A dragon’s tail: Louis Slotin n°5

Jornada del Muerto, il viaggio del morto. Quando si dice il caso. O il destino.

C’era una volta, che sia esistito o meno, un uomo di origini tedesche accusato di stregoneria, braccato da qualcuno che spinto da senso del dovere voleva purificarlo col fuoco. Comprensibilmente, l’accusato preferì cercarsi una guida Apache e addentrarsi nel deserto, ma non sapeva che di lì a qualche anno avrebbe dato il nome a quel brandello di terra, già al tempo una delle parti più tremende del Camino Real de Tierra Adentro, una strada coloniale. Esatto, pare che quella zona fosse anche piuttosto frequentata, per quanto ardua da percorrere. Sete, scarsità di foraggio, repentine esondazioni e frequenti incursioni Apache avevano fatto parecchie morti. Sarebbe bastato contare le lapidi più o meno di fortuna rimaste al lato della strada; per quelle che ci sono state una volta, ce ne sono ancora troppe.

Jornada del Muerto

Jornada del Muerto, luglio 1945. Si diceva, il destino. A Jornada del Muerto stavano per far detonare una bomba atomica: degno suggello per degno nome. La scocca del Gadget riposava sotto una tenda bianca ai piedi della torre metallica; gli esplosivi erano a posto, mancava solo una cosa. Il nucleo, ma di quello stavano ultimando l’assemblaggio. Un uomo nella tenda sollevò la cornetta di un telefono e aspettò pazientemente che all’altro capo rispondessero: “Siamo pronti, fate arrivare la spina“. Al George McDonald Ranch c’erano quasi, l’armiere capo stava giusto inserendo nel nucleo di plutonio un piccolo iniziatore di neutroni, poi lui e Phil Morrison sarebbero saliti nuovamente sulla Dodge Sedan per portare il tutto alla torre.

Si lasciarono dietro la scorta di auto e una gran nube di polvere. L’aria era fastidiosa, satura com’era dell’umidità lasciata dall’ultima pioggerellina. Il cielo intorno si faceva lentamente sempre più livido. Dicevano che il deserto fosse il luogo perfetto per faccende del genere: nessuna nave ti avrebbe puntato contro un cannone, eri abbastanza lontano da centri abitati e occhi indiscreti, ma soprattutto, diamine, lo sanno tutti che nei deserti non piove mai. Non è il facile colpo di scena da scrittore da due soldi: a Jornada del Muerto stava veramente per piovere. Slotin avrebbe giurato di aver sentito un tuono, ma a dirla tutto, erano giorni che il tempo era pessimo, fra grandinate e scrosci improvvisi. Nel frattempo, alla tenda soffiava un discreto vento e le sue delicate pareti di tanto in tanto si contorcevano, lasciando che entrassero refoli di sabbia e aria, il che non è il massimo quando decidi di maneggiare del plutonio.

Daghlian Slotin

Assicurarono il nucleo a una catena mediante un gancio e iniziarono a calarlo nella scocca, molto lentamente. La bomba se ne stava lì, sonnecchiando, mentre qualcosa si insinuava dentro di lei. E indovina? Il nucleo non passava. No, si bloccò dopo qualche palmo, non andava né su né giù. Il classico boccone che ti mozza il respiro, magari un secondo prima stavi ridendo e ora hai qualcosa che ti blocca la gola, sudi freddo e hai il torace rigido, talmente rigido che non riesci nemmeno a tossire. Era sempre stata una questione di distanze: fra i due emisferi al momento del montaggio, fra i due emisferi e l’iniziatore, quindi fra il nucleo e le pareti di esplosivo dentro il corpo della bomba. Fat Boy, Fat Man, The Gadget, aveva tanti nomi, ma la sensazione di terrore quella era, per tutti. Poteva succedere qualsiasi cosa. Il gruppo di fisici entrò in allarme, ognuno si guardava come per assicurarsi di stare ancora al mondo, cercando di carpire un segno, anche minimo sulle altre facce, che sì, qualcuno aveva già risolto il problema. Presto detto: il caldo aveva fatto espandere il nucleo creando delle interferenze con le altre componenti della bomba. Lì per lì, forse, Slotin pensò a cosa potesse accadere, immaginò di come non si sarebbe accorto di niente, sarebbe morto sul colpo e non avrebbe avuto nemmeno il tempo di porsi il problema, di come sarebbe morto o di quanto avrebbe sofferto. Stava lì a guardare la catena, a sentirla tintinnare, poi si affacciò sul foro d’entrata. Ci infilò una mano dentro.

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A dragon’s tail: Louis Slotin n°4

Una fortuna non dover fare quel viaggio da soli. La destinazione di Phil era a cinque ore di distanza e si sarebbe dovuto fermare ogni ora per controllare che il carico fosse a posto. Per quanto bello fosse il paesaggio, alla lunga poteva diventare molto monotono: miglia e miglia di deserto, pietre e piante che vivevano a stento. Chissà che radici avranno, pensò, ma tornò subito con la mente alla valigetta assicurata al sedile posteriore. Rallentò istintivamente. Non che cambiasse qualcosa, ma se tu conoscessi come lui la natura del carico, forse avresti avuto la stessa reazione. Anzi, a dirla tutta, su quella macchina sarebbe stato meglio non salire.

Moving the Plutonium Core - YouTubeLa strada curvò gentilmente; in lontananza si poteva già intuire la forma del tipico mulino a vento di un tipico ranch del New Mexico. La Dodge Sedan era quasi arrivata e i due a bordo ciò voleva dire un paio di cose: liberarsi di un peso e fare (forse) un bagno in uno di quei vasconi nei pressi del mulino. C’era poco da stare allegri, la giornata di lavoro era ancora lunga e l’ambito premio altro non era che una gran massa d’acqua dove era più facile lessarsi che rinfrescarsi. Eppure, sul finire della giornata, si buttavano lì dentro a decine, come se fosse il luogo più desiderabile sulla faccia della terra.

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A dragon’s tail: Louis Slotin, n°2

Trinitite Los Alamos
Trinitite (fonte: Los Alamos National Laboratory) Nel 1953 tutta la trinitite sul posto è stata rimossa.

La bomba atomica di Jornada del Muerto aveva lanciato in aria sabbia e tutto il resto, cuocendo qualsiasi cosa, fondendo tutto, all’istante. Ogni forma di vita era stata annientata, lasciando solo uno sterile cratere, lastricato da qualcosa di simile a del vetro verdarstro. Essendo qualcosa senza precedenti, decisero di chiamare quel materiale trinitite. Certo, luccicava ed era radioattivo, ma questo non impedì che qualcuno ci creasse dei gioielli. Chissà, forse qualcuno li ha persino indossati. Se c’è stato chi si è lavato la faccia col sapone a base di torio, perché stupirsi?

Jornada del Muerto è stata un successo, così come Nagasaki. La guerra era stata stroncata, e ora? La sola domanda possibile che molti si fecero fu: come si sarebbe comportato un ordigno di quel tipo contro una flotta? Presto fatto: decisero di radunare navi in disarmo o bottino di guerra, per creare una flotta di controllo per un esperimento su scala mastodontica. Un alto papavero si impuntò: doveva essere una roba realistica, quindi le navi andavano fornite di tutto il necessario: missili, bombe di profondità, munizioni, e poi c’era il combustibile, tonnellate di combustibile. E gli equipaggi? Calò il silenzio. Eh, ma qui si voleva veramente giocare a Dio. Qualche anima buona propose una soluzione che accontentò tutti: si potevano prendere pecore (previa tosatura) e capre, così da poter studiare gli effetti delle radiazioni su esseri viventi. Il morale era altissimo, sempre che tu non fossi una capra o una pecora. L’incontaminato atollo di Bikini sarebbe stato perfetto per l’operazione Crossroads: tre bombe del tipo Fat Man, nucleo di plutonio, a implosione, da far detonare sopra e sott’acqua

Sapone radiattivo.jpg
Del sanissimo sapone al torio. Esisteva una discreta serie di prodotti con aggiunta di metalli pesanti, creme per il viso, rossetti, dentifrici, cioccolata calda e filati per tessuti. E anche le fantastiche supposte “Vita Radium” (1930), il “trionfo della scienza del Radio“, per un forte incentivo alla mascolinità. Vabbè, chiamiamola mascolinità. “…e ricorda, il Radio assunto dal corpo rimane per mesi, proseguendo il suo effetto terapeutico. Difatti, gli effetti NON sono meramente temporanei. […] sono perfettamente innocue, il loro uso è sicuro per tutti. “. Consigliatissime, insomma.

Le bombe dovevano ancora essere messe a punto, ma a questo avrebbe pensato Louis Slotin, ormai armiere atomico di punta. Mentre entrava nel TA-18-1, i membri del suo staff (Schreiber e Perlman) stavano procedendo a marce forzate per ultimare i preparativi. Il morale dell’armiere, lo sappiamo già, non era particolarmente alto. Restava quieto, come al solito, ma non poteva più ignorare il fetore schifoso che il suo idealismo gli lasciava percepire, sempre più marcatamente, il fastidio sempre più spiccato per la sua incapacità di sottrarsi a quella che ormai sentiva come un’imposizione. Los Alamos impestava l’aria, non solo per gli ammassi di rifiuti contaminati da radiazioni che andavano aumentando. Di tutto questo, lui si considerava almeno in parte responsabile. Probabilmente non se lo sarebbe mai perdonato, ma era troppo tardi per tornare indietro.

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A dragon’s tail: Louis Slotin, n°1

the gadget viene issato
The Gadget viene issato sulla torre a Jornada del Muerto

Donald se ne stava tranquillo a godersi l’aria fresca dopo una giornata d’arsura, con un libretto licenzioso da due soldi per le mani. Aveva tutte le ragioni per volersi distrarre: problemi sul lavoro, la minaccia di un temporale, ma soprattutto il fatto di stare seduto a un palmo da un ordigno nucleare. Rannicchiato contro il parapetto, le ginocchia al petto, di tanto in tanto si fermava a fissare quella cosa enorme. E dire che bastava allungare la mano per toccarla.

Donald Hornig, esperto di esplosivi e di circuiti d’innesco, era stato messo di guardia su un trespolo di tutto rispetto: una torre di trenta metri. Uno sguardo al libro, uno alle nuvole, e dalle nuvole per tornare al libro, sempre con la paura che piovesse o che una scarica troppo vicina potesse friggere qualche circuito. Certo, la mesa illuminata a giorno dai fulmini aveva la sua bellezza, ma se il maltempo avesse fatto annullare l’esperimento in programma, il fallimento del suo innesco per il Fat Man sarebbe stato l’ultimo dei suoi pensieri. Era la notte fra il 15 e il 16 luglio 1945. Il cielo si sarebbe aperto solo poco dopo le quattro del mattino. Fino a due settimane prima, in tutta la base di Los Alamos non c’era abbastanza plutonio per produrre la prima bomba atomica. Eppure, alle cinque e mezzo sarebbero stati pronti per il Trinity test.
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Dell’usare gli evidenziatori sui libri

Mi piacciono i negozi di roba usata. Tutte quelle tazzine, bicchieri, coppe gelato, caffettiere, teiere, fatine con le ali che si illuminano al buio, pupazzoni inquietanti e costumi da cinghiale. Che rimpianto, il costume da cinghiale. E poi i mobili disposti in file, alti quanto te, così dopo qualche metro non hai la minima idea di dove ti trovi. Dopo giorni di frequentazione, scopro che superati gli armadi e i mobili da bagno c’è un pertugio che si apre su una piccola stanza.

Qualche volta si rischia di cadere dal famigerato scalino invisibile, ma poi lo freghi e, felicemente, prenderai una craniata dritta contro lo stipite della porta. C’è sempre un prezzo di sangue da pagare per entrare nel caveau con i libri e i dischi. Qui Nino d’Angelo convive con Ian Paige e Jon Lord, mentre l’opera omnia di Mario “o’ zappatore” Merola giace da tempo immemore sopra uno scaffale. Hai ugualmente speranza di trovare qualcosa di interessante, è solo per questo che sfidi la paura del soffocamento da polvere.

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GdK 9: di sfoghi, attese e spam

Ti capita mai di lasciare un commento in un blog? Succede, persino a me, magari proprio nel tuo, di blog. E allora? Il problema è che non lo verrai mai a sapere, perché pare che i miei commenti finiscano regolarmente nello spam. Il mio amore per WordPress è tutt’altro che ricambiato e ci mancherebbe altro, l’amore mica si impone. Dopo mesi di questa manfrina, come accade in molti rapporti logori, l’entusiasmo ha lasciato spazio a una malcelata insofferenza. I motivi dell’allontanamento, comunque, sono altri. Il fatto è che le singole difficoltà, messe tutte insieme, mi stanno facendo mettere l’animo in pace. Hai fatto ore di fila a uno sportello e non hai risolto niente, a parte ottenere la soddisfazione di dover compilare l’ennesimo modulo. Non sai nemmeno se sei sulla strada giusta, perché tre persone ti hanno dato tre versioni diverse e nessuna sembrava particolarmente convinta. L’anima te la metti in pace per forza, soprattutto perché quello che prima era soprattutto un piacere sta diventando un tantino frustrante.

Sarà una fase? Probabilmente, certo. Passerà, di sicuro quando sarò uscita dalle grinfie della burocrazia starò meglio. Intanto, negli ultimi giorni, mi capita di sentire questa intervista alla televisione. Uno scrittore non fa in tempo a riconoscere l’importanza di ascoltare i giovani sui temi di tecnologia e innovazioni, che la conduttrice gli rivolge la classica domanda di rito:

“Quale futuro per questa generazione?”

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II. Villa Petri

Un bel giorno la signora Planck pensò di prendere una tazza di tè. Lasciò che il gatto entrasse in casa, scese le scale e si avviò verso il parco.

Oltre l’arco di pietra, il parco di villa Petri si apriva su un lungo viale bordato d’alberi che andava dritto verso un’altra uscita nella cinta muraria, sempre ad arco e segnata da due vasi con alberi di clementine. Tutto intorno, si trovava il giardino all’italiana di questa villa del Seicento, un tempo adibita a casino di caccia, quindi lasciata più o meno all’incuria in una lunga sequela di vicende piuttosto noiose. Dopo un lungo di silenzio dalla morte dell’ultimo proprietario nel 1947, qualcuno decise di schiodare le assi che chiudevano l’ingresso settentrionale ed entrare nella tenuta. Fino a quel giorno, erano pochi a ricordarsi cosa ci fosse in quelle mura. Fantasmi? Bovini che sputavano fuoco? Strano a dirsi, ma l’intruso non scoprì niente di tutto questo, solo una villa color ruggine nascosta da massicci cedri del Libano, un giardino invaso dalla gramigna e una piccola dependance vicino all’ingresso. Col passare delle settimane, le assi non vennero ripristinate, anzi, si ritenne tacitamente opportuno lasciare che la villa venisse per così dire adottata dalla collettività, o meglio, da chi si era appena rammentato della sua esistenza. Nessuno si oppose e la vita continuò esattamente come prima, con la sola differenza che il giardino tornò a essere curato, che la villa venne messa in sicurezza e che la dependance venne trasformata in un chioschetto che offriva tè, caffè e dolci fatti in casa. Nuovamente frequentata, villa Petri diventò qualcosa di simile a una biblioteca, innestandosi silenziosamente nella quotidianità della zona.

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GdK 8: La banalità di Max Planck

Un bel giorno una bambina decise di scrivere qualcosa; poteva avere sui sette anni, non di più. Contenta del risultato, portò tutta trionfante il foglietto a una certa persona. “Banale“, ecco la risposta. Non “brutto“, non “scritto male“, non “sei sulla strada giusta, ma prova ancora“. “Banale“, solo quello.

Trattandosi di una bambina, è ragionevole pensare che quanto avesse scritto, un po’ banale lo fosse. Mettendomi nelle sue scarpette numero 35, però, penso anche che mettere insieme quelle due frasi per lei avesse significato uno sforzo concreto. Magari, per un istante era stata orgogliosa di quello che aveva scritto, ma la realtà era più complessa; quello che per lei era una conquista, per l’altra persona era meno di niente. Basta cambiare prospettiva per capire quanto sia ambiguo il concetto di banalità, in particolare per come viene comunemente usato.

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I. La teiera di vetro

Un bel giorno, alla signora Planck venne voglia di una tazza di tè. Lasciò uscire il gatto da casa, prese la borsa e si incamminò verso il parco, oltre il quale si trovava la sua erboristeria di fiducia. Oltre alla sua miscela di tè verde preferita, vi trovò una teiera troppo bella per essere lasciata dove stava, una specie di panciuta bolla di vetro, con un tappo che pareva un fiore. C’era un filtro che si poteva togliere senza problemi, almeno così le aveva detto il negoziante. Non che le importasse granché, le linee morbide dell’oggetto l’avevano già convinta.

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Gazzettino del Kalashnikov 7: Just dog it

Strano periodo. Strano per modo di dire, perché ha fatto un caldo assurdo e se non ho visto/letto quasi niente per intero è stata essenzialmente colpa del caldo, per cui strano de che? Sarà anche estate, farà caldo, no? E allora basta inutili recriminazioni e parliamo di quello che è successo negli ultimi mesi.

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