, ma innamorata del marito, non sia mai!” [Camilleri, p. 147]. Lo zito, da par suo, aveva le idee chiare sulla ragazza, come si può capire da una lettera scritta alla sorella Lina:

“Ella finora m’accontenta fisicamente, mi par molto simpatica, se non del tutto bella. In quanto al morale, scorgo che è molto buona e dell’impronta nostra: poca esperienza, ma ha contegno e prudente compostezza. [Camilleri, p. 147]

Insieme al denaro, Maria Antonietta portava bellezza e buon carattere, ma il marito desiderava qualcosa che lei non gli avrebbe potuto offrire. L’uomo che sarebbe stato suo marito scriveva lettere appassionate, piene di dichiarazioni sulla difficoltà di stare al mondo, della morte come unica cura alla vita, ma anche sulla mobilia da mettere in salotto o sulla necessità di far pace dopo un litigio. Voleva leggere parole che fossero profondamente sue, che fossero Antonietta. Il fidanzato gliele chiedeva sì con dolcezza, ma soprattutto le pretendeva.

Maria Antonietta Portolano e PirandelloNon so spiegarmi quel che sento mentre ti scrivo. E neanche tu potresti intenderlo, sconoscendo in quali condizioni di spirito io mi trovassi prima di venir da te, in Sicilia. Io mi immaginavo la vita come un immenso labirinto circondato tutt’intorno da un mistero impenetrabile: nessuna via di esso m’invitava ad andare per un verso anzi che per un altro: tutte le vie mi parevano brutte o inamabili. A che scopo andare? e dove andare? L’errore è in noi, nella nostra mente, e il male è nella vita, una male privo di senso – io mi dicevo. [Lettera di Luigi Pirandello a Maria Antonietta Portolano, datata 15 dicembre 1893]

…tu non mi vuoi vicino… ma è inutile! rassegnati ormai ad avermi sempre innanzi agli occhi; io sto subendo la prova del fuoco e mi par cent’anni di di ritornare a te, per non allontanarmi mai più. Povera Antonietta! respira ancora questi altri pochi giorni che ti rimangono di libertà, mentre io son lontano…

[Lettera di Luigi Pirandello a Maria Antonietta Portolano, datata 17 dicembre 1893]

Antonietta mia,

ho ricevuto la tua lettera! L’ho letta d’un fiato, poi l’ho riletta, poi l’ho letta di nuovo, non so più quante volte, e mi veniva di saltar dalla gioja! […] Troppo piccina la tua mente? Zitta là! E’ più grande della mia! Quanto al cuore, no – ti posso concedere tutt’al più d’essere uguali – ti basti! Diverrai la più perfetta scrittrice della terra, lascia fare a me. Hai già i senso del gusto della forma, il concetto e il numero del periodo… Senti: ora non ammetto più scuse. Pretendo che Tu mi scriva spesso – sai scrivere meglio di me. [Lettera di Luigi Pirandello a Maria Antonietta Portolano, datata 21 dicembre 1893]

Come avrebbe potuto una donna educata al silenzio e nel silenzio, abituata a reprimere i propri sentimenti, dare un nome a tutto ciò che la si agitava dentro e metterne a parte uno sconosciuto? Un uomo, poi, che era tutto ciò che lei non poteva essere, un uomo che aveva avuto esperienze di vita tali da renderlo irraggiungibile.

La stregaLe Donne di fuora erano temute dalla gente semplice in quanto forti della propria potenza; sapevano di poter condizionare l’ambiente in cui si muovevano e ricorrevano alle loro arti magiche senza remore. Quando una Donna veniva investita per la prima volta del suo potere, dichiarava di usarlo per fare tutto ciò che avrebbe desiderato. Vendeva l’anima al demonio, certo, ma fino alla fine dei suoi giorni sarebbe stata schiava solo dei suoi desideri. Libera sulla terra, voleva poter scegliere cosa desiderare; avevano le prerogative di un uomo e di un predatore, senza essere né l’uno né l’altro. Decideva chi amare e chi uccidere, senza conseguenze né sensi di colpa.

Maria Antonietta Portolano era tutto fuorché una Donna di fuora. Apparteneva a suo padre, lo stesso che l’avrebbe ceduta a un marito, accompagnata da una dote che non le sarebbe rimasta, perché sarebbe passata sotto l’amministrazione di un suocero. Maria Antonietta Portolano studiò, visse e respirò per diventare una buona moglie, non c’era altro scopo, non c’era alcuna aspirazione, nemmeno quella fondamentale di conoscere i propri bisogni. Era piuttosto chiaro cosa il marito voleva che fosse, ma lei, aveva chiaro chi voleva essere?

“La sua educazione, tutta tesa a farne una buona moglie in senso tradizionale e siciliano, la fa stare a disagio in mezzo alla comitiva di màscoli che portano macari le loro mogli le quali però sono femmine assai diverse da lei, per modo di pensare e di parlare. […] Lei può, e sa, essere una brava “fìmmina di casa”: a questo scopo è stata cresciuta e allevata. L’essere stata catapultata, dal convento, a Roma, il doversi assumere la responsabilità di padrona di casa in una città che la frastorna, sono stati sicuramente altrettanti traumi che lei ha saputo superare nascondendone i segni più evidenti. Tanto più che il suo Luigi, oramai fattosi persuaso che lei non solo non potrà mai essere una valida compagna nella strada che ha intrapreso, ma addirittura che sia incapace a sentirsi elevatamente, la lascia, come dire, indietro, a occuparsi delle vettovaglie. Se da un lato Antonietta di questo è contenta, dall’altro certamente ne soffre, la sensazione di solitudine in quei giorni deve essere stata assai grande. [Camilleri, pp. 152-3]

Il marito, la volle diversa e le impose di rinunciare alla propria natura, per quanto fosse una natura culturalmente imposta. Partire col marito verso Roma e lasciare la Sicilia significò abbandonare l’unico modo di pensare che le sembrasse sensato. Sradicata, diventò a suo modo una “figlia cambiata” e provò lo stesso senso di disorientamento provato da Luigi quando si confrontò con un mondo che non gli apparteneva. Eppure, proprio lui sembrò non rendersi conto del tumulto che si nascondeva in quella donna, perché

“…finalmente raggiunta la condizione di non dipendenza economica dal padre, conquistata totalmente a sua identità di figlio cambiato, scrive e scrive con una felicità prima mai conosciuta. Riceve ogni mese una rimessa da don Stefano, la quota dei ricavi dell’azienda il cui capitale è in parte costituito dalla dote di Antonietta: può permettersi il lusso di far pubblicare alcune sue novelle senza pretendere compenso. [Camilleri, p. 153]

Piradello famiglia

Ritratto di famiglia: Luigi col primogenito Stefano a destra e la moglie in prima fila, a sinistra.

Antonietta Portolano può essere stata molte persone insieme: moglie devota, garanzia di indipendenza economica, madre, donna fragile e bella. Pirandello forse la amò, senz’altro le fu fedele, ma non vide in lei una pari, proprio lei poi, che si sentiva in dovere d’incarnare la famiglia in senso canonico. Da buona cattolica, insisté per far battezzare il figlio Stefano, ma Luigi vedeva in tali riti “menzogne convenzionali che tutto il mondo oggi pratica, e a ribellarvisi si rischia di parer pazzi” [Camilleri, p. 153]. L’aspetto religioso, cui Maria Antonietta era stata “condizionata sin dall’infanzia” (Giudice, p. 173), veniva puntualmente ridicolizzato dal marito.

Dopo un periodo tutto sommato felice, i problemi acquisirono sempre maggiore risalto, esplodendo con l’aggravarsi di disaccordi circa la dote di Maria Antonietta; nel 1895 don Calogero accusò Stefano Pirandello di gestire malamente il piccolo patrimonio e minacciò di riprendersela. La crisi rientrò, le famiglie si riavvicinarono, ma nel 1903 Pirandello padre si avventurò veramente in una speculazione fallimentare: l’immensa solfatara comprata poco fuori Girgenti, completamente rimessa a nuovo e con grande dispendio di denaro, si allagò. Andò persa anche la dote di Antonietta, insieme a quell’ultimo brandello di certezza che poteva renderla degna di un marito tanto diverso.

“Il collante che reggeva la sua identità di moglie era proprio la rendita della dote: attraverso di essa Antonietta giornalmente affermava la sua presenza, il suo esserci, era lei che garantiva il pane quotidiano per tutti e, in fin dei conti, permetteva al marito scrittore la possibilità di continuare a scrivere.” [Camilleri, p. 165]

Sola, si aggrappò a pretese irrazionali e gelosia, compagna di un uomo di cui forse non si sentiva più all’altezza e da cui si sente inconsciamente rifiutata. Non era, lei, come lui la voleva e lei, lui, non l’ha voluta più. Svanito, come scrive Camilleri, “il suo valore (proprio in senso commerciale […]), lei non è che un peso morto agli occhi del marito.” [Camilleri, p. 166]. Le condizioni di Maria Antonietta Portolano peggiorarono inesorabilmente; in una lettera alla sorella, Luigi la definì “disgraziatissima“, irrimediabilmente malata e condannata a restare tale, descrivendo la sua anima come un “orrido abisso” [Camilleri, p. 183]. Violenta col marito e con i figli, la Portolano venne internata il 14 gennaio 1919 a Roma, in un istituto psichiatrico. Lei stessa si dimostrò d’accordo – “da tempo supplica d’essere separata dal marito” [Camilleri, p.198]. Non ne uscirà mai più, non da viva. “Delirio paranoide”, la diagnosi, allucinazioni e dissociazione della personalità.

[…] Antonietta, tra l’altro, a tratti si rendeva conto dello stato in cui si era ridotta. Nella camera da letto, un’altra delle stanze della tortura, per dirla con Giovanni Macchia, c’era una grande fotografia di Antonietta appena maritata. Un giorno lei gli spiò:

“Perché lo tieni ancora qui? Ormai…”

E Luigi, indicando l’immagine nel ritratto fotografico:

“Lo tengo perché lei, e non tu, lei mi ha reso felice”.

[Camilleri, p. 186]

Biografia di un figlio cambiato cresce con Luigi Pirandello, accompagnandolo da prima che nascesse, fino al momento in cui da figlio diventerà anche padre. I tre figli avuti da Maria Antonietta Portolano lo metteranno di fronte a una realtà che mai avrebbe immaginato, dove potrà provare le stesse difficoltà cui è passato suo padre. Il figlio cambiato rimarrà sempre tale, ma qualcosa non potrà che cambiare. Camilleri accantona lo stile colorito della prima fase, entrando sempre più profondamente nella dimensione intellettuale dell’uomo e dello scrittore. Il rapporto con i figli sarà l’ennesima superficie su cui specchiarsi e la transizione fra le due novelle del figlio cambiato sarà emblematica di cosa sia stata quella visione. Il contrasto col padre, l’incapacità di “ucciderlo” e di diventare un uomo indipendente e maturo, senza un padre che decida per lui, tutto questo sarà visto sotto un’altra luce. Che padre sarà Pirandello? Sarà migliore o semplicemente diverso da suo padre?

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20 pensieri su ““Biografia del figlio cambiato”, Pirandello secondo Camilleri (parte II)

  1. gianni ha detto:

    Che viaggione, Sin qui è stato come navigare su di un bastimento di quelli a vapore di fine Ottocento tra porti esotici. Ehi, Pirandello ha sfruttato l’EAP? 🙂

    • Francesca ha detto:

      La vita di Pirandello sembra un romanzo d’appendice, questo è vero.
      Abbi pazienza, ma dubito fortemente che Pirandello sapesse cosa fosse l’EAP 😀 Se è quello che ho capito, perché lo sai la mia ignoranza in campo informatico è grande quasi quanto quella di Pirandello…

      • gianni ha detto:

        Ahahahah Eap = editoria a pagamento. Era una battuta (sciocca direi) per dire che molti dei libri stra-iper-classici che leggiamo sono stati pagati dallo stesso autore.
        E non ti sminuire, ragazza, che non è vero che sei ignorante.

        • Francesca ha detto:

          Senza l’editoria a pagamento probabilmente non avremmo un Pirandello, poi chissà, magari non sarà proprio così, diciamo che la cosa ha dato una grossa mano. L’ha data soprattutto la moglie di Pirandello, una mano (e anche il padre, a ben vedere), almeno inizialmente.
          Dico sempre che sono ignorante, un po’ perché sono ipercritica, un po’ perché non faccio in tempo a indagare qualcosa che trovo di che informarmi ancora se non di che correggermi. Però, grazie 🙂 apprezzo

    • Francesca ha detto:

      Intendevo, almeno inizialmente, far concludere con questa il racconto su questo libro, ma la cosa mi ha preso un po’ la mano e alla fine ho deciso di aggiungere la terza parte. Per cui, certo, ci sarà un’altra puntata 🙂
      Grazie per essere passato, Nicola!

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