Hotaru no haka una tomba per le lucciole (11)

Re-post: Una tomba per le lucciole (1988), parte 1

Hotaru no haka una tomba per le lucciole (17)Nel 1988 lo Studio Ghibli fa uscire Il mio vicino Totoro (tit. or. Tonari no Totoro, di Miyazaki Hayao) e Una tomba per le lucciole (tit. or. Hotaru no haka, di Takahata Isao). Proiettati per la prima volta il 16 aprile, gli spettatori possono vederli entrambi in una sola volta, pagando un unico biglietto. Un’occasione, insomma, o una iattura; dipende tutto dai punti di vista. Chiunque abbia una vaga idea di cosa stiamo parlando, non avrà difficoltà a immaginare la reazione del pubblico. Non deve essere stato semplice passare da una deliziosa favola sull’infanzia e sul vivere in armonia con la natura a qualcosa di psicologicamente devastante. La realtà luminosa di Mei, Satsuki e Totoro cozza tremendamente con la storia di Setsuko e Seita, due orfani di guerra ritratti in uno dei film che più di ogni altro può far amare e al contempo detestare il genere umano.

[il testo che segue è il risultato di una revisione totale di quanto già scritto in precedenza riguardo Una tomba per le lucciole. La lettura del racconto di Nosaka Akiyuki, da cui il film è stato tratto, ha reso necessario un certo approfondimento. L’approfondimento di cui sopra, invece, ha reso necessaria una divisione in due parti; la prima avrà carattere introduttivo, la seconda sarà un po’ più approfondita]

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Le ricette della signora Toku (2015)

Le ricette della signora Toku (7)Che ci vuole a cucinare dei dorayaki? Insomma, non dovrebbe essere così difficile. Magari dovrai fidarti di una ricetta che non hai mai provato, senza sapere che sapore abbia un dorayaki. E questo è niente, se poi tu stesso crei problemi. Come? Dimenticandosi gli ingredienti, per esempio. Dunque, servono un paio di uova, mezz’etto di zucchero, un etto di farina, un cucchiaino di miele e uno di lievito per dolci da sciogliersi in poca acqua. La pastella che otterrai verrà versata in piccole porzioni su una piastra ben calda (ma va bene anche una padella antiaderente); quando sulla superficie si formano delle bollicine, è il momento di girare quella specie di frittella per cuocere anche l’altro lato. Bastano pochi secondi ed è pronto. Se avete fatto dei pankakes, la logica di fondo è quella, solo che non vengono impilati ma accoppiati e farciti a vostro piacimento. C’è chi consiglia la crema di nocciole e chi la Nutella; personalmente una crema bianca di nocciole e sto seriamente pensando al dulce de leche. Esperimenti a parte, la ricetta originale del 1914 prevede l’uso della marmellata di fagioli azuki, meglio nota come anko (o semplicemente an, che è anche il titolo originale del film).

E poi succede che ti dimentichi il miele, o che hai scaldato poco la padella.

Locandina le ricette della signora TokuSuccede, soprattutto se sei distratto, se pensi al fatto che non ricordi dove hai messo il lievito (sarebbe troppo comodo prepararsi gli ingredienti prima) o se rifletti sul tipo di cucchiaio con cui verserai la pastella sulla padella. Insomma, il miele nell’impasto non ce lo metti e continui senza farci caso, scoprendo che quando metti a cuocere la prima frittella, il suo dorso è tutt’altro che bruno. Giallo, quasi biancastro. Lo assaggi malvolentieri ed è piuttosto insipido. Non è la stessa cosa. E se non fosse il miele? puoi sempre pensare che magari hai fame adesso e non vuoi far riposare la pastella almeno mezz’ora nel frigorifero. Puoi lavorare poco l’impasto con le fruste e lasciare qualche grumo. Allora, forse, cucinare bene un dorayaki potrebbe non essere così semplice.

Le ricette della signora Toku (1)

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Il magico potere del riordino Marie Kondo (8)

Marie Kondo / Il magico potere del riordino

Il magico potere del riordino Marie Kondo (8)

Il magico potere del riordino è un libro piuttosto breve: 244 pagine leggibili (e senza nemmeno tanta fretta) nell’arco di un paio di giorni. Scritto da Marie Kondo, promette di trasformare “i vostri spazi e la vostra vita”. Nientemeno. Insomma, dove sta la fregatura? Per quanto mi riguarda, questo libretto ben presentato non mi è sembrato una mera operazione di marketing.  Ora, senz’altro qualcuno sarà rimasto deluso, magari aspettandosi un testo infallibile e rassicurante, la pietra filosofale in fatto di economia domestica. Se non siete presenti e disposti a mettervi in gioco, la magia non funziona. Non è quello che si potrebbe definire un “manuale canonico” di gestione domestica. Chi spera poi in chissà quali rivelazioni può tranquillamente passare oltre, perché l’autrice – forse – non farà che ribadire qualcosa che già sapete e che non avete voluto/potuto mettere in pratica.

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Albero Mondrian

T. Bernhard, Correzione (1975)

Correzione copertina einaudiLeggere questo libro è stata una tortura, ma è anche per questo che potrei consigliarne la lettura.

Non conoscevo Thomas Bernhard prima di leggere Correzione, né so se leggerò altre sue opere, ma se mai lo farò, prima vorrei tornare a questo libro. Non è testo da una sola lettura e se solo potessi lo riprenderei a breve, ma sento di dover lasciar sedimentare le mie impressioni. Correzione ha significato per me il mettere alla berlina, in tutta la sua nefandezza, il massimo possibile della vuota idealizzazione che si fa ossessione, la rinuncia alla vita per inseguire un’idea che pervade fino ad accecare, rompendo tutti i legami e facendo dimenticare sé stessi in nome di uno spettro.

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Marguerite (4)

Marguerite (2015)

Marguerite (4)La baronessa Marguerite Dumont (Catherine Frot) è a tal punto fiera della propria voce da invitare nella sua villa una ristretta selezione di estimatori. Ognuno di essi, dal marito Georges (André Marcon) al maggiordomo Madelbos (Denis Mpunga), la applaudono entusiasti, ben coscienti che Marguerite abbia una voce massacrante, stonata ai limiti del verosimile. Tutti sembrano rendersene conto, tranne lei; qualcuno si chiede come faccia a non capirlo.

Marguerite di Xavier Giannoli è liberamente tratto dalla storia della vita di una soprano (?!) americana, Florence Foster Jenkins. Liberamente. Non è un film biografico, a questo ci penserà Stephen Frears con un’omonima pellicola, in cui Florence sarà impersonata da Meryl Streep. Questa non è nemmeno la storia di una donna messa alla berlina; Marguerite ci scherza su per un attimo, ma superato il riso iniziale, passa a descrivere la rete fittissima di sguardi fra chi applaude, sulle intenzioni nascoste e rivelate, lasciando che la vocazione da diva della donna resti in secondo piano.

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David Foster Wallace

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi / Diego e Frida

Diego e FridaIl fatto è questo, mi è capitato di leggere due biografie a distanza di un anno l’una dall’altra: Diego e Frida di Jean-Marie G. Le Clézio e Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi di D. T. Max. Tendo ad accostarle perché la seconda è stata in grado di dare una dimensione alla delusione indefinita subentrata alla lettura della prima. Diego e Frida è stata sì una delusione, ma non mi sento di sconsigliarne la lettura. Dipende sempre da quello che volete da una storia, ma in questo caso soprattutto da come volete che vi sia raccontata.

Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi copertinaScrivere una biografia non è mai semplice e scriverla su due personaggi come Frida Kahlo e David Foster Wallace rischia di essere un’impresa più o meno disperata, perché in quanto icone non si tratta solo di una vita da scandagliare, ma di presentare qualcosa che rischia di deludere le aspettative del lettore. La Kahlo e Wallace non lasciano indifferenti, sono il classico esempio di ciò che si ama o si odia, sottovaluta o sopravvaluta. A entrambi viene tributato una sorta di culto laico. Un biografo non può non tenere conto di tutto questo e sia Max che Le Clézio devono averlo fatto, arrivando a conclusioni pressoché opposte.

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Room (2015)

Room film (7)Jack (Jacob Tremblay) vive con la madre Joy (Brie Larson) in una stanza da cui non è mai uscito. Ha appena compiuto cinque anni e Joy è tutto per lui: descrive la sua realtà, è l’unico tramite con l’uomo che porta loro i rifornimenti, è il passato e il presente, protezione e felicità. Jack può guardare di tanto in tanto la televisione, ma sa che quelle immagini sono pura fantasia, men che mai il riflesso di una realtà lontana. Jack sa che l’unica realtà è quella che può toccare con le proprie mani. La realtà è solo la stanza.

Non mi sento di andare oltre e se avete ancora visto Room (2015), vi sconsiglio di cliccare su “continua a leggere”. Non che sia granché contraria agli spoiler, anzi, conoscere una trama mi aiuta ad apprezzare meglio il percorso di un film come di un libro, senza l’ansia di sapere “come va a finire”. Ognuno ha le sue fissazioni, abbiate pazienza. A ogni modo, questo video (Fenomenologia dello spoiler) descrive la questione molto meglio di quanto non lo stia facendo io. Tornando a noi, credo profondamente che un film come questo sia maggiormente apprezzabile da uno spettatore privo di qualsiasi riferimento alla storia di fondo. Sapere “troppo” significa perdere la possibilità di un’identificazione profonda nel personaggio di Jack, adattandoci come lui alla realtà della stanza, dapprima ovattata, quindi sempre più corrosa da dubbi prima accennati, quindi sempre più pressanti.

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The gift (2015)

The gift (4)Simon (Jason Bateman) si è appena trasferito con la moglie Robyn (Rebecca Hall) a Los Angeles, dove incontra casualmente un ex compagno di scuola, Gordon “Gordo” Mosley (Joel Edgerton). Il giorno seguente, la coppia troverà sulla soglia di casa una bottiglia di vino accompagnata da un biglietto. Sarà il primo di una lunga serie di regali e non ci vorrà molto perché Gordo diventi una presenza assidua, ma intanto in Simon emerge diffidenza e un sottile disprezzo.

The gift (1)

The gift non è un remake e non ha nulla a che fare con l’omonimo film di Sam Raimi. Originariamente, non doveva chiamarsi così: Joel Edgerton, che firma sceneggiatura e regia, voleva chiamarlo Weirdo. Sarà il produttore Jason Blum (della famigerata Blumhouse) a valutare il cambiamento del titolo. Noi faremo ancora meglio, perché lo distribuiremo (uscita l’11 febbraio 2016) come Regali da uno sconosciuto, una cosa che non è in grado di ambire nemmeno alla bruttezza.

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Black Mass (2015)

Black Mass film posterHo visto Black Mass per pura curiosità. Non avevo idea di chi fosse James “Whitey” Bulger e a dirla tutta mi sfuggiva anche l’identità della figura che dominava la locandina. Come avrebbe recitato Johnny Depp in quelle condizioni, letteralmente sfigurato dal trucco? È stata fatta parecchia ironia sull’argomento (per non parlare della forma smagliante sfoggiata a Venezia), per cui una volta seduta in sala non ho potuto fare a meno di pensare che sì, probabilmente sarebbe stata una delusione. Tutto quell’interminabile ciarlare su ogni singolo aspetto di Black Mass tranne che del film, poteva essere la classica (utile) pubblicità negativa montata ad arte per stimolare la curiosità dello spettatore indeciso.

È stata una delusione? Non direi.

Johnny depp whitey bulger

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Carpa stampa giapponese

Big Fish / Wallace Burton

Big fish Saggiatore Daniel WallaceBig Fish (2003) è una di quelle cose su cui sono stata felicissima di aver cambiato idea. Vedere il film non mi attirava, benché lo consigliassero vivamente. All’ennesimo “Big Fish… devi vederlo” ho preferito arrendermi, ma all’inizio non capii il motivo di tutto quell’entusiasmo. Detestavo Edward Bloom. Lo detestavo al punto da trovarmi perfettamente d’accordo con suo figlio Will. Un padre racconta le stesse storie da una vita, ma se da bambino tutto ciò può avere un senso, perché nascondersi a oltranza dietro a storie fantastiche? Quest’uomo è amato da tutti e in grado di incantare chiunque, tuttavia è apparentemente incapace di empatia nei confronti del figlio, che desidera solo conoscerlo per quello che è ed è stato. Big Fish di Burton ha il grande merito di essere pieno di soluzioni immaginifiche, effettivamente grandioso a vedersi, ma non riuscivo ad apprezzarlo: ogni volta che quell’uomo iniziava a raccontare una delle sue storie sentivo solo frustrazione. Non durò per molto, perché la vicenda doveva solo svilupparsi, lasciando che si intuisse il motivo che spingeva quell’uomo a raccontare tutte quelle storie. Col finale è impossibile non piangere, così come è impossibile non riconciliarsi con Edward Bloom. Insomma, mi sono dovuta ricredere, a maggior ragione dopo aver letto il Big Fish di Daniel Wallace.

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