Dell’usare gli evidenziatori sui libri

Mi piacciono i negozi di roba usata. Tutte quelle tazzine, bicchieri, coppe gelato, caffettiere, teiere, fatine con le ali che si illuminano al buio, pupazzoni inquietanti e costumi da cinghiale. Che rimpianto, il costume da cinghiale. E poi i mobili disposti in file, alti quanto te, così dopo qualche metro non hai la minima idea di dove ti trovi. Dopo giorni di frequentazione, scopro che superati gli armadi e i mobili da bagno c’è un pertugio che si apre su una piccola stanza.

Qualche volta si rischia di cadere dal famigerato scalino invisibile, ma poi lo freghi e, felicemente, prenderai una craniata dritta contro lo stipite della porta. C’è sempre un prezzo di sangue da pagare per entrare nel caveau con i libri e i dischi. Qui Nino d’Angelo convive con Ian Paige e Jon Lord, mentre l’opera omnia di Mario “o’ zappatore” Merola giace da tempo immemore sopra uno scaffale. Hai ugualmente speranza di trovare qualcosa di interessante, è solo per questo che sfidi la paura del soffocamento da polvere.

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GdK 8: La banalità di Max Planck

Un bel giorno una bambina decise di scrivere qualcosa; poteva avere sui sette anni, non di più. Contenta del risultato, portò tutta trionfante il foglietto a una certa persona. “Banale“, ecco la risposta. Non “brutto“, non “scritto male“, non “sei sulla strada giusta, ma prova ancora“. “Banale“, solo quello.

Trattandosi di una bambina, è ragionevole pensare che quanto avesse scritto, un po’ banale lo fosse. Mettendomi nelle sue scarpette numero 35, però, penso anche che mettere insieme quelle due frasi per lei avesse significato uno sforzo concreto. Magari, per un istante era stata orgogliosa di quello che aveva scritto, ma la realtà era più complessa; quello che per lei era una conquista, per l’altra persona era meno di niente. Basta cambiare prospettiva per capire quanto sia ambiguo il concetto di banalità, in particolare per come viene comunemente usato.

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Il libro dei gatti, H. P. Lovecraft

C’era una volta un gatto, anzi, c’erano una volta svariati gatti, e uno scrittore dell’orrore che non riusciva a muoversi dalla sedia, perché uno di questi gatti gli si era addormentato in braccio.

Avevo lasciato Howard seduto alla scrivania del mio studio; il mio gatto gli si era raggomitolato beatamente in grembo. Il micio, che era incrociato con un’angora, era un membro della grande tribù dei gatti, insolitamente indipendente, egocentrico e imperturbabile, eppure aveva ceduto alle carezze affettuose di Howard […]. Il mattino seguente, verso le sei e mezza, prima di scendere al piano terra per fare colazione, socchiusi la porta dello studio per dare un’occhiata: Howard era seduto nell’esatta posizione in cui lo avevo lasciato sei ore prima, aveva gli occhi stanchi ma la testa eretta, e il micio, evidentemente, non si era mosso dal suo grembo!

“Buon dio!” esclamai “Non sei andato a letto?”

“No” rispose Howard “Non volevo disturbare il gatto”.

[A cura di G. de Turris e C. de Nardi, Il libro dei gatti; edizioni Il Cerchio, 2012. P. 131]

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Fra gatti e mistero il passo è breve, anzi, brevissimo. Ogni strega che si rispetti ha almeno un gatto in casa, meglio se nero e con gli occhi dorati. La capacità di vedere nelle tenebre è prerogativa demoniaca, il che rende il gatto un famiglio perfetto. Se in Edgar Allan Poe il gatto è stato ritratto come un’entità al limite col sovrannaturale, intelligente e oscuro, per Lovecraft è stato ancor più di questo. Maestro, amico e compagno di viaggio, c’è sempre stato un gatto da osservare e nascondere in racconti, lettere, poesie, fotografie, biglietti d’auguri… Che fossero due mici incontrati sul limitare di un bosco o un gatto a comando di un esercito felino, ciascuno di essi ha saputo raccontare una storia e Lovecraft era lì per ascoltarla.
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Gazzettino del Kalashnikov 4: anche i carlini piangono

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Un’immagine commovente, solo per i pochi che la sapranno apprezzare in tutto il suo fulgore.

…e siamo a gennaio, ne approfitto per fermarmi un attimo e fare un piccolo bilancio. Novembre è volato e dicembre si è confermato mese crudele, all’insegna di tristezza e influenza, benedetto da aspirine e paracetamolo. I progetti si sono accumulati senza che ci mettessi mano. La pila di libri sullo pseudo-comodino sta diventando seriamente pericolante e i pochissimi film che sono riuscita a vedere per intero non me li ricordo, tanto per farti capire quanto mi siano piaciuti. Per rendere le cose ancora più tristi, ho dovuto rimandare anche la visione di Pain&Gain e addirittura di Jumanji, negandomi del sano orrore e tutta la recitazione canina di cui ho vitale necessità. Solo una cosa sono stata in grado di fare: vedere serie televisive.

Allora, malanni di stagione a parte, che è successo negli ultimi due mesi?

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Niente di nuovo sul fronte occidentale, Erich M. Remarque

Niente di nuovo sul fronte occidentaleIn Niente di nuovo sul fronte occidentale (1929), Remarque offre un discreto campionario di personaggi che non sanno cosa venerano e, soprattutto, che non sanno cosa gli impongono di venerare. La amano visceralmente, la guerra, così come la trincea, ma di come siano fatte l’una o l’altra, non ne hanno idea. Questo non impedisce loro di esaltare il sacrificio della “gioventù eroica”, l’eroismo da suicidio, l’abnegazione più cieca e l’obbedienza. Persino spostare in avanti il fronte di un metro può diventare un preciso dovere morale. Il prezzo lo decidono le mitragliatrici e non è mai abbastanza alto, ma qualcuno dovrà pure pagarlo.

Nelle ore di ginnastica Kantorek ci teneva tanti e tanti discorsi, finché l’intera classe, sotto la sua guida, si recò compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari. […] “Venite anche voi, vero, camerati?”. […] Ce n’era uno, però, che esitava, non se la sentiva. Si chiamava Joseph Behm, un ragazzotto grasso e tranquillo. Alla fine si lasciò persuadere anche lui, perché altrimenti si sarebbe reso ridicolo. Può darsi che parecchi altri la pensassero allo stesso modo, ma nessuno poté tirarsi fuori; a quell’epoca persino i genitori avevano la parola ‘vigliacco’ a portata di mano. [Niente di nuovo sul fronte occidentale, ed. Neri Pozza, luglio 2017, pp. 14-5]

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Il duca di Connaught osserva la marcia del Reggimento di fanteria di Coldstream di Sua Maestà. 1918 circa, sul fronte francese. Immagine della National Library of Scotland.

Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e fece crollare la concezione del mondo che ci avevano insegnato. Mentre loro continuavano a scrivere e parlare, noi vedevamo gli ospedali e i moribondi; mentre esaltavano la grandezza del servire lo Stato, noi sapevamo già che il terrore della morte è più forte. [Ibidem, pp. 15-6]

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Gazzettino del Kalashnikov 3: settembre/ottobre

Dopo anni, mi sono messa a leggere un libro di poesie, poesie di Leonard Cohen per la precisione.

Questo ha significato due cose: primo, ho sviluppato una certa fissazione per il suddetto Leonard Cohen, secondo, (che Zeus mi perdoni) in futuro su Tersite potrei scrivere anche di musica. Ma per il momento…

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“Biografia del figlio cambiato”, Pirandello secondo Camilleri (parte II)

Stefano Pirandello
Stefano Pirandello. “Temperamento forte, dotato di grandissimo coraggio fisico, spesso duro e sprezzante, in vita sua ebbe sette scontri a fuoco e una mezza dozzina di duelli” [Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato, Rizzoli, 2000. P. 27]

Si dice che i figli debbano uccidere i padri. Metaforicamente, s’intende.

Don Stefano Pirandello non ha mai preso in considerazione l’idea di “farsi uccidere”, né metaforicamente né letteralmente; morte o resa, nessuna di queste cose era stata contemplata. Diciottesimo di ventiquattro figli della stessa madre e garibaldino, sopravvisse non solo ai combattimenti sull’Aspromonte, ma a un discreto numero di duelli e alla stessa malattia che gli avrebbe ucciso il padre nel 1837, il colera. Dovette sopravvivere alla sua stessa famiglia, perché all’apertura del testamento paterno venne fuori che il figlio primogenito aveva escluso tutti gli altri fratelli dell’asse ereditario. Non ci fu verso: Stefano Pirandello non si arrese nemmeno quella volta e seppe consolidare un’attività nel commercio dello zolfo.

Dirigeva personalmente i suoi affari e delegava mal volentieri, per cui era inevitabile che lavorasse più del necessario, che viaggiasse e, soprattutto, che incontrasse gente disposta ad ammazzarlo pur di impadronirsi del suo denaro. Nel 1874 Stefano Pirandello non si stupì di vedersi accerchiato da un gruppo di briganti; portava con sé l’intero ammontare degli stipendi dei suoi minatori e sapeva cosa stesse rischiando. “Al diniego di [consegnare il denaro], un brigante aveva sparato. Stefano, con grande coraggio e presenza di spirito, aveva cominciato a saltare di qua e di là: ‘Diavolo sugnu! Diavolo sugnu!’. I briganti erano fuggiti spaventati, non sapendosi spiegare come mai non fosse morto.” [Maria Luisa Aguirre D’Amico, Album Pirandello,  Mondadori, 1992. P. 22].

Se un certo Cola Camizzi avesse saputo chi fosse Stefano Pirandello, forse non sarebbe andato a cercarlo alla solfatara La Petrusa nel 1867. Di certo, Pirandello non era persona facile da raggirare, men che mai da minacciare.

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“Biografia del figlio cambiato”, Pirandello secondo Camilleri (parte I)

Biografia del figlio cambiato“Può sembrare ridicolo, ma questo libro, cui ho pensato per tanto tempo, risale a una mia esperienza infantile. Io ero un ragazzino molto cattivo, un figlio unico vivace e viziato. A un certo punto i miei genitori decisero di mandarmi in collegio, ma prima, per tentare di farmi mettere la testa a posto, escogitarono una messinscena a scopo didattico e si sa che i siciliani sono un poco “tragediatori”. Così, una sera ero a letto e mi veniva la sonnolenza, stavo proprio per addormentarmi quando sento i miei che inscenano un dialogo: questo nostro figlio non è nostro figlio, forse è figlio di un barbiere o di un carrettiere… Rimasi sveglio tutta la notte pieno di angoscia per essere un figlio cambiato. Ecco, quando ho letto il racconto di Pirandello intitolato Il figlio cambiato ritrovai le stesse angosce che avevo provato dopo quel teatro correttivo che, per la verità, non servi a niente.” [Andrea Camilleri intervistato da Paolo di Stefano, 16 dicembre 2000. Fonte.]

Luigi Pirandello
Quando Pirandello e Camilleri si incontrarono [fonte]. “Perché non posso non dirmi pírandelliano? “, si chiede Camilleri. “Sono nato a Porto Empedocle, nei suoi stessi luoghi, le nostre famiglie si incrociavano, La giara si svolge al confine con le terre di mio nonno, l’aria che ha respirato lui è quella che ho respirato io, il venditore di cappelli del mio paese, Cirlinciò, è personaggio di una sua novella. Ho avuto anche un momento di rigetto per Pirandello, che risale alla mia infanzia: avevo dieci anni, era un pomeriggio di giugno, bussarono alla porta, andai ad aprire e mi vidi davanti una figura che mi sembrò altissima e imponente, con un pizzetto, una specie di ammiraglio con feluca, spadino, alamari e mantellina tutta ori. Domandò: “Tu cu sì?” Dissi il mio nome. “Tua nonna è Carolina?” [Pirandello era cugino della nonna di Camilleri] “Sì”. “Chiamala e digli che c’è Luigino Pirandello che la vuole vedere”. Era un uomo scantusu, spaventoso. Mia nonna dormiva, quando sentì il suo nome cominciò a piangere per l’emozione, io scappai per lo spavento. Forse per questo come regista cominciai a frequentarlo tardi, oltre i quarant’anni”

La prospettiva d’essere un figlio cambiato, per Camilleri segnò un’esperienza angosciosa, ma per Luigi Pirandello fu una rivelazione, il sollievo di chi comprende la possibile causa di quel sentirsi fuori posto. Non un dubbio, ma una conferma: Luigi Pirandello poteva veramente essere un figlio cambiato. Lui che era così distante dal padre per carattere e inclinazione, aveva trovato nei racconti della cameriera Maria Stella tutte le spiegazioni di cui aveva bisogno, racchiuse in una colorita serie di miti che avanti negli anni sarebbero diventate parte dell’amalgama fondante di molte sue opere, “storie popolari, come quella della casa dei Granella abitata da spiriti dispettosi o come quella del corvo di Mìzzaro anch’essa con gli spiriti a protagonisti o come quella dell’Angelo Centuno che va di notte alla testa di una schiera di angeli“. [Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato. Rizzoli, 2000. Pp. 42-3]

A raccontarle tutte, si rischia di iniziare per non finire più, fra devozione agli spiriti (decollati e non), religiosità innervata di superstizione, sirene e diavoli, magàre e Donne di fuora. Restringendo il campo, vale la pena soffermarsi proprio su queste, prima di tornare a Pirandello e alla sua storia di figlio cambiato.

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Gazzettino del Kalashnikov #0

Hai presente il Bullet Journal? Trattasi di un sistema creato per organizzare appunti e impegni, pensieri e citazioni, potenzialmente un incrocio fra la Cappella Sistina, un’agenda e un diario. Esiste in una quantità pressoché illimitata di varianti, come si può intuire dalla sterminata, terrificante varietà di blog che se ne occupano (Boho Berry Tiny ray of sunshine per dirne un paio), senza contare Pinterest o Instagram. Ne tengo uno anch’io e lo compilo quotidianamente, ma non sono (ancora) arrivata a livelli preoccupanti, sebbene l’avere qualcosa come una trentina di diversi washi tape mi stia dando da pensare.

Insomma, fatto sta che un bel giorno mi trovai a discutere nei commenti con il divino Zeus, prima su Marie Kondo, quindi su altri sistemi di riordino ben più punitivi. Roba che se sgarri vengono a cercarti, ti mandano email ogni giorno, non so se riuscirei a fare una cosa del genere… Tornando a noi, a un certo punto viene fuori il Bullet Journal e la possibilità di fare qualcosa del genere, su misura per un blog.

“Mi fido sulla parola sul Bullet Journal, anche se suona come Gazzettino del Kalashnikov“.

Era deciso, avevo anche il nome.

Sarà più o meno la stessa cosa: elenchi puntati per uno spazio personale e comodo, un contenitore per qualsiasi cosa mi/ti possa venire in mente, impressioni, spunti da espandere o proposte per nuovi temi da affrontare. Possono partecipare tutti, nessuno escluso, con indicazioni per letture, film, musica… quello che ti pare. A dispetto del titolo vagamente minaccioso, le vaccate potranno pascolare felici accanto alle cose serie, senza che nessuno le disturbi. A seguire, digressioni totalmente inutili su Carl Jung, l’arte dello sputo in Clint Eastwood, film danesi, anime, disistima gratuita nei confronti di Ben Kingsley e varie altre amenità.

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