Dell’usare gli evidenziatori sui libri

Mi piacciono i negozi di roba usata. Tutte quelle tazzine, bicchieri, coppe gelato, caffettiere, teiere, fatine con le ali che si illuminano al buio, pupazzoni inquietanti e costumi da cinghiale. Che rimpianto, il costume da cinghiale. E poi i mobili disposti in file, alti quanto te, così dopo qualche metro non hai la minima idea di dove ti trovi. Dopo giorni di frequentazione, scopro che superati gli armadi e i mobili da bagno c’è un pertugio che si apre su una piccola stanza.

Qualche volta si rischia di cadere dal famigerato scalino invisibile, ma poi lo freghi e, felicemente, prenderai una craniata dritta contro lo stipite della porta. C’è sempre un prezzo di sangue da pagare per entrare nel caveau con i libri e i dischi. Qui Nino d’Angelo convive con Ian Paige e Jon Lord, mentre l’opera omnia di Mario “o’ zappatore” Merola giace da tempo immemore sopra uno scaffale. Hai ugualmente speranza di trovare qualcosa di interessante, è solo per questo che sfidi la paura del soffocamento da polvere.

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GdK 9: di sfoghi, attese e spam

Ti capita mai di lasciare un commento in un blog? Succede, persino a me, magari proprio nel tuo, di blog. E allora? Il problema è che non lo verrai mai a sapere, perché pare che i miei commenti finiscano regolarmente nello spam. Il mio amore per WordPress è tutt’altro che ricambiato e ci mancherebbe altro, l’amore mica si impone. Dopo mesi di questa manfrina, come accade in molti rapporti logori, l’entusiasmo ha lasciato spazio a una malcelata insofferenza. I motivi dell’allontanamento, comunque, sono altri. Il fatto è che le singole difficoltà, messe tutte insieme, mi stanno facendo mettere l’animo in pace. Hai fatto ore di fila a uno sportello e non hai risolto niente, a parte ottenere la soddisfazione di dover compilare l’ennesimo modulo. Non sai nemmeno se sei sulla strada giusta, perché tre persone ti hanno dato tre versioni diverse e nessuna sembrava particolarmente convinta. L’anima te la metti in pace per forza, soprattutto perché quello che prima era soprattutto un piacere sta diventando un tantino frustrante.

Sarà una fase? Probabilmente, certo. Passerà, di sicuro quando sarò uscita dalle grinfie della burocrazia starò meglio. Intanto, negli ultimi giorni, mi capita di sentire questa intervista alla televisione. Uno scrittore non fa in tempo a riconoscere l’importanza di ascoltare i giovani sui temi di tecnologia e innovazioni, che la conduttrice gli rivolge la classica domanda di rito:

“Quale futuro per questa generazione?”

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II. Villa Petri

Un bel giorno la signora Planck pensò di prendere una tazza di tè. Lasciò che il gatto entrasse in casa, scese le scale e si avviò verso il parco.

Oltre l’arco di pietra, il parco di villa Petri si apriva su un lungo viale bordato d’alberi che andava dritto verso un’altra uscita nella cinta muraria, sempre ad arco e segnata da due vasi con alberi di clementine. Tutto intorno, si trovava il giardino all’italiana di questa villa del Seicento, un tempo adibita a casino di caccia, quindi lasciata più o meno all’incuria in una lunga sequela di vicende piuttosto noiose. Dopo un lungo di silenzio dalla morte dell’ultimo proprietario nel 1947, qualcuno decise di schiodare le assi che chiudevano l’ingresso settentrionale ed entrare nella tenuta. Fino a quel giorno, erano pochi a ricordarsi cosa ci fosse in quelle mura. Fantasmi? Bovini che sputavano fuoco? Strano a dirsi, ma l’intruso non scoprì niente di tutto questo, solo una villa color ruggine nascosta da massicci cedri del Libano, un giardino invaso dalla gramigna e una piccola dependance vicino all’ingresso. Col passare delle settimane, le assi non vennero ripristinate, anzi, si ritenne tacitamente opportuno lasciare che la villa venisse per così dire adottata dalla collettività, o meglio, da chi si era appena rammentato della sua esistenza. Nessuno si oppose e la vita continuò esattamente come prima, con la sola differenza che il giardino tornò a essere curato, che la villa venne messa in sicurezza e che la dependance venne trasformata in un chioschetto che offriva tè, caffè e dolci fatti in casa. Nuovamente frequentata, villa Petri diventò qualcosa di simile a una biblioteca, innestandosi silenziosamente nella quotidianità della zona.

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GdK 8: La banalità di Max Planck

Un bel giorno una bambina decise di scrivere qualcosa; poteva avere sui sette anni, non di più. Contenta del risultato, portò tutta trionfante il foglietto a una certa persona. “Banale“, ecco la risposta. Non “brutto“, non “scritto male“, non “sei sulla strada giusta, ma prova ancora“. “Banale“, solo quello.

Trattandosi di una bambina, è ragionevole pensare che quanto avesse scritto, un po’ banale lo fosse. Mettendomi nelle sue scarpette numero 35, però, penso anche che mettere insieme quelle due frasi per lei avesse significato uno sforzo concreto. Magari, per un istante era stata orgogliosa di quello che aveva scritto, ma la realtà era più complessa; quello che per lei era una conquista, per l’altra persona era meno di niente. Basta cambiare prospettiva per capire quanto sia ambiguo il concetto di banalità, in particolare per come viene comunemente usato.

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I. La teiera di vetro

Un bel giorno, alla signora Planck venne voglia di una tazza di tè. Lasciò uscire il gatto da casa, prese la borsa e si incamminò verso il parco, oltre il quale si trovava la sua erboristeria di fiducia. Oltre alla sua miscela di tè verde preferita, vi trovò una teiera troppo bella per essere lasciata dove stava, una specie di panciuta bolla di vetro, con un tappo che pareva un fiore. C’era un filtro che si poteva togliere senza problemi, almeno così le aveva detto il negoziante. Non che le importasse granché, le linee morbide dell’oggetto l’avevano già convinta.

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Gazzettino del Kalashnikov 7: Just dog it

Strano periodo. Strano per modo di dire, perché ha fatto un caldo assurdo e se non ho visto/letto quasi niente per intero è stata essenzialmente colpa del caldo, per cui strano de che? Sarà anche estate, farà caldo, no? E allora basta inutili recriminazioni e parliamo di quello che è successo negli ultimi mesi.

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The Witch (2015) / prologo

Cercherò di essere breve adesso, per non doverlo essere successivamente.

La materia mi piace: stregoneria, streghe e chi le streghe le cacciava. Da un lato, la vicenda m’ha sempre dato da riflettere sulla mia vaga sfiducia nel genere umano. Le streghe. Conoscevano la natura, si riunivano nei boschi e si facevano mediamente i cavoli loro. Desideravano indipendenza e conoscenza, motivo per cui sono sempre state perseguitate. Avevano la fama di pretendere rispetto e di ripagare le offese in modo tremendo. Da bambina che è sempre stata un po’ buona e un po’ fessa ingenua, ho sempre segretamente preferito le streghe alle fatine tutte zucchero.

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Il senso di Tersite per l’estate

Oh, facciamolo ‘sto tag, su benevolo consiglio di Zeus: la storia di Tersite nelle sue vacanze estive, quando non era sulla piana di Ilio a prendere scettrate in testa. Iniziamo subito, senza ulteriori preamboli!

BougainvilleaGioco in cortile

Cominciamo bene! Lo ammetto, non ne ho idea, non è che facessi tutti ‘sti giochi in cortile. Io andavo nel campo davanti casa e mi devastavo sotto il sole, letteralmente sguazzando nella terra. Raccoglievo piantine di camomilla in giro per il campo e ne facevo siepi enormi. Il profumo me lo ricordo ancora. Il cortile, più che altro, cercavo di evitarlo: il selciato rovente mi donava simpatiche ustioni, visto che camminavo perennemente scalza. Il momento più bello era verso sera: tutti erano fuori per annaffiare le piante di campo e giardino, l’aria diventava più fresca e si riempiva di piccole farfalle verde pallido, poi dopo il tramonto si vedevano le prime lucciole. I colori, la sera, erano tutta un’altra cosa. Mi mangiavano viva le zanzare, ma diamine se ne valeva la pena.

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Rampage, apologia dell’ignoranza (Frequently asked questions)

Rampage bigSenti, facciamo una cosa. Lo so io e lo sai tu che su film come questo si fanno sempre i soliti discorsi. Non è che uno lascia il cinema esterrefatto; se entri nella sala di Rampage, sei sicuro di quello che andrai a vedere. È inutile fingere di cascare dal pero, perché il materiale quello è. Basta guardare la locandina:

  • Dwayne Johnson
  • Una scimmia, che se tanto mi da tanto nel film sarà ancora più alta, facciamo cinque-sei piani
  • Esplosioni
  • Palazzi devastati dalle esplosioni e (probabilmente) da morsi/botte/manate del suddetto animale
  • Elicotteri (che si presume siano guidati da membri dell’esercito, probabilmente dei completi imbecilli e/o guerrafondai)
  • Dwayne Johnson (con la stessa espressione del suddetto primate)
  • Battute di dubbio gusto, qui rappresentate da “Grosso incontra più grosso” (ma per chi avrà il coraggio di vedersi il film sarà possibile anche sentire l’irresistibile “Ehi, ho provato un deodorante vegano“, “Ah, e di che sa“, “Guacamole” e giù, cala il sipario sulla tristezza)

Sperare in qualcosa di profondo o mediamente complesso è quanto meno ingenuo, ma lasciamo perdere, evitiamo i convenevoli e passiamo subito ad affrontare le questioni fondamentali:

  • Rampage è un brutto film?

Che domande, ovvio. Rampage è pessimo film. Devo scriverlo chiaramente o non mi sentirò moralmente pronta ad andare avanti.

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Gazzettino del Kalashnikov 6

A che punto siamo?

Il blog è andato un po’ in stand-by causa vita; il poco che sono riuscita a scrivere m’è sembrato poco presentabile ed eccoci qua, pressoché a mani vuote. Beh, può capitare che non ci sia granché da raccontare, oppure di avere altri pensieri per la testa. L’importante è che dietro tutto questo ancora ci sia ancora una mente quasi pensante.

Se ti va, possiamo iniziare.

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