Gazzettino del Kalashnikov #0

Hai presente il Bullet Journal? Trattasi di un sistema creato per organizzare appunti e impegni, pensieri e citazioni, potenzialmente un incrocio fra la Cappella Sistina, un’agenda e un diario. Esiste in una quantità pressoché illimitata di varianti, come si può intuire dalla sterminata, terrificante varietà di blog che se ne occupano (Boho Berry Tiny ray of sunshine per dirne un paio), senza contare Pinterest o Instagram. Ne tengo uno anch’io e lo compilo quotidianamente, ma non sono (ancora) arrivata a livelli preoccupanti, sebbene l’avere qualcosa come una trentina di diversi washi tape mi stia dando da pensare.

Insomma, fatto sta che un bel giorno mi trovai a discutere nei commenti con il divino Zeus, prima su Marie Kondo, quindi su altri sistemi di riordino ben più punitivi. Roba che se sgarri vengono a cercarti, ti mandano email ogni giorno, non so se riuscirei a fare una cosa del genere… Tornando a noi, a un certo punto viene fuori il Bullet Journal e la possibilità di fare qualcosa del genere, su misura per un blog.

“Mi fido sulla parola sul Bullet Journal, anche se suona come Gazzettino del Kalashnikov“.

Era deciso, avevo anche il nome.

Sarà più o meno la stessa cosa: elenchi puntati per uno spazio personale e comodo, un contenitore per qualsiasi cosa mi/ti possa venire in mente, impressioni, spunti da espandere o proposte per nuovi temi da affrontare. Possono partecipare tutti, nessuno escluso, con indicazioni per letture, film, musica… quello che ti pare. A dispetto del titolo vagamente minaccioso, le vaccate potranno pascolare felici accanto alle cose serie, senza che nessuno le disturbi. A seguire, digressioni totalmente inutili su Carl Jung, l’arte dello sputo in Clint Eastwood, film danesi, anime, disistima gratuita nei confronti di Ben Kingsley e varie altre amenità.

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Hotaru no haka una tomba per le lucciole

Una tomba per le lucciole (1988), parte II

Hotaru no haka una tomba per le lucciole (17)Dove ero rimasta? Mi ero concentrata su due film dello Studio Ghibli: Tonari no Totoro e Hotaru no Haka – che per chi come me ha un’infima conoscenza del giapponese chiameremo Una tomba per le lucciole. Certo, non potrebbero esistere due film più diversi, eppure sono stati proiettati per la prima volta al pubblico la stessa sera. La cosa, al tempo, destò un certo scalpore. Motivato? ho sempre pensato che lo fosse, almeno fino a ora. Dopo aver letto il racconto da cui il film di Takahata è stato tratto, Una tomba per le lucciole (1967) di Nosaka Akiyuki, mi sono resa conto che no, le differenze non sono così abissali. Tonari no Totoro e Una tomba per le lucciole, pur con tinte e modalità differenti, rappresentano nel loro personalissimo modo storie di sofferenza e speranza, fatte di legami profondi e di scoperta del mondo. Esiste un solco in cui entrambi possono innestarsi. Quello che è veramente differente è proprio il racconto di Nosaka, oscuro e disperato. Se hai trovato disperante Una tomba per le lucciole, prova solo a leggere il racconto. Il mio vicino Totoro e Una tomba per le lucciole “animato” hanno un fondo di speranza, entrambi, che in Una tomba per le lucciole “scritto” non esiste. Davvero, è come guardare dritto in un buco nero.

Ora però vorrei mettere da parte Tonari no Totoro, dato che ne ho abbondantemente scritto nella prima parte. Prendiamo in considerazione i due Una tomba per le lucciole.

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Tyrannosaur

tyrannosaur-3“Ok, non voglio spoilerarti niente… nelle prime scene un cane viene ammazzato a pedate. Sarà una sofferenza, ma questo non deve fermarti, Tyrannosaur è un gran film. E poi, il tizio che ammazza il cane è una delle poche figure positive. Lo so, non è molto incoraggiante, soprattutto se uno prova a immaginare le altre…”

D. aveva perfettamente ragione e non servirebbe scrivere molto altro. Tu sapresti lo stretto necessario, cioè che questo film merita di essere visto, ma soprattutto ti risparmieresti drammatiche lungaggini su “anime tormentate in cerca di redenzione” o sul cinema inglese, così attento alla tematica sociale. Eviteresti l’ennesimo pezzo con termini jolly del calibro di espiazione, capro espiatorio, male malefico o assonanza. Mi basterebbe scrivere che sì, Tyrannosaur (2011) può suscitare una certa repulsione, anche in scene apparentemente inoffensive. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta “…ma l’ha fatto veramente?” e di tornare indietro di qualche fotogramma, solo per rendermi conto che sì, l’ha fatto veramente. Ora potresti non capire, ma ti basterà guardare il film o continuare a leggere per renderti conto di quello cui mi sto riferendo. Quando il film finisce, che ti piaccia o no come decida di andare a finire, ti lascia più di una domanda cui vorresti poter dare una risposta. Dopo tanto silenzio, questo film mi ha fatto venire voglia di scriver(n)e.

Mettiamola così, ormai io ci provo a buttare giù due righe (e già lo sai che saranno molte di più) e ti prometto che eviterò accuratamente i suddetti termini/temi jolly e le lungaggini. Vedi tu se leggere, in tal caso sarò felice di farti compagnia per qualche minuto.

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Hotaru no haka una tomba per le lucciole (11)

Una tomba per le lucciole (1988), parte I

Hotaru no haka una tomba per le lucciole (17)Nel 1988 lo Studio Ghibli fa uscire Il mio vicino Totoro (tit. or. Tonari no Totoro, di Miyazaki Hayao) e Una tomba per le lucciole (tit. or. Hotaru no haka, di Takahata Isao). Proiettati per la prima volta il 16 aprile, gli spettatori possono vederli entrambi uno dopo l’altro e con un unico biglietto. Un’occasione o una potenziale iattura; dipende tutto dai punti di vista. Chiunque abbia una vaga idea di cosa stia parlando, non avrà difficoltà a immaginare la reazione del pubblico. Immaginate solo di passare senza soluzione di continuità da una deliziosa favola sull’infanzia a una storia psicologicamente devastante. La realtà luminosa di Mei, Satsuki e Totoro cozza tremendamente con quella di Setsuko e Seita, due orfani di guerra ritratti in uno degli anime che più di ogni altro è in grado di far amare e insieme detestare il genere umano.

tonari-no-totoro-2[Nota. Il testo che segue è il risultato di una revisione totale di quanto già scritto in precedenza su Una tomba per le lucciole. La lettura di Hotaru no haka di Nosaka Akiyuki ha reso necessario un certo approfondimento, la cui complessiva ingestibilità ha portato alla divisione in due parti, una introduttiva e una che scende maggiormente nel dettaglio. Una cosa è certa, dopo aver letto il testo di Nosaka, non sono più tanto certa che il film di Takahata racconti la storia più straziante. A voi l’ultima parola in merito.]

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Le ricette della signora Toku (2015)

Le ricette della signora Toku (7)Che ci vuole a cucinare dei dorayaki? Insomma, non dovrebbe essere così difficile. Magari dovrai fidarti di una ricetta che non hai mai provato, senza sapere che sapore abbia un dorayaki. E questo è niente, se poi tu stesso crei problemi. Come? Dimenticandosi gli ingredienti, per esempio. Dunque, servono un paio di uova, mezz’etto di zucchero, un etto di farina, un cucchiaino di miele e uno di lievito per dolci da sciogliersi in poca acqua. La pastella che otterrai verrà versata in piccole porzioni su una piastra ben calda (ma va bene anche una padella antiaderente); quando sulla superficie si formano delle bollicine, è il momento di girare quella specie di frittella per cuocere anche l’altro lato. Bastano pochi secondi ed è pronto. Se avete fatto dei pankakes, la logica di fondo è quella, solo che non vengono impilati ma accoppiati e farciti a vostro piacimento. C’è chi consiglia la crema di nocciole e chi la Nutella; personalmente una crema bianca di nocciole e sto seriamente pensando al dulce de leche. Esperimenti a parte, la ricetta originale del 1914 prevede l’uso della marmellata di fagioli azuki, meglio nota come anko (o semplicemente an, che è anche il titolo originale del film).

E poi succede che ti dimentichi il miele, o che hai scaldato poco la padella.

Locandina le ricette della signora TokuSuccede, soprattutto se sei distratto, se pensi al fatto che non ricordi dove hai messo il lievito (sarebbe troppo comodo prepararsi gli ingredienti prima) o se rifletti sul tipo di cucchiaio con cui verserai la pastella sulla padella. Insomma, il miele nell’impasto non ce lo metti e continui senza farci caso, scoprendo che quando metti a cuocere la prima frittella, il suo dorso è tutt’altro che bruno. Giallo, quasi biancastro. Lo assaggi malvolentieri ed è piuttosto insipido. Non è la stessa cosa. E se non fosse il miele? puoi sempre pensare che magari hai fame adesso e non vuoi far riposare la pastella almeno mezz’ora nel frigorifero. Puoi lavorare poco l’impasto con le fruste e lasciare qualche grumo. Allora, forse, cucinare bene un dorayaki potrebbe non essere così semplice.

Le ricette della signora Toku (1)

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Marie Kondo / Il magico potere del riordino

Il magico potere del riordino Marie Kondo (8)

Il magico potere del riordino è un libro piuttosto breve: 244 pagine leggibili (e senza nemmeno tanta fretta) nell’arco di un paio di giorni. Scritto da Marie Kondo, promette di trasformare “i vostri spazi e la vostra vita”. Nientemeno. Insomma, dove sta la fregatura? Per quanto mi riguarda, questo libretto ben presentato non mi è sembrato una mera operazione di marketing. Ora, senz’altro qualcuno sarà rimasto deluso, magari aspettandosi un testo infallibile e rassicurante, la pietra filosofale in fatto di economia domestica. Se non siete presenti e disposti a mettervi in gioco, la magia non funziona. Non è quello che si potrebbe definire un “manuale canonico” di gestione domestica. Chi spera poi in chissà quali rivelazioni può tranquillamente passare oltre, perché l’autrice – forse – non farà che ribadire qualcosa che già sapete e che non avete voluto/potuto mettere in pratica.

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T. Bernhard, Correzione (1975)

Correzione copertina einaudiLeggere questo libro è stata una tortura, ma è anche per questo che potrei consigliarne la lettura.

Non conoscevo Thomas Bernhard prima di leggere Correzione, né so se leggerò altre sue opere, ma se mai lo farò, prima vorrei tornare a questo libro. Non è testo da una sola lettura e se solo potessi lo riprenderei a breve, ma sento di dover lasciar sedimentare le mie impressioni. Correzione ha significato per me il mettere alla berlina, in tutta la sua nefandezza, il massimo possibile della vuota idealizzazione che si fa ossessione, la rinuncia alla vita per inseguire un’idea che pervade fino ad accecare, rompendo tutti i legami e facendo dimenticare sé stessi in nome di uno spettro.

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Marguerite (2015)

Marguerite (4)La baronessa Marguerite Dumont (Catherine Frot) è a tal punto fiera della propria voce da invitare nella sua villa una ristretta selezione di estimatori. Ognuno di essi, dal marito Georges (André Marcon) al maggiordomo Madelbos (Denis Mpunga), la applaudono entusiasti, ben coscienti che Marguerite abbia una voce massacrante, stonata ai limiti del verosimile. Tutti sembrano rendersene conto, tranne lei; qualcuno si chiede come faccia a non capirlo.

Marguerite di Xavier Giannoli è liberamente tratto dalla storia della vita di una soprano (?!) americana, Florence Foster Jenkins. Liberamente. Non è un film biografico, a questo ci penserà Stephen Frears con un’omonima pellicola, in cui Florence sarà impersonata da Meryl Streep. Questa non è nemmeno la storia di una donna messa alla berlina; Marguerite ci scherza su per un attimo, ma superato il riso iniziale, passa a descrivere la rete fittissima di sguardi fra chi applaude, sulle intenzioni nascoste e rivelate, lasciando che la vocazione da diva della donna resti in secondo piano.

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Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi / Diego e Frida

Diego e FridaIl fatto è questo, mi è capitato di leggere due biografie a distanza di un anno l’una dall’altra: Diego e Frida di Jean-Marie G. Le Clézio e Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi di D. T. Max. Tendo ad accostarle perché la seconda è stata in grado di dare una dimensione alla delusione indefinita subentrata alla lettura della prima. Diego e Frida è stata sì una delusione, ma non mi sento di sconsigliarne la lettura. Dipende sempre da quello che volete da una storia, ma in questo caso soprattutto da come volete che vi sia raccontata.

Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi copertinaScrivere una biografia non è mai semplice e scriverla su due personaggi come Frida Kahlo e David Foster Wallace rischia di essere un’impresa più o meno disperata, perché in quanto icone non si tratta solo di una vita da scandagliare, ma di presentare qualcosa che rischia di deludere le aspettative del lettore. La Kahlo e Wallace non lasciano indifferenti, sono il classico esempio di ciò che si ama o si odia, sottovaluta o sopravvaluta. A entrambi viene tributato una sorta di culto laico. Un biografo non può non tenere conto di tutto questo e sia Max che Le Clézio devono averlo fatto, arrivando a conclusioni pressoché opposte.

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Room (2015)

Room film (7)Jack (Jacob Tremblay) vive con la madre Joy (Brie Larson) in una stanza da cui non è mai uscito. Ha appena compiuto cinque anni e Joy è tutto per lui: descrive la sua realtà, è l’unico tramite con l’uomo che porta loro i rifornimenti, è il passato e il presente, protezione e felicità. Jack può guardare di tanto in tanto la televisione, ma sa che quelle immagini sono pura fantasia, men che mai il riflesso di una realtà lontana. Jack sa che l’unica realtà è quella che può toccare con le proprie mani. La realtà è solo la stanza.

Non mi sento di andare oltre e se avete ancora visto Room (2015), vi sconsiglio di cliccare su “continua a leggere”. Non che sia granché contraria agli spoiler, anzi, conoscere una trama mi aiuta ad apprezzare meglio il percorso di un film come di un libro, senza l’ansia di sapere “come va a finire”. Ognuno ha le sue fissazioni, abbiate pazienza. A ogni modo, questo video (Fenomenologia dello spoiler) descrive la questione molto meglio di quanto non lo stia facendo io. Tornando a noi, credo profondamente che un film come questo sia maggiormente apprezzabile da uno spettatore privo di qualsiasi riferimento alla storia di fondo. Sapere “troppo” significa perdere la possibilità di un’identificazione profonda nel personaggio di Jack, adattandoci come lui alla realtà della stanza, dapprima ovattata, quindi sempre più corrosa da dubbi prima accennati, quindi sempre più pressanti.

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