Parasite / Parassita

Parasite locandina 2.jpegPiove (ed è subito cliché), quando lei mi scrive, “ti interessa?“. Vado subito al link: cinema d’essai, film coreano, concreta possibilità di vedere qualcosa di assurdo e ai limiti dell’onanismo intellettuale. Ovvio che mi interessa. Così, torno al cinema.

A fine proiezione, momento disagio: un tizio inizia ad applaudire furiosamente, per poi smorzare tristemente gli entusiasmi. “Pensavo volessero linciarlo“, mi suggerisce D. e che dire, se fosse successo, non avrei mosso un dito. Cerca di capirmi, non è stata una visione semplice. Mi sarei ricreduta, ma ci sarebbe voluto del tempo. Dovevo metabolizzare.

Metto le mani avanti: non ho intenzione di infilarmi nel più classico dei gineprai, non voglio scegliere fra “capolavoro” o “film del cavolo”, chissenefrega. La sola cosa che mi interessa è occuparmi della riflessione che mi ha permesso di fare, cosa che apprezzo infinitamente. E se ti dovesse interessare, si, c’è qualche spoiler.

Non è stato facile trascinare D. alla proiezione, ci sono volute altre due persone per convincerlo e il colpo di grazia devo averlo dato io dicendo “non è necessario che tu venga, vai tranquillo“. Non so come mai, tempo zero era già a chiamarmi dalla porta, “vieni che piove, ci vuole l’ombrello“. E dire che aveva giurato di non vedere più un film coreano dopo La samaritana e Ferro 3 di Kim Ki-duk. A quanto ne so, non ha mai accettato nemmeno il mio apprezzamento per Coccodrillo – sempre di Kim Ki-duk. Mi sa che ha dei problemi con Kim Ki- duk, più che col cinema coreano. Comunque, immagina il mio stupore quando sulla via del ritorno, abbiamo parlato di cosa avesse ci comunicato il film. Qualcosa aveva attecchito, sebbene gli ultimi quaranta minuti si fossero rivelatati una sofferenza a livello fisico.

A un certo punto D. fa: “non ho capito, il regista, da che parte stia“. Senza stare troppo a pensarci, rispondo “da nessuna parte“, ma mi sarei dovuta correggere. Non è che per me il regista fosse imparziale, la verità è che proprio non lo sapevo. “Secondo me, – continua D. – ce l’ha con i poveri disgraziati.“. Da qui è partito tutto. Abbiamo continuato a parlare per una ventina di minuti e una volta arrivati, ero certa principalmente di una cosa:

siamo pecore che leccano le mani del pastore mentre ci porta al macello. È una cosa talmente scontata che mi vergogno a scriverla.

La prima parte del film inizia con un registro ironico, sconfinando nel grottesco. Andando avanti, però, succedono cose che mi hanno fatto pensare, “ah, ok, non stanno scherzando“. La gente in sala ha riso quando una povera donna è stata buttata giù dalle scale spezzandosi quasi l’osso del collo, forse perché prima di quel punto il tutto è sembrato abbastanza giocoso. Il cambio di registro è stato fastidioso, spiazzante, ma ci stava tutto. Non è mai stata una visione pienamente appagante o piacevole, perché ho sempre avuto il sentore che la bellezza fosse un modo come un altro per nascondere cumuli di marciume, ed era giusto così, visto il messaggio di fondo.

I personaggi della famiglia indigente sono dei meschini che si nascondono nella spazzatura, riempiono la loro casa di ciarpame, si fumano una sigaretta sul cesso che tracima lordura durante un’alluvione, ma si indignano se uno sbronzone (sempre lo stesso, lo conoscono, praticamente) gli piscia davanti casa. I giovani non ci passano granché bene, sono sempre attaccati al cellulare (strano), arrivisti, superficiali, arroganti. Fa un po’ cliché, ma non importa, non è questo che mi interessa. Un bel giorno la famiglia decide di far entrare dalla finestra del loro seminterrato il fumo che i disinfestatori usano per ammazzare gli insetti per strada. Certo, così ripuliscono in casa: geniale. Finiscono tutti a tossire, com’è ovvio che sia. “Ci hai fatto caso che solo il capo famiglia non ha tossito?“, mi suggerisce D. a un certo punto. No, non ci avevo fatto caso, ma è perfettamente coerente con il messaggio.

Parasite locandinaDue famiglie, una povera e una ricca, sembrano radicalmente diverse, ma entrambe si rivelano senza dignità, solo che nel primo caso è più facile da vedere, nel secondo bisogno penare un po’. Perché “il regista” pare voler affermare come gli uni e gli altri siano simili. Ognuno fa schifo a modo proprio, qualcuno è solo più bravo a dissimulare.

I due gruppi sono rigidamente separati, a partire dalle rispettive case: un seminterrato contro una casa moderna, tutta vetri, luce, linee pulite. Il confine fra le due parti è sia materiale che psicologico. I poveri ambiscono non a un miglioramento della propria condizione, ma alla sostituzione del ricco, mirano alla sua proprietà, ma poi non sanno che farsene. Quando gli indigenti prendono (momentaneo) possesso della casa dei ricchi, continuano a mangiare per terra, a ubriacarsi, esattamente e peggio di quanto avrebbero fatto in casa loro. Non importa quali capacità abbiano sfoggiato, anche intellettuali, rimangono sempre degli esseri abietti. Anche quando sembra che abbiano ottenuto qualcosa, non rimane loro un un bel niente, sono sempre pronti a mordersi al collo l’un l’altro, come quando vanno a confliggere con disgraziati più disgraziati di loro. Si, perché nella casa c’è un sub-umano nascosto in un bunker da anni, mantenuto in vita da sua moglie, la ex governante della famiglia ricca. Ecco, quando questa coppia va a confliggere con la famiglia povera, non si vedono tutti come allo stesso livello, non uniscono le forze, anzi, non appena hanno l’opportunità cercano di ammazzarsi a vicenda. La coppia del bunker accusa gli altri di non sottomettersi, di non venerare abbastanza il padrone. La famiglia di pezzenti non fa niente per accogliere gli altri e fargli capire che sono nella stessa situazione, che il padrone non è tutta questa meraviglia, che la dovrebbero finire di amare acriticamente le catene placcate oro che li soffocano.

Parasite boh.jpegPoi viene il giorno della festa. I ricchi sono nel loro elemento, bellissimi, superficiali, con problemi inesistenti, se la cantano e se la suonano, mentre il povero inizia a chiedersi cosa ci faccia in un ambiente che non gli compete. Tutta roba abbastanza evidente, anche un tantino didascalica, ma non è quello che mi interessa. Il bello arriva quando c’è lo scontro fra i due capofamiglia, ricco e povero. Sorpresa: il povero alza la testa e accoltella il ricco. Perché? Perché il povero si è reso conto di essere stato trattato come uno sporco animale, e che tutti gli altri disgraziati come lui sono stati trattati come e peggio di bestie. Il ricco disprezza anche chi l’ha venerato ogni giorno della propria vita. Il capofamiglia povero, quello che non tossisce, è il solo personaggio che alza la testa perché si scopre uno fra tanti disprezzati e cerca con un gesto disperato di fare giustizia per tutti. Si è stufato, non solo di essere trattato, ma anche di comportarsi come un parassita. Lui è il solo che prova empatia per un suo simile. In questa metafora, è l’unico che vince, perché è l’unico che acquista uno sguardo più lungimirante. È il solo personaggio che cresce, che ha una propria maturazione. Non è un caso, forse, se si autocondanna all’esilio e sparisce dalla faccia della terra.

Capofamiglia Parasite.jpeg

Quando ho visto la scena della festa, mi è sembrato che tutta la vicenda, con pregi e difetti, fosse compiuta. Ho pensato e sperato che il film finisse qui. Invece no, il registro cambia ancora una volta, diventa una specie di sogno a occhi aperti, diventa quasi un altro film, tra l’altro con un finale stucchevole e fintamente ottimista.

Da che parte sta, allora, il regista? Non lo so, nemmeno ora. Sicuramente, credo che pensi che siamo messi piuttosto male, se non ci diamo una svegliata.

 

21 pensieri su “Parasite / Parassita

  1. WarnerMysteryCafé

    Capolavoro. Personalmente erano anni che non vedevo qualcosa che racchiudesse una tale “urgenza” di messaggio. Il capitalismo non genera democrazia. Una film straordinario e soprattutto necessario.

    1. Concordo: è il mondo devastato da un capitalismo senza cervello, pronto a divorare i suoi stessi figli. Spero solo che il messaggio sia stato recepito e in tutta la sua forza, perché quella “coda”, col sogno, il ragazzo che scrive al padre, non so, mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Da un lato mi fa pensare che il messaggio finale sia il doverci arrendere a un nulla di fatto (l’incomunicabilità materiale fra padre e figlio), al massimo abbandonarci alla speranza, al sogno, ma non mi basta. Non riesco a togliermi dalla testa il pensiero che una fine siglata sul momento della festa avrebbe portato a un film ancora più potente nell’affermare il proprio messaggio. E comunque sia, finale o no, sono felice di averlo visto. Se è stata una sofferenza vederlo, è stato proprio perché portava avanti verità estremamente amare.

      1. Paolinka

        Forse sono io che vedo l’amaro in tutto, ma il finale l’ho letto non solo nella dimensione smielata di un ragazzo che vuole fare qualcosa per il proprio padre, ma come un ritorno al punto di partenza: si ricomincia, quella casa è, quasi a dannazione, di nuovo l’obiettivo.

        1. Il tuo è un ottimo punto di vista, anzi, probabilmente rispecchia l’intento dell’autore, restituire una sorta di circolarità. Il che è anche condivisibile, si tratta di un processo che si ripete, cicliclo, appunto. Sarà che sono io a mal sopportare l’arrendermi alla cosa, che preferirei una decisiva spinta a rompere questa ciclicità. Commetterei, però, una forzatura, e non ne ho il diritto. Grazie per lo spunto, l’ho molto apprezzato.

  2. Paolinka

    Concordo su tutto, eccetto su una scena. Il momento in cui gli indigenti fanno ‘festa’ in casa, l’ho visto più come un tentativo, frustrato, di liberazione. La famiglia è sempre preda delle stesse dinamiche, come dici tu, ma ci sono due elementi importanti. Il primo è il fatto che nessuno si sente veramente a suo agio nella casa, eccetto la figlia che fa un lungo bagno, e alla quale il fratello dice che lei è l’unica a far parte di quel mondo. In bilico tra i due mondi, alla fine morirà. Il secondo sta proprio in questa tensione, che i quattro argomentano in vari modi: voler possedere la casa e dunque liberarsi della miseria rappresentata dalla propria, ma essere interrotti dalla precedente domestica che porta quella miseria proprio lì, dove non si aspettavano di trovarla. Questa interferenza sovrappone fortemente i due piani, e il fatto poi che il padre si ritrovi a vivere in quel seminterrato suona quasi a scherno: possiede in qualche modo la casa, ma nel luogo che più somiglia a quello da cui partito.
    Comunque, dopo aver scritto mi rendo conto che la tua recensione non è in contraddizione con la mia opinione, anzi.
    Paola

    1. Direi che tu la completi, sei andata più in profondità e non posso che ringraziarti per aver lasciato le tue impressioni. Ho risposto prima all’altro commento e mi rendo conto di aver praticamente già scritto tutto, qui non farei che confermare il mio disagio per questo messaggio di fondo. Non c’è mobilità verso l’alto, non c’è possibilità di contatto fra le due realtà, non c’è passaggio. Sto finendo per ripetermi, quindi mi taccio. Credo di aver chiarito solo ora cosa mi abbia tanto disturbato di questo film.

  3. Sondare l’animo umano e, insieme, la classe sociale come elemento discriminante all’interno di una società basata su una ricchezza “sulla parola”, quella vuota del denaro ipotetico in conti correnti ipotetici, è sempre difficile.
    Diciamo che, per ora, mi fermo qua, ma tornerò volentieri a scriverci su.

        1. Vero. Quello che non mi spiego, però, è che pur con l’opportunismo che ci contraddistingue (con varie sfumature), c’è chi idolatra il proprio padrone, chi se ne fa difensore. Gente che sta in un cantiere navale a respirare roba chimica corrosiva e poi se ne viene fuori, meno male che il mega ricco mi commissiona questa cosa e meno male che c’è qualcuno che mi fa lavorare così, senza sicurezza dal punto di vista medico. Lì c’è dell’abbrutimento e un opportunismo che non mi so spiegare. Loro non vogliono “meno a chi sta sopra”, ma adeguatamente per tutti, a loro sta bene così, te lo dicono in faccia. Sogneranno di arrivare a pari del loro padrone? Avranno paura di perdere anche quel niente che hanno? Prima o poi saranno ricompensati da non si sa bene cosa? Nel film c’è una cosa del genere, dove gli “schiavi” evoluti possono vivere di luce riflessa, accettando la schiavitù, disprezzando quelli che stanno mezzo gradino sotto di loro, ma, si presume, liberi. Se ci riesci, guardalo, te lo consiglio veramente, figurati che mi sta venendo voglia di rivederlo pure a me 😀

          1. …e anche su questo ci sarebbe da farne un trattato. Ho parlato di recente con una signora di mezza età greca, che rimpiangeva il periodo degli armatori. Ora quello è stato l’inizio del disastro greco del secolo scorso, che è culminato col disastro politico sociale di questo secolo e potremmo stare giorni a parlarne, sulla corruzione, sull’evasione… e su qualche regalo qua e là.

            1. La spiacevole sensazione di rimpiangere chi ci ha (forse) trattato meno peggio (e nemmeno è detto), votare tappandosi il naso pur sapendo che sono dei venduti, ma non potendo fare altrimenti. Sai quanti? “Non mi ci rivedo più, ormai sono servi dei potenti, ma li voto lo stesso perché 1) l’ho sempre fatto, 2) avrei fatto così 100 anni fa, 3) faccio così e basta (tifoseria d’accatto). Che momento storico dominato dalla confusione, questo.

                  1. Cerchiamo di essere positivi… Sto ascoltando gli amici Blue Oyster Cult, mi riportano indietro a tempi dove ancora non esistevo, e dove ancora si era positivi, poi dopo gli anni ’70 sono venuti gli ’80, il crollo del muro e tutti i disastri dell’edonismo. E da lì è stata solo discesa.
                    C’aveva ragione Benigni (quando era Benigni) …Datemi il potere vi farò godere, datemi le fodere vi farò gòdere. E’ successo, ma è stato cinque minuti di piacere, doccia inclusa.

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