La sfiga di un incipit che funziona

Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e di là dal fiume tabacco sormontato da alberi piangenti e monetine di sole che filtrano sull’acqua alla foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano: sorgo, farinello, leersia, salsapariglia, cipero, stramonio, menta selvatica, soffione, setaria, uva moscardina, verza, verga aurea, edera terrestre, acero da fiore, solano, ambrosia, avena folle, veccia, gramigna, fagiolini spontanei invaginati, tutte teste che annuiscono dolcemente a una brezza mattutina che è la morbida mano di una madre sulla guancia. Uno strale di storni stoccato dalle stoppie del frangivento. Il lucore di rugiada che resta lì a svaporare tutto il giorno. Un girasole, altri quattro, uno chino, e lontani cavalli rigidi e immoti come giocattoli. Annuiscono tutti. Sole biondo birra, cielo pallido e volute di cirri così alte da non fare ombra. Insetti indefessamente indaffarati. Quarzo, selce, scisto e croste di condrite ferrosa nel granito. Terra antichissima. Guardatevi intorno. L’orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli.

Ma ecco i corvi solcare il cielo, tre o quattro, non a stormo, in volo, silenziosi e malintenzionati, si dirigono verso il grano puntando al filo spinato del pascolo oltre il quale un cavallo annusa il sedere a un altro, che si premura di alzare la coda. La marca delle tue scarpe impressa sulla rugiada. Un refolo di erba medica. Le lappole sui calzettoni. Secca frizione di un canale sotterraneo. Filo spinato rugginoso e pali sghembi, più simbolo di reclusione che recinto vero e proprio. “Divieto di caccia”. Il fruscio dell’interstatale di là dal frangivento. Le mucche sparse al pascolo rivoltano tortini di terriccio per raggiungere i vermi, le sagome dei vermi impresse nel letame capovolto che induriscono cuocendo tutto il giorno al sole e non vanno più via, minuti solchi evacuati a schiera e spire inserte che non si richiudono perché la testa non tocca mai la coda. Leggete questo.

Lo so, non è un vero e proprio incipit, qui si continua ben oltre il limite. Senza stare troppo a sottilizzare, questo è l’incipit che mi ha maggiormente ossessionato, il più letto negli ultimi (presumo) cinque anni, quello che ho ricordato meglio. È l’incipit che mi ha fatto pensare tante volte “voglio riprendere quel libro“. Beh, fantastico. Se quella degli incipit è una scienza esatta, il libro me lo sarò divorato. No e no. “Il re pallido” di David Foster Wallace non l’ho mai letto fino in fondo. A dir tanto, non mi sono mai spinta oltre il secondo capitolo. Forse l’inizio del terzo, ma non ha nessuna importanza, perché tanto non me lo ricordo. Scienza esatta un piffero, dunque.

Vero è che “Il re pallido” ha una storia particolare. Come romanzo, prima di tutto, non esiste, almeno, Wallace non ha deciso niente di preciso a riguardo. È incompiuto e quando è successo quello che è successo, il romanzo se ne stava sparso in una stanza, fra appunti, fogli senza senso apparente, capitoli separati senza un ordine stabilito. Era deflagrato un po’ ovunque, ma considerando che trattavasi dell’ultimo romanzo su cui Wallace avesse messo le mani, sarebbe stato un delitto lasciarlo lì. Qualcuno ha pensato bene di fare un lavoro di ristrutturazione e il risultato lo puoi trovare in qualsiasi libreria.

Il protagonista è a bordo di un aereo e guarda giù: l’incipit è il suo colpo d’occhio, sin troppo profondo per essere quello di una persona che vola a una certa altezza. Vede tutto, in un dettaglio che potrebbe far pensare a uno stato allucinatorio. Sembra l’estensione dell’attimo in cui qualcuno sta avendo la sensazione di essere parte di una totalità complessa. Come brano ha una musicalità tutta sua; chi l’ha tradotto ha fatto un buon lavoro. Ogni parola trascina l’altra, c’è un concatenarsi continuo, pause, accenti, tutto contribuisce alla riuscita. Come nella poesia. Questo pezzetto, come potrai immaginare, mi ha destabilizzato a tal punto da rendermi impossibile il proseguimento della lettura. Io dovrei voler scrivere di un libro e invece, se dessi retta, scriverei solo della sua prima pagina, e perché? Perché si. Perché potrebbe stare in piedi da sola, quella pagina scarsa. Perché l’ho amata tanto da farmi pensare a questa domanda perfettamente inutile: questa qua è una poesia?

La domanda, una risposta l’ha avuta, ma questa è un’altra storia. Il racconto di come un incipit abbia funzionato talmente bene da non farmi leggere il resto, è solo un pretesto per poter passare a quella storia lì.

38 pensieri su “La sfiga di un incipit che funziona

  1. Sono d’accordo con te, quell’incipit così descrittivo, profondo, preciso fino all’ossessione da bene l’idea della statura dello scrittore David Foster Wallace, da molti citato, lodato, ma (di questo ne sono convinto) mai letto fino in fondo. Di Wallace ho affrontato un solo libro (dicono che sia il suo capolavoro) Infinite Jest, ma, dopo una cinquantina di pagine l’ho abbandonato. Non riuscivo a capire dove voleva andare a parare la sua scrittura profonda, precisa, descrittiva…
    Un genio che, a mio modesto parere, non desiderava di essere capito e, in fondo, di essere amato.
    Nicola

    1. Quando scrisse “Una cosa divertente che non farò mai più”, Wallace scrisse il suo resoconto mescolando esperienze verosimili (ma non accadute in quella crociera) al vissuto reale. Ingenuamente, ho preso per buono tutto quello che aveva scritto, pensando sì, magari avrà esagerato qua e là, ma alla fine (leggendo una biografia) scopro che era molto più alterato di quanto pensassi. Come se, in fondo, si volesse nascondere. Questa strana commistione di vero e artificiale, viene presentata attraverso una scrittura complessa, perché Wallace scrive dannatamente bene, scrive talmente bene che fa venir voglia di scrivere, ma non sempre di leggere. I racconti di Oblio, per esempio, alcuni sono respingenti, ma non perché siano brutti, anzi, sono difficili, come potrebbe esserlo Infinite Jest. Inutile dire che anche io l’ho preso e mollato, se non lo leggi continuativamente poi ti perdi e niente, devi ricominciare. Un gran muro di bellissime parole, costruito con una bravura quasi eccessiva. Il bello di quel nucleo tanto piccolo di parole, è che sembra che ci sia una persona sotto, come se lui in un certo senso trasparisse. Ma lui, lo credo anche io, forse non ci teneva a essere capito e non c’è niente che possa far sentire amati quanto l’essere capiti.

  2. bè, mi pare che in questo incipit ci sia tutto il bello e tutto il brutto della sua scrittura: da una parte la padronanza della parola, il saperla trasformare in musica, dall’altra l’abuso e lo sfoggio che ne fa (un elenco di cinque righe di graminacee e altre erbe, a mio vedere, è solo sfoggio e sfida alla pazienza del lettore)
    ml

    1. Sottoscrivo. L’elenco è talmente una roba assurda, vagamente respingente per il lettore, che da lettore l’ho apprezzato unicamente per la sua musicalità. Mi piace leggerlo a voce alta, questo e un po’ tutto il brano, proprio per come suona, perché se sto dietro alla singola parola non ci cavo più le gambe. Se riesco a estrapolare qualcosa, tanto meglio, a volte succede. “Terra antichissima. Guardatevi intorno. L’orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli.”, questo è fervente ottimismo, da non crederci. Se poi ti muovi in altri territori, tipo certi racconti di Oblio, è anche peggio, sono costruzioni bizantine bellissime, ma… ma poi? Credo che sia il mio personale modo di voler bene e insieme mandare a quel paese (bonariamente, s’intende) Wallace: alla fine, lo devo prendere per quello che è, tanto al cuore non ci arriverò mai. Anche Nicola qua sopra ha scritto bene, non ci teneva particolarmente a essere capito e in fondo, forse, nemmeno a essere amato.

  3. Dopo aver scritto un incipit così, nel bene e nel male, uno potrebbe mettere via la penna e non prenderla in mano mai più. Davvero potrebbe stare da solo come un pezzo di prosa d’arte, antologizzabile su un libro di letteratura; e la domanda che resta al lettore – e forse, se ho capito bene, è un po’ quella che ti sei posta tu – è: ma letto questo passo, che cosa mi aspetta? Devo prevedere una pagina nuova dopo, o girando ne trovo altre duecento bianche, e il libro era un bluff? Quando si dice: “Troppa grazia”…

    1. Vero! abbagliata com’ero, è stato come sfogliare una pagina bianca dopo l’altra. Troppe aspettative. Troppa bellezza tutta insieme. Non sarà nemmeno un caso che successivamente nel testo una delle poche (no, è l’unica cosa) che ricordo ancora oggi sia una frase: “Sopra e sotto era tutt’altra storia, ma c’era sempre un che di deludente nelle nuvole a starci dentro; smettevano di essere nuvole. Diventavano solo nebbia.”. Si trova a pagina 17 e credo che sia emblematica proprio di questo fatto.
      Oggi mi chiedo: avrei letto diversamente questo libro, l’avrei proprio letto, se non avessi avuto quella pagina come incipit?

      1. Questi sono i dubbi che rimangono sedimentati per sempre. Poi uno, nei suoi più reconditi sogni, lo chiede direttamente al Wallace, come il narratore della “Storia vera” di Luciano all’anima d’Omero, e magari si sente rispondere allo stesso modo: “Non so, mi è venuto così”…

        1. Già. Perché magari noi ci pensiamo su, ci avventuriamo in tante congetture, ma forse le cose sono state più semplici di quanto pensiamo.
          …e a pensarci bene, quante domande mi piacerebbe fare, volendo, a Wallace e non solo. Chissà quanti miti cadrebbero.

            1. Che la conoscenza generi infelicità credo che sia pressoché assodato… Penso alla parola pharmakon, che significa sia veleno che rimedio. Ecco, la conoscenza è un bel farmaco.

              …che poi, a pensarci bene, sai che non lo so, piuttosto che illudermi vorrei sapere, anche se ne soffrissi.

                1. A un certo punto bisogna riconoscere che serve vivere con coraggio, sennò non si fa un solo passo avanti. Tersite stesso è famoso per la codardia, ma in realtà era tutt’altro che codardo.

                    1. No, non era per nulla scontato. Quello che mi fa rabbrividire era il vivo sostegno all’autorità da parte degli altri soldati, che avrebbero potuto o voluto dire le stesse cose di Tersite. E guarda, li capisco, perché la scettrata se la sarebbero beccata pure loro. Legittimo avere paura, ma non si sono limitati a questo, hanno riso di Tersite, senza sapere – forse – che stavano ridendo di loro stessi. E lo facciamo pure ai nostri giorni, quando baciamo le nostre belle catene.

                    2. Hanno smantellato quel poco che rimaneva del nostro senso critico, hanno demonizzato la conoscenza, ci hanno atomizzato, livellato. Dobbiamo essere grati delle bastonate che prendiamo, perché sennò ci toglierebbero pure quelle e farebbero di peggio. Per molti è tanto più semplice.

                    3. A furia di umiliazione, però, vedo che una parte delle persone ha cominciato a farsi domande e cercare risposte. È un processo lento ma c’è, e con esso c’è una speranza. Più che aggrapparsi a quella, non saprei che cosa fare.

                    4. Si, è vero anche questo, per fortuna una reazione esiste. Lo posso vedere anche con me stessa. Non avrei mai detto, ma con gli anni mi sono interessata anche di materia economica – per fare un esempio. E intorno a me ho constatato lo stesso. Certo, siamo ben lontani da una risoluzione, ma un minimo di speranza diamine, ce la possiamo (e dobbiamo) permettere.

                    5. Infatti, almeno questo. Io sono persuaso che l’economia, gira e rigira, finisca per punire chi tenti di sovvertirla, anche se prima tira mazzate a tutti gli altri; le storture attuali, prima o poi, si ritorceranno contro chi le ha progettate o causate; anzi, lo stanno già facendo, e costringeranno a una soluzione più equa. Noi dobbiamo resistere, che non è facile, ma serve.

                    6. Qualcosa dovrebbe già dirci il fatto che l’economia a scuola non sia, non dico una materia da studiare, ma nemmeno un nodo importante nell’ora di storia. Toh, nell’ora di “diritto”, ma poca roba, se non niente. Per assistere a una decente lezione di storia dell’economia ho dovuto aspettare di arrivare all’università, e nemmeno subito. Vengono affrontate, poi, le solite questioni, nei modi che potrai immaginare. Vero è che questo sistema ha contraddizioni sempre più evidenti, che traspaiono con o senza l’istruzione scolastica. Le parole d’ordine non funzionano più come solo sei, sette anni fa. Almeno adesso di certe cose si può parlare senza essere considerato un mentecatto. Molto, molto dura, ma sono d’accordo, non potrà andare avanti in eterno. Se c’è una cosa che la storia ci ha insegnato, è che non c’è niente di veramente “irreversibile”.

                    7. C’era un signore che anni fa aveva detto che avrebbe garantito lo status quo “whatever it takes”; ma andrebbe letto “whatever it breaks” – le scatole, oltre che i principi fondamentali delle Costituzioni democratiche successive al ’45, i diritti acquisiti fino agli anni ’70, un sistema di equilibri commerciali tra nazioni libere e sovrane il cui unico punto debole è sempre stato il petrolio. Tanto ora l’oro nero è diventato l’ultima incarnazione del Demonio (dopo, ovviamente, aver fatto le guerre per possederlo), quindi siamo pronti a cercare qualsiasi altra fonte di energia; se ne troviamo una producibile in Italia, saremo a cavallo, dopo la fine del sistema economico attuale.

                    8. Questo signore (che molto mi spaventa) ben rappresenta l’arroganza di questo modo di amministrare la nostra società. Mi sono detta, voglio pensare a qualcosa da scriverti in risposta, ma non mi viene in mente niente che non sia rabbia. O fermezza, al limite, nel mio proposito di resistere. E sì che lo si vorrebbe anche santificare.

                    9. Hai ragione, ed è anche inutile spendere troppe parole su certa gente. Piuttosto, per tornare in linea con il tema del tuo articolo. Per curiosità, ti propongo un incipit che ho scritto io: vorrei sapere se sia del tipo che invoglia a leggere.
                      “Un viaggiatore del 1907, affatto digiuno di Londra ma ben nutrito di pagine del Dickens, come avrebbe trovato la capitale britannica al primo sguardo? Più comignoli fumanti che nei libri, certo, e più vapori sul Tamigi; ma lo stesso guazzabuglio d’un tempo, un poco più rapido e rumoroso, la stessa fuliggine ad annerire le facciate. Carri e carrozze giravano ancora le vie, trainati da cavalli; e questi s’inquietavano al fragore di rare automobili. Non meno sgargianti delle vetture loro antenate, i mezzi nuovi erano ancor opere d’artigiani, costose carrozze a motore come la Daimler color prugna, che ora s’immetteva in una via tranquilla e frenava davanti a una residenza signorile.”

                    10. Personalmente mi incuriosisce perché avverto questo confronto passato-presente (ma anche percepito-reale), che mi preannuncia qualcosa, ma non so bene cosa. Parole ricercate, anche. Da quanto leggo, posso immaginare che chi ha scritto questo continuerà a offrire una buona prova di scrittura, non qualcosa di raffazzonato. Apprezzo che mi si mostri lo scenario, facendomene avvertire la presenza, con quel tocco di colore sul finire del paragrafo che, forse, è la cosa che ho preferito. Procedi al di sopra, per poi ritrovarti con quell’accento sul livello della strada. Non è un pugno in faccia, non è la cosa che ti aggancia e pretende attenzione, non parli di morti né fai intravedere un destino devastante, ma immagino che tu non ne abbia un vitale bisogno. Punto tutto sul colore della Daimler.
                      Io sto scrivendo una cosa che ha un carattere anche macabro, se vogliamo, per cui sto cercando di creare un incipit che si adegui alla storia complessiva, vorrei qualcosa di violento, il classico pugno in faccia. Credo che sia questione di quello che si andrà a sviluppare, caso per caso.

                    11. È molto vero: ogni storia ha un modello più adatto. Nel mio caso, anticipo che morrà tanta gente, ma prima di arrivare lì ce ne vorrà…
                      Il pugno in faccia si potrebbe ottenere con una rapida descrizione a effetto: magari, se è in tema, sbattendo già in faccia al lettore il primo cadavere; ma bisogna trovare il modo di non essere prevedibili. In ogni caso, grazie per il commento e in bocca al lupo per la tua opera.

                    12. Ora sono curiosa di leggere la storia dopo il tuo incipit, te lo scrivo en passant.
                      Per quanto riguarda la mia, c’è un quasi cadavere nella storia e iniziare da lui significa iniziare dalla fine, ma suppongo che anche questo sia un elemento ricorrente dell’incipit “pugno in faccia”. Credo che sia la soluzione corretta, perché il messaggio che voglio passare scaturisce proprio da quella immagine e mi serve che si imprima nella mente di chi legge. Io non so come andrà avanti il tuo scritto, ma dal particolare che ho notato sopra tutti gli altri ho avuto la netta impressione che ci sarebbe stato qualcosa di legato a quel mezzo di trasporto, il trasportato, magari, che avesse qualcosa di diverso da tutto il resto, anche di minaccioso, non saprei, ma sicuramente sopra le righe. Vorrei fare lo stesso con un braccio, vediamo se mi riesce.

                    13. Sono lusingato, ma non ancora pubblicato; spero solo di trovare un modo più dignitoso dell’autopubblicazione…
                      Sulla tua intuizione circa da Daimler color prugna, è vero: il trasportato è importante ai fini della trama.
                      Ricapitolando, invece, l’opera che stai scrivendo: dovrà esserci un morto – o quasi – nel finale, ma serve un modo di anticipare nell’incipit senza rivelare il finale; se funziona con il braccio, sei a cavallo; altrimenti, si può omettere dalla descrizione una buona parte delle informazioni, in modo che, pur attirando l’attenzione, il “mezzo cadavere” non rovini il finale. Fammi sapere come andrà a finire, intanto che cerco un’edizione per il mio romanzo…

                    14. Confido che un giorno potrò leggere il romanzo, allora.
                      Riguardo il quasi-morto, non so se mi interessi di più la sua storia o la sua fine, ma considerando che trattasi di personaggio storico, molti possono già sapere della sua morte. Questo, benché sia cosciente del fatto che in pochi lo conoscano. Sono tentata di giocare a carte scoperte e descrivere quanto più minuziosamente possibile, puntando tutto sulla vicenda e su quello che della sono riuscita (o riuscirò) a capire del personaggio. Essendo un romanzo storico, vorrei capire quanto effettivamente sia importante un finale spiazzante. Ci devo lavorare su, per ora ti ringrazio per gli spunti che mi offri.

                    15. Mi sa che i nostri romanzi si somigliano, allora: anche il mio è un romanzo storico e racconta un fatto vero; anch’io mi sono lanciato nella descrizione dettagliata proprio perché il finale era, almeno in parte, scontato.
                      Sono contento che il mio romanzo abbia suscitato qualche curiosità e che quanto ho scritto prima possa esserti tornato utile. Anche in me cresce la curiosità nei confronti del tuo libro. Ti aggiornerò sugli sviluppi del mio e sarò curioso di sapere qualcosa del tuo. Buona serata. 🙂

                    16. Considerando come scrittura e lettura siano dei processi, sarebbe riduttivo concentrare il proprio sforzo sul finale (e anche sull’inizio, a dirla tutta), per questo mi trovo bene con l’idea di un romanzo storico. Pensa, se ho la foga di sapere come andrà a finire, non riesco a godermi quello che c’è nel mezzo. A volte è capitato che andassi a leggere il finale. Questo è un problema mio, ma credo che renda l’idea.
                      Aggiornami assolutamente sugli sviluppi, mi fa piacere. E se tu vuoi sapere qualcosa di più sul mio, ho già buttato giù un piccolo nucleo, una bozza sperimentale, qui nel blog, nella storia “A dragon’s tail”. Quello è stato l’inizio, un po’ di tempo dopo aver iniziato a documentarmi.
                      E, vista l’ora, buona giornata 🙂

  4. Francesca, oggi ho letto il post nuovo su Cortázar, ma mi sono accorta che manca il modulo per i commenti… Allora, scusami, te lo voglio dire qui che il tuo è un ottimo lavoro, che mi hai fatto rivivere ciò che ho amato di più di questo scrittore e che mi hai dato anche l’input per scoprirlo sotto altri aspetti. Bravissima!!

    1. Ora capisco perché non commentava nessuno 😀 beh, la cosa mi fa un po’ rimanere male, è un peccato, ma almeno grazie a te ho risolto il problema.
      Grazie a te, non so quante volte te l’avrò scritto, ma è merito tuo se ho scoperto Cortazar e se adesso ho questa miniera di parole a mia disposizione. Spero proprio di scriverne ancora in futuro, perché sono solo all’inizio. A passeggio con Keats prima o poi lo finirò, per dirne una. E se ne scriverai in futuro, sarò ovviamente lì per leggerti 🙂

  5. Non di solo incipit vive la prosa, anche se, trattandosi il libro di un oggetto da comprare (e da vendere quindi) è normale sia l’ossessivo obiettivo di chiunque voglia sfondare, o anche solo passare la valutazione preliminare di editor e agenzie. Il resto? Non conta. Non puoi mettere il colpo di scena che dà il là alla storia a pagina 38, o peggio, pagina 53! E chi ci arriva lì? La freschezza è nelle tre righe. Oppure no? Oppure è solo una malata percezione del like a tutti i costi?
    Ad ogni modo, sì, Wallace stava male, davvero tanto, e non ne poteva più, almeno secondo le sue più o meno precise biografie… Chissà come starebbe ora, che si comincia a intravvedere cosa sia, davvero, la depressione… Non solo poca “contentezza” ma perfino malattia curabile, come un’infezione.
    Infinite jest, che ho trovato in varie versioni da 1000 a 1500 pagine, è una sfida che non tenterò mai, come non tenterò mai di leggere il suo incompiuto. Perché in fondo, forse, oltre che tanto stile, non voleva dire niente a noi…

    1. Sai che è una logica che non amo, infatti me ne sono sempre bellamente fregata. Se ho iniziato a dargli credito è stato solo perché ho deciso di ascoltare gente di cui mi fido. Una è la mia “editor” che io costringo a essere tale, l’altra è Gamberetta, che qua e là scriveva di come riuscisse a capire di che pasta è fatto un testo a partire dal primo paragrafo. Certo, potrebbe essere esagerato, io stessa ho trovato incipit che non ho amato (tipo quello di Svevo, ne abbiamo scritto in Di incipit e bisarche nei commenti), per poi trovare qualcosa di interessante da leggere. A guardarsi in giro, è anche vero come sia pieno di libri smorti con incipit smorti, basta aprire l’ennesima storiella d’amore fatta col copia e incolla. Tutto ci può stare, non è una scienza esatta, per l’appunto. Però, se devo scrivere qualcosa per me, deve essere tesa come la corda di un violino. Riguarda me, però. L’incipit con la bambina non poteva andare, non come primo capitolo, ma a ben vedere all’inizio, prima di arrendermi a quest’idea, pure io ho pensato, “ma cavolo, possibile che questo editore non abbia la pazienza di leggere oltre l’inizio”. No, non ce l’ha, e non ce l’ha gente che ha tutta la mia stima, che si chiede “dove sta S? Chi è questa qua?”. Dico io, “Sarebbe sua sorella” e lui risponde “Ma è la storia di S o di sua sorella?”. Con questo abbiamo a che fare e non mi piace, non c’è pazienza in chi legge. O c’è altro, è un’esigenza narrativa? L’incipit di Manzoni avrebbe senso, oggi? Vive nel suo tempo, nasce dal suo tempo, ma non posso fare a meno di chiedermelo. Alla fine mi sono detta: “vabbè, mo beccatevi ‘sto cazzotto dritto nei denti”. Non lo so mica se ci riuscirò, ma lì vorrei arrivare.
      Quando penso a Infinite Jest mi viene in mente una cosa scovata nella biografia scritta da non mi ricordo chi, c’è l’articolo qui sul blog, una biografia bellissima fra l’altro. Insomma, arriva la sorella di Wallace (sempre ‘ste sorelle) e gli dice: “Ma proprio con un libro di un miliardo di pagine dovevi risolvere l’irrisolto con la mamma?”. Forse non voleve dirci un bel nulla, lo penso da tempo, ma ci siamo attaccati come cozze a questo scrittore lo stesso. Voce di una generazione. Al massimo, era la voce di sé stesso. Se poi ci vediamo qualcosa anche per noi, non è di certo colpa sua.

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