Gazzettino del Kalashnikov 4: anche i carlini piangono

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Un’immagine commovente, solo per i pochi che la sapranno apprezzare in tutto il suo fulgore.

…e siamo a gennaio, ne approfitto per fermarmi un attimo e fare un piccolo bilancio. Novembre è volato e dicembre si è confermato mese crudele, all’insegna di tristezza e influenza, benedetto da aspirine e paracetamolo. I progetti si sono accumulati senza che ci mettessi mano. La pila di libri sullo pseudo-comodino sta diventando seriamente pericolante e i pochissimi film che sono riuscita a vedere per intero non me li ricordo, tanto per farti capire quanto mi siano piaciuti. Per rendere le cose ancora più tristi, ho dovuto rimandare anche la visione di Pain&Gain e addirittura di Jumanji, negandomi del sano orrore e tutta la recitazione canina di cui ho vitale necessità. Solo una cosa sono stata in grado di fare: vedere serie televisive.

Allora, malanni di stagione a parte, che è successo negli ultimi due mesi?

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Niente di nuovo sul fronte occidentale, Erich M. Remarque

Niente di nuovo sul fronte occidentaleIn Niente di nuovo sul fronte occidentale (1929), Remarque offre un discreto campionario di personaggi che non sanno cosa venerano e, soprattutto, che non sanno cosa impongono di venerare. La amano visceralmente, la guerra, così come la trincea, ma di come siano fatte l’una o l’altra, non ne hanno idea. Questo non impedisce loro di esaltare il sacrificio della “gioventù eroica”, l’eroismo da suicidio, l’abnegazione più cieca e l’obbedienza. Persino spostare in avanti il fronte di un metro può diventare un preciso dovere morale. Il prezzo lo decidono le mitragliatrici e non è mai abbastanza alto, ma qualcuno dovrà pure pagarlo.

Nelle ore di ginnastica Kantorek ci teneva tanti e tanti discorsi, finché l’intera classe, sotto la sua guida, si recò compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari. […] “Venite anche voi, vero, camerati?”. […] Ce n’era uno, però, che esitava, non se la sentiva. Si chiamava Joseph Behm, un ragazzotto grasso e tranquillo. Alla fine si lasciò persuadere anche lui, perché altrimenti si sarebbe reso ridicolo. Può darsi che parecchi altri la pensassero allo stesso modo, ma nessuno poté tirarsi fuori; a quell’epoca persino i genitori avevano la parola ‘vigliacco’ a portata di mano. [Niente di nuovo sul fronte occidentale, ed. Neri Pozza, luglio 2017, pp. 14-5]

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Il duca di Connaught osserva la marcia del Reggimento di fanteria di Coldstream di Sua Maestà. 1918 circa, sul fronte francese. Immagine della National Library of Scotland.

Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e fece crollare la concezione del mondo che ci avevano insegnato. Mentre loro continuavano a scrivere e parlare, noi vedevamo gli ospedali e i moribondi; mentre esaltavano la grandezza del servire lo Stato, noi sapevamo già che il terrore della morte è più forte. [Ibidem, pp. 15-6]

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Gazzettino del Kalashnikov 3: settembre/ottobre

Dopo anni, mi sono messa a leggere un libro di poesie, poesie di Leonard Cohen per la precisione.

Questo ha significato due cose: primo, ho sviluppato una certa fissazione per il suddetto Leonard Cohen, secondo, (che Zeus mi perdoni) in futuro su Tersite potrei scrivere anche di musica. Ma per il momento…

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Tersite, quattro anni e (non) sentirli

Piccola storia triste, triste perché vera.

Un bel giorno, qualcuno ha deciso che per prendere un inutile pezzo di carta (leggi: laurea triennale), avrei dovuto dare un esame di storia dell’arte contemporanea. Il docente, che per pietà chiameremo Pier Ugo, era un tizio sulla trentina, dai capelli brizzolati e gli occhietti celesti e cerchiati. Percorreva velocemente il tratto fra la porta e la cattedra, con quel suo sguardo da furetto, un furetto braccato da una muta di cani. Spegneva la luce e accendeva il proiettore, quindi iniziava a parlare.

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“Biografia del figlio cambiato”, Pirandello secondo Camilleri (parte II)

Stefano Pirandello
Stefano Pirandello. “Temperamento forte, dotato di grandissimo coraggio fisico, spesso duro e sprezzante, in vita sua ebbe sette scontri a fuoco e una mezza dozzina di duelli” [Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato, Rizzoli, 2000. P. 27]

Si dice che i figli debbano uccidere i padri. Metaforicamente, s’intende.

Don Stefano Pirandello non ha mai preso in considerazione l’idea di “farsi uccidere”, né metaforicamente né letteralmente; morte o resa, nessuna di queste cose era stata contemplata. Diciottesimo di ventiquattro figli della stessa madre e garibaldino, sopravvisse non solo ai combattimenti sull’Aspromonte, ma a un discreto numero di duelli e alla stessa malattia che gli avrebbe ucciso il padre nel 1837, il colera. Dovette sopravvivere alla sua stessa famiglia, perché all’apertura del testamento paterno venne fuori che il figlio primogenito aveva escluso tutti gli altri fratelli dell’asse ereditario. Non ci fu verso: Stefano Pirandello non si arrese nemmeno quella volta e seppe consolidare un’attività nel commercio dello zolfo.

Dirigeva personalmente i suoi affari e delegava mal volentieri, per cui era inevitabile che lavorasse più del necessario, che viaggiasse e, soprattutto, che incontrasse gente disposta ad ammazzarlo pur di impadronirsi del suo denaro. Nel 1874 Stefano Pirandello non si stupì di vedersi accerchiato da un gruppo di briganti; portava con sé l’intero ammontare degli stipendi dei suoi minatori e sapeva cosa stesse rischiando. “Al diniego di [consegnare il denaro], un brigante aveva sparato. Stefano, con grande coraggio e presenza di spirito, aveva cominciato a saltare di qua e di là: ‘Diavolo sugnu! Diavolo sugnu!’. I briganti erano fuggiti spaventati, non sapendosi spiegare come mai non fosse morto.” [Maria Luisa Aguirre D’Amico, Album Pirandello,  Mondadori, 1992. P. 22]. Se un certo Cola Camizzi avesse saputo chi fosse Stefano Pirandello, forse non sarebbe andato a cercarlo alla solfatara La Petrusa nel 1867.

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Gazzettino del Kalashnikov 2, luglio/agosto

Periodo piuttosto povero, per letture e film. Il poco che sono riuscita a vedere, non sempre intenzionalmente, è stato semplicemente triste e nemmeno lontanamente ascrivibile al trash. Tranne nel caso di un film (Il guardiano invisibile) abbondano gli spoiler, ma non importa, se non hai visto Mission to Mars o Long Weekend non ti perdi proprio nulla. Anzi, da un lato ti invidio.

Mission to Mars (6)Mission to Mars (2000). C’è questa spedizione su Marte, tutto va bene finché una missione sul pianeta finisce in un massacro. Qualcuno deve recuperare l’unico superstite, peraltro senza sapere se è vivo o morto. Semplice semplice. Davvero, non hai tutta questa necessità di vedere Mission to Mars, guardati per l’ennesima volta Alien o Balle Spaziali. C’è di meglio, potrei anche svelarti il finale, non ti cambierebbe niente. Com’è ovvio che sia, la missione di salvataggio la faranno, ci sarà un po’ di casino d’ordinanza, ma alla fine andrà tutto bene. Certo, morirà un tizio in modo idiota, ma una vittima ci vuole sempre. Ah, scopriranno anche le vere origini della vita sulla Terra. Siamo di origine aliena, nel caso te lo stessi chiedendo. Il soggetto è quello che è, ma non dovrebbe stupire, essendo tratto da un’attrazione di Disneyland. C’è dell’ironia, in tutto questo.

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John Wick 2

Attacco al potere 2Tempo addietro, decisi di andare al cinema espressamente per Attacco al potere 2 – London has fallen (2016). Gran film.

In coda per fare il biglietto, passavo in rassegna quello che pensavo di aspettarmi, fra bourbon, scelte sbagliate, idiozia e Gerald Butler. Sapevo già come sarebbe andata a finire; Mike Banning avrebbe ancora salvato ancora una volta la principessa il presidente degli Stati Uniti, i suoi caricatori sarebbero stati ancora eterni e da solo avrebbe sterminato sui 200-300 tizi armati fino ai denti. Qualcosa di leggermente diverso da una dissertazione sulla balistica terminale, insomma.

Poi sento lei, una ragazza.

“Ah, ma tesò… vuoi vedere proprio Attacco al potere 2? No dai… non ho visto il primo, poi non capisco niente della trama

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“Biografia del figlio cambiato”, Pirandello secondo Camilleri (parte I)

Biografia del figlio cambiato“Può sembrare ridicolo, ma questo libro, cui ho pensato per tanto tempo, risale a una mia esperienza infantile. Io ero un ragazzino molto cattivo, un figlio unico vivace e viziato. A un certo punto i miei genitori decisero di mandarmi in collegio, ma prima, per tentare di farmi mettere la testa a posto, escogitarono una messinscena a scopo didattico e si sa che i siciliani sono un poco “tragediatori”. Così, una sera ero a letto e mi veniva la sonnolenza, stavo proprio per addormentarmi quando sento i miei che inscenano un dialogo: questo nostro figlio non è nostro figlio, forse è figlio di un barbiere o di un carrettiere… Rimasi sveglio tutta la notte pieno di angoscia per essere un figlio cambiato. Ecco, quando ho letto il racconto di Pirandello intitolato Il figlio cambiato ritrovai le stesse angosce che avevo provato dopo quel teatro correttivo che, per la verità, non servi a niente.” [Andrea Camilleri intervistato da Paolo di Stefano, 16 dicembre 2000. Fonte.]

Luigi Pirandello
Quando Pirandello e Camilleri si incontrarono [fonte]. “Perché non posso non dirmi pírandelliano? “, si chiede Camilleri. “Sono nato a Porto Empedocle, nei suoi stessi luoghi, le nostre famiglie si incrociavano, La giara si svolge al confine con le terre di mio nonno, l’aria che ha respirato lui è quella che ho respirato io, il venditore di cappelli del mio paese, Cirlinciò, è personaggio di una sua novella. Ho avuto anche un momento di rigetto per Pirandello, che risale alla mia infanzia: avevo dieci anni, era un pomeriggio di giugno, bussarono alla porta, andai ad aprire e mi vidi davanti una figura che mi sembrò altissima e imponente, con un pizzetto, una specie di ammiraglio con feluca, spadino, alamari e mantellina tutta ori. Domandò: “Tu cu sì?” Dissi il mio nome. “Tua nonna è Carolina?” [Pirandello era cugino della nonna di Camilleri] “Sì”. “Chiamala e digli che c’è Luigino Pirandello che la vuole vedere”. Era un uomo scantusu, spaventoso. Mia nonna dormiva, quando sentì il suo nome cominciò a piangere per l’emozione, io scappai per lo spavento. Forse per questo come regista cominciai a frequentarlo tardi, oltre i quarant’anni”

La prospettiva d’essere un figlio cambiato, per Camilleri segnò un’esperienza angosciosa, ma per Luigi Pirandello fu una rivelazione, il sollievo di chi comprende la possibile causa di quel sentirsi fuori posto. Non era un dubbio, ma una conferma: Luigi Pirandello poteva essere un figlio cambiato. Lui che era così distante dal padre per carattere e inclinazione, aveva trovato nei racconti della cameriera Maria Stella tutte le spiegazioni di cui aveva bisogno, racchiuse in una colorita serie di miti che avanti negli anni sarebbero diventate parte dell’amalgama fondante di molte sue opere, “storie popolari, come quella della casa dei Granella abitata da spiriti dispettosi o come quella del corvo di Mìzzaro anch’essa con gli spiriti a protagonisti o come quella dell’Angelo Centuno che va di notte alla testa di una schiera di angeli“. [Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato. Rizzoli, 2000. Pp. 42-3]

A raccontarle tutte, si rischia di iniziare per non finire più, fra devozione agli spiriti (decollati e non), religiosità innervata di superstizione, sirene e diavoli, magàre e Donne di fuora. Restringendo il campo, vale la pena soffermarsi proprio su queste, prima di tornare a Pirandello e alla storia del figlio cambiato.

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