Dell’usare gli evidenziatori sui libri

Mi piacciono i negozi di roba usata. Tutte quelle tazzine, bicchieri, coppe gelato, caffettiere, teiere, fatine con le ali che si illuminano al buio, pupazzoni inquietanti e costumi da cinghiale. Che rimpianto, il costume da cinghiale. E poi i mobili disposti in file, alti quanto te, così dopo qualche metro non hai la minima idea di dove ti trovi. Dopo giorni di frequentazione, scopro che superati gli armadi e i mobili da bagno c’è un pertugio che si apre su una piccola stanza.

Qualche volta si rischia di cadere dal famigerato scalino invisibile, ma poi lo freghi e, felicemente, prenderai una craniata dritta contro lo stipite della porta. C’è sempre un prezzo di sangue da pagare per entrare nel caveau con i libri e i dischi. Qui Nino d’Angelo convive con Ian Paige e Jon Lord, mentre l’opera omnia di Mario “o’ zappatore” Merola giace da tempo immemore sopra uno scaffale. Hai ugualmente speranza di trovare qualcosa di interessante, è solo per questo che sfidi la paura del soffocamento da polvere.

Se Storia del pensiero economico di Eric Roll avesse potuto pensare, si sarebbe chiesto cosa ci facesse lì. Ci stava da talmente tanto tempo che il suo prezzo crollò, inesorabilmente, di mese in mese. C’erano romanzetti di infima categoria che costavano di più. Sono unico, si sarebbe detto, e con un valore intrinseco altissimo. Il pirata delle Bahamas avrà anche un prezzo più alto, ma non potrà mai valere quanto me. Il romanzetto era stato portato da pochi giorni, ma le possibilità che qualcuno lo scegliesse erano maggiori. Libri come quello, pur lentamente, la luce la rivedevano. Erano utili.

Lo pagai un euro e cinquanta centesimi, ma a suo tempo (era il 1992) costava 35.000 lire. Intere pagine sottolineate. Ogni singola riga. Muri fucsia. Si poteva toccare con mano la noia nello studio di chissà quale esame, la costrizione, nel pennarello blu che attraversa interamente la teoria dei pagamenti internazionali di Ricardo.

La storia del libro si sarebbe ancora fermata per molti anni. Era stato depositato per la vendita il 15 marzo 2011, io l’ho scovato sei-sette mesi dopo e arriviamo a settembre. Mettiamo solo oggi, e parliamo di gennaio 2019, io mi ripiglio e lo cerco. Inizio a leggere l’introduzione, mi rendo conto di odiarla e mi sovviene perché sono andata direttamente oltre. Considera anche lo stato in cui versava fisicamente il libro. Le pagine hanno un aspetto peggiore di quanto potessi immaginare. La copertina era piegata esattamente a metà. La costolatura era sforzata lungo due linee profonde. Prima di passare a me era stato decisamente maltrattato. Quello che mi ha spinto a mollare tutto è stato il constatare come la trattazione del pensiero economico partisse dalla Bibbia. Non potevo andare avanti. Vabbè, ho perso pochi spiccioli, e via in un cumulo di libri. Succede, poi, che inizio una storia dell’economia di Galbraith, dove viene citato Roll con profondo rispetto. Stessa cosa su un testo di economia politica di Antonio Pesenti. Alla fine, ho pensato di dargli una seconda possibilità.

Si fa leggere, ma la presenza del precedene possessore del libro è ingombrante. Le prime pagine sono intonse, manco le ha lette. L’indice tiene traccia di ogni capitolo studiato, ciascuno segnato da una sbilenca riga di penna gel nera. Come l’ho presa? male. Se proprio senti il bisogno di fare delle righe sul libro, almeno falle dritte. O con qualcosa che si possa cancellare. Com’è mia abitudine, uso il lapis, ma quando iniziano a comparire strisciate di evidenziatore fucsia, capisco di dover usare qualcosa di più visibile. Il danno è fatto, non posso fare di peggio. Inizio a usare gli evidenziatori. Prima il giallo, perché viola o verde sarebbe stato troppo. Poi cade anche quel bastione e i colori si stratificano, i miei e quelli del tizio. Un bel giorno il gatto decide che la devo fare finita di leggere e morde il libro, lasciando un buco nella copertina. Ancora si vede, quel buco. Se non si apre bene, apro il libro con più forza.  Prendo appunti a margine con la penna. Diamine se l’ho trattato male, ma ho potuto tornare indietro e rileggere ogni considerazione presa a caldo, riderci sopra, incazzandomi ancora di più o riconsiderando questo o quel particolare. Ho sentito evolvere il pensiero, certi passaggi da nebulosi sono diventati più agevoli. La materia, nel complesso, è diventata più confortevole.

Tu che hai sottolineato intere pagine con profonde righe a lapis, potrei cordialmente detestarti perché le ho dovute cancellare, ma ti devo ringraziare perché mi hai costretto a fare qualcosa che non avrei mai fatto. E mi è piaciuto. Non è una roba così semplice, è un cambio di prospettiva e ha influenzato il mio approccio successivo con qualsiasi libro. Con sempre maggiore tranquillità mi sto permettendo di imbrattare i miei libri. Perché non dovrei farlo? per rispetto? per venerazione? cosa c’è da venerare? trovi un particolare interessante in un libro e poi? Chissà quante cose mi sono persa. Mica posso scrivere tutti i passi che leggo in un quaderno a parte? Lo so, l’ho fatto e lo farei anche adesso, ma ci perderei un casino di tempo. Qualcosa me lo scrivo, qualcosa mi riesce di tenerlo a mente. Questa volta posso dire di aver vissuto un libro. Certo, Roll e la materia ci hanno messo del loro. Dopo tanti libri presi e abbandonati, questa forma di manipolazione mi ha dato un grande incentivo a proseguire la lettura.

La verità è che questo libro è uno straordinario incentivo alla bestemmia. Questo, comunque, vale per pressoché tutti i libri che ho consultato sull’argomento. Leggi un brano una, due volte, perché magari pensi di non aver capito. Poi col cavolo, avevi capito benissimo.

“una legge che regola i salari… dovrebbe concedere appena il necessario per vivere, poiché se si concede in misura doppia egli lavorerà la metà di quanto avrebbe potuto e, in caso diverso, avrebbe fatto; e ciò fa perdere alla società il frutto di altrettanto lavoro.”

Sporcarti le mani viene naturale, così come scrivere di getto un “che merda” a mò di didascalia proprio accanto, nell’amena pagina 103, giusto per esaltare la bellezza della citazione. Il tuo segno lo devi lasciare per forza, per leggere e rileggere, per leggere a voce alta e iniziare un diaologo con un’altra persona. Sono temi di cui non si parla mai abbastanza, perché dico, magari, a forza di picchiarci la testa ti viene in mente che forse forse devi interessarti della tua posizione nella società. “Ma cosa leggi ‘sta roba? perché non ti droghi come tutti gli altri?” Mi interessa cercare di capire come mi hanno preso per i fondelli da trenta anni a questa parte. Devo entrarci, in questo libro, devo farlo diventare parte di me, perché non sia più un oggetto, ma uno strumento.

Ricardo considera il lavoro come una merce il cui valore deve essere determinato allo stesso modo di quello di ogni altra merce. Il suo “prezzo naturale” è dato da ciò che “è necessario a porre i lavoratori nel loro complesso in condizioni  di sussistere e perpetuare, senza aumenti né diminuzioni, la loro progenie“. [p. 99]

Io e te siamo carne da cannone, lo sappiamo, no? Noi siamo quella progenie lì. Poi qualcuno mi dirà che dico ovvietà, ma non sono così sicura che lo siano. Questo non è solo il migliore dei mondi possibili, questo ce l’hanno venduto come l’unico. Ci convincono ogni volta, con le buone o con le cattive. L’economia è una materia oscura, di certo non è semplice, ma si può cercare di comprenderla, anzi si deve. Mai avrei pensato di dirlo, in vita mia, ma ci governa. Studia, schivale le supercazzole che ci propinano ogni santo giorno. Non ti voglio convincere, non ci voglio nemmeno provare a invitarti verso l’uno o l’altro schieramento, ma ti imploro: studia, indaga, usa il senso critico. Se ti girano le scatole, se ti senti bersaglio di disprezzo un motivo c’è e devi scoprirlo. Aiutati a ragionare con la tua testa, le supercazzole lasciale agli altri. Ci siamo già fatti fregare abbastanza.

“qualunque sia la quantità di moneta posseduta da una nazione in rapporto agli altri paesi, non potrà rimanere in circolazione che una quantità di moneta quasi proporzionale al consumo dei ricchi e al lavoro e l’operosità dei cittadini poveri.” [P. 130]

E perdonami se non sto a contestualizzare. Quello che mi preme sottolineare è come di sottigliezze intellettuali non abbiamo davvero bisogno, il Marchese del Grillo aveva ragione allora e ce l’avrebbe anche adesso. Il ricco consuma, il povero lavora. Non sto mica a farmi delle illusioni. Anzi, mi colpisce particolarmente la facilità con cui si esprimono concetti che farebbero tremare i polsi di chiunque abbia un minimo di empatia.

Eccoci a iniziare un nuovo percorso, iniziato dove avevo finito qualche mese fa. Con la dovuta calma, riprenderò le fila del discorso. E scusate il livello di scurrilità, potrei fare anche di peggio se solo mi impegnassi di più.

 

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23 pensieri su “Dell’usare gli evidenziatori sui libri

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  2. I libri usati, l’uguaglianza che hanno quando se ne stanno sugli scaffali, l’energia potenziale del loro contenuto, che non è né bello né brutto, finché non li si apre… che splendore.
    C’è poco da dire invece sulla conclusione, è lampante, non è solo dagli anni ’90, ma da prima, molto prima.
    L’economia attuale è vista come un problema naro di recente, si torna a parlare del passato (si stava sempre meglio prima) e mi viene da pensare alla reincarnazione, quella meravigliosa speranza di reincarnarsi in un principe, o in un lord inglese, la stessa speranza che fa credere di poter tornare, e stare bene, ai bei vecchi tempi (andati) votando questa o quella soluzione per – rimettere le cose a posto, un po’ come rinascere in un altro ruolo, mentre il ruolo è sempre lo stesso.
    Il gioco è lo stesso, meraviglioso Gekko interpretato da Michael Douglas quando lo dice, serve che ci sia un rapporto 1 a mille perché quell’uno viva a mille (no, lui usa altre parole).
    Ok, w i libri usati, w Tersite! 🙂

      1. I libri distopici sono analisi di possibili conseguenze. Huxley era un fior di intellettuale e anche Orwell ci ha messo del suo. Andrebbero letti con più rispetto, non sono solo dei passatempo.

    1. Fosse per me passerei a tappeto tutti i banchetti di libri usati, anzi, è da troppo tempo che non ne vedo uno e la cosa inizia a mancarmi. Che poi, mediamente, i libri che mi interessano sono stravecchi e pure noiosi, per cui ho ottime probabilità di trovarli 😀 per alcuni ho fatto ricerche capillari sul web, ma non è la stessa cosa. Che darei per andare in una libreria a Milano dove ho ordinato on-line tre libri usati che cercavo da mesi… e quanta roba avevano… Potessi entrarci sarebbe la fine. E vuoi mettere? certo, la polvere può essere micidiale, ma ne vale la pena, rovistare è parte del divertimento.
      Qualche tempo fa ho letto di come i problemi della discussione in ambito economico siano cambiati con lo sviluppo del sistema economico. Dovrei scriverci su qualcosa, perché è strano, alla fine capisci che noi non abbiamo mai fatto parte della discussione. Prendi il mercantilismo. Del rispetto del lavoratore ovviamente non gliene fregava niente a nessuno, perché il lavoratore non era un interlocutore. Accumulazione di oro, potenziamento dello stato in ottica di sostegno a un certo tipo di commercio/attività economica, inibizione del consumo interno e “venerazione” o quasi dell’esportazione ecc. ecc. Cosa ne consegue? Storicamente vabbé, un mercato interno c’era poco o nulla, è tutto giocato sul sovra-nazionale, con uno stato che cerca di sottrarre ricchezza all’altro stato in una tendenza che qualcuno ha definito anche predatoria (credo fosse Blaug, mica un pericoloso anarchico). La guerra come necessità e nel contempo come salasso di metalli preziosi, miniere, colonialismo… In tutto questo, ‘ndo stanno le persone che vivono negli stati? Loro non devono rompere nemmeno tanto le balle perché lo stato se li massacra lo fa per il loro bene. Tutto questo impianto che non ho descritto nemmeno tanto bene, stato forte e forzosamente oppressivo, paesi che non si sa come vorrebbero stare in surplus strutturale, le popolazioni che praticamente non esistono in quanto soggetti economici, la ricerca di manodopera a costo sempre minore… non lo so, a me ricorda qualcosa. Le motivazioni sono altre e i tempi anche, ora si droga molto bene (più o meno) la domanda con i finanziamenti, ma insomma…
      Gekko avrebbe dovuto far pensare. Cioè, una decina di anni fa già mi chiedevo perché non si incazzasse nessuno. Qualcuno poi per fortuna o per frustrazione si informa, e quando capirà che non fanno nemmeno tutto ‘sto sforzo per prenderlo/a per il culo in mondovisione, è pure facile che si renderà conto della supercazzola di cui sopra. A tale proposito sono persino fiduciosa.
      E grazie per il ri-benvenuto 😀 mi è mancato tutto questo

  3. Insomma sei tornata alla grande Meno male.
    Vanno e vengono questi negozi dell’usato che utilizzano scantinati e garage un po’ ammuffiti.
    I libri a €1 sono per me come un negozio di pasticceria ma ho la casa piena e avrei tanti libri di cui dovrei sbarazzarmi.

    1. Il bello di questi negozi è anche questo, ci sono libri che meritano di essere letti e possono essere rimessi in circolo… ciò che ormai ha esaurito un ciclo con me, potrebbe essere un tesoro per te. Dopo anni di prestito (ormai stava più in casa con me che in biblioteca) sono riuscita a trovare una biografia di Planck su un sito di libri usati. Qualcuno lo ha lasciato in quel negozietto (era una piccola libreria di Roma, fra l’altro, peccato non ricordare più il nome), chissà come ci sarà arrivato, poi dopo qualche settimana lo tolgo dal pacchetto e mi commuovo. E’ il bello del gioco 😀

  4. Partito il post volevo concludere dicendo che l’argomento del libro che Riassumi è desolante per la sua miserevole attualità. La vera ricchezza si è sempre più concentrata nella mano di pochissimi la Piemonte è più piramide che mai.
    Notte Franci💙

    1. Siamo in un momento di forti asimmetrie, sempre più evidenti. Nel mio piccolo cercare di conoscere è la sola arma che mi concedo. Non è molto, ma è un inizio.

      Buona giornata e baci alla cucciola ❤ poi ti saluto Jack, che è sempre più scatenato

    1. Dipende dal libro e da cosa si intende farne dopo. L’evidenziatore può essere visto come l’atto più sublime da regalare a una pagina. Può anche essere un modo per fare proprio il testo, come se le parole scomparissero, via via che ci entrano in testa, lasciando pezzi in bianco sulla carta.
      C’è poi il gusto di sciupare una pagina, non solo valorizzarla, ma proprio sottolinearne alcune parti, ingoiando quasi il gusto amaro del pennarello, mentre si infama chi ha scritto qualcosa che ci dà fastidio.
      Non dico che sia giusto evidenziare con un qualcosa di indelebile un brano, una frase, un passaggio, ma forse ho capio che cosa intendesse Tersite, e quindi non lo condanno, ne prendo atto.

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