Un dito nel ventilatore

Julio Cortazar è stato prodigo di suggerimenti circa la natura della poesia. Non me ne vogliano amici poeti che abbiano provato in passato a spiegarmi le stesse cose. Colpa mia, perché non ho saputo ascoltare.

Cortazar, risposta breve: “Boh.”

Cortazar, risposta meno breve: “Aristotele ci ha scritto sopra niente meno che un’intera Poetica, però non esiste una definizione di poesia che mi convinca, e soprattutto che convinca un poeta. L’unico che in fondo ha ragione è quell’umorista – credo spagnolo – che ha detto che la poesia è quella cosa che resta fuori quando abbiamo finito di definire la poesia: scappa, non resta dentro la definizione.”

Ma se proprio lo trovi in vena di scherzare, arriva la terza risposta:

metti un dito nel ventilatore.”

Su questo, però, torneremo più avanti.

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Giocare alla poesia è giocarsi tutto, gettare sul piatto anche l’ultimo centesimo per rovinarsi o far saltare il banco.” ecco la frase sulla quarta di copertina

Il mio primo libro di Julio Cortazar è stato Ultimo round. Ho scelto di portarmi a casa questo libro per ottimi motivi: le lune identiche che si specchiano l’un l’altra sulla copertina, la frase sulla quarta di copertina e la comodità della poltrona della libreria. Da non trascurare che contenesse di tutto: poesie che per leggerle bisogna girare il libro, fotografie, statue che discutono, un dollaro, il fungo all’idrogeno. Sembra di sentirlo, Cortazar: “lo vedi cosa si può fare con le parole? Lo vedi fino a che punto si può vivere?“. Nonostante tutto, sarebbe stato un altro libro a farmi innamorare: A passeggio con Keats. In questo caso, di motivi per cui ho deciso di averlo, ce n’è stato solo uno: la consapevolezza che anche a Cortazar piacesse immaginarsi a spasso con qualcuno ormai trapassato. “Vediamo come gestisce la faccenda“, mi sono detta, e non ho ancora smesso.

Cortazar è un vero tiranno. Poniamo che ti si rompa la punta del lapis; stai sottolineando una frase, ma non ti entusiasma quella coppia di minuscoli fili paralleli. Se ti succede mentre studi su un libro di Gamow, puoi limitarti a prendere una gomma e cancellare. Cortazar non te lo permetterebbe mai: ti costringerebbe a osservare la grafite e indagarne la spaccatura. Ti troveresti a convenire con lui che sì, pare proprio una minuscola scogliera di ossidiana, a picco sul foglio. Ti farebbe contemplare quell’attimo in cui, nella durata di un’intera esistenza, ti sei concentrato su una scheggiatura, mentre un treno ti stava riportando a casa. Cortazar è attento, non gli sfugge niente, perché tutta la vita trabocca di senso e bellezza, perché tutto può essere raccontato. Vita e letteratura hanno confini molto sfumati e lui non perde occasione per ricordartelo. Interrompe il filo del discorso per fare un inciso o semplicemente per confessare quanto sia bello quel pezzo di musica classica che sta sentendo alla radio. Sei libero di ignorarlo, ma mettiamo che tu ceda alla curiosità: puoi alzarti, te lo vai a cercare, lo ascolti con lui. Tutto il libro è attraversato da scambi di questo genere, gli stessi scambi che lui, come autore, ha al suo interagire con Keats.

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La mia edizione è “A passeggio con Keats”, Fazi, 2014.

Se Cortazar ha modo di parlare di un poeta come se fosse vivo, è perché il suddetto poeta ha lasciato qualcosa di vitale insito nella sua opera, ma anche perché qualcuno ha saputo accogliere questa vitalità. È una bizzarra dichiarazione d’affetto, di comprensione, una dimostrazione di risonanza fra individui. Cortazar immagina un giovane Keats, avviato alla professione di farmacista, che corre su per una collina e va a conficcare un bisturi nel tronco di un albero. Concettualmente, questo atto di forza, Keats l’ha compiuto: tutta la sua poesia è stata contemplazione dall’alto di una collina e insieme il rifiuto di un certo stile di vita. Cortazar, però, non si accontenta, ha la sfrontatezza necessaria per affermare: “sono sicuro che lo fece” [p. 33]. Non è simbolico, per lui, il bisturi è conficcato, lo puoi vedere anche tu. Non ci credi? Leggi altro, il mondo è pieno di libri che vorrebbero descrivere la realtà, senza bisogno di alcuno sforzo da parte tua, libri più docili, più rassicuranti e organizzati di questo. Non sono migliori o peggiori, sono proprio altra roba. Qui, finché si prosegue la lettura, bisogna accettare le regole di questo gioco.

Il vaso di basilico
Uno dei centinaia di motivi per cui dovrei ringraziare questo scrittore.

Julio e John camminano insieme e rimangono due entità distinte. Se passeggiassimo insieme, è altamente probabile che non ci troveremo d’accordo su tutto, discuteremo, potrai farmi cambiare idea su qualcosa, valutare un’opzione, convincermi che è meglio prendere un caffé o una birra prima di rientrare. Lo stesso accade qui. Questo libro è la storia dell’influenza che ha avuto Keats su Cortazar, l’aiuto che gli ha dato per crescere come uomo, poeta, scrittore, osservatore. Il loro è un percorso talmente pieno di suggestioni da costringermi a lasciare sempre qualcosa per strada; dopo mesi che prendo e riprendo questo libro, non sono riuscita a finirlo e sicuramente nemmeno a capirlo fino in fondo.

Mi ha costretto a prendere una raccolta di poesie di Keats, a recuperare una copia del Decamerone per rileggere la novella di Lisabetta e del vaso di basilico. E chi se la ricordava più? Ora, è l’asse portante di una riflessione. A passeggio con John Keats mi ha convinto a guardarmi intorno quando passeggio per la mia città, perché è sempre diversa, anche se è piccola e ci vivo da trenta e più anni. Mi ha imposto attenzione, ma in cambio ha rivitalizzato alla radice la mia capacità di scrivere e mi ha restituito come poche cose il nerbo per farlo, appunto, scrivere. Questo libro non lo leggo. Lo uso, è una cassetta di strumenti, è un cacciavite. La domanda da cui sono partita (quale differenza fra poesia e prosa?), l’ha fatta appassire fino alla morte, perché in Keats, “la sua opera è una, in quanto il suo significato non diverge passando dal verso alla prosa, dal canto alla narrazione” [p. 54]. È solo una questione di forma: non c’è prosa, non c’è poesia, è sempre lo stesso fiume, che sia arginato da una diga, che passi sotto terra, lento o fra le rapide. Mi ha insegnato che vale per la poesia/prosa d’accatto la stessa cosa che vale per il vino: se ne bevi un bicchiere di vino già pensando al successivo, non senti niente. Scriveva Keats:

Ah, povere anime! / I venti del cielo soffiavano, alzava l’Oceano / le sue onde gonfie… e voi nulla sentivate. [p. 74]

Mi ha insegnato che il poeta è un uomo disgustoso.

Il poeta prende la Gioconda, le mette i baffi e afferma come quell’espressione beata sia dovuta alla gradevole temperatura del suo deretano. “Marcel Duchamp ha stabilito il fatto poetico sgradevole per eccellenza, mettendo il dito nel ventilatore della realtà.” [p. 146] Comunque la si voglia intendere, questa frase, mi ha portato a due conclusioni: primo, Cortazar accosta Duchamp-pittore al fatto poetico, secondo, bisogna sentirle le cose, rischiare, sferzare, tagliare, creare, plasmare, innescare, smuovere qualcosa, bloccare un flusso, cercare di andarci contro. Dissacrare, anche. Trasformare il tiepido conformismo che vuole la Gioconda il bello per eccellenza in qualcos’altro, arrogarsi il diritto di affermare: “la Gioconda non mi dice niente“. “Ah, come ti permetti? allora cos’è che ti dice qualcosa?“, qualcuno chiederà. “Altro, non la Gioconda“. Mettilo quel dito nel ventilatore, senti qualcosa, trova la tua, di bellezza, abbi il coraggio di scrivere. Conficca un bisturi in quell’albero e dì, “non voglio pesare acido salicilico per il resto della mia vita“. Oppure, “che si fottano, io voglio provare a capire che cavolo succede quando i tessuti molli sono investiti da un fascio di neutroni“. Dillo, quello che ti sta sullo stomaco. Cortazar fa del coraggio un fatto poetico: chiunque può essere insieme coraggioso e insieme poeta, anche se dipinge, anche se scrive in prosa. C’è qualcosa di più liberatorio di questo, artisticamente parlando?

Cortazar fai entrare il gatto

Di fronte a un divieto che mi intima di non salire le scale verso il soppalco di una biblioteca, ecco spuntare un pensiero insolente: “Hanno messo questo divieto da dieci anni. Tu però ci sei stata tante volte e di anni ne avevi sedici. Ora è vietato, e allora? Non si fa male nessuno, sali, cerca il libro che ti serve e poi scendi. Non fare confusione, rispetta il luogo, ma muoviti, sali quelle scale.”. Cosa mi sarei persa? Mi sarei persa di rivedere un posto dove non andavo da anni, invecchiato, con la moquette mezza strappata e con la luce a illuminare un’aria densa di polvere. Il pavimento, esposto. Ora che non ci va più nessuno, è abbastanza evidente come quei libri non vengano più chiesti ai bibliotecari. Sono tutti messi nella stessa maniera: Shelley, Keats, Plath, Byron, tutti mezzi rintronati dalla polvere. I tavoli, così comodi per leggere e scrivere, sono ingombri di vecchi manifesti impilati. Eccoli, certi divieti, che si rivelano solo un modo come un altro per nascondere l’incuria. Scendo le scale e me ne vado. Anche quello lì era un atto poetico? E chi lo sa, forse si, a maggior ragione ora che l’ho raccontato.

Nella poesia d’accatto, per contentare tutti, il dito nel ventilatore non ce lo metti, al massimo leggi a voce alta le istruzioni. Cortazar ti obbliga a rovesciare la prospettiva, a sentire, ad ascoltare, a interpretare il paesaggio mentre ci cammini dentro. E quando lo sfogli un libro come questo, è praticamente obbligatorio contaminare la carta, sottolineare, scrivere. Chi l’ha stampato sembra aver fatto apposta a crearlo con parole comode da leggere e circondate dalla giusta quantità di spazio. Perché se Cortazar cammina insieme a Keats, è logico e lineare che la strada debba essere abbastanza spaziosa da accogliere anche te.

Lo sgradevole in Keats non sta, dunque, nel fatto che testimoni contro la città o contro di noi o contro se stesso, bensì nel fatto che se la svigna, cammina per la città ma non vi appartiene, aderisce alla terra ma non a quella che scelgono i suoi contemporanei. La città schiaccia chi le si solleva contro, ma ancor più odia chi se ne va, chi calpesta le sue strade senza essere passibile di sanzione, senza lasciarsi conquistare. Il poeta nella situazione di città (Shelley, Rimbaud) è assai sgradevole; ma il poeta noncurante delle citazioni in giudizio è l’essere più abominevole, è il nemico che non attacca, la mano che non schiaffeggia. La sua mera presenza è assalto e schiaffo, ma andatelo a dire voi al commissario.

Lo sgradevole di John Keats sta nel fatto che è incantevole. [p. 150]

12 pensieri su “Un dito nel ventilatore

  1. Uh, che meraviglia! Questo articolo è da incorniciare! Benvenuta nel club dei cortazariani, adesso non te ne liberi più, del Gran Cronopio, sarai sempre più sedotta dalla sua fervida inventiva, soprattutto quando passerai ai racconti (un consiglio: buttati ad occhi chiusi sulla raccolta “Le armi segrete”, cinque magnifiche perle con Il persecutore, dedicato al re del jazz Charlie Parker, che sfavilla su tutte le altre). Interessante il volume di cui parli, conosco poco e nulla di Keats ma so già che anche questo saggio finirà dritto-dritto nella mia libreria, puoi contarci. In ciò che hai scritto di Cortázar si rispecchiano molte delle mie impressioni, in particolare quando alludi al fatto che ti obbliga, per ciò che scrive e per come lo scrive, ad uscire da una prospettiva comoda e assodata, così da osservare il mondo con “occhi nuovi”… I suoi racconti appaiono infatti come un invito a scoprire l’insolito nelle cose più comuni e banali, ossia “l’’imprevisto dentro parametri previsti”, per usare una frase che avevo letto da qualche parte nel web, non ricordo dove né quando ma mi è rimasta impressa… E noi, sprovveduti lettori, se ci facciamo prendere al laccio non riusciamo più a svincolarci, passiamo con voracità da una pagina all’altra e ne usciamo ogni volta più inebriati di prima, non senza qualche strascico di perplessità (eh sì, c’è pure quello da mettere in conto), ma in ogni caso agganciati senza scampo. Oh, ma ne riparleremo della sua arte scrittoria, ne riparleremo… nel frattempo procediamo, un balzo dopo l’altro, con l’indagine esplorativa 😉

    1. Questo pezzo che ho scritto su Cortazar mi stava in testa da almeno un paio di mesi, ho dovuto metterlo nero su bianco perché stava diventando una cosa mastodontica. Questo scrittore me lo tengo stretto, non se ne andrà mai, anzi, si sta espandendo nella libreria, la sua presenza irrobustisce il mio lavoro. Sento di non aver mai fatto cose migliori, come da quando mi sono sentita liberata anche grazie a lui. Non sapevo cosa volesse dire avere un punto di riferimento sul fronte letterario, perché solo ora l’ho capito. Ti entra nelle ossa, quindi accetto di ottimo grado l’ingresso nel club 😀 Mi dispiace solo di non poterlo leggere in lingua originale, ma anche così, tradotto, è un’esperienza che ti cambia. Perché non è una questione di tecnica, ma di radicalità nell’essere presenti. Mi sono sempre trovata qualcuno pronto a dire “questo no”, “perché vuoi scrivere di questo?”, “così non va, meglio così”, “non si usa la parola tizio”. Cortazar ti insegna a bilanciare slancio e rispetto in un modo in cui nessuno riesce a fare. Dietro A passeggio con Keats c’è una citazione di Neruda: “chiunque non legga Cortazar è condannato”. Esagerato? No, non credo proprio. E non per essere come lui, la cosa bella è proprio questa, ti spinge a realizzarti su tutti i fronti e di questo gli sarò sempre grata. E grazie a te per il commento e anche per il regalo che mi hai fatto a suo tempo.

      1. Sai, anch’io mi considero in fase esplorativa, e quando apro un suo libro mi sento incuriosita ed emozionata come la prima volta, sebbene abbia già letto molti dei suoi racconti. Sono felicissima che stai leggendo Cortazar, così avremo modo di riprendere il discorso anche più avanti nel tempo… Ah, nella mia libreria (sempre più stracolma, come immagino sia la tua ;-)) hanno trovato posto anche le lezioni universitarie che aveva tenuto nel 1980 a Berkeley, in California, perché credo possano offrire un quadro molto chiaro del suo approccio con la narrativa, con il mestiere di scrivere. Sono certa che potrebbero tornarti utili, anzi utilissime, visto che ti cimenti con la scrittura… Io devo ancora leggerle, ma ho già visto che toccano temi di estremo interesse, quali il rapporto tra immaginazione e realtà, le caratteristiche del racconto fantastico, l’importanza della musicalità, del gioco e dell’umorismo in letteratura, le trappole del linguaggio e molto altro. Nel caso possa interessarti (ma ho pochi dubbi in proposito ;-)), il volume si intitola “Lezioni di letteratura”, edito da Einaudi.

        1. Quando cammini dentro uno dei suoi libri ti rimangono le cose attaccate alle mani, una frase, un tipo di luce, un brano di musica classica. Un giorno sarò felice di mostrarti quello che troverò. Intanto, delle lezioni di Berkeley ho letto solo la prima, ma è oro. Cosa da non trascurare, è estremamente piano, limpido, umile, uno che fa della scrittura un mestiere degno di questo nome. Si, decisamente ne riparleremo. Mah, io non lo so, devo ancora riprendermi da Canada dry (una poesia bellissima) che ho letto ieri, aprendo a caso Ultimo round. Lì mi chiedo: cosa mi riserverà questo multiforme signore? Ne vedremo sicuramente delle belle 😀

  2. Ad avere tempo, ad avere tempo… dannazione… ad avere tempo.
    Però qui ritorno, certo, anche se in questo momento sono caduto vittima della prosa anni ’30 americana.

    1. Cortazar ti prende anche sulla distanza, sai, ti aspetta al varco, se proprio ti deve prendere. Io ho mollato tanti libri, ma quelli importanti li ho sempre recuperati, compreso quello di un amico che non sento più da tempo, della serie meglio tardi che mai. Cortazar stesso, l’ho abbandonato da una parte più di una volta, perché magari avevo da fare altro, mica l’ho letto tutto d’un fiato.
      E prosa americana anni ’30 sia, se è un bel brodacchione primordiale da cui trarre pezzi per il tuo mondo personale. Giusto per curiosità, andrò pure io a dare un’occhiata al genere, non si sa mai.

        1. Realtà, pura e semplice. Mi piace. [OT: Al momento per esigenze di approfondimento sto leggendo “Diario da Hiroshima”, la realtà si taglia col coltello. Sono al secondo giorno e mi prende già male, ma sono letture necessarie.] Consigli su letture specifiche del periodo che stai affrontando?

          1. Sì, farò una selezione più o meno ragionata
            ma a braccio ti direi:
            Rossa di Scerbanenco (quasi un rosa, ma si vede un certo tipo di perbenismo USA)
            Un caso di coscienza (raccolta ediz. Sellerio, se no trovi solo il racconto omonimo) di Dreiser, e poi Il piccolo campo di Caldwell
            tanto per iniziare, ma sto scavando un sacco…

          2. Sto cercando di capire le due Americhe, quella del centro inteso come “senza mare” che vota Trump e spara sugli stranieri… e quella più cittadina e\o più affacciata sui due oceani.

          3. …e aggiungo anche “Incendi” – Richard Ford, anche se ci spostiamo negli anni ’60.
            Ti dico la verità cercherò di leggere “The right stuff” di Tom Wolfe in lingua inglese (da noi tradotto La stoffa giusta, direi in modo quasi offensivo, visto che sì ok, il senso, ma caspita …la COSA giusta, inteso come mossa giusta al momento giusto).

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