John Wick 2

Attacco al potere 2Tempo addietro, decisi di andare al cinema espressamente per Attacco al potere 2 – London has fallen (2016). Gran film.

In coda per fare il biglietto, passavo in rassegna quello che pensavo di aspettarmi, fra bourbon, scelte sbagliate, idiozia e Gerald Butler. Sapevo già come sarebbe andata a finire; Mike Banning avrebbe ancora salvato ancora una volta la principessa il presidente degli Stati Uniti, i suoi caricatori sarebbero stati ancora eterni e da solo avrebbe sterminato sui 200-300 tizi armati fino ai denti. Qualcosa di leggermente diverso da una dissertazione sulla balistica terminale, insomma.

Poi sento lei, una ragazza.

“Ah, ma tesò… vuoi vedere proprio Attacco al potere 2? No dai… non ho visto il primo, poi non capisco niente della trama

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“Biografia del figlio cambiato”, Pirandello secondo Camilleri (parte I)

Biografia del figlio cambiato“Può sembrare ridicolo, ma questo libro, cui ho pensato per tanto tempo, risale a una mia esperienza infantile. Io ero un ragazzino molto cattivo, un figlio unico vivace e viziato. A un certo punto i miei genitori decisero di mandarmi in collegio, ma prima, per tentare di farmi mettere la testa a posto, escogitarono una messinscena a scopo didattico e si sa che i siciliani sono un poco “tragediatori”. Così, una sera ero a letto e mi veniva la sonnolenza, stavo proprio per addormentarmi quando sento i miei che inscenano un dialogo: questo nostro figlio non è nostro figlio, forse è figlio di un barbiere o di un carrettiere… Rimasi sveglio tutta la notte pieno di angoscia per essere un figlio cambiato. Ecco, quando ho letto il racconto di Pirandello intitolato Il figlio cambiato ritrovai le stesse angosce che avevo provato dopo quel teatro correttivo che, per la verità, non servi a niente.” [Andrea Camilleri intervistato da Paolo di Stefano, 16 dicembre 2000. Fonte.]

Luigi Pirandello

Quando Pirandello e Camilleri si incontrarono [fonte]. “Perché non posso non dirmi pírandelliano? “, si chiede Camilleri. “Sono nato a Porto Empedocle, nei suoi stessi luoghi, le nostre famiglie si incrociavano, La giara si svolge al confine con le terre di mio nonno, l’aria che ha respirato lui è quella che ho respirato io, il venditore di cappelli del mio paese, Cirlinciò, è personaggio di una sua novella. Ho avuto anche un momento di rigetto per Pirandello, che risale alla mia infanzia: avevo dieci anni, era un pomeriggio di giugno, bussarono alla porta, andai ad aprire e mi vidi davanti una figura che mi sembrò altissima e imponente, con un pizzetto, una specie di ammiraglio con feluca, spadino, alamari e mantellina tutta ori. Domandò: “Tu cu sì?” Dissi il mio nome. “Tua nonna è Carolina?” [Pirandello era cugino della nonna di Camilleri] “Sì”. “Chiamala e digli che c’è Luigino Pirandello che la vuole vedere”. Era un uomo scantusu, spaventoso. Mia nonna dormiva, quando sentì il suo nome cominciò a piangere per l’emozione, io scappai per lo spavento. Forse per questo come regista cominciai a frequentarlo tardi, oltre i quarant’anni”

La prospettiva d’essere un figlio cambiato, per Camilleri segnò un’esperienza angosciosa, ma per Luigi Pirandello fu una rivelazione, il sollievo di chi comprende la possibile causa di quel sentirsi fuori posto. Non era un dubbio, ma una conferma: Luigi Pirandello poteva essere un figlio cambiato. Lui che era così distante dal padre per carattere e inclinazione, aveva trovato nei racconti della cameriera Maria Stella tutte le spiegazioni di cui aveva bisogno, racchiuse in una colorita serie di miti che avanti negli anni sarebbero diventate parte dell’amalgama fondante delle sue opere, “storie popolari, come quella della casa dei Granella abitata da spiriti dispettosi o come quella del corvo di Mìzzaro anch’essa con gli spiriti a protagonisti o come quella dell’Angelo Centuno che va di notte alla testa di una schiera di angeli“. [Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato. Rizzoli, 2000. Pp. 42-3]

A raccontarle tutte, si rischia di iniziare per non finire più, fra devozione agli spiriti (decollati e non), religiosità innervata di superstizione, sirene e diavoli, magàre e Donne di fuora. Restringendo il campo, vale la pena soffermarsi proprio su queste, prima di tornare a Pirandello e alla storia del figlio cambiato.

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Gazzettino del Kalashnikov #0

Hai presente il Bullet Journal? Trattasi di un sistema creato per organizzare appunti e impegni, pensieri e citazioni, potenzialmente un incrocio fra la Cappella Sistina, un’agenda e un diario. Esiste in una quantità pressoché illimitata di varianti, come si può intuire dalla sterminata, terrificante varietà di blog che se ne occupano (Boho Berry Tiny ray of sunshine per dirne un paio), senza contare Pinterest o Instagram. Ne tengo uno anch’io e lo compilo quotidianamente, ma non sono (ancora) arrivata a livelli preoccupanti, sebbene l’avere qualcosa come una trentina di diversi washi tape mi stia dando da pensare.

Insomma, fatto sta che un bel giorno mi trovai a discutere nei commenti con il divino Zeus, prima su Marie Kondo, quindi su altri sistemi di riordino ben più punitivi. Roba che se sgarri vengono a cercarti, ti mandano email ogni giorno, non so se riuscirei a fare una cosa del genere… Tornando a noi, a un certo punto viene fuori il Bullet Journal e la possibilità di fare qualcosa del genere, su misura per un blog.

“Mi fido sulla parola sul Bullet Journal, anche se suona come Gazzettino del Kalashnikov“.

Era deciso, avevo anche il nome.

Sarà più o meno la stessa cosa: elenchi puntati per uno spazio personale e comodo, un contenitore per qualsiasi cosa mi/ti possa venire in mente, impressioni, spunti da espandere o proposte per nuovi temi da affrontare. Possono partecipare tutti, nessuno escluso, con indicazioni per letture, film, musica… quello che ti pare. A dispetto del titolo vagamente minaccioso, le vaccate potranno pascolare felici accanto alle cose serie, senza che nessuno le disturbi. A seguire, digressioni totalmente inutili su Carl Jung, l’arte dello sputo in Clint Eastwood, film danesi, anime, disistima gratuita nei confronti di Ben Kingsley e varie altre amenità.

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Hotaru no haka una tomba per le lucciole

Una tomba per le lucciole (1988), parte II

Hotaru no haka una tomba per le lucciole (17)Dove ero rimasta? Mi ero concentrata su due film dello Studio Ghibli: Tonari no Totoro e Hotaru no Haka – che per chi come me ha un’infima conoscenza del giapponese chiameremo Una tomba per le lucciole. Certo, non potrebbero esistere due film più diversi, eppure sono stati proiettati per la prima volta al pubblico la stessa sera. La cosa, al tempo, destò un certo scalpore. Motivato? ho sempre pensato che lo fosse, almeno fino a ora. Dopo aver letto il racconto da cui il film di Takahata è stato tratto, Una tomba per le lucciole (1967) di Nosaka Akiyuki, mi sono resa conto che no, le differenze non sono così abissali. Tonari no Totoro e Una tomba per le lucciole, pur con tinte e modalità differenti, rappresentano nel loro personalissimo modo storie di sofferenza e speranza, fatte di legami profondi e di scoperta del mondo. Esiste un solco in cui entrambi possono innestarsi. Quello che è veramente differente è proprio il racconto di Nosaka, oscuro e disperato. Se hai trovato disperante Una tomba per le lucciole, prova solo a leggere il racconto. Il mio vicino Totoro e Una tomba per le lucciole “animato” hanno un fondo di speranza, entrambi, che in Una tomba per le lucciole “scritto” non esiste. Davvero, è come guardare dritto in un buco nero.

Ora però vorrei mettere da parte Tonari no Totoro, dato che ne ho abbondantemente scritto nella prima parte. Prendiamo in considerazione i due Una tomba per le lucciole.

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Tyrannosaur

tyrannosaur-3“Ok, non voglio spoilerarti niente… nelle prime scene un cane viene ammazzato a pedate. Sarà una sofferenza, ma questo non deve fermarti, Tyrannosaur è un gran film. E poi, il tizio che ammazza il cane è una delle poche figure positive. Lo so, non è molto incoraggiante, soprattutto se uno prova a immaginare le altre…”

D. aveva perfettamente ragione e non servirebbe scrivere molto altro. Tu sapresti lo stretto necessario, cioè che questo film merita di essere visto, ma soprattutto ti risparmieresti drammatiche lungaggini su “anime tormentate in cerca di redenzione” o sul cinema inglese, così attento alla tematica sociale. Eviteresti l’ennesimo pezzo con termini jolly del calibro di espiazione, capro espiatorio, male malefico o assonanza. Mi basterebbe scrivere che sì, Tyrannosaur (2011) può suscitare una certa repulsione, anche in scene apparentemente inoffensive. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta “…ma l’ha fatto veramente?” e di tornare indietro di qualche fotogramma, solo per rendermi conto che sì, l’ha fatto veramente. Ora potresti non capire, ma ti basterà guardare il film o continuare a leggere per renderti conto di quello cui mi sto riferendo. Quando il film finisce, che ti piaccia o no come decida di andare a finire, ti lascia più di una domanda cui vorresti poter dare una risposta. Dopo tanto silenzio, questo film mi ha fatto venire voglia di scriver(n)e.

Mettiamola così, ormai io ci provo a buttare giù due righe (e già lo sai che saranno molte di più) e ti prometto che eviterò accuratamente i suddetti termini/temi jolly e le lungaggini. Vedi tu se leggere, in tal caso sarò felice di farti compagnia per qualche minuto.

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Hotaru no haka una tomba per le lucciole (11)

Una tomba per le lucciole (1988), parte I

Hotaru no haka una tomba per le lucciole (17)Nel 1988 lo Studio Ghibli fa uscire Il mio vicino Totoro (tit. or. Tonari no Totoro, di Miyazaki Hayao) e Una tomba per le lucciole (tit. or. Hotaru no haka, di Takahata Isao). Proiettati per la prima volta il 16 aprile, gli spettatori possono vederli entrambi uno dopo l’altro e con un unico biglietto. Un’occasione o una potenziale iattura; dipende tutto dai punti di vista. Chiunque abbia una vaga idea di cosa stia parlando, non avrà difficoltà a immaginare la reazione del pubblico. Immaginate solo di passare senza soluzione di continuità da una deliziosa favola sull’infanzia a una storia psicologicamente devastante. La realtà luminosa di Mei, Satsuki e Totoro cozza tremendamente con quella di Setsuko e Seita, due orfani di guerra ritratti in uno degli anime che più di ogni altro è in grado di far amare e insieme detestare il genere umano.

tonari-no-totoro-2[Nota. Il testo che segue è il risultato di una revisione totale di quanto già scritto in precedenza su Una tomba per le lucciole. La lettura di Hotaru no haka di Nosaka Akiyuki ha reso necessario un certo approfondimento, la cui complessiva ingestibilità ha portato alla divisione in due parti, una introduttiva e una che scende maggiormente nel dettaglio. Una cosa è certa, dopo aver letto il testo di Nosaka, non sono più tanto certa che il film di Takahata racconti la storia più straziante. A voi l’ultima parola in merito.]

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Le ricette della signora Toku (2015)

Le ricette della signora Toku (7)Che ci vuole a cucinare dei dorayaki? Insomma, non dovrebbe essere così difficile. Magari dovrai fidarti di una ricetta che non hai mai provato, senza sapere che sapore abbia un dorayaki. E questo è niente, se poi tu stesso crei problemi. Come? Dimenticandosi gli ingredienti, per esempio. Dunque, servono un paio di uova, mezz’etto di zucchero, un etto di farina, un cucchiaino di miele e uno di lievito per dolci da sciogliersi in poca acqua. La pastella che otterrai verrà versata in piccole porzioni su una piastra ben calda (ma va bene anche una padella antiaderente); quando sulla superficie si formano delle bollicine, è il momento di girare quella specie di frittella per cuocere anche l’altro lato. Bastano pochi secondi ed è pronto. Se avete fatto dei pankakes, la logica di fondo è quella, solo che non vengono impilati ma accoppiati e farciti a vostro piacimento. C’è chi consiglia la crema di nocciole e chi la Nutella; personalmente una crema bianca di nocciole e sto seriamente pensando al dulce de leche. Esperimenti a parte, la ricetta originale del 1914 prevede l’uso della marmellata di fagioli azuki, meglio nota come anko (o semplicemente an, che è anche il titolo originale del film).

E poi succede che ti dimentichi il miele, o che hai scaldato poco la padella.

Locandina le ricette della signora TokuSuccede, soprattutto se sei distratto, se pensi al fatto che non ricordi dove hai messo il lievito (sarebbe troppo comodo prepararsi gli ingredienti prima) o se rifletti sul tipo di cucchiaio con cui verserai la pastella sulla padella. Insomma, il miele nell’impasto non ce lo metti e continui senza farci caso, scoprendo che quando metti a cuocere la prima frittella, il suo dorso è tutt’altro che bruno. Giallo, quasi biancastro. Lo assaggi malvolentieri ed è piuttosto insipido. Non è la stessa cosa. E se non fosse il miele? puoi sempre pensare che magari hai fame adesso e non vuoi far riposare la pastella almeno mezz’ora nel frigorifero. Puoi lavorare poco l’impasto con le fruste e lasciare qualche grumo. Allora, forse, cucinare bene un dorayaki potrebbe non essere così semplice.

Le ricette della signora Toku (1)

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Marie Kondo / Il magico potere del riordino

Il magico potere del riordino Marie Kondo (8)

Il magico potere del riordino è un libro piuttosto breve: 244 pagine leggibili (e senza nemmeno tanta fretta) nell’arco di un paio di giorni. Scritto da Marie Kondo, promette di trasformare “i vostri spazi e la vostra vita”. Nientemeno. Insomma, dove sta la fregatura? Per quanto mi riguarda, questo libretto ben presentato non mi è sembrato una mera operazione di marketing. Ora, senz’altro qualcuno sarà rimasto deluso, magari aspettandosi un testo infallibile e rassicurante, la pietra filosofale in fatto di economia domestica. Se non siete presenti e disposti a mettervi in gioco, la magia non funziona. Non è quello che si potrebbe definire un “manuale canonico” di gestione domestica. Chi spera poi in chissà quali rivelazioni può tranquillamente passare oltre, perché l’autrice – forse – non farà che ribadire qualcosa che già sapete e che non avete voluto/potuto mettere in pratica.

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