A dragon’s tail: Louis Slotin, n°1

the gadget viene issato
The Gadget viene issato sulla torre a Jornada del Muerto

Donald se ne stava tranquillo a godersi l’aria fresca dopo una giornata d’arsura, con un libretto licenzioso da due soldi per le mani. Aveva tutte le ragioni per volersi distrarre: problemi sul lavoro, la minaccia di un temporale, ma soprattutto il fatto di stare seduto a un palmo da un ordigno nucleare. Rannicchiato contro il parapetto, le ginocchia al petto, di tanto in tanto si fermava a fissare quella cosa enorme. E dire che bastava allungare la mano per toccarla.

Donald Hornig, esperto di esplosivi e di circuiti d’innesco, era stato messo di guardia su un trespolo di tutto rispetto: una torre di trenta metri. Uno sguardo al libro, uno alle nuvole, e dalle nuvole per tornare al libro, sempre con la paura che piovesse o che un fulmine potesse friggere qualche circuito. Era la notte fra il 15 e il 16 luglio 1945. Il cielo si sarebbe aperto solo poco dopo le quattro del mattino. Fino a due settimane prima, in tutta la base di Los Alamos non c’era abbastanza plutonio per produrre la prima bomba atomica e nessuno avrebbe scommesso due dollari che ci sarebbe potuto essere un Trinity test.

Groves e Oppenheimer
Il generale Leslie Groves (a destra), capo del progetto Manhattan, e Robert Oppenheimer sul sito del Trinity Test

Kistiakowsky gridò a squarciagola: “Ho vinto la scommessa! ho vinto la scommessa, Oppie, mi devi dieci dollari“. Il dottor Oppenheimer, tremando, mise mano al portafogli: “è vuoto, ti tocca aspettare.”. I due si abbracciarono. […] Quando il dr. Bush disse che la luce sembrava più splendente di quella di qualsiasi stella, il generale Groves […] incalzò, “Più brillante di due stelle”, indicando i suoi gradi di generale maggiore. […] In un istante, tutto il plutonio prodotto sino a quel giorno era stato consumato.

-Medical aspects of nuclear weapons and their effects on medical operations, Giugno 1990. P. 15.

Sequenza del Trinity test

Tesserino di Richard Feynman
Quel che successe a me – ma anche a tutti gli altri – è che avevamo aderito per una buona causa ma poi, quando si lavora intensamente per raggiungere un traguardo, sopraggiunge il piacere, l’entusiasmo. E succede che si smette di pensare, si smette proprio. – R. Feynman.

Ognuno visse quella fase a modo proprio, scommettendoci su o vedendola come il culmine di un percorso eroico, nuovo, eccitante, una sfida intellettuale e una necessità bellica. Certo, finché non ci sono vittime da contare, trasportare, curare, va tutto bene. Nel deserto, al massimo, ci sarebbero stati un paio manichini e una città fantasma da abbattere. Due catapecchie da cui erano stati sfrattati i proprietari, niente di importante.

Dove avevano creato la bomba, a Los Alamos, girava gente strana, per niente abituata a vivere spalla a spalla: militari, scienziati e relative consorti, civili. Girava voce che ci fosse un fisico che per intrattenere gli ospiti eseguiva in casa esperimenti con materiale radioattivo. Ce n’era un’altro, che durante il Trinity test pensò bene di togliersi gli occhiali protettivi per vedere direttamente la luce della detonazione. Non gli andava giù che un funzionario governativo aprisse e tagliasse le lettere che scambiava con la moglie Arlene, per cui partì una sequela di lettere volutamente prive di senso, volgari, cifrate… E se inviassi una lettera piena di un farmaco per lo stomaco? In polvere, magari, così al povero disgraziato che la apre prenderà un colpo. Non se ne fece niente, rinunciò. Scoprì poi che nella recinzione di confine gli operai avevano fatto un buco, e iniziò a usare quello per spostarsi dall’interno all’esterno della base. La sicurezza non riusciva a capire come facesse, nessuno lo vedeva passare. C’era però un’altra cosa che lo rese ancora più famoso. Qualcuno poteva non sapere che fosse un fisico di fama mondiale, ma tutti lo conoscevano per aver scassinato tutte le serrature possibili a Los Alamos. Sfidava apertamente i colleghi e loro stavano al gioco. Potevano custodire come meglio credevano i loro documenti, tanto lui ci sarebbe arrivato. C’era di positivo che se qualcuno perdeva la chiave del proprio cassetto, poteva stare tranquillo, c’era chi gliel’avrebbe aperto. Ci sarebbe stato tempo anche per andare a bere qualcosa e riderci su.

Louis Slotin
Foto del tesserino identificativo di Louis Slotin al momento del reclutamento (1944)

Louis Slotin, a prima vista, tutto poteva sembrare fuorché strano. Amava l’opera. Tenne con sé un mucchietto di sabbia non contaminata, presa vicino alla torre del Trinity test, qualche giorni prima che la bomba esplodesse. Certo, avresti potuto pensare che nel suo soggiorno intrattenesse gli ospiti con qualche esperimento assurdo, ma a parte gli stivali da cowboy e la vistosa fibbia da cintura (identica a quella di Oppenheimer), era piuttosto ordinario. Noioso? forse. Gesticolava. Gesticolava molto. Era capace di dimenticarsi di mangiare, a pranzo, mentre iniziava a discutere delle possibili applicazioni di un ciclotrone. Più di una volta si è trovato il piatto ripulito. Colorito olivastro, camicia slacciata, barba mezza sfatta, occhiali spessi; qualcuno lo avrebbe definito trasandato. Talvolta sfoggiava occhiaie notevoli; si faceva un mazzo tanto e quello era l’ovvio risultato. Enrico Fermi non lo poteva soffrire: “C’è qualcosa in quell’uomo che mi irrita“, confidò a un amico. C’era che forse poteva sembrare sin troppo sicuro di sé e dei propri metodi, spesso molto rischiosi, ma è stato proprio quel suo modo di lavorare a renderlo indispensabile. Anche lui mal sopportava l’autorità, ma se ne era fatto una ragione; finché i loro interessi avessero coinciso, avrebbe lavorato senza risparmiarsi. Volle l’atomica prima dei tedeschi e ci riuscì, anche facendo il lavoro sporco.

The gadget

A guerra finita le sue motivazioni si fecero meno pressanti, difatti non aveva tutta questa voglia di continuare con il lavoro a Los Alamos, ma di voce in capitolo non ne aveva – se mai ne avesse avuta. Aveva una data di partenza, una destinazione (il Pacifico, le isole Bikini) e un sostituto, Alvin Graves, che lo aspettava al laboratorio. Voleva tornare a Chicago per insegnare e ci sarebbe tornato, doveva solo portare a termine quell’ultima incombenza. Le sue soddisfazioni, le avrebbe prese, doveva solo turarsi il naso; in fondo, cosa poteva dover fare di peggio che contribuire alla detonazione di un’atomica su una due città?

Procedeva adagio verso il laboratorio. Chissà, un giorno l’avrebbero chiamato col suo nome, quell’angolo di paradiso, il suo angolo di paradiso, un cubo color avorio, giusto un po’ malconcio, con una piccola veranda e le finestre dipinte d’azzurro.

Doveva solo finirla lì e poi sarebbe stato libero di andarsene per la sua strada.

continua

26 pensieri su “A dragon’s tail: Louis Slotin, n°1

            1. Mi viene in mente a quando annaffiavo le piante, a casa. Era la scusa per starmene ammollo, come è ovvio che sia 😀 un bacio a tutte, che di lunedì serve sempre un pizzico extra di affetto

  1. Ecco che in un attimo mi hai proiettato indietro di settant’anni e più, in un periodo ricco e povero nel contempo. Di quel gruppo di scienziati, di quella battaglia tecnologica che si sarebbe trasformata in eccidio, poi in guerra fredda, so poco. L’ho sempre bollata come una cosa terribile e forse non necessaria, senza occuparmene, senza analizzare le idee che c’erano dietro e le perosnalità che formavano il pool di scienziati.
    Insomma, è avvincente, e hai dato una spallata alla porta della curiosità. Ora tocca documentarsi.

    1. Che storia… anche io me ne sono interessata di recente, anche io l’ho sempre snobbata. Eppure è interessante come pochi periodi e si trova di tutto. L’archivio di Los Alamos ora è aperto alla consultazione, fa capire molto di chi sono state quelle persone lì, cosa hanno fatto e cosa gli hanno fatto. Diciamo che ho le mie simpatie, ma frequentando (sempre amori e amicizie non corrisposte, loro sono laggiù e io sto qua al caldo nel 2019) qualcuno di loro ho imparato a conoscere un pezzetto della loro vita. C’era della follia e della scienza casereccia, roba veramente assurda. Tipo ok mo porto ‘sto nucleo in mezzo al deserto (plutonio, non dei cannoli siciliani, che è un pericolo anche quello perché poi il caldo li rovina e col cavolo che li mangi, pena la condanna ad abbracciare il gabinetto per una giornata), ma non vi preoccupate, lo metto nel sedile posteriore e gli metto la cintura, mica so’ scemo. Certo oh, mica ti fermava la stradale.

        1. Eh questo è molto “ammeregano”… puoi portare un’arma da assalto, ci mancherebbe, sta scritto nella costituzione, ma bersi una birra? la morte! Sarebbero capaci di andare in giro con quei ridicoli sacchettini con dentro una lattina di birra. Non sia mai che uno beve in pubblico 😀

          1. …esatto! Eccheppoi se mi vedi bere alcol magari anche tu hai voglia, non si può! 🙂 Meglio se mi vedi su internet a sparare con un calibro enorme contro delle sagome di legno che esplodono!
            Ma stiamo divagandissimo… Cielo!

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  6. Che dire? Mi ha preso in ostaggio. È una bella descrizione, fa atmosfera, ti immerge in medias res e provi subito una forma poco definibile di simpatia nei confronti di questo scienziato un po’ fuori norma. A questo punto voglio sapere tutto, quindi passo alle parti successive.

    1. Questo scienziato, la prima volta che ne ho letto, l’ho a dir poco odiato. Non Feynman (tutti amano Feynman, è impossibile non amarlo), non Hornig (non sapevo nemmeno che esistesse, ma la scena in cima alla torre meritava di essere citata solo per l’immagine che restituisce), ma proprio Slotin. Mi ha spiazzato, come si fa a fare una roba del genere e sperare di sopravvivere? A volte penso di raccontare la sua storia anche per il gusto di creare questa “forma poco definibile di simpatia” in chi legge. Credo che sia un peccato che sia così poco conosciuto.

      1. Purtroppo è frequente che personaggi implicati in avvenimenti così importanti finiscano per scomparire a vantaggio di qualcun altro. In questo senso, è un Tersite anche il nostro fisico spericolato.

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