A dragon’s tail: Louis Slotin n°4

Una fortuna non dover fare quel viaggio da soli. La destinazione di Phil era a cinque ore di distanza e si sarebbe dovuto fermare ogni ora per controllare che il carico fosse a posto. Per quanto bello fosse il paesaggio, alla lunga poteva diventare molto monotono: miglia e miglia di deserto, pietre e piante che vivevano a stento. Chissà che radici avranno, pensò, ma tornò subito con la mente alla valigetta assicurata al sedile posteriore. Rallentò istintivamente. Non che cambiasse qualcosa, ma se tu conoscessi come lui la natura del carico, forse avresti avuto la stessa reazione. Anzi, a dirla tutta, su quella macchina sarebbe stato meglio non salire.

Moving the Plutonium Core - YouTubeLa strada curvò gentilmente; in lontananza si poteva già intuire la forma del tipico mulino a vento di un tipico ranch del New Mexico. La Dodge Sedan era quasi arrivata e i due a bordo ciò voleva dire un paio di cose: liberarsi di un peso e fare (forse) un bagno in uno di quei vasconi nei pressi del mulino. C’era poco da stare allegri, la giornata di lavoro era ancora lunga e l’ambito premio altro non era che una gran massa d’acqua dove era più facile lessarsi che rinfrescarsi. Eppure, sul finire della giornata, si buttavano lì dentro a decine, come se fosse il luogo più desiderabile sulla faccia della terra.

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Il McDonald Ranch,  dopo che un restauro nel 1984 ripristinò per quanto possibile le condizioni del 1945. Tutt’ora è possibile visitare il Ranch, che è aperto due giorni l’anno.

Il McDonald Ranch era appartenuto a una famiglia che si era fatta un nome nel commercio del bestiame. Il capostipite, Mike McDonald, era partito dall’Irlanda con moglie e figli; leggenda vuole che ne avesse almeno una ventina e che dieci di loro morirono in un brutto incendio durante il viaggio sul fiume Pecos, in Texas. Il loro viaggio finì a Tularosa, New Mexico, un paesello tranquillo, con case di mattoni di terra cruda, paglia e sabbia. Nel 1881 costruirono la loro casa; loro dormivano in una specie di rifugio, il ranch principale l’avrebbero costruito solo dopo gli alloggi deii cowboy che lavoravano per loro. L’acqua era buona, al clima si abituarono presto e tutti avevano un lavoro redditizio. Allevavano mucche e tori, poi anche cavalli. La seconda generazione diede lustro alla prima e preparò il terreno a una terza; al 1942 Tom McDonald aveva fatto in modo che i figli avessero un ranch, per portare avanti l’attività di famiglia come meglio credessero. Poi venne la guerra. Iniziarono ad arrivare le lettere dell’esercito, una dopo l’altra. I McDonald persero tutto o quasi, come molte persone nella regione di Pajarito o di Jornada del Muerto. Qualcuno ottenne un risarcimento, ma era una vera miseria.

Phil Morrison si piazzò di fronte all’ingresso del ranch che fu di George McDonald, uno dei figli di Tom; ad aspettare la Sedan c’era un piccolo capannello di persone. Non appena la coltre di polvere iniziò a dissolversi, un uomo aprì la portiera posteriore per prendere la valigetta. Ancora alla guida, Phil fece un cenno al passeggero, un sorriso appena abbozzato che non ottenne nessuna risposta.

Scendi, siamo arrivati. Louis, avanti, ti aspettano.” uno stivale di cuoio si piantò nella sabbia del deserto. Le componenti del nucleo di plutonio erano arrivate sane e salve, insieme all’armiere.

Active material, Herbert Lehr
Herbert Lehr entra nel McDonald Ranch con il contenitore del nucleo di plutonio

Quei due stessi emisferi che stavano entrando al ranch, erano stati consegnati giusto un mese prima a Louis Slotin a Los Alamos, all’Omega site; formalmente, era come se glieli avessero  affidati  personalmente e sarebbero stati suoi fino alla cessione ufficiale all’esercito. Li tenne e li custodì in una ghiacciaia, ben sapendo che un giorno se ne sarebbe dovuto separare.

Lo fece conformemente a un’intesa con cui sembrava che la mesa cercasse di sbarazzarsi di qualche oscura responsabilità. Slotin ne controllò la moltiplicazione neutronica […], posava su un piano i pezzi del metallo distanti abbastanza l’uno dall’altro perché fossero fuori portata dei rispettivi neutroni. Poi, con un cacciavite, li accostava lentamente, e, in questa operazione ciascuno dei due pezzi reagiva ai neutroni emessi dall’altro emettendo nuovi neutroni. Ne derivava una progressiva moltiplicazione di neutroni che, tradotta in un diagramma, prendeva l’aspetto di una curva ascendente. […] Si fermava appena riusciva a estrapolare la curva ascendente in una retta verticale che avrebbe sigificato la moltiplicazione neutronica in una bomba detonante.

[Davis, Lawrence e Oppenheimer; Garzanti, 1970. P. 242]

Ora che da Los Alamos gli emisferi tornavano a lui, avrebbe dovuto occuparsene nuovamente per un montaggio. Era stata preparata appositamente una stanza, nella fattispecie quella che era stata la camera da letto. Com’era ovvio che fosse, non c’era più niente della quotidianità della casa. Le finestre erano state coperte con teli di plastica e del nastro adesivo; a ridosso del muro c’erano dei banchi da lavoro e al soffitto pendevano potenti lampade. Unico vezzo, la stanza d’ingresso conservava una striscia di carta da parati; Slotin la seguiva nel suo scorrere sempre uguale o quasi, affetta da piccole irregolarità, roba di millimetri o giù di lì, minimi graffietti, strappi, abrasioni. Un fiore stilizzato, forse un girasole, o un’alba, e poi tre margherite squadrate, righe abbozzate a mò di decorazione, una due, tre quattro volte. Quello gli ricordava cosa stesse facendo lì, lo inquietava il fatto che fosse la sola traccia rimasta di una vita precedente.

Slotin al lavoro.jpg
Louis Slotin

L’armiere portò a termine la procedura senza intoppo, ma non senza sforzo. Il fatto che si trattasse di una procedura pericolosa era provato dall’assenza del grande capo del progetto Y e dalla presenza di un sostituto. Certo, Leslie Groves aveva da fare, c’erano incontri importanti cui presenziare, ma girava voce che fosse soprattutto un fatto di incolumità personale. Se qualcosa fosse andato storto? Slotin, di tanto in tanto si permetteva di pensare a qualcosa che non fosse quel nucleo da mezzo miliardo di dollari, ossia a Farrell, al fatto che fosse da qualche parte alle sue spalle, intento a pensare a chissà che cosa. Era in grado di capire quello che stava succedendo?

Tutti i presenti nella camera da letto dei McDonald avevano fatto la propria parte, ma quell’ometto spaesato lì dietro, cosa sapeva? Cosa aveva fatto? Era ansioso di ricevere il suo gingillo, la sua arma definitiva, e per farne cosa? L’esito era certo, c’era solo da sperare che quel tizio e i suoi superiori fossero minimamente capaci di leggere lo stato delle cose, che non fossero superficiali nell’uso degli strumenti che alcuni scienziati gli avrebbero fornito. Slotin faceva il lavoro sporco: nessuno sapeva se fosse la mano più sottile o solo l’uomo più incosciente. Lui lo sapeva che sarebbe diventato obsoleto, che lo avrebbero sostituito con qualcun altro senza problemi, che in un prossimo futuro quelle operazioni le avrebbe potute fare anche una persona con una preparazione minore, in condizioni di rischio pressoché assenti. Persino un turista in cerca di emozioni, sarebbe entrato in un museo della scienza da due soldi, con l’aria condizionata, occhiali da sole sulla testa, per fare la stessa identica cosa, magari con lo stesso materiale, comandando un congegno connesso a un dispositivo a distanza. Lui nel museo, l’esperimento chissà dove: quello che faceva lo avrebbe visto in uno schermo. Avrebbe gioito nello spostare di mezzo millimetro del pericoloso materiale radioattivo per la gioia della famiglia che ridacchia alle spalle, sudando per l’eccitazione, imprecando magari, dicendo qualche frase sconnessa. “Ho rotto l’atomo!” Slotin doveva godersi quell’ultimo momento di celebrità, prima di contare meno di zero, prima che lo eliminassero senza tante cerimonie.

Thomas Farrell.jpg
Generale Thomas Farrell, ufficiale esecutivo di Leslie Groves

Aveva fatto davvero un bel lavoro e poteva vederlo, lo aveva proprio di fronte, ma doveva cederlo al vero proprietario. Farrell lo guardava soddisfatto. Alto, sicuro di sé, un uomo che scoppiava di salute, dalla battuta facile. C’era da chiedersi se si rendesse realmente conto di quello che aveva di fronte, e la risposta era no. Si poteva fargliene una colpa fino a un certo punto. Nessuno lo sapeva con certezza, non Slotin, non Oppenheimer, nemmeno Farrell. C’era chi pensava che la bomba costruita con quel nucleo avrebbe incendiato l’atmosfera. Qualcuno avrebbe scommesso che non sarebbe per niente esplosa. Se nemmeno chi ha lavorato sul nucleo era certo dell’effetto, figurarsi un graduato.

Toccalo.” sorrise Slotin, guardando Farrell dritto negli occhi. Quell’uomo avrebbe tratto vantaggio da qualcosa che non capiva, avrebbe preteso i meriti, lasciando ad altri i demeriti, lo sforzo, il rischio, le radiazioni assorbite giorno dopo giorno. Avrebbe attraversato incolume una mattanza, uscendone come un eroe. L’eroismo edulcorato, privo di rischi. “La ricevuta.”, incalzò il fisico, aspettando che Farrell riponesse sul tavolo il nucleo.

In futuro, Farrell avrebbe parlato di quell’incontro come di un momento di profonda tensione. Girò quel nucleo fra le dita e in un istante capì più di quanto avrebbe voluto, comprese senza ombra di dubbio che quell’oggetto non era ordinario. Come metallo, ma caldo, di un calore che proveniva dall’interno, incessante, vivace. Era qualcosa di vivo. Che strana sensazione, quell’intreccio di potenza e terrore, indimenticabile, per quanto si fosse trattato solo un attimo. Quello che Farrell non sapeva era che quella sensazione poteva durare ben più di un attimo e che alla lunga dava dipendenza. Difficile provarla quando rimani a distanza, a guardare dall’esterno. Bisogna lavorare sul materiale per farla propria, capirlo, manipolarlo. Questo, Slotin lo sapeva, forse meglio di chiunque altro.


Dopo la detonazione a Jornada del Muerto, Ferrell definirà l’esplosione del Gadget come qualcosa di divino, sovrannaturale. C’era un che di teatrale, di retorico nel commento del militare che percepiva la distruzione totale come qualcosa di prossimo al godimento, all’estasi e alla purezza. Le parole di un fisico, di qualcuno che ha seguito e creato un processo di produzione, erano tutt’altra cosa. Rappresentavano una realtà, avevano una consapevolezza diversa, del percorso come delle conseguenze. Così, finì la guerra, vennero buttate sul Giappone due bombe atomiche, si affacciò la possibilità di lavorare alla bomba a idrogeno, ma molti fisici rifiutarono, compreso Oppenheimer.

Slotin stava morendo in ospedale, ma da qualche parte a Los Alamos si stava tenendo una festa, organizzata di certo con le migliori intenzioni. Sorrisi, bei ricordi, musica. Fu un fiasco. I fisici si sarebbero dovuti mescolare col resto degli invitati, uomini di successo, uomini di potere, artisti, ma si tennero alla larga, in una stanzetta, a fumare e bere whiskey. C’era un solo nome sulla bocca di tutti: si parlava di lui, sotto voce, perché era un argomento vietato, ma se ne parlava lo stesso. Si diceva che Louis Slotin stesse morendo, che non riuscivano nemmeno a prelevargli il sangue, che la sua temperatura era altissima, che era diventato enorme, che stava soffrendo come e peggio di un cane. E come un cane latrava, gridava, schiumava dal dolore, per la mano che andava messa sotto ghiaccio per quant’era ridotta male. Avevano chiamato i coniugi Slotin da Winnipeg perché vedessero il figlio trentenne. La madre Sonia gli passò una mano fra i capelli, ma si fermò di colpo: erano un groviglio di fil di ferro, neri, nodosi, secchi e insieme deboli. Di lì a poco sarebbe scivolato in un coma profondo e avrebbe smesso di soffrire.

E sì che Slotin era sulla strada buona per diventare un eroe. Doveva solo decidersi a morire.

continua

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10 pensieri su “A dragon’s tail: Louis Slotin n°4

  1. Pingback: A dragon’s tail: Louis Slotin n°3, intermezzo – Tersite

  2. Qui siamo a livello di magia, di usufruitori di magia di gran livello, che sanno a cosa vanno incontro, sanno che energie maneggiano, e comprimari, magari politici, magari fantocci, magari semplicemente “semplici”.
    Ecco la sensazione della festa\non festa per lo scoppio delle bombe, per me, può essere questa… sì voi festeggiate col vino, ma non ci avete ancora capito una mazza, proprio niente, ed è per questo che siete volgari. Questo è quello che hanno pensato quelli che l’aumento di elettroni, le particelle cariche, le radiazioni, le capivano, davvero, sulla carta.
    Toccare con le mani il plutonio, l’energia in movimento, è davvero come toccare i Palantir. Non avendo e non potendo mai controllare una cosa simile, è l’unico paragone che mi viene in mente… e sì, devi essere Gandalf, o Saruman o chiunque dotato di magia vera (e la scienza può essere magia) per capire queste cose.
    Wow. Che volo in queste poche pagine. Grazie grazie grazie

    1. Quanto più ho cercato di pensare a cosa sentisse lui, tanto più ho avvertito disprezzo per quello che si pone con arroganza, cercando di sfruttare, senza nemmeno provare a capire. Butto una bomba, tanto mica ci sto io, né a buttarla (c’è gente sugli aerei che ha saputo cosa ha fatto e poi ha sbroccato) né a costruirla. Credo che sia un disprezzo motivato, sia per le ben note conseguenze, sia per la consapevolezza di essere stati sfruttati e gettati via come niente.
      La scienza è il solo tipo di magia che io conosca ed è vero, anche perché è gestione, controllo, uso delle leggi di natura previa quanta più profonda possibile comprensione di essa. C’è chi mi dice che idealizzo la figura del fisico, su questo non saprei, ma che ci posso fare, subisco effettivamente una fascinazione ma… come si fa a non subirla?

      1. Sul discorso dei piloti, ti correggo, credo che l’unico ad avere sbroccato sia il pilota che fece ricognizione su Hiroshima, gli equipaggi dei bombardieri vennero scelti con cura, e hanno festeggiato sino a dopo il pensionamento l’evento. E’ comprensibile, il Giappone per l’esercito Usa stava diventando un bagno di sangue, uno stop andava messo.
        La figura del fisico, sono d’accordo, ha un che di affascinante.

        1. Circa gli equipaggi di Enola Gay e Bockscar obiettivamente so molto poco, a parte qualcosa su Tibbets, e sono riuscita a trovare il memoriale del pilota della missione su Nagasaki… ma devo ancora leggerlo 😀 insomma, faccio tesoro del commento e ti dico solo che ne riparleremo sicuramente, perché è argomento interessante. Devo informarmi meglio. Più che altro facevo riferimento a un soldato che (non ricordo su quale aereo) si trovava alla mitragliatrice di coda, che vide cosa stesse accadendo giù. Ebbe, diciamo, qualche problema, ma anche qui, appena ritrovo la fonte, ti faccio sapere. Di certo poi quelli che salivano su un aereo per fare una cosa del genere, hai ragione, dovevano essere “preparati”, magari non sapevano cosa stessero facendo fino in fondo, ma psicologicamente dovevano essere sostenuti da una certa volontà. La vita militare aiuta e poi… beh, la guerra era la guerra.

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