Elio Petri

“La classe operaia va in paradiso”, Elio Petri (1971)

Ludovico

Ludovico “Lulù” Massa, interpretato da Gian Maria Volonté

“Questo qui è un mestiere che può fare anche una scimmia”.

Ludovico, quel mestiere, non solo lo sa fare: è il migliore, un “campioncino” del cottimo. Ludovico “Lulù” Massa è una macchina per produrre, ferrea di certezze; gestisce le apparecchiature come se fossero un’estensione del suo corpo. Lui stesso si definisce una macchina/fabbrica.

“Il mangiare? viene giù… e qui c’è una macchina che schiaccia ed è pronto per l’uscita. Uguale che in una fabbrica. L’individuo… è uguale alla fabbrica? […] Fabbrica de merda!”

In modo grottesco, accettare la realtà di poter fare solo questo, ormai. Produrre. Consumare. Produrre. Consumare.

La classe operaia (6)L’operaio Massa: portare a casa il pane. La sceneggiatura di “La classe operaia va in paradiso”, firmata Pirro/Petri, è perfetta per rendere lo stacco netto fra uno stato di grazia e la totale distruzione di un intero sistema di certezze. La prima fase è regolare, quattro blocchi divisi equamente fra casa e fabbrica; la seconda è frammentata, dominata da alti e bassi nella tensione interna, complessa da definire. Il tutto viene tenuto insieme da una colonna sonora di rumori e musica (Ennio Morricone), sovente trasformatasi in una marcia. La fabbrica stessa si fa personaggio grazie a un breve leitmotiv – lo sentiamo quando Lulù è in casa perché, di fatto, mentalmente non stacca mai dal lavoro. Le scene familiari, poi, sono regolari quanto quelle di fabbrica, rese “artificiali” grazie alla non-luce bluastra della televisione: discussioni aspre, mitigate dalla musica di Carosello. Lulù è l’uomo che porta il pane a casa, ma il suo pane non è solo cibo. Sono il gagliardetto del Milan e la bambolina di Susanna, quella vinta coi punti. Sono le candele (finte) che non ha mai usato. Lulù sta male, ma è un fatto normale e si sopporta di buon grado; l’ulcera è una medaglia al valore, dopo anni di servizio retribuito in una fabbrica di vernici. Lulù non ha una vera vita familiare: la sua vita è la Ban. La compagna, Lidia (Mariangela Melato), non capisce e alza la voce: vuole l’uomo che ama, ma l’uomo che ama è privo di ogni energia. Non la desidera, tutto viene assorbito dalla macchina. E va bene così, nonostante tutto. Si produce, così è la vita.

Elio Petri

Elio Petri

Ban. La scansione delle lettere prepotente, visivamente: B – A – N. La colonna degli operai della Ban procede lungo il viale d’ingresso, verso i cancelli; intorno, nella nebbia, le voci di sindacati e studenti si mescolano nell’incomprensione di molti. “…ma chi li paga?”, qualcuno si chiede con noncuranza. Parole d’ordine si sovrappongono e diversificano, rivelando più indirizzi interni nei tentativi di tutelare la classe operaia. Al centro, la colonna continua a spostarsi lungo il viale, quasi a passo di marcia. Le due realtà sono come separate, dalla nebbia e dalle parole.

La classe operaia (3)Una volta nello stabilimento Ban, Lulù si risveglia, si fa spavaldo, è nel suo elemento. Si prepara, si mette in movimento sulla musica ritmata. Inquadrature serrate. Parla dell’Adalgisa – donna che nessun uomo ha toccato, un altro paradiso. “Un pezzo, un culo, un pezzo, un culo”, grazie a lei ha un metodo per concentrarsi e trovare il ritmo perfetto. Grazie alla fabbrica ha il mondo in mano. Insegna agli altri come lavorare. Lulù è un tramite fra fabbrica e operai. Le immagini sottolineano questa gerarchia, soprattutto nella fase in cui Lulù aiuta gli esaminatori ad analizzare il ritmo produttivo di ciascun operaio: all’estrema sinistra, di profilo, l’operaio sguardo a terra, mentre Lulù occupa la parte centrale dell’inquadratura, incombente, frontale. Sullo sfondo, leggermente fuori fuoco, chi si occupa dell’ottimizzazione. Qui c’è tutto. Lo scontro fra operai è dietro l’angolo e così la perdita della concentrazione. L’angelo cade: una macchina trancia un dito a Ludovico Massa.

La classe operaiaIl meccanismo si inceppa. Il ritmo della pellicola subisce un’accelerazione e la struttura si fa più irregolare; è difficile trattarne senza fare una pedante lista di quello che accade. L’alienazione che appare sullo sfondo nella prima parte, esplode nelle sue conseguenze e in tutte le possibili incomprensioni, attraverso il rifiuto da parte di tutti dell’uomo Massa. Il lavoro che anche una scimmia saprebbe fare, per Lulù è diventato impossibile. La Ban è la prima a rifiutarlo: sebbene il suo infortunio abbia comportato il crollo della produzione nello stabilimento del 7%, non c’è alcuna riconoscenza. Viene rifiutato dall’ex moglie, che gli “nega” la paternità del figlio, visto che da quando non lavora ai livelli di prima non può passare più una somma mensile. E c’è la delusione sorta dopo gli scioperi, le assemblee e le lotte sindacali, condotte secondo varie modalità, talvolta contrastanti.

Gian Maria Volonté (sinistra) e Salvo Randone (destra), che interpreta Militina

Gian Maria Volonté (a sinistra) e Salvo Randone (sulla destra), interprete di Militina.

E poi c’è Militina (Salvo Randone): un vecchio punto di riferimento per il movimento operaio, nella storia relegato in un manicomio; è l’unico a capire profondamente la situazione di Lulù e si dimostra inaspettatamente lucido anche nel parlare della propria. Un personaggio per cui servirà aprire un discorso a parte.

Nasce in Lulù un’insofferenza sempre maggiore, fino all’isolamento, più o meno volontario. Si chiuderà in casa, per la prima volta non illuminata dalla luce del televisore, ma da quella del sole. Mette ordine. Sgombera il ripostiglio, vuole vendere tutto. False candele. Un mandorlo di plastica. La mucca Carolina. Quattro sveglie, che nemmeno sapeva di avere. Dietro altra roba, un vecchio ritratto di Stalin. Impreca contro chi si prende la briga di produrre tutta questa roba, contro chi si fa venire l’idea di produrla, solo per alimentare un consumo fine a se stesso. Per ciascun oggetto il prezzo e per ogni prezzo le ore di lavoro. Ore di fatica, ore di fatica per acquistare cose mai usate.

La classe operaia va in paradiso. Lulù va in paradiso, due volte. Conquista Adalgisa e anche le sue cosce. Un incontro senza godimento, nella propria auto, nascosti nella vecchia fabbrica di vernici. La fabbrica dove si è guadagnato l’ulcera, poi fallita. Lei sente solo dolore e il peso di una realtà che ha tradito ogni promessa. “E’ questo l’amore?”, lei chiede incredula. Lui, sazio, risponde cinicamente che la realtà è quella. Non c’è altro, può mettersi il cuore in pace. Riconquista la fabbrica. Catena di montaggio: si lavora come prima, anche con un dito mozzato. Senza sapere che si produce, investendo le migliori energie in un lavoro alientante. Tuttavia, Lulù è stato reintegrato e ciò è una grande conquista, dato che è stato licenziato per motivi politici. La notte prima di rientrare, l’uomo ha fatto un sogno. Lo racconta agli altri operai, gridando; le sue parole vengono confuse dal rumore e molte rimangono incomprese. Si vede morto, in cielo, lui con Militina, che lo esorta a occupare il paradiso e sfondare con la forza il muro che gli impedisce di entrare. Intorno, una nebbia fitta. Lulù, Militina, altri operai ancora lottano per buttare giù il muro finché non crolla in un grande polverone. Cosa c’è oltre il muro? Niente, solo altra nebbia.

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18 pensieri su ““La classe operaia va in paradiso”, Elio Petri (1971)

  1. lupokatttivo ha detto:

    cavolo frauccia, questo è proprio lontano da me….troppo drammatico, pero’ la rece me la sono letta tutta, e come al solito è scritta da dio, l’ultimo trafiletto poi è tostissimo…quindi a te faccio i complimenti, il film non me lo guardo ma so che (conoscendo i miei gusti orridi) mi perdonerai 😉

    • Francesca ha detto:

      Ohi, grazie per i complimenti! 🙂 fanno sempre piacere…
      “La classe operaia” non è facile – dice tutto che sia uno dei film che compone la cosiddetta “trilogia della nevrosi” di Petri. Voglio dire… La visione mi è stata facilitata non poco dalla presenza di Salvo Randone e soprattutto di un mastodontico Gian Maria Volonté, in assoluto il mio attore preferito, amatissimo in tutto e per tutto, uno dei pochi uomini al mondo che sa essere fighissimo anche in maglietta della salute. Ma lasciamo perdere, non sono per nulla professionale. Insomma, se vorrai lo vedrai più in là… per ora… direi che si, è qualcosa di troppo denso e complesso, forse. E’ Petri… un film sonoro e ritmato, bum!bum!bum! e tanto drammatico, strapieno di significato. Si può essere d’accordo o meno con quello che mostra, ma sa fare riflettere. Anche troppo. E’ quasi doloroso. Ti capisco se non lo guarderai, tranquillo 😉

      ps. e poi che dire… anche il trash e il gusto dell’orrido hanno la loro dignità… Nemmeno io posso farne a meno. Detto questo, passo da te che ho già adocchiato qualcosa di nuovo!

  2. sherazade ha detto:

    Penso a un forte richiamo altrettanto cinico sulla lunga distanza di oltre un trentennio, alla sequenza iniziale di Tempi moderni di Charlie Chaplin. Giocando sulla stessa rapidità del gesto ripetuto, il sentirsi “ingranaggio della macchina “ Lulu Massa costruisce sé stesso e il mondo che lo circonda: netto senza immaginazione. La scena d’amore in macchina fa venire i brividi e ci spiattella tutto il cinismo di quella identificazione.
    Non saprei dire se oggi sarebbe possibile ‘inventare’ quella storia.
    A voi cara Franci, così tanto giovani, che crescete con Geoge Clooney, tagliatore di teste di ‘Tra le nuvole’ un film come quello di Elio Petri o nella stessa misura quello di Chaplin che puntava il dito contro il fordismo, cari miei è roba di un altro mondo.
    E’ l’analisi ‘dotta’ ed accurata che ci consegni tu.

    sherastancamortaanchefuoritemandandoascatti

    • Francesca ha detto:

      Sai cosa? ho l’impressione che ci siano aspetti sottolineati nel film che al giorno d’oggi sono peggiorati. L’alienazione c’è ancora, chi lavora subisce ancora, se non di più, pratiche di stordimento perfezionate, soprattutto a livello mediatico e culturale. Il calcio, i programmi di gossip, i rotocalchi fondati sull’assassinio. Una strategia della tensione rivista e corretta. Oggi, forse, Petri non esisterebbe. Dobbiamo ancora essere un pò vuoti per sopravvivere con tranquillità, per stare “bene”. Bisogna essere flessibili… un altro modo per dire che siamo sostituibili, che dobbiamo vivere per lavorare e consumare. Non solo non è cambiato quasi nulla, ma oggi non si punta più nemmeno il dito… Petri è proprio roba di un altro mondo…

      ps. Clooney agghiacciante, ma vero, purtroppo…

  3. sherazade ha detto:

    Infatti mia cara, oggi per stare ‘bene’ a fasi alterne bisognerebbe essere come le tre schimmiette. Oppure guardare il mondo come me, quando mi levo gli occhiali da miope, ed allora tutto perde connotazioni e contorni forti.

    sheramagnificosolemauncertolanguoredentro

  4. Nicola Losito ha detto:

    Mi piace come prendi di petto la disanima di un film che risale a diversi anni fa, ma che dovrebbe essere rivisto oggi in cui la classe operaia è ben lontana dal paradiso.
    Hai sezionato la pellicola passo passo (hai forse una moviola a casa?) conducendo per mano il lettore fino alla conclusione.
    Confesso che il film non l’ho visto a suo tempo (in quel periodo nel mio lavoro avevo problemi sindacali non tanto con la classe operaia quanto con la prepotenza di certi sindacalisti ottusi) ma, da come hai descritto la vicenda, oggi sarei dalla parte delle giuste rivendicazioni di Lulù e Militina. Non ci sono solo sindacalisti ottusi ma anche datori di lavoro ottusi.
    Ciao, cara Francesca.
    Nicola

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