Di casuari, lemuri che si fanno e cronopios

Mi aspetta la colazione, al solito tavolo quadrato col piano di abete, quello da cui ho assistito alla fine del mondo, ma chi ci trovo seduto? Non una povera anima rassicurante, ma pur sempre una faccia conosciuta, qualcuno che spesso e volentieri si invita da solo, pretendendo di fumare la pipa e giocare con il mio gatto. Di tempo ne ho poco, Julio lo sa che devo prendere un treno, ma non serve a niente protestare. Indica la libreria con fare perentorio.

Vorrai mica partire senza un libro?“, dice, prima di addentare l’ultimo wafer rimasto.

Pochi secondi e già tutto giocava a favore di un libretto bianco, della dimensione giusta per entrare nella tasca del montgomery.

Ti piacerà. Prendilo, è un perfetto libro da treno. E poi… c’è la tua antica nemesi.”

Aveva ragione, si parlava anche di lui. Di chi?

Del casuario, ovvio.

Casuario 2.jpeg
Questo coso qui sarebbe un casuario

Pufferfish vs dolphin.jpegNon c’è di che sorprendersi, se anche Cortazar considera il casuario un pessimo animale. Ci sono tanti animali pessimi, animali con problemi di tossicodipendenza, come i delfini. Tutti sanno che i delfini abusano dei pesce palla, che più vengono urtati, più si gonfiano, più espellono sostanze magiche che rendono molto felici i delfini. Poi c’è il lemure nero del Madagascar. Quatto quatto, aspetta di scovare un millepiedi, lo afferra svelto e lo mordicchia, lo agita, tutto per fargli produrre tossine con cui stonarsi e fare l’alba, appeso a una liana. Sono animali pessimi, animali con problemi, ma a parte ai pesce palla e ai millepiedi, non danno noia a nessuno. Non mettono su un mercimonio di tossine. Quante volte hai sentito parlare di stragi del sabato sera perpetrate da lemuri o delfini? Zero. Il casuario, invece, è proprio un’altra roba. Il casuario è l’abisso che guarda dentro di te mentre tu guardi il casuario. Il casuario è minaccioso, incute timore, è accigliato, come un tacchino malvagio di 80 kg. Il casuario uccide. Tutti a criticare gli squali, ma non una parola sul casuario.

Casuario.jpegIo manco avevo idea dell’esistenza del casuario, finché non ho assitito a una lezione di antropologia culturale. C’era questa popolazione della Nuova Guinea, gli Arapesh, gente che vive di doni reciproci. Non puoi mangiare i tuberi che hai coltivato né i maiali che hai allevato, perché devono essere gli altri a darti ciò di cui hai bisogno e tu devi esserci per gli altri. Tutto molto bello.

C’è però il simpatico rito di iniziazione. Che la vita faccia abbastanza schifo, spesso e volentieri, non c’è dubbio: il rito di iniziazione è lì per ricordarcelo. Bastava dirlo, eh. Insomma, il giovane arapesh viene segregato, quindi fustigato con mazzi di ortiche, costretto a bere il sangue degli anziani del villaggio e portato in una comoda capanna, dove lo attende “l’incisore specialista casuario“. Una volta liberato, il giovane arapesh penserà, “e anche questa ce la siamo tolta“. E invece no! Sulla soglia della capanna c’è suo zio, pronto a picchiarlo. Non solo viene picchiato, ma gli deve offrire un banchetto. Così, per gratitudine. Chissà perché, dopo anni, non ho mai dimenticato l’immagine di questo tizio vestito da casuario che inveisce contro un povero disgraziato (con le ortiche, lo picchia con le ortiche), cui provoca ferite permanenti. Quale terrore incuterà mai questo animale, se viene scelto come fulcro di una iniziazione tanto brutale?

Si pensi a uno struzzo con un copriteiera di corno in testa, una bicicletta schiacciata fra due auto e accartocciata su se stessa, una calcomania mal riuscita in cui dominano il viola sporco e una specie di crepitio. Adesso il casuario fa un passo avanti e sta ancor più sulle sue; è come un paio di occhiali che cavalchino una pedanteria infinita. Vive in Australia, il casuario è vile e allo stesso tempo pericoloso; i guardiani entrano nella sua gabbia con stivaloni di cuoio e un lanciafiamme. Quando il casuario ha finito di correre impaurito attorno al recipiente pieno di crusca che gli hanno messo davanti e si precipita a salti di cammello sul guardiano, non resta altro da fare che metter mano al lanciafiamme. [p. 91-2]

Quando successivamente Cortazar conclude con “Cos’altro c’è da scrivere sul casuario?“, rischi di prenderci gusto, di farlo diventare un gioco consapevole, di cascarci con tutte le gambe: è lì che vengono fuori i delfini, i lemuri, il casuario e gli arapesh. Ti viene da controbattere, che sì, in realtà ci sarebbe molto da scrivere sul casuario. È colpa sua, che ti pone le domande. Le sue domande, poi, non sono mai retoriche, sono l’inizio di un dialogo.

Cronopios e famas.jpegIl libretto bianco che ho preso dalla libreria sarebbe “Storie di cronopios e famas“, una raccolta di racconti brevissimi, ciascuno dei quali mira a sottolineare un particolare, a rovesciare la realtà, a scardinare ovvietà che tanto ovvie non sono. Ce ne sono alcuni che sembrano lunghe liste di impressioni; non fai in tempo a convincerti di aver capito cosa leghi l’una all’altra, che scopri come una brilli più del resto. C’è qualcosa che sembra distinguersi, un pensiero più profondo dei precedenti, più diretto, un po’ meno incline a farti sorridere.

Si è venuto a sapere di un commesso viaggiatore al quale cominciò a dolere il polso sinistro, proprio sotto l’orologio. Quando si strappò l’orologio, il sangue schizzò; la ferita mostrava il segno di denti acuminatissimi. [p. 10]

Ed ecco che tre righe innescano un altro ricordo, ancora nascosto nella stessa aula di antropologia culturale, quando per farsi beffe del proprio auditorio il docente venne a dire a noi, gente che si presumeva studiasse storia, che per certe popolazioni il tempo per come lo intendiamo noi non conta niente. Non sanno che farsene, degli storici, né degli archivisti. Non tengono nota di nulla. Prende male, all’inizio. Malissimo. Poi no, ti rendi conto che ha senso e che devi abbattere dei limiti mentali per funzionare come studioso e per ascoltare veramente chi incontrerai nelle tue ricerche, ma il rovesciamento provoca le vertigini. Il tempo, l’orologio (una questione di vita o di morte), l’incombenza del dovere che ti attanaglia la vita, che ti strappa la carne. Il commesso viaggiatore non può smettere di farsi governare gli anni dall’orologio, nessuno di noi può realmente togliersi l’orologio dal polso. Non potevo non innamorarmi di Cortazar su questo specifico aspetto, su questa riflessione. Ci facciamo tanto forti della natura lineare del tempo, siamo certi che abbia senso, tanto quanto un arapesh sia certo che abbia perfettamente senso farsi picchiare con le ortiche da un tizio vestito da casuario.

Cortazar sunglasses.jpeg

Tornando a Cortazar, cosa potremmo fare quando ci chiuderemo la porta alle spalle per uscire di casa? Vivremo con creatività? Sovvertiremo le nostre abitudini, vinti dalla curiosità? Ci laveremo i denti alla finestra e proveremo a far uscire un serpente di dentifricio fino a toccare il marciapiede? Oppure vivremo con la massima attenzione possibile, analizzando ogni singolo movimento, causa e relativo effetto, in tutto ciò che facciamo? Cronopios e famas, rispondono a due (apparentemente) contrapposti modi di interpretare la vita nel suo flusso, uniti però da un terreno comune: rispondere alla propria natura fino al midollo, senza alcuna paura, senza alcuna vergogna. L’ennesima lezione di libertà, in un libro veloce, fulmineo, perfetto per qualsiasi viaggio in treno.

14 pensieri su “Di casuari, lemuri che si fanno e cronopios

  1. piaciuta molto la naturalezza con cui hai parlato di questo libro, come una chiacchierata dotta (immagino tu ti sia dovuta documentare sui vezzi tossici dei lemuri e dei delfini per poi poterci buttare lì con nonchalance “tutti sanno che i delfini abusano dei pesci palla”..affermazione più perfida e devastante che dire “forse non tutti sanno…”), che entra e esce con spigliatezza dai confini del libro per “divagare” sul tempo che per taluni non esiste, sui doni reciproci degli Arapech, sul terrore che incute il casuario a guardarlo nel pozzo degli occhi.
    E sono proprio queste divagazioni (a partire dal dettaglio del tavolo quadrato col piano di abete su cui vai a fare colazione) che rendono “autentiche” e affascinanti le cose che dici sul libro e sulla scrittura di Cortazar.
    ml
    PS il libretto è in italiano o in spagnolo?

    1. In realtà tutte le informazioni sui lemuri e delfini derivano da chiacchiere da pub (quando ci lavori finisci per venire a conoscenza di molte cose, dal dramma dei pesce palla a GG Allin) e documentari su animali con disagio esistenziale (kakapo, capibara, lo squalo spallina…). Il “tutti sanno” mi ha fatto pensare a quando tutti sapevano della cosa ed era un dato di fatto. Ci portarono anche un pesce palla giocattolo e lo mettemmo sul bancone. Sai, nel caso fosse passato un delfino… Il fatto è che Cortazar invita proprio a estrapolare ogni singolo aspetto divertente o grottesco in cui inciampi durante la tua vita, è bellissimo. Ogni ricordo ha un potenziale, la vita stessa diventa “materiale plastico”, come uno dei capitoli in cui è suddivisa la raccolta stessa. Diventa naturale parlare di letteratura come se la stessi vivendo.
      E… sulla copertina ho barato, mi piaceva quella lì, aveva un che di lovecraftiano, con quei tentacoli, ma non corrisponde a quella dell libretto bianco di cui parlo. L’ho letto in italiano e ha una copertina un tantino meno interessante, ma parlo per me, questione di gusti.

  2. Piccolo grande articolo il tuo, direi creativo e tanto folle quanto lo è, di sicuro, Cortazar. Ora sognerò di delfini che palleggiano con pesci palla sempre più gonfi, delfini che – con frequenze altissime – gridano l’un l’altro: “sono carico sono carichissimo!” … che bello.
    Credo di sentirmi affine a lui, quantomeno come pensieri, non certo come arte… magari.
    Ora il tavolo può cominciare a girare, tenendo su di se in bilico il pianeta.

    1. Cosa non succede intorno a quel tavolo, è una cucina magica, crocevia di scrittori, scienziati più o meno folli, gatti… mi piace questo modo di interpretare la casa di una lettrice (e aspirante scrittrice) impenitente. Non è mai sola. Oddio riprendo a parlare di me in terza persona come i giapponesi 😀 sai che l’altro giorno leggevo Diario di Hiroshima, a un certo punto un sopravvissuto ha iniziato a fare la stessa cosa, si descriveva in terza persona mentre salvava l’immagine dell’imperatore. Non lo so, mi ha fatto una stranissima impressione.
      Cortazar è folle, completamente, ma proprio per questo dobbiamo sentirci affini a lui, anche se non scriveremo mai così, perché ci libera, radicalmente. Io gliene sarò sempre grata, a lui e anche a un altro tizio di cui non sto a fare il nome perché divento ripetitiva.

        1. Non posso sfuggire al mio destino, qualche legame c’è per forza, qualcosa che mi lega a questa cultura, per quanto sia tanto distante da me e per quanto ci siano cose che mi lasciano non so… perplessa? affascinata? un po’ tutto questo. Ci tornerò su. E se tu torni sull’argomento follia mi troverai sicuramente sul posto, quando succederà. Mi è abbastanza affine direi.

  3. Bellissimo e intrigante questo tuo post su un argomento strano, su un libro che mai e poi mai avrei comprato o tirato fuori da una libreria. Denota quella sana pazzia (sinonimo di estro) che pervade il tuo blog, un blog che seguo da anni anche se spesso in silenzio.
    La “giapponesità” che ti appioppa gianni sono abbasta convinto anch’io che ti appartenga. Lo affermo perché sono un cultore appassionato di Murakami (di cui ho letto proprio tutto) e anche perché sono stato di recente in Giappone per un breve tour dove speravo d’incontrare il mio scrittore prediletto. In quel paese ( a parte il grave sbandamento ante e durante la seconda guerra mondiale) c’è gente curiosa, che va a fondo alle questioni di vita e di morte e non lascia nulla al caso. Gente a volte noiosamente seria, ma mai banale.
    Nicola

    1. Grazie, Nicola 🙂 allora vorrà dire che mi arrenderò a questa evidenza, ma tutto sommato posso capire che sia così, volente o nolente ho sempre avuto a che fare col Giappone, quindi è logico e normale che qualcosina l’abbia fatto mio. Pensa che studiando storia durante un corso ho avuto modo di lavorare con un docente legato al centro studi italo-canadese (mi pare ne fosse o ne fosse stato il presidente, mannaggia a me e alla mia memoria) e si da il caso che avesse affidato a ognuno di noi un tema da approfondire. Cosa mi capitò? la questione degli aliens giapponesi in Canada nella prima metà del XX secolo. Vedi? sempre al Giappone torno, in ogni situazione 😀
      Murakami Murakami… mi interessa, sai, è da un po’ che ci penso. Se hai un consiglio su un libro da cui iniziare, che ti sia particolarmente piaciuto, io sono qui, sennò parto direttamente da 1Q84 😀

  4. Per entrare nel mondo magico/realistico di Murakami, il mio consiglio è iniziare con “L’uccello che girava tutte le viti del mondo”, da lì poi puoi scegliere la vena realistica/psicologica di Tokyo Blues (Norwegian Wood), Kafka sulla spiaggia, per tornare infine al magico di 1Q84 e L’assassinio del commendatore 1 e 2.
    Fammi poi saper cosa ne pensi di quest’autore.
    Nicola

    1. Che bel titolo, mi attira molto. Così, a naso, direi che mi potrebbe piacere e molto. Intanto, ne tengo conto, poi vedremo, un giorno potrei parlarne anche qui sul blog. Sono fiduciosa 😀 grazie del consiglio!

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