“Biografia del figlio cambiato”, Pirandello secondo Camilleri (parte I)

Biografia del figlio cambiato“Può sembrare ridicolo, ma questo libro, cui ho pensato per tanto tempo, risale a una mia esperienza infantile. Io ero un ragazzino molto cattivo, un figlio unico vivace e viziato. A un certo punto i miei genitori decisero di mandarmi in collegio, ma prima, per tentare di farmi mettere la testa a posto, escogitarono una messinscena a scopo didattico e si sa che i siciliani sono un poco “tragediatori”. Così, una sera ero a letto e mi veniva la sonnolenza, stavo proprio per addormentarmi quando sento i miei che inscenano un dialogo: questo nostro figlio non è nostro figlio, forse è figlio di un barbiere o di un carrettiere… Rimasi sveglio tutta la notte pieno di angoscia per essere un figlio cambiato. Ecco, quando ho letto il racconto di Pirandello intitolato Il figlio cambiato ritrovai le stesse angosce che avevo provato dopo quel teatro correttivo che, per la verità, non servi a niente.” [Andrea Camilleri intervistato da Paolo di Stefano, 16 dicembre 2000. Fonte.]

Luigi Pirandello

Quando Pirandello e Camilleri si incontrarono [fonte]. “Perché non posso non dirmi pírandelliano? “, si chiede Camilleri. “Sono nato a Porto Empedocle, nei suoi stessi luoghi, le nostre famiglie si incrociavano, La giara si svolge al confine con le terre di mio nonno, l’aria che ha respirato lui è quella che ho respirato io, il venditore di cappelli del mio paese, Cirlinciò, è personaggio di una sua novella. Ho avuto anche un momento di rigetto per Pirandello, che risale alla mia infanzia: avevo dieci anni, era un pomeriggio di giugno, bussarono alla porta, andai ad aprire e mi vidi davanti una figura che mi sembrò altissima e imponente, con un pizzetto, una specie di ammiraglio con feluca, spadino, alamari e mantellina tutta ori. Domandò: “Tu cu sì?” Dissi il mio nome. “Tua nonna è Carolina?” [Pirandello era cugino della nonna di Camilleri] “Sì”. “Chiamala e digli che c’è Luigino Pirandello che la vuole vedere”. Era un uomo scantusu, spaventoso. Mia nonna dormiva, quando sentì il suo nome cominciò a piangere per l’emozione, io scappai per lo spavento. Forse per questo come regista cominciai a frequentarlo tardi, oltre i quarant’anni”

La prospettiva d’essere un figlio cambiato, per Camilleri segnò un’esperienza angosciosa, ma per Luigi Pirandello fu una rivelazione, il sollievo di chi comprende la possibile causa di quel sentirsi fuori posto. Non era un dubbio, ma una conferma: Luigi Pirandello poteva essere un figlio cambiato. Lui che era così distante dal padre per carattere e inclinazione, aveva trovato nei racconti della cameriera Maria Stella tutte le spiegazioni di cui aveva bisogno, racchiuse in una colorita serie di miti che avanti negli anni sarebbero diventate parte dell’amalgama fondante di molte sue opere, “storie popolari, come quella della casa dei Granella abitata da spiriti dispettosi o come quella del corvo di Mìzzaro anch’essa con gli spiriti a protagonisti o come quella dell’Angelo Centuno che va di notte alla testa di una schiera di angeli“. [Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato. Rizzoli, 2000. Pp. 42-3]

A raccontarle tutte, si rischia di iniziare per non finire più, fra devozione agli spiriti (decollati e non), religiosità innervata di superstizione, sirene e diavoli, magàre e Donne di fuora. Restringendo il campo, vale la pena soffermarsi proprio su queste, prima di tornare a Pirandello e alla storia del figlio cambiato.

At the garden shrine WaterhouseLe Donne di fuora. Donni, Donne di fuora, Dunnuzzu o Donni di locu, Donni di notti a Caltanissetta, Donni di casa a Nicosia, Signore, Belli Signuri, Lochi di casa, Patruni di casa o d’u locu: molti nomi per indicare la stessa cosa, entità sovrannaturali che si mescolano alla gente comune. Si aggirano per le strade o per le case nottetempo, scivolando dai buchi della serratura, al centro di centinaia di racconti. Né fate né streghe, uniscono caratteristiche di entrambe le figure e si intromettono nei destini degli uomini di propria iniziativa. Iniziano le donne alla stregoneria e possono invitarle nella loro schiera. Talvolta crudeli, sono soprattutto capricciose e suscettibili. Simili a divinità del focolare,  non ricordano solo i Lari etruschi o le Deae Matres romane, ma secondo l’antropologo Giuseppe Pitrè si avvicinano anche a “Dames Blanches e […] Dames vertes di qualche luogo della Francia, [o alle] Benshies della Scozia“. [Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol IV. P. 177]

Sono donne, hanno del matronale per aitanza di persona, per opulenza di forme, per copia e lucidezza di chiome e per una tal quale maestà di andatura, di pose, di voce che è una bellezza per se stessa; e, meticolose quant’altre mai, amano la pulitezza e la compostezza fino allo scrupolo; e nelle case dove vanno vogliono trovare tutto in bell’ordine, ben rifatto il letto, bianche e odorose le lenzuola, sprimacciati i guanciali, splendido il rame in cucina, benissimo spazzate le stanze. […] può reputarsi fortunato chi riesce a vederle, e, vedutele, a cattivarsene l’animo indocilmente bizzarro. [Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol IV. Libreria L. Pedone Lauriel, 1889. Pp. 153-4]

Il cerchio magico WaterhouseNella notte di ogni giovedì lasciano a casa il corpo, e con lo spirito vanno vagando nelle case” [Pitrè, p. 154]. Al mattino, se le sorprende il sole, si trasformano in rospi e chiunque conosca le Donne di fuora, ben si guarda dal molestarne uno. Uccidere un rospo è sentenza di morte, mentre la molestia viene ripagata con cecità, strabismo e malattie incurabili. “Non v’è paese della Sicilia dove la trasformazione delle Donne di fuora in botte [rospo] non sia domma di fede per le femminucce più semplici e ingenue. V’è tuttavia chi crede doversi ritenere Donne di fuora solo quelle botte che hanno in nel mezzo della testa una specie di scrima spartuta, drizzatura del capo, simile a quella delle donne; […] e che quando la botte sia uccisa, è facile riconoscere nei suoi intestini gl’intestini umani (di li cristiani).” [Pitrè, pp. 159-60]. Nei pressi di Palermo gira voce che si possano ammazzare un rospo senza correre rischi solo di mercoledì e venerdì, altrove unicamente di sabato. L’unico modo per stare tranquilli, è portare rispetto a prescindere, chiedendo direttamente al rospo di cosa abbia bisogno e dandogli qualche briciola di pane, dello zucchero e del vino. Le Donne amano che gli si obbedisca, così come amano i piaceri della vita, la pulizia, la musica e le danze.

“Caratteristica, […] è in queste Signore la coscienza di se stesse, della propria potenza, e quindi la volontà di essere contentate, ubbidite ciecamente in quello che esse vogliono.” [Pitrè, p. 162]

C’è qualcosa che le Donne di fuora amano particolarmente: i bambini. In special modo, bambini indifesi come lattanti e neonati; li curano come se fossero loro figli, cullandoli e circondandoli di doni. Qualsiasi madre assennata che trovi fra i capelli del figlio strane trecce, capisce subito che le Donne di fuora hanno visitato la sua casa. Questi “trizzi di donna (plica polonica)” guai a tagliarli, perché le Donne torneranno per vendicarsi.

“Nella via di Collegio di Maria al Borgo […], [viveva] una bambina d’un ciabattino alla quale la inesperta madre tagliò questa plica congenita, guardò il letto per quasi due anni, e ne fu portata fuori morta ischeletrita, e con una ributtante gobba di dietro. […] E questa fu – dissero allora le comari più sapute del vicinato – punizione delle Donne di fuora.” [Pitrè, pp. 171-2].

Le Donne possono punire una madre sprovveduta, irrispettosa o poco attenta alla casa prendendo suo figlio e sostituendolo con un altro bambino.

“lo cambiano e lo sostituiscono con un altro più bello o brutto, con un altro poverissimo se quello è di agiata famiglia, e viceversa; il che si dice canciari. Il bambino canciatu o canciateddu è il bambino affatturato, e lo si giudica tale perché perde il colore del viso, emacia a vista d’occhio, intristisce miseramente, senza che se ne comprenda il perché. […] che può mai fare la sventurata madre se non rassegnarsi e tacere, se una mano superiore, soprannaturale, opera tanto sulla povera creaturina? Fortunate le donne di Vizzini! che almeno hanno la speranza della restituzione del figliuolo canciatu! […] Certe femminucce ritengono che le Donne di fuora cangino i bambini in quelle case che trovano non ispazzate, né pulite. Esse vogliono, esigono pulitezza e fragranza (Corleone). [Pitrè, pp. 170-1]

Con questa storia, Maria Stella aprì un intero orizzonte per il piccolo Luigi, un orizzonte di spiegazioni. Non era lì che doveva essere, ma altrove, in una famiglia dove l’avrebbero compreso, in una casa dove sarebbe stato possibile avere una comunicazione col padre e uno stretto legame con la madre. Poteva essere l’ennesima vittima delle Donne di fuora. Qualcuno stava vivendo la vita che doveva essere sua, chissà dove.

luigi-pirandelloDal naso al cieloIl figlio cambiato e Pirandello (1902-1934). La storia del lavoro di Pirandello intorno alla figura del figlio cambiato attraversa gran parte della sua vita e comincia con una novella dell’aprile 1902, pubblicata dapprima col titolo Le nonne sulla rivista La Riviera Ligure, poi meglio conosciuta come Il figlio cambiato (1923, sul Corriere della Sera e nel 1925 in Novelle per un anno, vol. VIII Dal naso al cielo). Una donna, tale Sara Longo, si persuade che il figlio di tre mesi “bianco come il latte” e “biondo come l’oro” sia stato sostituito dalle Donne con un altro bambino, “più brutto d’uno scimmiotto“.

“E guardi qua! guardi qua! – mi gridò una, acchiappando di furia e facendo voltare il testoncino a una bimbetta che teneva in braccio, per mostrarmi che aveva sulla nuca un codino di capelli incatricchiati, che guaj a tagliarli o a cercar di districarli: la creaturina ne sarebbe morta. – Che le pare che sia? Treccina, treccina delle ‘Donne’, appunto, che si spassano così, di notte tempo, sulle testine delle povere figlie di mamma!”

Stimando inutile, di fronte a una prova così tangibile, convincere quelle donne della loro superstizione, m’impensierii della sorte di quel bambino che rischiava di rimanerne vittima. Nessun dubbio per me che doveva essergli sopravvenuto qualche male, durante la notte; forse un insulto di paralisi infantile. […] Riflettevo tra me e me se non fosse opportuno richiamar l’attenzione della questura su quello strano caso, allorché, la sera stessa, venni a sapere che la Longo s’era recata per consiglio da una certa Vanna Scoma, che aveva fama d’essere in misteriosi commercii con quelle «Donne».

[Luigi Pirandello, Il figlio cambiato.]

Sidonia la strega

Magàra. Guaritrice, vive solitaria ed è difficilmente accettata dalla popolazione, ma viene cercata per faccende di cui non si fa normalmente parola: malocchio, segnature, riti di protezione, filtri d’amore, vendette. Conosce rudimenti di erboristeria, sa come ragionano i suoi conterranei e pare costituisca il tramite con forze sovrannaturali (le Donne di fuora). In odore di stregoneria, ma non è una strega. “Il popolo nostro fa una distinzione notabile fra strega e strega. Chiama Stria […] una strega-spirito […]; e Fattucchiera o Magàra una donna in carne e ossa, la quale però in seguito a certe pratiche e per certe condizioni speciali può operare cose soprannaturali, che ne fanno un essere straordinario e sovrasensibile.” [Pitrè, p. 101]

C’è tutto il campionario di storie e superstizioni sentito da bambino, con la differenza che l’intera vicenda viene messa in dubbio dalla molteplicità di punti di vista che esamina i fatti. La verità è che nessuno sa come siano andate le cose e non tutti sono disposti a credere a certe storie: la Longo passa per folle o sprovveduta, mentre le donne del paese danno credito alla sua versione. Il marito si crede raggirato e pensa che il figlio sia morto, mentre la voce narrante parla di una disgrazia (paralisi notturna) su cui è opportuno indagare. La vicenda non approda a niente; che la madre abbia o meno ragione, la sostanza non cambia: lei dovrà prendersi cura di un figlio che rifiuta, mentre una magàra si approfitta del suo stato. La vita continua a trascinarsi, fra sofferenza, incomprensioni e illusioni.

Fra 1930 e 1932 Pirandello recupera la novella e la immagina come opera da far recitare alla protagonista de I Giganti della montagna (pdf), testo teatrale che non riuscirà mai a terminare. I pochi versi contenuti ne I Giganti diventeranno La favola del figlio cambiato, un libretto d’opera musicato da Gian Francesco Malipiero.

La vicenda perde i suoi connotati realistici e diventa una favola. La madre rimane senza nome e diventa la personificazione della natura cui necessariamente si tende. C’è un principe, e tornerà per restare presso quella che crederà essere una madre perduta. La magàra Vanna Scoma dice alla donna di aver visto il figlio, ma la sprona a non cercarlo, a starsene zitta. La rassicura, dicendole che suo figlio sta bene dove sta, perché le Donne che lei ritiene responsabili l’hanno portato in una casa di re. “E questo è tutto il bene che gli volete?“, le chiede, come può volerlo ancora cercare sapendo che il suo è un destino regale? La Madre non vuole discussioni, lo pretende, quel figlio. “Il figlio mio, io voglio il figlio mio, povero come me, ma con me, ma con me! […] Per il figlio mio il mio cuore di mamma val più di ogni regno e più di ogni splendore!“.

Eppure, c’è un ma, e non da poco. Vanna Scoma ammette di aver detto una bugia caritatevole. La magàra, potrebbe non sapere niente e la Madre potrebbe non essere sicura che suo figlio sia stato cambiato, basando tutte le sue certezze su una serie di superstizioni. Rimaniamo sempre nell’indeterminato. Cosa sa la Madre di suo figlio? Cosa sa il figlio di una madre che non ha mai conosciuto? Non siamo sicuri che quel Principe sia il figlio della Madre, come non siamo sicuri che suo figlio sia stato cambiato. La soluzione arriva dal Principe, che decide secondo la propria inclinazione, scegliendo lui stesso quale sia la sua verità. Decide, lui, di essere il figlio cambiato, decide di fare della sua rinuncia alla corona un ritorno.

Album di famiglia

Le immagini che compongono questo album di famiglia raccontano una lunga storia di violenze, […] che si inseguono, si assottigliano, si intrecciano, scendono come radici nella profondità dell’essere e lo nutrono” (Leonardo Sciascia, nella Nota introduttiva) “Album non lieto, questo. […] Nell’allestire la mostra prima e nel preparare il libro, poi, sono stata colpita dal dolore che si legge in quei volti, in quegli sguardi. Ed è curioso osservare come gli anni che furono certamente i più travagliati (basta notare come il bel volto di Antonietta si vada adombrando) siano sì pervasi da sentimenti dolorosi, ma resi tanto umani dal calore di affetto che sempre vi traspare” (Maria Luisa Aguirre D’Amico, nipote di Pirandello, in Album di famiglia di Luigi Pirandello, editore Sellerio, 1985)

Perché decidere di essere un figlio cambiato? L’identità di figlio cambiato, Pirandello la sceglie tanto quanto l’ha scelta il principe, e come lui lo fa anche sulla base di sensazioni. La storia così come l’ha sentita dalla cameriera è stata utile per dare un nome a quello strano sentirsi fuori posto, in una famiglia da cui non si sentiva pienamente compreso, accanto a un padre in cui non si riconosce. Le Donne, poi, sono l’ideale personificazione del più classico dei destini, quello che fa un po’ come vuole, che scombina le vite degli altri senza tante preoccupazioni.

In questa storia non c’è solo uno, ma molti figli cambiati, che si sentano tali o meno, che si sentano minacciati o meno da questa prospettiva. Biografia del figlio cambiato, difatti, è la storia di una grande famiglia, di intere generazioni, di figli che diventano padri e madri, uomini e donne che instaurano rapporti distruttivi o protettivi, mai facili da vivere. Pirandello, quando da figlio diventerà padre, si renderà conto se sia mai stato cambiato e la conclusione cui arriverà darà una forma alla visione che avrà di se stesso. Il libro di Camilleri tratta difatti della difficile costruzione di un’identità attraverso gli anni, un ritratto fatto di manipolazioni ed egoismo, frammentazione, attrazione e repulsione, affetto e amore profondo.

Essere qualcuno. I genitori di Andrea Camilleri, ce la fecero a mandarlo in collegio. “Al ginnasio diventai così delinquente che i miei genitori cominciarono a farmi credere, recitando, che io in realtà ero un figlio cambiato, come Pirandello. […] Arrivati a un certo punto dovettero prendere un severo provvedimento, che è stato quello di mettermi al convitto vescovile di Agrigento. Dove i pianti… Madonna mia… perché dalla finestra di camera mia si vedevano le luci di Porto Empedocle sul mare […]. E quando capii che in realtà questi preti mi stavano alterando il carattere, feci in modo di essere cacciato dal convitto vescovile. Tirai un ovulo, un uovo da cuocere, che avevo in mano, che mia madre mi mandava per aumentare, diciamo, il vitto che mi passavano… lo tirai contro il crocifisso. Venni assaltato prima ancora che dai preti dai miei compagni, per un atto di blasfemia che tutt’ora, anche pur dichiarandomi non credente… Ogni tanto mi dava dei brividi notturni, me lo rivedevo questo gesto estremo, […] pensai che dovevo fare un gesto per il quale non c’era possibilità di perdono. Volevo essere cacciato fuori. E questo impedì certe trasformazioni, in negativo secondo me, del mio carattere.” [Da un’intervista ad Andrea Camilleri, fonte].

In qualsiasi modo la vedessero, Camilleri o Pirandello, per entrambi vale quel punto fermo che ha spinto l’uno ad avvicinarsi idealmente all’altro. Riconoscersi portatori di un’inclinazione e cercare di far valere la propria individualità oltre le interazioni, è fondamentale. Ogni singolo personaggio della storia che Camilleri racconta, vive cercando di essere  qualcuno – meglio ancora se trattasi di se stesso. Può sembrare scontato, ma non tutti possono, vi sono individui cui questo viene precluso; nessuno vorrebbe soccombere, ma a qualcuno tocca farlo. Uno dei temi portanti di questa Biografia è proprio lo stabilire quale condanna possa essere la perdita della propria identità, benché alla fine dei conti, questa identità, nessuno possa inquadrarla completamente. Sarà che siamo troppe cose insieme, sarà che in ogni interazione c’è sempre questa ricerca del compromesso fra chi siamo, chi vorremmo essere e chi gli altri vorrebbero che fossimo. E un compromesso dopo l’altro… chi diventiamo?

Caterina Ricci Gramitto

Luigi Pirandello a 5 anni, con le sorelle Rosolina (Lina) e Anna, e la madre, Caterina Ricci-Gramitto

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18 pensieri su ““Biografia del figlio cambiato”, Pirandello secondo Camilleri (parte I)

  1. Alessandra ha detto:

    Sembra interessante! Si tratta allora di una biografia in parte romanzata, se non ho capito male, che cerca di chiarire anche “l’origine” della visione pirandelliana. Il relativismo conoscitivo, l’illusione della verità oggettiva, la disgregazione e la mutevolezza dell’io che condanna all’incomunicabilità con gli altri, sono quindi tutti motivi che potrebbero derivare, “almeno in parte”, dal sospetto dell’autore di essere un figlio cambiato, così come dal rapporto conflittuale con la figura paterna. Attendo con piacere di leggere la seconda puntata.

    • Francesca ha detto:

      Grazie, intanto 🙂
      Camilleri fa esplicitamente riferimento a una biografia in particolare, quella di Gaspare Giudice, ma fra le sue fonti annovera anche Sciascia e una serie di lettere di vari autori, e su tutto questo gran mucchio di voci la sua diventa il filo che tiene tutto insieme. Ha delle intuizioni interessanti, fa un’indagine da vero commissario di polizia, romanza, ma con grande intelligenza. Sa mettere insieme dati biografici e letteratura in un modo avvincente. Non ha paura di sottolineare l’importanza della figura del figlio cambiato per il fondamento della visione pirandelliana. Pirandello avrebbe provato sulla sua pelle, insomma, cosa volesse dire sentirsi incompreso, estraneo… Il modo di stare al mondo, può essere diverso (e così tanto) anche fra due persone che dovrebbero potersi specchiare l’uno nell’altro. Rende veramente una certa umanità allo scrittore, riesce a far capire come il disagio possa effettivamente forgiare un modo di fare letteratura. Te lo consiglio questo libro, è una bellissima lettura. Fra l’altro è stato bello anche approfondirla in un secondo tempo, scriverne a proposito, rifletterci, e non solo in merito a Pirandello, ma anche riguardo me stessa.

  2. ysingrinus ha detto:

    Bellissimo articolo con idee inquietanti, come sempre sono inquietanti le storie popolari.
    Ammetto di non impazzire per Camilleri, ma potrei ricredermi con questo libro.

    • Francesca ha detto:

      Se sono inquietanti le storie popolari… come tutti i miti contengono paura e morte, rispondono alle necessità di chiunque di spiegarsi com’è che va il mondo. E come ci si risponde? spesso e volentieri proprio con la paura. Amo leggere storie popolari, leggende… libri come Il ramo d’oro… ma anche proprio quel libro ho trovato approfondendo la cultura siciliana. Una cosa praticamente infinita.
      A Camilleri una possibilità – soprattutto per questo libro – gliela darei. Se ti piace come scrive da un brano qualunque di quelli che ho riportato, sei a metà strada. Trovo un testo come questo un po’ diverso dagli altri titoli che ho iniziato, sembra più leggero, ma la mia è solo un’impressione. Molto coinvolgente.

      • ysingrinus ha detto:

        La storia di Montalbano non so se mi ispira, questo invece…
        Il ramo d’oro è bellissimo e dà modo di studiare e cercare molte cose, libro molto importante.
        La cultura popolare è forse l’unica vera cultura degna di questo mondo. Con tutti i suoi sogni ed incubi, con tutti i suoi racconti sulla vita e sulla realtà.

        • Francesca ha detto:

          A suo tempo chiesi a un lettore di Camilleri (e lettore decisamente appassionato, considerando che gli mancheranno tipo tre titoli da leggere) quale ritenesse il libro più bello di questo autore, volendo cominciare. Domanda abbastanza banale cui mi rispose non banalmente. Io mi aspettavo una storia di Montalbano, e invece… mi trovai così a leggere Biografia di un figlio cambiato. C’è molto di Camilleri oltre Montalbano e qui trovi storia e tradizione popolare. Prova ad ascoltare una qualsiasi delle interviste su youtube a Camilleri sulla sua vita a Porto Empedocle, Agrigento, o sulla Sicilia in generale… racconta tutto in un modo vivido, quasi sensoriale. Veramente ti rendi conto di quale intrattenitore sia, veramente racconta storie e le vive mentre le racconta. Tutto deriva proprio dalla consapevolezza di quanto siano vitali queste tradizioni locali, di quanto facciano appello a sogni e incubi.

  3. sherazade ha detto:

    Bentrovata mia cara ho dato una breve scorsa e davvero non posso farcela non adesso ma date i tuoi lunghissimi tempi di gestazione avrò modo di mettermi in pari.

    Sherabbraccicarianzidi+

  4. crimson74 ha detto:

    Camilleri non è decisamente il mio ‘tipo’, per tanti motivi: non mi appassionano i polizieschi, non amo la letteratura che ricorre troppo al dialetto e sopratutto diffido ‘a prescindere’ (riconosco che è un pregiudizio da parte mia) di tutti quegli autori che godono di un’eccessiva sovraesposizione mediatica… detto questo invece Pirandello lo dovrei ri approfondire, dato chee sono fermo al “Fu Mattia Pascal” dei tempi del Liceo… A rileggerti presto!!! 🙂

    • Francesca ha detto:

      Sul discorso “polizieschi”, si può lavorare, Camilleri non è solo questo e personalmente trovo che sia piuttosto interessante quando approfondisce tematiche letterarie o storiche. Sulla sovraesposizione mediatica e il ricorso al dialetto… c’è poco da fare, così è. Personalmente, si supera, il materiale c’è, che poi Camilleri ha raggiunto la “fama” molto tardi, dopo anni e anni di lavoro. A cose normali la sovraesposizione darebbe un gran fastidio pure a me.
      Pirandello? una volta provai a leggere L’esclusa e Suo marito, ma sai cosa, ha sempre fatto parte di quella schiera di autori che ho sempre trovato “inarrivabile”, avvolto da un’aura con un che di sacrale. Ora, conosciuto meglio il personaggio o quello che è stato l’uomo, sento di potermi avvicinare di più. Tutta un’altra cosa.

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