Un dito nel ventilatore

Julio Cortazar è stato prodigo di suggerimenti circa la natura della poesia. Non me ne vogliano amici poeti che abbiano provato in passato a spiegarmi le stesse cose. Colpa mia, perché non ho saputo ascoltare.

Cortazar, risposta breve: “Boh.”

Cortazar, risposta meno breve: “Aristotele ci ha scritto sopra niente meno che un’intera Poetica, però non esiste una definizione di poesia che mi convinca, e soprattutto che convinca un poeta. L’unico che in fondo ha ragione è quell’umorista – credo spagnolo – che ha detto che la poesia è quella cosa che resta fuori quando abbiamo finito di definire la poesia: scappa, non resta dentro la definizione.”

Ma se proprio lo trovi in vena di scherzare, arriva la terza risposta:

metti un dito nel ventilatore.”

Su questo, però, torneremo più avanti.

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Chutzpah

Ogni giorno alzarsi alla stessa ora e sedersi al tavolo con due tazze di latte. Fuori, l’alba. Bere il primo caffè. Aspettare un bacio.

Un altro giorno, ci svegliamo col mal di testa, mi guardi e capisci. «Anche tu?», fai. Passerà. Ci sediamo, prendi il latte, ma un capogiro te lo fa versare a terra. Piccole onde si sviluppano nella pozza bianca. «Pulirò, che vuoi che sia.». Niente caffè, dannato mal di testa. Mi avvicino al tuo viso e mi fermi: «Il sole è alto, siamo in ritardo?».

Altro giorno. Ci dovremmo alzare, ma siamo stanchi: ancora il mal di testa. Ho un nodo allo stomaco. Ci alziamo di malavoglia. L’avresti detto? Mi sento leggero. Ti vedo prendere i biscotti dal mobile, ti giri per posarli sul tavolo. La tua gonna fa un’ampia ruota. Giri sui piedi nudi come su uno spessore d’aria. Quasi ti piace. Che tentazione abbracciarti, farti roteare solo per vedere i tuoi capelli avvolgersi alle tempie e il vestito muoversi sui tuoi fianchi. Fuori c’è un sole che pare mezzogiorno e noi balliamo. Mi guardi: «Che c’è?». Niente, cosa vuoi che siano le nuvole che si stracciano lungo il cielo, tu che fatichi a tener ferma la tazza e non riesci a stare in piedi, il latte che trema. Hai paura. Ti si spezza la voce mentre vedi il tramonto: «Amore, che succede?».

Un ruggito sale dalle viscere del pianeta, la sua rotazione si conclude in un vortice di rocce, storia e carne, superato ormai il livello di sopportazione. Dissolta l’atmosfera, mi illudo che abbia ancora senso stringerti la mano.

*ora che è finito il Bisarca, posso pubblicarlo qui.

La sfiga di un incipit che funziona

Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e di là dal fiume tabacco sormontato da alberi piangenti e monetine di sole che filtrano sull’acqua alla foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano: sorgo, farinello, leersia, salsapariglia, cipero, stramonio, menta selvatica, soffione, setaria, uva moscardina, verza, verga aurea, edera terrestre, acero da fiore, solano, ambrosia, avena folle, veccia, gramigna, fagiolini spontanei invaginati, tutte teste che annuiscono dolcemente a una brezza mattutina che è la morbida mano di una madre sulla guancia. Uno strale di storni stoccato dalle stoppie del frangivento. Il lucore di rugiada che resta lì a svaporare tutto il giorno. Un girasole, altri quattro, uno chino, e lontani cavalli rigidi e immoti come giocattoli. Annuiscono tutti. Sole biondo birra, cielo pallido e volute di cirri così alte da non fare ombra. Insetti indefessamente indaffarati. Quarzo, selce, scisto e croste di condrite ferrosa nel granito. Terra antichissima. Guardatevi intorno. L’orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli.

Ma ecco i corvi solcare il cielo, tre o quattro, non a stormo, in volo, silenziosi e malintenzionati, si dirigono verso il grano puntando al filo spinato del pascolo oltre il quale un cavallo annusa il sedere a un altro, che si premura di alzare la coda. La marca delle tue scarpe impressa sulla rugiada. Un refolo di erba medica. Le lappole sui calzettoni. Secca frizione di un canale sotterraneo. Filo spinato rugginoso e pali sghembi, più simbolo di reclusione che recinto vero e proprio. “Divieto di caccia”. Il fruscio dell’interstatale di là dal frangivento. Le mucche sparse al pascolo rivoltano tortini di terriccio per raggiungere i vermi, le sagome dei vermi impresse nel letame capovolto che induriscono cuocendo tutto il giorno al sole e non vanno più via, minuti solchi evacuati a schiera e spire inserte che non si richiudono perché la testa non tocca mai la coda. Leggete questo.

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Di incipit e bisarche

Quando inizi da dove inizi? sembra una battuta riuscita male, e lo è, ma sarà utile per farti capire quanto sia difficile (almeno, parlo per me) scrivere un incipit. E sì, ho difficoltà anche a scrivere i titoli, considerando la grande fantasia che ho impiegato per scegliere questo. Dicevo, gli incipit. Quando ho lasciato da leggere una cosa a un’amica, sono stata spronata a dare maggiore attenzione all’attacco.

“Massì, è una bambina, si prepara a uscire per andare incontro al fratello e…”

“No, è cervellotico.”

“Ma…”

“No.”

E il resto è storia, sono andata a rileggermi gli appunti di Gamberetta e mi sono decisa a vedere cosa fanno gli altri, perché certo, ti dicono tutti che è l’incipit a contare, che è quello che ti fa andare avanti nella lettura, ma alla fine, di incipit me ne ricordo giusto un paio. Scendo quindi nella biblioteca della signora B. e cerco un romanzo. La signora B. ne ha a centinaia, dalla Allende alla bieca letteratura commerciale, sparsi in metri e metri di librerie: la torre del monastero de “Il nome della rosa”, ma in una casa quasi normale. Non so come sia possibile, ma ho sempre sospettato che sia di ascendenza elfica, quindi ci sta che abbia accesso a misteriose tecnologie o arti magiche, e io che ne so. Insomma, prendo questo libro, “Il giardino delle pesche e delle rose” di Joanne Harris, che la copertina mi suggerisce essere autrice di “Chocolat”. E sticavoli. Apro, pensando che sarà una ciofega:

Una volta qualcuno mi ha detto che, solo in Francia, ogni anno duecentocinquantamila lettere vengono recapitate a persone morte.

Quello che non mi ha detto è che, a volte, i morti rispondono.

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A dragon’s tail: Louis Slotin n°5

Jornada del Muerto, il viaggio del morto. Quando si dice il caso. O il destino.

C’era una volta, che sia esistito o meno, un uomo di origini tedesche accusato di stregoneria, braccato da qualcuno che spinto da senso del dovere voleva purificarlo col fuoco. Comprensibilmente, l’accusato preferì cercarsi una guida Apache e addentrarsi nel deserto, peccato che la sua fine ingloriosa avrebbe dato il nome a quel brandello di terra, già al tempo una delle parti più tremende del Camino Real de Tierra Adentro, una strada coloniale. Sete, scarsità di foraggio, repentine esondazioni e frequenti incursioni Apache avevano fatto parecchie morti. Sarebbe bastato contare le lapidi più o meno di fortuna rimaste al lato della strada; per quelle che ci sono state una volta, ce ne sono ancora troppe.

Jornada del Muerto

Jornada del Muerto, luglio 1945. Si diceva, il destino. A Jornada del Muerto stavano per far detonare una bomba atomica: degno suggello per degno nome. La scocca del Gadget riposava sotto una tenda bianca ai piedi della torre metallica; gli esplosivi erano a posto, mancava solo una cosa. Il nucleo, ma di quello stavano ultimando l’assemblaggio. Un uomo nella tenda sollevò la cornetta di un telefono e aspettò pazientemente che all’altro capo rispondessero: “Siamo pronti, fate arrivare la spina“. Al George McDonald Ranch c’erano quasi, l’armiere capo stava giusto inserendo nel nucleo di plutonio un piccolo iniziatore di neutroni, poi lui e Phil Morrison sarebbero saliti nuovamente sulla Dodge Sedan per portare il tutto alla torre.

Si lasciarono dietro la scorta di auto e una gran nube di polvere. L’aria era fastidiosa, satura com’era dell’umidità lasciata dall’ultima pioggerellina. Il cielo intorno si faceva lentamente sempre più livido. Dicevano che il deserto fosse il luogo perfetto per faccende del genere: nessuna nave ti avrebbe puntato contro un cannone, eri abbastanza lontano da centri abitati e occhi indiscreti, ma soprattutto, diamine, lo sanno tutti che nei deserti non piove mai. Non è il facile colpo di scena da scrittore da due soldi: a Jornada del Muerto stava veramente per piovere. Slotin avrebbe giurato di aver sentito un tuono, ma a dirla tutto, erano giorni che il tempo era pessimo, fra grandinate e scrosci improvvisi. Nel frattempo, alla tenda soffiava un discreto vento e le sue delicate pareti di tanto in tanto si contorcevano, lasciando che entrassero refoli di sabbia e aria, il che non è il massimo quando decidi di maneggiare del plutonio.

Daghlian Slotin

Assicurarono il nucleo a una catena mediante un gancio e iniziarono a calarlo nella scocca, molto lentamente. La bomba se ne stava lì, sonnecchiando, mentre qualcosa si insinuava dentro di lei. E indovina? Il nucleo non passava. No, si bloccò dopo qualche palmo, non andava né su né giù. Il classico boccone che ti mozza il respiro, magari un secondo prima stavi ridendo e ora hai qualcosa che ti blocca la gola, sudi freddo e hai il torace rigido, talmente rigido che non riesci nemmeno a tossire. Era sempre stata una questione di distanze: fra i due emisferi al momento del montaggio, fra i due emisferi e l’iniziatore, quindi fra il nucleo e le pareti di esplosivo dentro il corpo della bomba. Fat Boy, Fat Man, The Gadget, aveva tanti nomi, ma la sensazione di terrore quella era, per tutti. Poteva succedere qualsiasi cosa. Il gruppo di fisici entrò in allarme, ognuno si guardava come per assicurarsi di stare ancora al mondo, cercando di carpire un segno, anche minimo sulle altre facce, che sì, qualcuno aveva già risolto il problema. Presto detto: il caldo aveva fatto espandere il nucleo creando delle interferenze con le altre componenti della bomba. Lì per lì, forse, Slotin pensò a cosa potesse accadere, immaginò di come non si sarebbe accorto di niente, sarebbe morto sul colpo e non avrebbe avuto nemmeno il tempo di porsi il problema, di come sarebbe morto o di quanto avrebbe sofferto. Stava lì a guardare la catena, a sentirla tintinnare, poi si affacciò sul foro d’entrata. Ci infilò una mano dentro.

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A dragon’s tail: Louis Slotin n°4

Una fortuna non dover fare quel viaggio da soli. La destinazione di Phil era a cinque ore di distanza e si sarebbe dovuto fermare ogni ora per controllare che il carico fosse a posto. Per quanto bello fosse il paesaggio, alla lunga poteva diventare molto monotono: miglia e miglia di deserto, pietre e piante che vivevano a stento. “Chissà che radici avranno”, pensò, ma tornò subito con la mente ai contenitori assicurati al sedile posteriore. Rallentò istintivamente. Non che cambiasse qualcosa, ma se tu conoscessi come lui la natura del carico, forse avresti avuto la stessa reazione. Anzi, a dirla tutta, su quella macchina sarebbe stato meglio non salire.

Moving the Plutonium Core - YouTubeLa strada curvò gentilmente; in lontananza si poteva già intuire la forma del tipico mulino a vento di un tipico ranch del New Mexico. La Dodge Sedan era quasi arrivata e i due a bordo ciò voleva dire un paio di cose: liberarsi di un peso e fare (forse) un bagno in uno di quei vasconi nei pressi del mulino. C’era poco da stare allegri, la giornata di lavoro era ancora lunga e l’ambito premio altro non era che una gran massa d’acqua dove era più facile lessarsi che rinfrescarsi. Eppure, sul finire della giornata, si buttavano lì dentro a decine, come se fosse il luogo più desiderabile sulla faccia della terra.

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A dragon’s tail: Louis Slotin n°3, intermezzo

Harry Daghlian
Harry Daghlian

Quando sentiva dei passi nel corridoio, cercava di fare attenzione a chi potesse essere; di tempo da perdere ne aveva in abbondanza e ogni distrazione era gradita. Di solito era semplicemente qualcuno di passaggio, ma quel giorno no, non sarebbe stato solo il dottore o un’infermiera per i prelievi del sangue. Quel giorno lo avrebbe visitato un amico e collega. Allora aspettava, ora felice ora nervoso, ma durò poco: la porta si aprì lentamente e un uomo si sedette a fianco del letto, ma diede da subito l’impressione che quella non fosse una visita di cortesia. “Harry, cosa è successo?”, gli chiese Louis…

No.

No cosa?

No, perché sapevo benissimo cosa gli era successo e non avevo alcun bisogno di rimarcare il concetto.

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A dragon’s tail: Louis Slotin, n°2

Trinitite Los Alamos
Trinitite (fonte: Los Alamos National Laboratory) Nel 1953 tutta la trinitite sul posto è stata rimossa.

La bomba atomica di Jornada del Muerto aveva lanciato in aria sabbia e tutto il resto, cuocendo qualsiasi cosa, fondendo tutto, all’istante. Ogni forma di vita era stata annientata, lasciando solo uno sterile cratere, lastricato da qualcosa di simile a del vetro verdarstro. Essendo qualcosa senza precedenti, decisero di chiamare quel materiale trinitite. Certo, luccicava ed era radioattivo, ma questo non impedì che qualcuno ci creasse dei gioielli. Chissà, forse qualcuno li ha persino indossati. Se c’è stato chi si è lavato la faccia col sapone a base di torio, perché stupirsi?

Jornada del Muerto è stata un successo, così come Nagasaki. La guerra era stata stroncata, e ora? La sola domanda possibile che molti si fecero fu: come si sarebbe comportato un ordigno di quel tipo contro una flotta? Presto fatto: decisero di radunare navi in disarmo o bottino di guerra, per creare una flotta di controllo per un esperimento su scala mastodontica. Un alto papavero si impuntò: doveva essere una roba realistica, quindi le navi andavano fornite di tutto il necessario: missili, bombe di profondità, munizioni, e poi c’era il combustibile, tonnellate di combustibile. E gli equipaggi? Calò il silenzio. Eh, ma qui si voleva veramente giocare a Dio. Qualche anima buona propose una soluzione che accontentò tutti: si potevano prendere pecore (previa tosatura) e capre, così da poter studiare gli effetti delle radiazioni su esseri viventi. Il morale era altissimo, sempre che tu non fossi una capra o una pecora. L’incontaminato atollo di Bikini sarebbe stato perfetto per l’operazione Crossroads: tre bombe del tipo Fat Man, nucleo di plutonio, a implosione, da far detonare sopra e sott’acqua

Sapone radiattivo.jpg
Del sanissimo sapone al torio. Esisteva una discreta serie di prodotti con aggiunta di metalli pesanti, creme per il viso, rossetti, dentifrici, cioccolata calda e filati per tessuti. E anche le fantastiche supposte “Vita Radium” (1930), il “trionfo della scienza del Radio“, per un forte incentivo alla mascolinità. Vabbè, chiamiamola mascolinità. “…e ricorda, il Radio assunto dal corpo rimane per mesi, proseguendo il suo effetto terapeutico. Difatti, gli effetti NON sono meramente temporanei. […] sono perfettamente innocue, il loro uso è sicuro per tutti. “. Consigliatissime, insomma.

Le bombe dovevano ancora essere messe a punto, ma a questo avrebbe pensato Louis Slotin, ormai armiere atomico di punta. Mentre entrava nel TA-18-1, i membri del suo staff (Schreiber e Perlman) stavano procedendo a marce forzate per ultimare i preparativi. Il morale dell’armiere, lo sappiamo già, non era particolarmente alto. Restava quieto, come al solito, ma anche costringendosi a ignorarlo, non poteva non sentire il fetore schifoso, il fastidio sempre più spiccato per la sua incapacità di sottrarsi a quella che ormai sentiva come un’imposizione. Los Alamos impestava l’aria, non solo per gli ammassi di rifiuti contaminati da radiazioni che andavano aumentando. Di tutto questo, lui si considerava almeno in parte responsabile. Probabilmente non se lo sarebbe mai perdonato, ma era troppo tardi per tornare indietro.

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A dragon’s tail: Louis Slotin, n°1

the gadget viene issato
The Gadget viene issato sulla torre a Jornada del Muerto

Donald se ne stava tranquillo a godersi l’aria fresca dopo una giornata d’arsura, con un libretto licenzioso da due soldi per le mani. Aveva tutte le ragioni per volersi distrarre: problemi sul lavoro, la minaccia di un temporale, ma soprattutto il fatto di stare seduto a un palmo da un ordigno nucleare. Rannicchiato contro il parapetto, le ginocchia al petto, di tanto in tanto si fermava a fissare quella cosa enorme. E dire che bastava allungare la mano per toccarla.

Donald Hornig, esperto di esplosivi e di circuiti d’innesco, era stato messo di guardia su un trespolo di tutto rispetto: una torre di trenta metri. Uno sguardo al libro, uno alle nuvole, e dalle nuvole per tornare al libro, sempre con la paura che piovesse o che un fulmine potesse friggere qualche circuito. Era la notte fra il 15 e il 16 luglio 1945. Il cielo si sarebbe aperto solo poco dopo le quattro del mattino. Fino a due settimane prima, in tutta la base di Los Alamos non c’era abbastanza plutonio per produrre la prima bomba atomica e nessuno avrebbe scommesso due dollari che ci sarebbe potuto essere un Trinity test.
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Dell’usare gli evidenziatori sui libri

Mi piacciono i negozi di roba usata. Tutte quelle tazzine, bicchieri, coppe gelato, caffettiere, teiere, fatine con le ali che si illuminano al buio, pupazzoni inquietanti e costumi da cinghiale. Che rimpianto, il costume da cinghiale. E poi i mobili disposti in file, alti quanto te, così dopo qualche metro non hai la minima idea di dove ti trovi. Dopo giorni di frequentazione, scopro che superati gli armadi e i mobili da bagno c’è un pertugio che si apre su una piccola stanza.

Qualche volta si rischia di cadere dal famigerato scalino invisibile, ma poi lo freghi e, felicemente, prenderai una craniata dritta contro lo stipite della porta. C’è sempre un prezzo di sangue da pagare per entrare nel caveau con i libri e i dischi. Qui Nino d’Angelo convive con Ian Paige e Jon Lord, mentre l’opera omnia di Mario “o’ zappatore” Merola giace da tempo immemore sopra uno scaffale. Hai ugualmente speranza di trovare qualcosa di interessante, è solo per questo che sfidi la paura del soffocamento da polvere.

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