Di incipit e bisarche

Quando inizi da dove inizi? sembra una battuta riuscita male, e lo è, ma sarà utile per farti capire quanto sia difficile (almeno, parlo per me) scrivere un incipit. E sì, ho difficoltà anche a scrivere i titoli, considerando la grande fantasia che ho impiegato per scegliere questo. Dicevo, gli incipit. Quando ho lasciato da leggere una cosa a un’amica, sono stata spronata a dare maggiore attenzione all’attacco.

“Massì, è una bambina, si prepara a uscire per andare incontro al fratello e…”

“No, è cervellotico.”

“Ma…”

“No.”

E il resto è storia, sono andata a rileggermi gli appunti di Gamberetta e mi sono decisa a vedere cosa fanno gli altri, perché certo, ti dicono tutti che è l’incipit a contare, che è quello che ti fa andare avanti nella lettura, ma alla fine, di incipit me ne ricordo giusto un paio. Scendo quindi nella biblioteca della signora B. e cerco un romanzo. La signora B. ne ha a centinaia, dalla Allende alla bieca letteratura commerciale, sparsi in metri e metri di librerie: la torre del monastero de “Il nome della rosa”, ma in una casa quasi normale. Non so come sia possibile, ma ho sempre sospettato che sia di ascendenza elfica, quindi ci sta che abbia accesso a misteriose tecnologie o arti magiche, e io che ne so. Insomma, prendo questo libro, “Il giardino delle pesche e delle rose” di Joanne Harris, che la copertina mi suggerisce essere autrice di “Chocolat”. E sticavoli. Apro, pensando che sarà una ciofega:

Una volta qualcuno mi ha detto che, solo in Francia, ogni anno duecentocinquantamila lettere vengono recapitate a persone morte.

Quello che non mi ha detto è che, a volte, i morti rispondono.

Quello era anche il primo capitolo e devo dirlo, mi ha fatto venire voglia di proseguire, ci sono pure rimasta male, ma quando nel secondo paragrafo del secondo capitolo ho letto insieme “internet cafè in Rue de la Paix per parlare con gli amici di Facebook”, “cimitero di Montmartre”, e “gatti selvatici che si aggirano fra le case dei morti con il sole che cala come una ghigliottina fra gli spicchi d’ombra”, l’incantesimo era già dissolto. Qualcosa però l’avevo imparata, avrei dovuto scrivere di morti.

Ne ho parlato anche col signor B. dopo aver notato che stava leggendo “Il figlio del secolo” di Scurati. Secondo lui quella dei morti è una scelta spesso vincente; è un po’ come nei gialli, si parte spesso dalla descrizione del cadavere e in modo anche piuttosto cruento, volendo. Scurati inizia così:

Affacciamo sulla piazza del Santo Sepolcro. Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente. Siamo pochi e siamo morti.

Aspettano che io parli, ma non ho nulla da dire.

La scena è vuota, alluvionata da undici milioni di cadaveri, una marea di corpi – ridotti a poltiglia, liquefatti -montata dalle trincee del Carso, dell’Ortigara, dell’Isonzo. I nostri eroi sono già stati uccisi e lo saranno. Li amiamo fino all’ultimo, senza distinzioni. Sediamo sul mucchio sacro dei morti.

Altri morti. Lo leggerei, un libro che inizia così? Forse, almeno ho avuto l’impressione che l’autore non abbia paura di essere tagliente, quando deve. Continuando la lettura, la sensazione non si perde, e si, proseguirei, ma ho altro cui pensare. Tipo andare a fare la spesa. Se vedete qualcuno leggere le prime pagine dei libri nel reparto edicola dell’Esselunga, ridendo o declamando cose tipo “questo sarà una cavolata” o “questo è troppo generico e descrittivo, manco morta”, è probabile che si tratti di me. Devo dire che è stato utile.

Incipit di “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek:

Da quando hai visto quella foto, ti incanti a guardarli. Sembrano felici, molto felici, e sono giovani, come si addice agli eroi. Belli non potresti dirlo ma neanche negarlo, e comunque non appaiono eroici per nulla. Colpa della risata che chiude i loro occhi e mette a nudo i denti, un riso non fotogenico ma così schietto da renderli stupendi.

L’incipit in sé, devo ammetterlo, non mi ha detto molto, quell’accostamento gioventù-eroe mi reprime abbastanza, ma l’intelligenza della cosa è stata a parer mio nell’accostamento del testo con la fotografia di cui si parla, proprio lì. Fa tutto la foto, non solo perché è piuttosto bella, ma anche perché mi ha dato la netta impressione che fra l’autrice e il suo personaggio ci fosse un legame. Questo si, mi ha detto qualcosa, infatti nel carrello insieme a cibo per gatti, caffé e birre, c’è finito anche il libro. Era a sconto, è stato quindi un crimine senza vittime.

Gerda Taro.jpeg
Sempre Gerda Taro, protagonista de “La ragazza con la Leica”, ma in un’altra foto

La stessa impressione, me l’ha data un libro di Rosa Montero, “La ridicola idea di non vederti più”, sulla vita di Marie Curie.

Poiché non ho avuto figli, la cosa più importante che mi è successa nella vita sono i miei morti, e con ciò mi riferisco alla morte delle persone amate. Ti sembra lugubre, persino morboso? Io non la vedo così, anzi, al contrario: per me è una faccenda logica, così naturale, così vera.

Questo è uno dei libri che sto leggendo. C’è tanta sostanza in questo libro e, per quanto ci siano cose che non condivido e che trovo repellenti, ossia l’uso di hashtag, lo sto veramente apprezzando. Il legame di cui ho scritto poco sopra, qui è ancora più viscerale. L’autrice ha subito un lutto e sa parlare della Curie come parlerebbe di un’amica, con profonda empatia, ma parla anche di sé stessa e lo fa con grande coraggio. Tutte queste due cose messe insieme producono un libricino bellissimo e lo senti sin dalle prime battute. Il suo incipit parla della morte a ragion veduta, non è un lavoro di retorica, una ruffianata, è semplice. Non è lì per fregarti.

Puoi fare un bellissimo incipit, metterci tutto il mestiere che vuoi, ma le promesse devi mantenerle.

The accident Masters
The accident, Dexter Masters

Conclusioni? Assurdo, morte, paradossi, immagini forti: questo può andare. Mostrare. Far percepire un legame con la materia scritta, apertamente, mostrarsi in sincerità, anche questo potrebbe andare. Per dire, ho odiato gli incipit vuotamente descrittivi. Ricordo un libro, “The accident”, di Dexter Masters. Inizia con un’interminabile descrizione delle montagne del New Mexico, una roba punitiva, lenta, come quei sentieri di cava polverosi che non finiscono mai. Mi sono impuntata nel leggerlo, ma non c’è stato verso di continuare, dopo il quarto capitolo mi sono arresa. L’incidente cui si riferisce il titolo è descritto indirettamente e la narrazione ne soffre. Certo, è comprensibile, considerando che quell’episodio era coperto da segreto militare quando il libro è stato scritto, ma si poteva fare di meglio. L’incipit, non fa niente per rimanere impresso, potrebbe stare su un libro come su un altro. Ci sono varie sfumature fra il cazzotto nei denti e il nulla cosmico, e che cavolo.

Il caso è un nomignolo della Provvidenza, ha detto un francese di nome Chamfort, che avrebbe dovuto avere più giudizio. – Eric Ambler, La maschera di Dimitrios.

Non dice niente, tutto sommato, ma quella velata minaccia sul finale potrebbe rivelare qualcosa, è una frase solo apparentemente inoffensiva. Non è un cazzotto nei denti, ma una stretta al collo che si stringe. Questa è una sfumatura che ho trovato buona.

Tu come ti regoli con gli incipt, ponendo il caso che tu ne debba scrivere uno?

Bonus finale: Bisarca 2019. Concludo facendo riferimento a un concorso letterario di Gianni, ne ho condiviso la pagina qui sul blog, ma ho pensato di poter fare di meglio. Se lo consiglio non è solo perché c’è un racconto scritto da me (con sofferenza, considerando che c’era un limite di 1500 caratteri ed è stata una mattanza), ma perché si è rivelato un bel banco di prova e ha valore indipendentemente dalla mia presenza come blog. Non è solo pubblicare una cosa, è anche confrontarsi, fare domande, analizzare insieme, constatare la quantità spropositata di interpretazioni che possono nascere da una parola apparentemente univoca.

Bisarca 2019

Ah, e una cosa. Ma questo è un appunto per una persona in particolare. Celeste, ti ho scritto un commento, ma come nella migliore delle tradizioni di WordPress, deve esserti finito in spam. E chi lo sa, magari s’è pure autodistrutto. Succede, ci litigo da mesi con questa cosa. Nel caso, mi farò viva via e-mail. Comunque, felicissima di rileggerti.

17 pensieri su “Di incipit e bisarche

  1. interessante la tua chiacchierata sugli incipit belli e brutti. Ma devo dire che nel tuo caso, almeno, più dell’incipit (in questo momento non saprei dire come hai iniziato il post!) mi ha incuriosito il titolo. Bisarca, quella parola inconsueta (e che personalmente mi riporta alle macchinine dell’infanzia) accostata all’altra, incipit, ha costituito per me un’attrazione irresistibile che mi ha fatto percorrere tutto il brano in attesa che ricomparisse. Quindi obbiettivo raggiunto da parte tua :).
    tornando al tema che affronti, devo dire che, a mio parere, le parole con cui si esordisce sono importanti non solo nei romanzi al momento del possibile acquisto (a dir la verità io preferisco aprire il libro a caso e leggere un paragrafo per farmi un’idea della scrittura, dando per scontato che nella prima pagina l’autore abbia profuso le sue energie migliori e possa quindi essere sopravvalutato) ma anche nei brani dei nostri blog: il paragrafetto che mettiamo prima del fatidico “continua a leggere”. Lì ci giochiamo il proseguimento della lettura. Con le prime parole dobbiamo catturare l’attenzione del lettore ma allo stesso tempo, data la brevità obbligata dei nostri scritti, fornire già un’idea di che parliamo. Stimolato dal tuo articolo sono andato a rileggermi un po’ di miei incipit e devo dire che li ho trovati abbastanza deludenti, poco vivaci, tranne forse questo:
    “Avevo sentito la sua voce, una volta, provenire da un’altra stanza come arrivasse da un’altra epoca. Il muro lasciava passare suoni quasi indistinguibili, io con una fatica disumana tendevo l’orecchio verso la parete, il timpano tirato come la pergamena sopra il bongo perché vibrasse solo alla frequenza esatta per la sua voce che a tratti era soverchiata da brusii e rumori, provenienti forse da una radio dimenticata accesa.” (da Caterina, oh Caterina)
    ml
    PS mi accorgo che ne è uscito un racconto chilometrico. Me ne scuso 🙂

    1. Ma ce ne fossero, di commenti così 😀 puoi scrivere tutto quello che vuoi. L’incipit che hai citato tu, personalmente, mi farebbe proseguire nella lettura, rientra a parer mio nel filone del misterioso, senza risultare eccessivo, è invitante. Anch’io mi sento lì a tendere l’orecchio col protagonista. Mi andrò a cercare il testo sul tuo blog, appena avrò modo. Ti avverto, i miei commenti spesso e volentieri finiscono nello spam o si autodistruggono, se non mi faccio viva nei prossimi due giorni, significa che WordPress non mi ama. Non so quanto ci stia facendo una buona figura, ma devo convivere con questo problema da mesi e non so proprio più come fare. Chiuso argomento spam, ok. Tornando a noi, dici bene, è un problema scegliere l’attaco quando hai così poco spazio per conquistare l’attenzione di chi legge. Ebbene, come puoi constatare dall’incipit di questo articolo, me ne sono sempre bellamente fregata, e anche ora che mi interrogo a proposito non riesco a cogliere nel segno. Ci vuole lavoro, c’è poco da fare. Col titolo mi è andata bene, ma è stata pura fortuna, io in realtà avevo scelto semplicemente “Incipit”, però volevo citare il concorso Bisarca… e così via… Che poi, mi hai fatto venire in mente una cosa. Vado in giro a leggere gli incipit degli altri, ma non sono andata a ri-vedere i miei degli ultimi pezzi sul mio blog. Sono quasi certa che fossero migliori di questo, a ogni modo. Vedi che fai bene a scrivere commenti come il tuo? Mi hai fatto riflettere molto e per questo ti ringrazio 🙂

  2. Per sentirti insicura negli incipit, hai scritto un ottimo articolo, secondo me. Gli inizi sono così tanti, nel mondo, che si potrebbe anche classificarli. Quello di “The Accident”, per esempio, è la versione poco riuscita dell’incipit manzoniano: si parte da un’ampia veduta del luogo per poi stringere il campo e seguire un personaggio; fa molto cinema classico, a saperlo scrivere, anche se l’autore dei “Promessi sposi” non aveva mai visto un film.
    Poi ci sono quegli inizi secchi che ti catapultano nel racconto, quasi ti inchiodano in mezzo al pubblico: dal melvilliano “Chiamatemi Ismaele”, come se lo stessi ascoltando in un’osteria portuale, al dantesco “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”.
    Si potrebbe andare avanti a lungo, ma il commento non è una sede adatta e ho finito gli esempi che so a memoria. In ogni caso, la riflessione partita dal dubbio sul principio è preziosa, e te ne ringrazio.

    1. Grazie a te per la visita 🙂 Sull’incipit di Manzoni ci sarebbe da scriverne, diciamo che bisogna saperlo fare e che ci deve essere un motivo molto valido per cui si debba scegliere quel tipo di incipit. Facile scadere nel raffazzonato o nel superficiale. Sbagliare un incipit come questo potrebbe essere un disastro, come nel caso di cui sopra. Va dato però un merito a quell’incipit: dice tutto del romanzo, una palla colossale. Anche Masters ha questo gusto “visivo” nel procedere dal generale al particolare, si avvicina lungo la strada ai cancelli di Los Alamos, ma si perde nello sguardo, vaga, fa troppo come gli pare, non fai in tempo a pensare “eccoci”, che sei catapultato sulla cresta di un altro monte, o su una strada deserta. Ti perdi insieme all’autore e non è detto che tu abbia tutta ‘sta voglia di seguirlo. Lo pianti lì e cammini verso la città più vicina, non importa quanta strada tu debba fare.

      1. Vero, si possono fare grandi errori con quel tipo d’inizio, ma se si impiega bene si può davvero far dire al lettore “eccoci”, come scrivi. Su Manzoni, spezzerei una lancia – premettendo che sono molto di parte, perché lo adoro… – con una sola considerazione: in un certo senso, fu il primo in Italia a scrivere un romanzo vicino a quello che intendiamo oggi con la stessa parola: aveva a disposizione un amore viscerale per la verità, l’esigenza insopprimibile di dire tutto, un’incondizionata e ottocentesca fiducia nella possibilità di farlo, alcuni modelli stranieri e una lingua letteraria che non usava per parlare, e che era piuttosto inadatta al genere, quindi, dai… Possiamo anche lasciargli passare qualche lungaggine. 😉 Su Masters non mi pronuncio per mia lacuna, quindi mi fido. Una nota a margine: ho letto sia “Il fu Mattia Pascal” sia “La coscienza di Zeno”, ma non riesco proprio a ricordarne gli incipit, neanche una parola. Sarò io smemorato, digiuno da lungo tempo, oppure non si lasciano ricordare?

        1. Passo volentieri a Manzoni tutte le lungaggini che vuole, ne ha ben donde 😀 Su Pirandello e Svevo, mi prendi alla sprovvista, nemmeno io ricordo niente dal primo e il secondo non l’ho mai letto, per cui recupero sul momento.
          “Il fu Mattia Pascal” ha un incipit secco, diretto, risulta nodale, ma presumo che non lo si capisca da subito e che uno si dovrebbe trovare nella disposizione d’essere curioso del motivo della premura del personaggio riguardo il proprio nome. Scrivo così perché credo che sarebbe meglio leggere i libri senza sapere troppo del loro contenuto, non dico da tabula rasa, sarebbe impossibile, ma nemmeno affrontarli dopo accurate lezioni scolastiche. Per farla breve, ho qualche dubbio che il testo agisca su di noi nel modo in cui dovrebbe, non come l’aveva pensato l’autore. Eccolo, l’incipit: “Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:

          • Io mi chiamo Mattia Pascal.
          • Grazie, caro. Questo lo so.

          • E ti par poco?”

          Su Svevo, appunto, non posso dire nulla e per ora mi accontento dell’incipit. “Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.” Se continuerei a leggere questo libro, indipendentemente da chi è stato Svevo, indipendentemente da tutto? No, perché non ho l’impressione che l’autore voglia dirmi qualcosa, anche sotto le mentite spoglie del medico, che ci sia un’urgenza di fondo. Apprezzo di Manzoni la descrizione sinuosa e cosciente, va al punto senza accelerare né senza soffermarsi con puntiglio. Non è poco. Non c’è urgenza nemmeno in Manzoni, certo, ma c’è fermezza, quella sì. Manzoni ti stringe la mano, Svevo no. Non me ne voglia Svevo, non sto di certo criticandolo per aver letto tre righe scarse, ma devo ammettere che fra cinque giorni il suo incipit l’avrò dimenticato.

          1. Bell’analisi. Svevo è così, fuori da tutti gli schemi; per altro, quell’incipit è anche lui un po’ fuori dai canoni: non è l’inizio delle memorie di Zeno, che compongono tutto il romanzo, ma la premessa del suo psicanalista; troppo importante per derubricarla a introduzione, ma staccata dal resto, anche perché il dottore non è mai in scena, anche quando Zeno ne parla. Dicevo, appunto, fuori dagli schemi, molto moderno e lontanissimo da quel senso di tè del pomeriggio che Manzoni voleva dare al lettore. Svevo cerca subito di spiazzarti e metterti in difficoltà, ed è difficile da leggere anche per questo. Io me lo sono ritrovato di fronte per un esame universitario; quando leggo un libro che mi prende, cerco d’immaginare le scene come in un film, ma qui si fatica, e pochi hanno provato a sceneggiarlo, in effetti. In compenso, Svevo riesce a burlarsi del Freud quando il padre della psicanalisi è ancora in vita.

            1. Wow! mi hai fatto venir voglia di leggermi Svevo, sul serio 😀 Grazie del chiarimento, testo alla mano non sapevo cosa pensare di quell’aura di arroganza (o superficialità, non mi so decidere, ci vedo una mistura delle due cose) che ho immaginato intorno al personaggio dello psicanalista. Non mi pronuncerò oltre a proposito, né cercherò altre notizie a riguardo, mi voglio godere il testo, semplicemente.

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