Di casuari, lemuri che si fanno e cronopios

Mi aspetta la colazione, al solito tavolo quadrato col piano di abete, quello da cui ho assistito alla fine del mondo, ma chi ci trovo seduto? Non una povera anima rassicurante, ma pur sempre una faccia conosciuta, qualcuno che spesso e volentieri si invita da solo, pretendendo di fumare la pipa e giocare con il mio gatto. Di tempo ne ho poco, Julio lo sa che devo prendere un treno, ma non serve a niente protestare. Indica la libreria con fare perentorio.

Vorrai mica partire senza un libro?“, dice, prima di addentare l’ultimo wafer rimasto.

Pochi secondi e già tutto giocava a favore di un libretto bianco, della dimensione giusta per entrare nella tasca del montgomery.

Ti piacerà. Prendilo, è un perfetto libro da treno. E poi… c’è la tua antica nemesi.”

Aveva ragione, si parlava anche di lui. Di chi?

Del casuario, ovvio.

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Questo coso qui sarebbe un casuario

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Da “La voce dei delfini”, di L. Szilard

  1. Szilard.jpegRiconosci i rapporti esistenti fra le cose e le leggi del comportamento umano, affinché tu possa capire ciò che stai facendo.
  2. Fai in modo che le tue azioni siano dirette verso un finale meritevole, ma non chiederti se lo raggiungeranno; esse devono essere dei modelli e degli esempi, non dei mezzi per un fine.
  3. Parla a ogni uomo come se parlassi a te stesso, senza preoccuparti degli effetti che provochi, in modo da non escludere nessuno dal tuo mondo; perché dall’isolamento non ti sfugga di vista il significato della vita, e tu non perda la fede nella perfezione della creazione.
  4. Non distruggere ciò che non puoi creare.
  5. Non toccar piatto, a meno che tu non sia affamato. (Gioco di parole tedesco)
  6. Non desiderare ciò che non puoi avere.
  7. Non mentire se non ne hai bisogno.
  8. Onora i bambini. Ascolta rispettosamente ciò che hanno da dire, e parla loro con infinito amore.
  9. Fai il tuo lavoro per sei anni; ma giunto al settimo, ritirati in solitudine o fra estranei, così che il ricordo dei tuoi amici non ti impedisca di essere ciò che sei diventato.
  10. Guida la tua vita con mano non troppo severa, e sii pronto a lasciarla in qualunque momento tu venga chiamato.

30 ottobre 1940

Un dito nel ventilatore

Julio Cortazar è stato prodigo di suggerimenti circa la natura della poesia. Non me ne vogliano amici poeti che abbiano provato in passato a spiegarmi le stesse cose. Colpa mia, perché non ho saputo ascoltare.

Cortazar, risposta breve: “Boh.”

Cortazar, risposta meno breve: “Aristotele ci ha scritto sopra niente meno che un’intera Poetica, però non esiste una definizione di poesia che mi convinca, e soprattutto che convinca un poeta. L’unico che in fondo ha ragione è quell’umorista – credo spagnolo – che ha detto che la poesia è quella cosa che resta fuori quando abbiamo finito di definire la poesia: scappa, non resta dentro la definizione.”

Ma se proprio lo trovi in vena di scherzare, arriva la terza risposta:

metti un dito nel ventilatore.”

Su questo, però, torneremo più avanti.

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La sfiga di un incipit che funziona

Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e di là dal fiume tabacco sormontato da alberi piangenti e monetine di sole che filtrano sull’acqua alla foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano: sorgo, farinello, leersia, salsapariglia, cipero, stramonio, menta selvatica, soffione, setaria, uva moscardina, verza, verga aurea, edera terrestre, acero da fiore, solano, ambrosia, avena folle, veccia, gramigna, fagiolini spontanei invaginati, tutte teste che annuiscono dolcemente a una brezza mattutina che è la morbida mano di una madre sulla guancia. Uno strale di storni stoccato dalle stoppie del frangivento. Il lucore di rugiada che resta lì a svaporare tutto il giorno. Un girasole, altri quattro, uno chino, e lontani cavalli rigidi e immoti come giocattoli. Annuiscono tutti. Sole biondo birra, cielo pallido e volute di cirri così alte da non fare ombra. Insetti indefessamente indaffarati. Quarzo, selce, scisto e croste di condrite ferrosa nel granito. Terra antichissima. Guardatevi intorno. L’orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli.

Ma ecco i corvi solcare il cielo, tre o quattro, non a stormo, in volo, silenziosi e malintenzionati, si dirigono verso il grano puntando al filo spinato del pascolo oltre il quale un cavallo annusa il sedere a un altro, che si premura di alzare la coda. La marca delle tue scarpe impressa sulla rugiada. Un refolo di erba medica. Le lappole sui calzettoni. Secca frizione di un canale sotterraneo. Filo spinato rugginoso e pali sghembi, più simbolo di reclusione che recinto vero e proprio. “Divieto di caccia”. Il fruscio dell’interstatale di là dal frangivento. Le mucche sparse al pascolo rivoltano tortini di terriccio per raggiungere i vermi, le sagome dei vermi impresse nel letame capovolto che induriscono cuocendo tutto il giorno al sole e non vanno più via, minuti solchi evacuati a schiera e spire inserte che non si richiudono perché la testa non tocca mai la coda. Leggete questo.

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Di incipit e bisarche

Quando inizi da dove inizi? sembra una battuta riuscita male, e lo è, ma sarà utile per farti capire quanto sia difficile (almeno, parlo per me) scrivere un incipit. E sì, ho difficoltà anche a scrivere i titoli, considerando la grande fantasia che ho impiegato per scegliere questo. Dicevo, gli incipit. Quando ho lasciato da leggere una cosa a un’amica, sono stata spronata a dare maggiore attenzione all’attacco.

“Massì, è una bambina, si prepara a uscire per andare incontro al fratello e…”

“No, è cervellotico.”

“Ma…”

“No.”

E il resto è storia, sono andata a rileggermi gli appunti di Gamberetta e mi sono decisa a vedere cosa fanno gli altri, perché certo, ti dicono tutti che è l’incipit a contare, che è quello che ti fa andare avanti nella lettura, ma alla fine, di incipit me ne ricordo giusto un paio. Scendo quindi nella biblioteca della signora B. e cerco un romanzo. La signora B. ne ha a centinaia, dalla Allende alla bieca letteratura commerciale, sparsi in metri e metri di librerie: la torre del monastero de “Il nome della rosa”, ma in una casa quasi normale. Non so come sia possibile, ma ho sempre sospettato che sia di ascendenza elfica, quindi ci sta che abbia accesso a misteriose tecnologie o arti magiche, e io che ne so. Insomma, prendo questo libro, “Il giardino delle pesche e delle rose” di Joanne Harris, che la copertina mi suggerisce essere autrice di “Chocolat”. E sticavoli. Apro, pensando che sarà una ciofega:

Una volta qualcuno mi ha detto che, solo in Francia, ogni anno duecentocinquantamila lettere vengono recapitate a persone morte.

Quello che non mi ha detto è che, a volte, i morti rispondono.

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Dell’usare gli evidenziatori sui libri

Mi piacciono i negozi di roba usata. Tutte quelle tazzine, bicchieri, coppe gelato, caffettiere, teiere, fatine con le ali che si illuminano al buio, pupazzoni inquietanti e costumi da cinghiale. Che rimpianto, il costume da cinghiale. E poi i mobili disposti in file, alti quanto te, così dopo qualche metro non hai la minima idea di dove ti trovi. Dopo giorni di frequentazione, scopro che superati gli armadi e i mobili da bagno c’è un pertugio che si apre su una piccola stanza.

Qualche volta si rischia di cadere dal famigerato scalino invisibile, ma poi lo freghi e, felicemente, prenderai una craniata dritta contro lo stipite della porta. C’è sempre un prezzo di sangue da pagare per entrare nel caveau con i libri e i dischi. Qui Nino d’Angelo convive con Ian Paige e Jon Lord, mentre l’opera omnia di Mario “o’ zappatore” Merola giace da tempo immemore sopra uno scaffale. Hai ugualmente speranza di trovare qualcosa di interessante, è solo per questo che sfidi la paura del soffocamento da polvere.

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GdK 8: La banalità di Max Planck

Un bel giorno una bambina decise di scrivere qualcosa; poteva avere sui sette anni, non di più. Contenta del risultato, portò tutta trionfante il foglietto a una certa persona. “Banale“, ecco la risposta. Non “brutto“, non “scritto male“, non “sei sulla strada giusta, ma prova ancora“. “Banale“, solo quello.

Trattandosi di una bambina, è ragionevole pensare che quanto avesse scritto, un po’ banale lo fosse. Mettendomi nelle sue scarpette numero 35, però, penso anche che mettere insieme quelle due frasi per lei avesse significato uno sforzo concreto. Magari, per un istante era stata orgogliosa di quello che aveva scritto, ma la realtà era più complessa; quello che per lei era una conquista, per l’altra persona era meno di niente. Basta cambiare prospettiva per capire quanto sia ambiguo il concetto di banalità, in particolare per come viene comunemente usato.

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Il libro dei gatti, H. P. Lovecraft

C’era una volta un gatto, anzi, c’erano una volta svariati gatti, e uno scrittore dell’orrore che non riusciva a muoversi dalla sedia, perché uno di questi gatti gli si era addormentato in braccio.

Avevo lasciato Howard seduto alla scrivania del mio studio; il mio gatto gli si era raggomitolato beatamente in grembo. Il micio, che era incrociato con un’angora, era un membro della grande tribù dei gatti, insolitamente indipendente, egocentrico e imperturbabile, eppure aveva ceduto alle carezze affettuose di Howard […]. Il mattino seguente, verso le sei e mezza, prima di scendere al piano terra per fare colazione, socchiusi la porta dello studio per dare un’occhiata: Howard era seduto nell’esatta posizione in cui lo avevo lasciato sei ore prima, aveva gli occhi stanchi ma la testa eretta, e il micio, evidentemente, non si era mosso dal suo grembo!

“Buon dio!” esclamai “Non sei andato a letto?”

“No” rispose Howard “Non volevo disturbare il gatto”.

[A cura di G. de Turris e C. de Nardi, Il libro dei gatti; edizioni Il Cerchio, 2012. P. 131]

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Fra gatti e mistero il passo è breve, anzi, brevissimo. Ogni strega che si rispetti ha almeno un gatto in casa, meglio se nero e con gli occhi dorati. La capacità di vedere nelle tenebre è prerogativa demoniaca, il che rende il gatto un famiglio perfetto. Se in Edgar Allan Poe il gatto è stato ritratto come un’entità al limite col sovrannaturale, intelligente e oscuro, per Lovecraft è stato ancor più di questo. Maestro, amico e compagno di viaggio, c’è sempre stato un gatto da osservare e nascondere in racconti, lettere, poesie, fotografie, biglietti d’auguri… Che fossero due mici incontrati sul limitare di un bosco o un gatto a comando di un esercito felino, ciascuno di essi ha saputo raccontare una storia e Lovecraft era lì per ascoltarla.
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Gazzettino del Kalashnikov 4: anche i carlini piangono

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Un’immagine commovente, solo per i pochi che la sapranno apprezzare in tutto il suo fulgore.

…e siamo a gennaio, ne approfitto per fermarmi un attimo e fare un piccolo bilancio. Novembre è volato e dicembre si è confermato mese crudele, all’insegna di tristezza e influenza, benedetto da aspirine e paracetamolo. I progetti si sono accumulati senza che ci mettessi mano. La pila di libri sullo pseudo-comodino sta diventando seriamente pericolante e i pochissimi film che sono riuscita a vedere per intero non me li ricordo, tanto per farti capire quanto mi siano piaciuti. Per rendere le cose ancora più tristi, ho dovuto rimandare anche la visione di Pain&Gain e addirittura di Jumanji, negandomi del sano orrore e tutta la recitazione canina di cui ho vitale necessità. Solo una cosa sono stata in grado di fare: vedere serie televisive.

Allora, malanni di stagione a parte, che è successo negli ultimi due mesi?

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Niente di nuovo sul fronte occidentale, Erich M. Remarque

Niente di nuovo sul fronte occidentaleIn Niente di nuovo sul fronte occidentale (1929), Remarque offre un discreto campionario di personaggi che non sanno cosa venerano e, soprattutto, che non sanno cosa gli impongono di venerare. La amano visceralmente, la guerra, così come la trincea, ma di come siano fatte l’una o l’altra, non ne hanno idea. Questo non impedisce loro di esaltare il sacrificio della “gioventù eroica”, l’eroismo da suicidio, l’abnegazione più cieca e l’obbedienza. Persino spostare in avanti il fronte di un metro può diventare un preciso dovere morale. Il prezzo lo decidono le mitragliatrici e non è mai abbastanza alto, ma qualcuno dovrà pure pagarlo.

Nelle ore di ginnastica Kantorek ci teneva tanti e tanti discorsi, finché l’intera classe, sotto la sua guida, si recò compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari. […] “Venite anche voi, vero, camerati?”. […] Ce n’era uno, però, che esitava, non se la sentiva. Si chiamava Joseph Behm, un ragazzotto grasso e tranquillo. Alla fine si lasciò persuadere anche lui, perché altrimenti si sarebbe reso ridicolo. Può darsi che parecchi altri la pensassero allo stesso modo, ma nessuno poté tirarsi fuori; a quell’epoca persino i genitori avevano la parola ‘vigliacco’ a portata di mano. [Niente di nuovo sul fronte occidentale, ed. Neri Pozza, luglio 2017, pp. 14-5]

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Il duca di Connaught osserva la marcia del Reggimento di fanteria di Coldstream di Sua Maestà. 1918 circa, sul fronte francese. Immagine della National Library of Scotland.

Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e fece crollare la concezione del mondo che ci avevano insegnato. Mentre loro continuavano a scrivere e parlare, noi vedevamo gli ospedali e i moribondi; mentre esaltavano la grandezza del servire lo Stato, noi sapevamo già che il terrore della morte è più forte. [Ibidem, pp. 15-6]

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