T. Bernhard, Correzione (1975)

Correzione copertina einaudiLeggere questo libro è stata una tortura, ma è anche per questo che potrei consigliarne la lettura.

Non conoscevo Thomas Bernhard prima di leggere Correzione, né so se leggerò altre sue opere, ma se mai lo farò, prima vorrei tornare a questo libro. Non è testo da una sola lettura e se solo potessi lo riprenderei a breve, ma sento di dover lasciar sedimentare le mie impressioni. Correzione ha significato per me il mettere alla berlina, in tutta la sua nefandezza, il massimo possibile della vuota idealizzazione che si fa ossessione, la rinuncia alla vita per inseguire un’idea che pervade fino ad accecare, rompendo tutti i legami e facendo dimenticare sé stessi in nome di uno spettro.

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Marguerite (2015)

Marguerite (4)La baronessa Marguerite Dumont (Catherine Frot) è a tal punto fiera della propria voce da invitare nella sua villa una ristretta selezione di estimatori. Ognuno di essi, dal marito Georges (André Marcon) al maggiordomo Madelbos (Denis Mpunga), la applaudono entusiasti, ben coscienti che Marguerite abbia una voce massacrante, stonata ai limiti del verosimile. Tutti sembrano rendersene conto, tranne lei; qualcuno si chiede come faccia a non capirlo.

Marguerite di Xavier Giannoli è liberamente tratto dalla storia della vita di una soprano (?!) americana, Florence Foster Jenkins. Liberamente. Non è un film biografico, a questo ci penserà Stephen Frears con un’omonima pellicola, in cui Florence sarà impersonata da Meryl Streep. Questa non è nemmeno la storia di una donna messa alla berlina; Marguerite ci scherza su per un attimo, ma superato il riso iniziale, passa a descrivere la rete fittissima di sguardi fra chi applaude, sulle intenzioni nascoste e rivelate, lasciando che la vocazione da diva della donna resti in secondo piano.

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Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi / Diego e Frida

Diego e FridaIl fatto è questo, mi è capitato di leggere due biografie a distanza di un anno l’una dall’altra: Diego e Frida di Jean-Marie G. Le Clézio e Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi di D. T. Max. Tendo ad accostarle perché la seconda è stata in grado di dare una dimensione alla delusione indefinita subentrata alla lettura della prima. Diego e Frida è stata sì una delusione, ma non mi sento di sconsigliarne la lettura. Dipende sempre da quello che volete da una storia, ma in questo caso soprattutto da come volete che vi sia raccontata.

Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi copertinaScrivere una biografia non è mai semplice e scriverla su due personaggi come Frida Kahlo e David Foster Wallace rischia di essere un’impresa più o meno disperata, perché in quanto icone non si tratta solo di una vita da scandagliare, ma di presentare qualcosa che rischia di deludere le aspettative del lettore. La Kahlo e Wallace non lasciano indifferenti, sono il classico esempio di ciò che si ama o si odia, sottovaluta o sopravvaluta. A entrambi viene tributato una sorta di culto laico. Un biografo non può non tenere conto di tutto questo e sia Max che Le Clézio devono averlo fatto, arrivando a conclusioni pressoché opposte.

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Room (2015)

Room film (7)Jack (Jacob Tremblay) vive con la madre Joy (Brie Larson) in una stanza da cui non è mai uscito. Ha appena compiuto cinque anni e Joy è tutto per lui: descrive la sua realtà, è l’unico tramite con l’uomo che porta loro i rifornimenti, è il passato e il presente, protezione e felicità. Jack può guardare di tanto in tanto la televisione, ma sa che quelle immagini sono pura fantasia, men che mai il riflesso di una realtà lontana. Jack sa che l’unica realtà è quella che può toccare con le proprie mani. La realtà è solo la stanza.

Non mi sento di andare oltre e se avete ancora visto Room (2015), vi sconsiglio di cliccare su “continua a leggere”. Non che sia granché contraria agli spoiler, anzi, conoscere una trama mi aiuta ad apprezzare meglio il percorso di un film come di un libro, senza l’ansia di sapere “come va a finire”. Ognuno ha le sue fissazioni, abbiate pazienza. A ogni modo, questo video (Fenomenologia dello spoiler) descrive la questione molto meglio di quanto non lo stia facendo io. Tornando a noi, credo profondamente che un film come questo sia maggiormente apprezzabile da uno spettatore privo di qualsiasi riferimento alla storia di fondo. Sapere “troppo” significa perdere la possibilità di un’identificazione profonda nel personaggio di Jack, adattandoci come lui alla realtà della stanza, dapprima ovattata, quindi sempre più corrosa da dubbi prima accennati, quindi sempre più pressanti.

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The gift (2015)

The gift (4)Simon (Jason Bateman) si è appena trasferito con la moglie Robyn (Rebecca Hall) a Los Angeles, dove incontra casualmente un ex compagno di scuola, Gordon “Gordo” Mosley (Joel Edgerton). Il giorno seguente, la coppia troverà sulla soglia di casa una bottiglia di vino accompagnata da un biglietto. Sarà il primo di una lunga serie di regali e non ci vorrà molto perché Gordo diventi una presenza assidua, ma intanto in Simon emerge diffidenza e un sottile disprezzo.

The gift (1)

The gift non è un remake e non ha nulla a che fare con l’omonimo film di Sam Raimi. Originariamente, non doveva chiamarsi così: Joel Edgerton, che firma sceneggiatura e regia, voleva chiamarlo Weirdo. Sarà il produttore Jason Blum (della famigerata Blumhouse) a valutare il cambiamento del titolo. Noi faremo ancora meglio, perché lo distribuiremo (uscita l’11 febbraio 2016) come Regali da uno sconosciuto, una cosa che non è in grado di ambire nemmeno alla bruttezza.

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Black Mass (2015)

Black Mass film posterHo visto Black Mass per pura curiosità. Non avevo idea di chi fosse James “Whitey” Bulger e a dirla tutta mi sfuggiva anche l’identità della figura che dominava la locandina. Come avrebbe recitato Johnny Depp in quelle condizioni, letteralmente sfigurato dal trucco? È stata fatta parecchia ironia sull’argomento (per non parlare della forma smagliante sfoggiata a Venezia), per cui una volta seduta in sala non ho potuto fare a meno di pensare che sì, probabilmente sarebbe stata una delusione. Tutto quell’interminabile ciarlare su ogni singolo aspetto di Black Mass tranne che del film, poteva essere la classica (utile) pubblicità negativa montata ad arte per stimolare la curiosità dello spettatore indeciso.

È stata una delusione? Non direi.

Johnny depp whitey bulger

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Nave da crociera Magnifica davanti a Messina

Una cosa divertente che non farò mai più / David Foster Wallace

Infinite Jest copertinaHo iniziato ad avvicinarmi a David Foster Wallace nel modo meno traumatico possibile: maturando la decisione di leggere Infinite Jest (1996). Il merito va innanzitutto alla lettura di un articolo di questo blog (in particolare di una frase, “Se mai nella vita siete stati tristi, capirete che cosa vi è successo per davvero. Se non vi è capitato, imparerete a rispettare le ombre.“), secondariamente alla fama del libro, qualcosa al limite del romanzesco. Eterno, noioso, pressoché impossibile da leggere. Il libro capace di cambiarti la vita. Il romanzo distopico (fra le altre cose) da 1281 sopravvalutatissime pagine – di cui 100 di note. I più blandi si limitano a sottolineare un certo autocompiacimento stilistico. Qualcuno un po’ meno blando l’ha definito pura e semplice “spazzatura americana”. Se un libro solo era in grado di suscitare reazioni tanto diverse, cosa avrebbe rappresentato per me? Decisa a darmi una risposta, sarei andata in libreria di lì a poco.

Infinte Jest si fece subito riconoscere. Mai mi era capitato che un commesso volesse esprimersi su un mio acquisto, ma quel libro rese possibile anche questo. Una recensione breve e non troppo richiesta: “Mò proprio quer libbro? so’ cazzi tua fija mia”. Aveva ragione. Sarebbero stati veramente “cazzi mia”, ma non è di questo che vorrei scrivere ora. Dopo qualche giorno di lettura, ho dovuto mettere da parte Infinite Jest e quando l’ho potuto recuperare, ho preferito fermarmi. Volevo ricominciarlo dall’inizio, ma in un secondo momento. Nel frattempo, avrei letto qualcos’altro di Wallace: Una cosa divertente che non farò mai più (Minimum Fax, III edizione, 2012).

Una cosa divertente che non farò mai più

Copertina della prima edizione della raccolta di saggi edita da Little Brown & Co.

Una cosa divertente che non farò mai più (1997). Nel 1995 Harper’s commissiona a David F. Wallace un reportage su una crociera extralusso, la “7 notti ai Caraibi” (o 7NC), a bordo della M/V Zenith. Shipping out – on the (nearly lethal) conforts of a luxury cruise (gennaio 1996), pubblicato un mese prima di Infinite Jest, è a oggi molto probabilmente il suo saggio più conosciuto. Reportage, diario di viaggio e piccolo saggio antropologico: pur essendo un testo articolato e in grado di toccare tematiche come il male di vivere, non cessa mai di essere ironico, profondamente ironico. Andando più a fondo emerge amaro il ritratto di una complessa macchina per l’intrattenimento, una critica talvolta feroce alla logica del turismo di massa, ad abitudini, ossessioni e desideri più o meno indotti. Si fa leggere voracemente e ha il pessimo difetto di finire troppo presto (parere strettamente personale).

Nel 1997 darà il titolo a una raccolta di saggi curata dalla Little Brown & Co., A supposedly fun thing I’ll never do again; nello stesso volume compare David Lynch keeps his head (1996), il resoconto scritto per Premiere circa i giorni passati sul set del film Lost Highway (1997).

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What we do in the shadows

What we do in the shadows (2014)

What we do in the shadows posterWhat we do in the shadows posterNon so quante volte abbia visto questo film. Capisco che non ve ne possa fregare di meno e non avreste nemmeno torto, ma non importa. Fatto sta che questo film neozelandese mi ha piuttosto colpito. Temo il giorno in cui sarà distribuito in Italia. Non impazzisco all’idea di sentirlo doppiato; insomma, faranno sicuramente un ottimo lavoro, ma un film come questo (parere mio) preferirei vederlo in lingua originale, per i toni usati, i giochi di parole potenzialmente intraducibili, l’accento usato da ciascun personaggio. Tralasciamo gli infiniti modi con cui potranno storpiare il titolo… Cerchiamo di non pensare all’eventualità che un What we do in the shadows sia pubblicizzato per quello che non è. Non fa paura, al massimo rischia di far ridere: nell’emisfero boreale è già un piccolo cult. È una commedia e può far ridere, ma non è per tutti e la sua comicità potrebbe risultare troppo “delicata” per chi è abituato a tutt’altro genere di film. Non è sguaiato, ma nemmeno troppo politicamente corretto. Non cerca la risata facile. Se vi piacciono i Monty Python, facilmente vi piacerà anche questo film. È un falso reportage, basato sulla non-vita quotidiana di un gruppo di vampiri di Wellington, riuniti sotto lo stesso tetto dopo secoli di fuga/viaggi. What we do in the shadows, soprattutto, non cerca di sfruttare la popolarità del recente intrattenimento a ispirazione vampiresca, anzi, la teme. Non è una parodia di altri film e per essere riconoscibile a un ampio pubblico non prende di mira i vari Twilight, True Blood…  Difatti, per i co-registi Taika Waititi e Jemaine Clement, tutto l’hype che ha accompagnato questa nuova generazione di vampiri potrebbe essere un deterrente, come lasciano intendere in questa intervista.

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Da sinistra, Taika Waititi (Boy) e Jemaine Clement (Flight of Concords).

T. Waititi “A entrambi piacevano i vampiri e i film sui vampiri, e nel 2005 nessuno stava girando film sui vampiri. Underworld era appena uscito, era il momento perfetto per colpire… e da allora ci sono voluti sette anni.”

J. Clement “Underworld 2: Evolution. Quello era ciò di cui ci preoccupavamo di più, che la gente fosse stufa dei vampiri”

Un’altra cosa che questo film non è? Un film con una storia particolarmente complessa. Sebbene abbia vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Torino film festival del 2014, mantiene una forte componente di improvvisazione. Il materiale girato è piuttosto ampio: 125 ore in tutto. Qui ci sono un paio di scene tagliate, ma su youtube ne troverete molte di più. Spesso lo stesso Waititi scherza sulla possibilità, in futuro, di far uscire un cofanetto con un numero imprecisato di dvd per raccogliere anche una selezione del materiale scartato. Anche la colonna sonora merita uno sguardo.

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jupiter ascending poster wedding

Jupiter ascending (2015)

Jupiter ascending poster mila kunisCi sono volute due recensioni (questa e questa) per convincermi a vedere Jupiter ascending. Lo ammetto, il coro pressoché unanime che lo bollava come fetenzia peggiore di Twilight mi aveva dissuaso. Ora, visto quel film, mi chiedo come sia stato possibile che qualcosa del genere, certamente con le sue pecche, ma d’ampio respiro, visivamente impressionante, coinvolgente… abbia suscitato reazioni tanto violente. Tutto questo livore, proprio non me lo spiego. Sono totalmente d’accordo con Lucia quando parla di “accanimento”. Da quel che si legge in giro, sembra che nella storia del cinema non sia esistito un film peggiore di questo. Se a te non è piaciuto Jupiter Ascending, lo reputi la cosa peggiore che tu abbia visto? Parliamone. Eppure… è mai possibile che gran parte dei commenti negativi siano fondati esclusivamente sulla mancata comprensione del film? o su una presunta mancanza di trama?

Cos’è che ha attirato l’attenzione in questo film? L’eyeliner con cui hanno punito fisicamente Channing Tatum? Le sue orecchie a punta? Il fatto che la Kunis interpreti una tizia che pulisce cessi per vivere e che straordinariamente sarà l’imperatrice spaziale più inutile di sempre? Questo avrei potuto scriverlo anche limitandomi al trailer, scrivendo una roba uguale ad altre mille. Una volta vista la pellicola, ho dovuto constatare che c’era molto di più oltre gli stivali volanti e la Cenerentola (che Cenerentola non è poi tanto) che pulisce i cessi. Non è un film da stroncare, ma da vedere e cercare di capire. Jupiter Ascending, nonostante questo, può comunque non piacere; non è obbligatorio ritenerlo un capolavoro. Sarà caotico, ambizioso, pretende di mettere insieme troppe tematiche non sufficientemente sviluppate. Il messaggio non arriverà forte e chiaro, ma c’è. Se non vi interessa la critica sociale che questo film contiene, non importa, è ugualmente un piacere da vedere. Potreste addirittura divertirvi. Ah, nel cast c’è Sean Bean e ha concrete speranze di sopravvivere.

Jupiter ascending

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It follows (2014)

LocandinaNon posso dire che questo film sia stata una sorpresa. Sono venuta a conoscenza della sua esistenza da varie recensioni, tutte positive; questo It follows sembrava essere il nuovo fenomeno del momento. Non mi ha mai persuaso del tutto, in special modo per via della trama, che sinceramente non mi diceva molto: una tizia viene obliterata dal suo ragazzo del momento e finisce per beccarsi una malattia ven una presenza oscura che la perseguita senza alcun ritegno. Che roba sarà mai? Eppure, It follows funziona, è un horror per cui vale la pena spendere un po’ di tempo, soprattutto in un genere vessato da vaccate inumane (Poltergeist, Annabelle, Insidious 3 per fare qualche nome). Funziona, e te ne accorgi dalla primissima sequenza. Nel mio caso, ha reso possibile un piccolo miracolo: è piacevole da vedersi al punto da annientare la possibilità di farsi troppe domande su cosa significhi cosa. Non mi sono mai fermata “a pensare”, me ne sono stata tranquilla a sedere sul letto, a guardare un film. Non mi sono chiesta quale fosse il messaggio di fondo, anche se, a ben vedere, qualcosa c’è. È un film sui giovani e sugli adulti, sull’essere isolati e dover sopravvivere a qualcosa che forse è più grande di noi, sia esso un mostro o chissà cosa, qualcosa che ci segue e con cui volenti o nolenti dovremo fare i conti.

Uscirà in Italia il 6 luglio 2016 (e se tutto va bene senza nessun cambio di titolo del cavolo)

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