Parasite / Parassita

Parasite locandina 2.jpegPiove (ed è subito cliché), quando lei mi scrive, “ti interessa?“. Vado subito al link: cinema d’essai, film coreano, concreta possibilità di vedere qualcosa di assurdo e ai limiti dell’onanismo intellettuale. Ovvio che mi interessa. Così, torno al cinema.

A fine proiezione, momento disagio: un tizio inizia ad applaudire furiosamente, per poi smorzare tristemente gli entusiasmi. “Pensavo volessero linciarlo“, mi suggerisce D. e che dire, se fosse successo, non avrei mosso un dito. Cerca di capirmi, non è stata una visione semplice. Mi sarei ricreduta, ma ci sarebbe voluto del tempo. Dovevo metabolizzare.

Metto le mani avanti: non ho intenzione di infilarmi nel più classico dei gineprai, non voglio scegliere fra “capolavoro” o “film del cavolo”, chissenefrega. La sola cosa che mi interessa è occuparmi della riflessione che mi ha permesso di fare, cosa che apprezzo infinitamente. E se ti dovesse interessare, si, c’è qualche spoiler.

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Di casuari, lemuri che si fanno e cronopios

Mi aspetta la colazione, al solito tavolo quadrato col piano di abete, quello da cui ho assistito alla fine del mondo, ma chi ci trovo seduto? Non una povera anima rassicurante, ma pur sempre una faccia conosciuta, qualcuno che spesso e volentieri si invita da solo, pretendendo di fumare la pipa e giocare con il mio gatto. Di tempo ne ho poco, Julio lo sa che devo prendere un treno, ma non serve a niente protestare. Indica la libreria con fare perentorio.

Vorrai mica partire senza un libro?“, dice, prima di addentare l’ultimo wafer rimasto.

Pochi secondi e già tutto giocava a favore di un libretto bianco, della dimensione giusta per entrare nella tasca del montgomery.

Ti piacerà. Prendilo, è un perfetto libro da treno. E poi… c’è la tua antica nemesi.”

Aveva ragione, si parlava anche di lui. Di chi?

Del casuario, ovvio.

Casuario 2.jpeg
Questo coso qui sarebbe un casuario

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Da “La voce dei delfini”, di L. Szilard

  1. Szilard.jpegRiconosci i rapporti esistenti fra le cose e le leggi del comportamento umano, affinché tu possa capire ciò che stai facendo.
  2. Fai in modo che le tue azioni siano dirette verso un finale meritevole, ma non chiederti se lo raggiungeranno; esse devono essere dei modelli e degli esempi, non dei mezzi per un fine.
  3. Parla a ogni uomo come se parlassi a te stesso, senza preoccuparti degli effetti che provochi, in modo da non escludere nessuno dal tuo mondo; perché dall’isolamento non ti sfugga di vista il significato della vita, e tu non perda la fede nella perfezione della creazione.
  4. Non distruggere ciò che non puoi creare.
  5. Non toccar piatto, a meno che tu non sia affamato. (Gioco di parole tedesco)
  6. Non desiderare ciò che non puoi avere.
  7. Non mentire se non ne hai bisogno.
  8. Onora i bambini. Ascolta rispettosamente ciò che hanno da dire, e parla loro con infinito amore.
  9. Fai il tuo lavoro per sei anni; ma giunto al settimo, ritirati in solitudine o fra estranei, così che il ricordo dei tuoi amici non ti impedisca di essere ciò che sei diventato.
  10. Guida la tua vita con mano non troppo severa, e sii pronto a lasciarla in qualunque momento tu venga chiamato.

30 ottobre 1940

Un dito nel ventilatore

Julio Cortazar è stato prodigo di suggerimenti circa la natura della poesia. Non me ne vogliano amici poeti che abbiano provato in passato a spiegarmi le stesse cose. Colpa mia, perché non ho saputo ascoltare.

Cortazar, risposta breve: “Boh.”

Cortazar, risposta meno breve: “Aristotele ci ha scritto sopra niente meno che un’intera Poetica, però non esiste una definizione di poesia che mi convinca, e soprattutto che convinca un poeta. L’unico che in fondo ha ragione è quell’umorista – credo spagnolo – che ha detto che la poesia è quella cosa che resta fuori quando abbiamo finito di definire la poesia: scappa, non resta dentro la definizione.”

Ma se proprio lo trovi in vena di scherzare, arriva la terza risposta:

metti un dito nel ventilatore.”

Su questo, però, torneremo più avanti.

Cortazar gatto.jpeg

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La sfiga di un incipit che funziona

Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e di là dal fiume tabacco sormontato da alberi piangenti e monetine di sole che filtrano sull’acqua alla foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano: sorgo, farinello, leersia, salsapariglia, cipero, stramonio, menta selvatica, soffione, setaria, uva moscardina, verza, verga aurea, edera terrestre, acero da fiore, solano, ambrosia, avena folle, veccia, gramigna, fagiolini spontanei invaginati, tutte teste che annuiscono dolcemente a una brezza mattutina che è la morbida mano di una madre sulla guancia. Uno strale di storni stoccato dalle stoppie del frangivento. Il lucore di rugiada che resta lì a svaporare tutto il giorno. Un girasole, altri quattro, uno chino, e lontani cavalli rigidi e immoti come giocattoli. Annuiscono tutti. Sole biondo birra, cielo pallido e volute di cirri così alte da non fare ombra. Insetti indefessamente indaffarati. Quarzo, selce, scisto e croste di condrite ferrosa nel granito. Terra antichissima. Guardatevi intorno. L’orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli.

Ma ecco i corvi solcare il cielo, tre o quattro, non a stormo, in volo, silenziosi e malintenzionati, si dirigono verso il grano puntando al filo spinato del pascolo oltre il quale un cavallo annusa il sedere a un altro, che si premura di alzare la coda. La marca delle tue scarpe impressa sulla rugiada. Un refolo di erba medica. Le lappole sui calzettoni. Secca frizione di un canale sotterraneo. Filo spinato rugginoso e pali sghembi, più simbolo di reclusione che recinto vero e proprio. “Divieto di caccia”. Il fruscio dell’interstatale di là dal frangivento. Le mucche sparse al pascolo rivoltano tortini di terriccio per raggiungere i vermi, le sagome dei vermi impresse nel letame capovolto che induriscono cuocendo tutto il giorno al sole e non vanno più via, minuti solchi evacuati a schiera e spire inserte che non si richiudono perché la testa non tocca mai la coda. Leggete questo.

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Di incipit e bisarche

Quando inizi da dove inizi? sembra una battuta riuscita male, e lo è, ma sarà utile per farti capire quanto sia difficile (almeno, parlo per me) scrivere un incipit. E sì, ho difficoltà anche a scrivere i titoli, considerando la grande fantasia che ho impiegato per scegliere questo. Dicevo, gli incipit. Quando ho lasciato da leggere una cosa a un’amica, sono stata spronata a dare maggiore attenzione all’attacco.

“Massì, è una bambina, si prepara a uscire per andare incontro al fratello e…”

“No, è cervellotico.”

“Ma…”

“No.”

E il resto è storia, sono andata a rileggermi gli appunti di Gamberetta e mi sono decisa a vedere cosa fanno gli altri, perché certo, ti dicono tutti che è l’incipit a contare, che è quello che ti fa andare avanti nella lettura, ma alla fine, di incipit me ne ricordo giusto un paio. Scendo quindi nella biblioteca della signora B. e cerco un romanzo. La signora B. ne ha a centinaia, dalla Allende alla bieca letteratura commerciale, sparsi in metri e metri di librerie: la torre del monastero de “Il nome della rosa”, ma in una casa quasi normale. Non so come sia possibile, ma ho sempre sospettato che sia di ascendenza elfica, quindi ci sta che abbia accesso a misteriose tecnologie o arti magiche, e io che ne so. Insomma, prendo questo libro, “Il giardino delle pesche e delle rose” di Joanne Harris, che la copertina mi suggerisce essere autrice di “Chocolat”. E sticavoli. Apro, pensando che sarà una ciofega:

Una volta qualcuno mi ha detto che, solo in Francia, ogni anno duecentocinquantamila lettere vengono recapitate a persone morte.

Quello che non mi ha detto è che, a volte, i morti rispondono.

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Dell’usare gli evidenziatori sui libri

Mi piacciono i negozi di roba usata. Tutte quelle tazzine, bicchieri, coppe gelato, caffettiere, teiere, fatine con le ali che si illuminano al buio, pupazzoni inquietanti e costumi da cinghiale. Che rimpianto, il costume da cinghiale. E poi i mobili disposti in file, alti quanto te, così dopo qualche metro non hai la minima idea di dove ti trovi. Dopo giorni di frequentazione, scopro che superati gli armadi e i mobili da bagno c’è un pertugio che si apre su una piccola stanza.

Qualche volta si rischia di cadere dal famigerato scalino invisibile, ma poi lo freghi e, felicemente, prenderai una craniata dritta contro lo stipite della porta. C’è sempre un prezzo di sangue da pagare per entrare nel caveau con i libri e i dischi. Qui Nino d’Angelo convive con Ian Paige e Jon Lord, mentre l’opera omnia di Mario “o’ zappatore” Merola giace da tempo immemore sopra uno scaffale. Hai ugualmente speranza di trovare qualcosa di interessante, è solo per questo che sfidi la paura del soffocamento da polvere.

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GdK 9: di sfoghi, attese e spam

Ti capita mai di lasciare un commento in un blog? Succede, persino a me, magari proprio nel tuo, di blog. E allora? Il problema è che non lo verrai mai a sapere, perché pare che i miei commenti finiscano regolarmente nello spam. Il mio amore per WordPress è tutt’altro che ricambiato e ci mancherebbe altro, l’amore mica si impone. Dopo mesi di questa manfrina, come accade in molti rapporti logori, l’entusiasmo ha lasciato spazio a una malcelata insofferenza. I motivi dell’allontanamento, comunque, sono altri. Il fatto è che le singole difficoltà, messe tutte insieme, mi stanno facendo mettere l’animo in pace. Hai fatto ore di fila a uno sportello e non hai risolto niente, a parte ottenere la soddisfazione di dover compilare l’ennesimo modulo. Non sai nemmeno se sei sulla strada giusta, perché tre persone ti hanno dato tre versioni diverse e nessuna sembrava particolarmente convinta. L’anima te la metti in pace per forza, soprattutto perché quello che prima era soprattutto un piacere sta diventando un tantino frustrante.

Sarà una fase? Probabilmente, certo. Passerà, di sicuro quando sarò uscita dalle grinfie della burocrazia starò meglio. Intanto, negli ultimi giorni, mi capita di sentire questa intervista alla televisione. Uno scrittore non fa in tempo a riconoscere l’importanza di ascoltare i giovani sui temi di tecnologia e innovazioni, che la conduttrice gli rivolge la classica domanda di rito:

“Quale futuro per questa generazione?”

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II. Villa Petri

Un bel giorno la signora Planck pensò di prendere una tazza di tè. Lasciò che il gatto entrasse in casa, scese le scale e si avviò verso il parco.

Oltre l’arco di pietra, il parco di villa Petri si apriva su un lungo viale bordato d’alberi che andava dritto verso un’altra uscita nella cinta muraria, sempre ad arco e segnata da due vasi con alberi di clementine. Tutto intorno, si trovava il giardino all’italiana di questa villa del Seicento, un tempo adibita a casino di caccia, quindi lasciata più o meno all’incuria in una lunga sequela di vicende piuttosto noiose. Dopo un lungo di silenzio dalla morte dell’ultimo proprietario nel 1947, qualcuno decise di schiodare le assi che chiudevano l’ingresso settentrionale ed entrare nella tenuta. Fino a quel giorno, erano pochi a ricordarsi cosa ci fosse in quelle mura. Fantasmi? Bovini che sputavano fuoco? Strano a dirsi, ma l’intruso non scoprì niente di tutto questo, solo una villa color ruggine nascosta da massicci cedri del Libano, un giardino invaso dalla gramigna e una piccola dependance vicino all’ingresso. Col passare delle settimane, le assi non vennero ripristinate, anzi, si ritenne tacitamente opportuno lasciare che la villa venisse per così dire adottata dalla collettività, o meglio, da chi si era appena rammentato della sua esistenza. Nessuno si oppose e la vita continuò esattamente come prima, con la sola differenza che il giardino tornò a essere curato, che la villa venne messa in sicurezza e che la dependance venne trasformata in un chioschetto che offriva tè, caffè e dolci fatti in casa. Nuovamente frequentata, villa Petri diventò qualcosa di simile a una biblioteca, innestandosi silenziosamente nella quotidianità della zona.

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GdK 8: La banalità di Max Planck

Un bel giorno una bambina decise di scrivere qualcosa; poteva avere sui sette anni, non di più. Contenta del risultato, portò tutta trionfante il foglietto a una certa persona. “Banale“, ecco la risposta. Non “brutto“, non “scritto male“, non “sei sulla strada giusta, ma prova ancora“. “Banale“, solo quello.

Trattandosi di una bambina, è ragionevole pensare che quanto avesse scritto, un po’ banale lo fosse. Mettendomi nelle sue scarpette numero 35, però, penso anche che mettere insieme quelle due frasi per lei avesse significato uno sforzo concreto. Magari, per un istante era stata orgogliosa di quello che aveva scritto, ma la realtà era più complessa; quello che per lei era una conquista, per l’altra persona era meno di niente. Basta cambiare prospettiva per capire quanto sia ambiguo il concetto di banalità, in particolare per come viene comunemente usato.

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