Gazzettino del Kalashnikov #0

Hai presente il Bullet Journal? Trattasi di un sistema creato per organizzare appunti e impegni, pensieri e citazioni, potenzialmente un incrocio fra la Cappella Sistina, un’agenda e un diario. Esiste in una quantità pressoché illimitata di varianti, come si può intuire dalla sterminata, terrificante varietà di blog che se ne occupano (Boho Berry Tiny ray of sunshine per dirne un paio), senza contare Pinterest o Instagram. Ne tengo uno anch’io e lo compilo quotidianamente, ma non sono (ancora) arrivata a livelli preoccupanti, sebbene l’avere qualcosa come una trentina di diversi washi tape mi stia dando da pensare.

Insomma, fatto sta che un bel giorno mi trovai a discutere nei commenti con il divino Zeus, prima su Marie Kondo, quindi su altri sistemi di riordino ben più punitivi. Roba che se sgarri vengono a cercarti, ti mandano email ogni giorno, non so se riuscirei a fare una cosa del genere… Tornando a noi, a un certo punto viene fuori il Bullet Journal e la possibilità di fare qualcosa del genere, su misura per un blog.

“Mi fido sulla parola sul Bullet Journal, anche se suona come Gazzettino del Kalashnikov“.

Era deciso, avevo anche il nome.

Sarà più o meno la stessa cosa: elenchi puntati per uno spazio personale e comodo, un contenitore per qualsiasi cosa mi/ti possa venire in mente, impressioni, spunti da espandere o proposte per nuovi temi da affrontare. Possono partecipare tutti, nessuno escluso, con indicazioni per letture, film, musica… quello che ti pare. A dispetto del titolo vagamente minaccioso, le vaccate potranno pascolare felici accanto alle cose serie, senza che nessuno le disturbi. A seguire, digressioni totalmente inutili su Carl Jung, l’arte dello sputo in Clint Eastwood, film danesi, anime, disistima gratuita nei confronti di Ben Kingsley e varie altre amenità.

1. Film di cui non mi vergognerei di scrivere.

  • Learning to driveGuida per la felicità (2014). Io e Ben Kingsley non abbiamo un bel rapporto, anche Zeus lo sa. Ci odiamo cordialmente e non ci salutiamo per strada, ma non è sempre stato così. L’avevo amato per la sua interpretazione di Itzhak Stern in Schindler’s list, mi piaceva il suo sguardo ispirato. Col tempo, purtroppo, ci siamo persi. Non so come sia accaduto, ma ho finito per immaginarlo perennemente in ruoli da antico egizio/romano, caratterizzati da sguardo fisso, tunicone e riga di eyeliner. Mi dispiace, è un mio limite. Quando Sherazade (lei) mi ha consigliato questo film, ero giusto un po’ scettica, ma ho fatto bene a fidarmi. Guida per la felicità è la storia di una donna che resta sola e deve ricominciare a vivere, ricostruendo la propria indipendenza a partire da un limite solo apparentemente piccolo, il non aver mai imparato a guidare. Un film semplice, leggero, piacevole da vedere, soprattutto quando attraversi uno di quei luccicanti periodi in cui hai zero fiducia nel genere umano.

 

  • The VVitchThe VVitch (2015). Atmosfera, storia, cast e recitazione: The Witch mi ha colpito in tutto. Nel New England del 1630 una famiglia di puritani si trasferisce sul limitare di una foresta; iniziano questa nuova vita, ma qualcosa sembra minacciarli da vicino, invisibile, giorno dopo giorno. Una lenta corruzione intacca corpi e menti, distrugge i rapporti umani e mette l’uno contro l’altro, inesorabile. The Witch è stato creato basandosi su anni di ricerche fra tradizioni locali, leggende, arti figurative, testi religiosi, il tutto riguardante la stregoneria. Un horror fatto con la testa, ma che sa colpire allo stomaco. Se sei un puritano del New England della seconda metà dell’Ottocento, potrebbe metterti di fronte tutto ciò di cui hai più terrore. Se disgraziatamente non lo sei, potrebbe seriamente piacerti.

 

  • Blue Jay (2016). Altro film visto su consiglio di Shera. Due attori sulla scena, Sarah Paulson e Mark Duplass. Una storia semplice: dopo un incontro fortuito, sembra ricominciare un discorso lasciato in sospeso molti anni prima. Il tutto avviene con una certa naturalezza, tanto da farti chiedere sinceramente il motivo di quell’interruzione. Incomprensioni, domande, ricordi e soprattutto le maledette parole non dette. Lo trovi su Netflix.

 

  • Chelsey Sullenberger

    Il capitano Chelsey B. Sullenberger, che il 15 gennaio 2009 ha fatto ammarare sul fiume Hudson un Airbus A320, salvando le 155 persone a bordo. Sully è tratto dalla sua autobiografia, Highest duty (2009).

    Sully (2016) e qualche altro film di/con Clint Eastwood, tanto per rimettermi in pari (Gran Torino, Il texano dagli occhi di ghiaccio, Il brutto il buono il cattivo, Per un pugno di dollari). Delirando, mi sono trovata a riflettere sull’importanza di un elemento trasversale in alcuni film di Eastwood: lo sputo. Originato da ore di sistematica masticazione del tabacco, è uno dei modi con cui il protagonista afferma la propria superiorità e sa riconoscere i suoi pari. Quando in Gran Torino Walt Kowalski ascolta una donna hmong, in segno di disprezzo sputa a terra, ma poi accade qualcosa. La donna risponde senza dire alcunché, sputando a terra una roba innominabile, uno sputo orrendo dalla mole che non può passare inosservata. Quello che nasce come confronto di reciproco disgusto, è destinato a mutarsi in reciproco rispetto. Di lì a poco Walt imparerà a vederli come individui aventi una cultura e un linguaggio proprio, riconoscendoli come suoi pari; in fondo, sono molto più simili a lui di quanto non lo sia la sua stessa famiglia. Ne Il texano dagli occhi di ghiaccio, invece, lo sputo costituisce un forte elemento di sfida e insieme di potenza, comunicazione immediata e allo stato quasi animalesco. Uccide con lo sputo dei piccoli insetti, Josey Wales, ma non solo, convince dei cani della propria superiorità e irride un malfattore. Ok, usciamo da un delirio per addentrarci in un altro. Dopo aver visto Sully, mi sono chiesta come veda Clint Eastwood la casa, in senso di home, “famiglia”. Il capitano Sullenberger sembra una persona piuttosto forte, ma ovviamente umanissima e circondata da un’attenzione difficile da sopportare, che spinge per forza di cose a dubitare della bontà delle sue azioni. Mi ha dato da pensare vedere la distanza fra casa e uomo, non solo fisica, ma a livello di comunicazione. Lorraine Sullenberger è distante, un po’ come è distante la moglie di Chris Kyle in American Sniper. Non lo capisce, non lo può capire, chiusa nella sua casa, pensando al mutuo da pagare e alle proprie necessità, che non manca mai di gettare in faccia a un uomo che in fondo è appena sopravvissuto a un ammaraggio di fortuna sull’Hudson. Lorraine parla e parla, accettando immediatamente di rimanere a casa con le figlie non appena il marito glielo consiglia. Non mi resta da capire quanto ci sia di “realistico” nel ritratto di Clint Eastwood o di “fittizio”, perché spesso le famiglie che ritrae sembrano delle prigioni di incomunicabilità. Basta pensare a Gran Torino e a quella famiglia quasi grottesca, fondamentalmente menefreghista e francamente formata da stronzi. Vedo sicuramente la materia in modo troppo netto, ci sono sfumature più o meno evidenti che mi sfuggiranno e sto pensando se abbia un senso approfondire la questione in futuro.

 

  • Io prima di teIo prima di te (2016). Non gli avrei dato due lire, lo ammetto, ma mi è piaciuto (altro consiglio di Shera). Tutto, direi: la storia, il finale non stucchevole, Emilia Clarke (l’evoluzione del personaggio è deliziosa e nemmeno così scontata), una tematica forte affrontata con sufficiente leggerezza. Si parla di eutanasia e di im-possibilità di vivere, ma senza pietismi d’ordinanza, gioca col cliché del film tipo, in cui il classico uomo burbero non aspetta altro che arrivi la crocerossina destinata a risolvergli la vita. Io come va a finire non te lo dico, mi limito a farti sapere che questo film non ti prenderà in giro con soluzioni accattivanti.

2. Film di cui dovrei vergognarmi di scrivere, ma di cui potrei scrivere lo stesso.

Esatto, è una minaccia.

  • Carl Mork 87 minuti per non morireCarl Mørk – 87 minuti per non morire (2013). Lui. Il mito. Un danese distrutto dalla tristezza. L’anti-hygge. Non so bene perché sia finita a guardare un thriller danese, con un titolo che sa tanto di giovedì sera su Rai 2. Mi piace pensare che la colpa sia stata di D. e di tutti i commenti entusiastici che ha letto. Certo, lui c’è cascato, ma io mi sono fatta del male consapevolmente, perché sapevo bene a cosa sarei andata incontro. Ho provato a iniziare la lettura del libro da cui è stato tratto, La donna in gabbia di Jussi Adler-Olsen, e ho avuto la conferma: illeggibile/inguardabile, ma divertente. Il protagonista può essere talmente scemo da risultare adorabile; è un personaggio al limite dell’assurdo, un uomo da commedia umana, preso a pedate in faccia dalla società, dal figlio e dall’ex moglie. Tutto questo, collocato in un contesto a dir poco surreale, fra interrogatori insensati, colleghi dalla comprensione paterna (o che lo odiano a morte) e litigi totalmente inutili nei bar. Carl MorkLa mimica facciale di Carl Mørk (Nikolaj Lie Kaas), accigliato fino alla morte, vorrebbe restituire l’immagine dell’uomo maledetto e tenebroso (guarda caso Mørk significa scuro), ma di fatto sembra piuttosto un povero cristo sfruttato, frustrato e di buon cuore. Ok, a volte può dare l’impressione di essere un cialtrone e forse lo è, ma è bello anche per questo. Fa quasi tenerezza. Ora, immagina questa scena. Carl Mørk sta interrogando un tizio, sospettato di aver rapito una donna, Merete. La polizia ha un unico indizio: l’ultima volta che Merete è stata avvistata, era accompagnata da un uomo in impermeabile verde. Dopo un interrogatorio particolarmente cattivo, Carl si arrende e fa per lasciare la stanza, ma prima lancia il suo guanto di sfida. “Di che colore è il suo impermeabile?”, chiede. “Rosso” (o nero, non me lo ricordo). Questo basterà a far escludere l’uomo dalla lista dei sospettati. Come no, perché questo, a cinque anni dalla scomparsa della donna ha sì avuto il tempo di trovare una nuova compagna, ma non ha mai pensato di cambiare impermeabile. Non si è mai rotto, non può averlo gettato per comprarne uno marrone. Non può aver deciso di comprarne uno a pallini gialli, nemmeno può averne due, di impermeabili. E se ti può sembrare poco sensato, non è ancora niente, in confronto con l’interrogatorio al manicomio o la perquisizione della fattoria… ma non è il momento di parlarne. Carl Mork – 87 minuti per non morire è il primo capitolo di una trilogia, insieme a Battuta di caccia (2014) e Il messaggio nella bottiglia (2016). In lavorazione c’è – pare – addirittura una serie.Carl Mork accigliato fino alla morte

3. Serie.

  • TrediciTredici (2017). Si, sono una snob, più sento parlare in giro di qualcosa, meno ho voglia di vederla. Non sempre, perché a Stranger Things mi sono avvicinata, ma non sono andata oltre la seconda puntata. Nonostante l’hype ho deciso di vedere anche Tredici (13 reasons why), ma l’esito è stato opposto. Ci ho messo un paio di giorni per finirla. Bullismo e cyberbullismo, depressione, suicidio… ok, scritto così non è invitante, ma è utile, un dolore utile.

 

  • Salem (2014). SalemSe non ti disturbano eccesso di trash per personaggi storicamente a cazz caso, famigli usati per indurre stati catatonici, preti in assetto da combattimento e chissà che altro, amerai questa serie. Io, Increase Mather in quella maniera, non l’avrei mai potuto pensare. Il reverendo palestrato zombie. Che serie tamarra meravigliosa.

 

  • Un matrimonio iniziato sicuramente sotto i migliori auspici

    Wahlburgers (2014). Paul Wahlberg è un santo fra gli uomini, un martire che sopporta sofferenze indicibili, fra cui l’essere fratello di Mark Wahlberg. In questa imperdibile serie, le grandiose avventure nell’azienda di famiglia, Wahlburgers. Storie di panini, salse, chili con carne e non solo. Fra le scene che puoi avere la gioia di non vedere, la madre trova in casa la scimmia di pezza del figlio Mark e glielo fa sapere, giustamente, mentre si trova in riunione di lavoro. In un altro imperdibile momento, Paul Wahlberg viene fastidiosamente perculato da un allenatore di boxe, che gli ricorda continuamente come Mark sia più prestante e atletico, soprattutto nella sua grande interpretazione in The fighter. Su Facebook, intanto, c’è tizia che chiede attenzione dopo essersi tatuata il simbolo della catena Wahlburger su un braccio. C’è anche la gente che si sposa da Wahlburgers, ma questo è praticamente normale. No? Allo stato attuale ne ho vista solo mezza puntata, ma sono sicura che nasconda grandissime potenzialità.

4. Letture.

  • Il libro rossoC.G. Jung. Il libro rosso (2009). Devastante, per bellezza e profondità; con ogni probabilità è stata la lettura che più di tutte mi ha dato qualcosa negli ultimi mesi. Stranamente, non ricordo cosa mi abbia spinto a leggerlo. Devo ancora finirlo; per due, tre pagine che leggo, sento di dover tornare indietro di una o due. Credo di aver letto l’introduzione stessa (cosa, questa, mai successa per me) almeno un paio di volte. Scriverei molto volentieri impressioni più dettagliate a riguardo, ma mi mette una soggezione tremenda e non so se sarò mai in grado di farlo. Anche perché si tratta di una sorta di rielaborazione dell’immaginario personale del suo autore, l’interpretazione più fedele di una serie di immagini che ne hanno costellato la vita, sogni, visioni.

 

  • Biografia del figlio cambiatoA. Camilleri. Biografia del figlio cambiato (2000). Dopo aver letto qualche capitolo di La donna in gabbia, avevo bisogno di qualcosa di bello e ho pensato subito a Camilleri. Il suo stile è fortemente visivo, facilita chi lo legge con colori vividi e scenari da tableau vivant, scene brevi e incisive. È proprio lo stile, discorsivo e anche erudito, infarcito di espressioni dal siculo, una cultura e una lingua ricchissime. Qui ti puoi addentrare veramente nell’amore di uno scrittore per la storia di un suo conterraneo, Luigi Pirandello, per il variegato carattere degli uomini e delle donne che vivono la Sicilia. Si legge in pochissimo tempo, almeno, io l’ho trovato avvincente, a maggior ragione da quando lo stile si fa meno distante, sempre più in sintonia il soggetto della narrazione. Episodi sul crinale fra realtà e finzione, storie inventate su se stesso dal Pirandello medesimo, o ancora storie che non si preferirebbe non raccontare. Intrattenimento, nel vero senso della parola. Ringrazio pubblicamente (anche se non mi leggerà mai) chi a mia richiesta “cosa mi consiglieresti di Camilleri” ha risposto con una pila di libri come non se ne erano mai viste, ma soprattutto con quattro libri nello specifico, La scomparsa di Patò, La concessione del telefono, Il birraio di Preston e questo Biografia del figlio cambiato.

 

  • La città indemoniataPaul Boyer e Stephen Nissenbaum. La città indemoniata – Salem e le origini sociali di una caccia alle streghe (1986). La profondità con cui ho trovato girato The Witch mi ha spinto a informarmi sul tema stregoneria, in particolare sui fatti Salem. Questo saggio storico è un ottimo punto di partenza, considerando che riesce a esporre quanto deve senza risultare. Le storie delle decine di personaggi sanno essere più interessanti della finzione e le conclusioni cui i due storici arrivano sono non solo condivisibili, ma rivelatrici di quanto la paura o l’interesse possano arrivare a deformare il sentimento religioso. Salem è stata una comunità letteralmente spezzata in due fazioni, non tanto fra ricchi e poveri, quanto fra distinti modi di pensare. È il contrasto fra ascesa e tradizione, commercio e rispettabilità, desiderio di cambiamento e paura di valicare il limite. In tutto questo, la religiosità è stata la bandiera per l’uno o l’altro fronte, uno strumento di identificazione che ha portato a conseguenze estreme.

5. Anime

  • Millennium actressMillennium actress (2001). Un uomo intervista una vecchia gloria del cinema giapponese. La storia raccontata è quella della donna, attraverso la sua carriera, passando per ciascuno dei film interpretati, alla ricerca estenuante di un amore che ha del reale e insieme dell’irreale. Vita e finzione possono essere intrecciati a tal punto da rendere difficile comprendere quale sia il limite fra l’attrice e la donna, quale sia il desiderio che ha spinto Chiyoko a vivere fino alla fine, eternamente tesa a qualcosa che non ha mai potuto raggiungere, ma da cui non ha mai distolto lo sguardo. Lei, la principessa di una favola atipica, in cui è il principe a dover essere trovato e salvato. Notevole la colonna sonora di Susumu Hirasawa.
  • Paranoia agent (2004). Tredici puntate inquietanti e bellissime, la storia di una donna che non riesce a ripetere il successo della sua più grande creazione artistica e che viene aggredita da un misterioso ragazzo armato di una mazza da baseball d’oro. Due detective indagano sulla faccenda, ognuno seguendo la propria inclinazione, . Isolamento (e il ruolo dei media), rimozione della sofferenza, accettazione della propria condizione e delle proprie mancanze. Una specie di trattato di sociologia/psicologia in formato anime. Satoshi Kon è stato capace anche di creare una cosa stupenda come Paranoia agent.
  • Your name (2016). Giuro, non saprei descriverlo e nemmeno intendo provarci. Non ho idea se contenga o meno buchi di trama, so solo che devo essermi rammollita veramente tanto se una storia d’amore mi ha fatto piangere così, come una scema. Makoto Shinkai (che lo ha scritto e diretto) raccomanda vivamente di non vederlo, perché a quanto pare sarebbe un film non all’altezza delle proprie aspettative. Spera anche che non lo veda Hayao Miyazaki, perché ne “riscontrerebbe tutti i difetti”. Che esagerato… vedi tu se dargli retta o meno.
  • Perfect blue (1997). Il primo film che abbia mai visto di Satoshi Kon. La storia di una idol perseguitata da un non precisato maniaco omicida. Un thriller e una descrizione amara della logica dello spettacolo o della fama mediatica, ma anche un raffinato gioco di specchi, dal ritmo particolarmente teso.
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25 pensieri su “Gazzettino del Kalashnikov #0

  1. Zeus ha detto:

    Ho le lacrime agli occhi. Citato sul blog di Tersite (evento A), è nato il Gazzettino (evento B) e hai parlato di Ben (evento C) nello stesso post.
    Sai che ho anche io una difficoltà oscena ad andare avanti con Stranger Things? Non riesco a capire perché… e sì che, sulla carta, dovrebbe avere i requisiti per essere una serie che mi intriga, invece sto proseguendo a spezzoni e ogni volta trovo di meglio da guardare, fra cui il film che andrò a recensire appena riuscirò a togliermi il cilicio che mi son conficcato nella gamba. Uno spettacolo, qualcosa di così tarro e brutto che ti senti male fisicamente a guardarlo.
    Concordo sull’analisi di Clint. Lo sputo è un concetto sociale, un po’ come la parlata a mezza bocca e denti stretti (che accomuna tre pesi massimi: Clint – il Boss Springsteen – Eddie Vedder… tutti quanti affetti dalla stessa sindrome del “parlare a bocca chiusa”). Dovrei rivedere Trouble With The Curve e cercare riferimenti allo sputo o, logico, accontentarmi della recitazione di Justin Timberlake. Ma qua sto facendo il sofisticato e non mi si addice.
    Lascio stare gli Anime, che è un elemento di cui ho una conoscenza pari al – 200 e direi una vaccata ogni mezza parola.
    Invece è interessante che, anche te, vedi un film o una serie e poi ti informi con un libro… mi piace questa cosa, perché è segno di enorme curiosità (la tua) o profonda ignoranza (la mia). Partiamo da due punti diversi per raggiungere lo stesso scopo 😀

    Emilia Clarke ha la monoespressione. Le sta bene solo quella di GoT, dove c’è solo il drago meno espressivo di lei.

    Ma sono schizzinoso.

    Lunga vita al Gazzettino. Non vedo l’ora di leggere la seconda puntata, quando ci sarà! 🙂

    • Francesca ha detto:

      Stranger Things… credo di essere arrivata alla terza puntata, con grossi buchi dovuti alla sonnolenza, ok, un tubo, mi sono proprio addormentata più volte. Attualmente ho qualche difficoltà anche con la quarta stagione di Breaking bad, ma conto di rimediare. Intanto aspetto la recensione, quel film me lo vedrò molto volentieri, tanto con Stranger things mi sono arresa…
      Lo sputo è un aspetto da approfondire, secondo me sottovalutato. Ne sentirai parlare ancora, vedrai. Sulla recitazione di Justin Timberlake non mi esprimo, guarda, sono già provata da una puntata di Wahlburgers e con dolore ammetto che il fratello chef di Mark bau bau Wahlberg potrebbe essere il migliore attore di famiglia.
      Nella prossima puntata del gazzettino spero di trovare roba ancora peggiore. Ora devo pensare a cosa recensire prossimamente. Io penso a carl mork…

      • Zeus ha detto:

        Quando riuscirò a finire Stranger Things prometto di dirlo, al momento è in attesa (e inizio sempre nuove serie dicendomi… certo, lo continuo). Breaking Bad non l’ho retto, alla quarta ho alzato le mani e mi son detto: ok, non è la serie che fa per me. E poi Cranston mi sta sulle balle.
        Timberlake è un fenomeno, diciamolo. O, meglio, il suo agente è un fenomeno…. 😀 perché riuscire a recitare con Clint vuol dire avere un agente spettacolare… o Clint rincoglionito (sorry).
        Mark bau bau Wahlberg mi rilassa… sa cosa mi aspetto da lui e lui lo fa. Tranquillo, placido, con l’espressione di una mucca davanti ad un problema di derivate.

        Io sono convinto che riserverai grandi sorprese ! 🙂

        • Francesca ha detto:

          Resta incomprensibile per me l’entusiasmo per una seconda serie di Stranger Things, ma sicuramente è un mio problema, come per te con Breaking bad… semplicemente non ci siamo trovati. Succede come quando mi cerco un film su Netflix, leggo commenti entusiastici e poi… boh. Hai mai visto I figli degli uomini? Pare che sia il film migliore degli ultimi 20 anni, dai commenti, ma ho dovuto interrompere la visione dopo un’ora perché tendenzialmente non riuscivo a capirci una mazza. Cosa sono quelli che corrono nel bosco random? Perché la sterilità femminile? Che è successo? Non mi arrendo eh, vorrei provare a capirlo.
          Justin Timberlake. Non mi ci far pensare. Anche Clint farà qualche vaccata, è pur sempre un essere umano, benché molto vicino alla perfezione 😀

          • Zeus ha detto:

            Ho letto che fanno una nuova serie di Stranger Things. Hanno fiutato l’affare ed ecco che tirano fuori la seconda. Sai che non ho mai visto I figli degli uomini?
            Non credo sia il mio film.

            Perché? Perché ti trattieni su Justin!?! Perché? 😀 ahahahahahahah

            • Francesca ha detto:

              Il vero motivo? La vergogna di aver visto una ciofega immonda come Bad teacher, in cui Timberlake interpreta una specie di professore tutto buone maniere estremamente complessato, una roba veramente inguardabile. E giusto per peggiorare la cosa, questa cosa è pure antecedente a Trouble with the curve, sicché mi sto facendo ovvie domande sulla presenza simultanea su un set di Clint Eastwood e Justin. Ok, già, ignoro il ruolo dell’agente…
              I figli degli uomini, non l’ho nemmeno finito di vedere, ma potrei cimentarmi ancora, anche perché visivamente non è un brutto film, anzi. Alcune cose mi hanno lasciata perplessa, ma una visione completa potrebbe migliorare la situazione (come anche peggiorarla, eh).
              Stranger things… ha avuto successo e giustamente si può e si deve raschiare il barile con una seconda serie, che spero vivamente piaccia quanto la prima. Non lo saprò mai, temo. Parlando poi di Tredici, vogliono fare un seguito anche di questa serie, sicuramente la buona ricezione non è passata inosservata. Ci sono tante cosette lasciate in sospeso, potrebbe venire fuori qualcosa di carino, con buona pace del barile.

              • Zeus ha detto:

                Ahahahahah Bad Teacher. Giuro, sarebbe da fare una recensione su quel film. Dovrebbe essere politicamente scorretto, ma dopo un po’ ti viene voglia di piantarla e incominciare qualcosa di più interessante, che ne so, partire per una guerra nel Borneo.
                Te l’ho detto: l’agente di Justin è uno che la sa lunga. Una bomba.
                Sai che l’effetto che mi fa i figli degli uomini (da come l’hai raccontato) è lo stesso che mi ha fatto The Tree Of Life? Un film inguardabile. Perdonami, io non capisco niente di cinema ed è assodato, ma quel film mi ha proprio reso la vita un inferno. Una noia mortale.
                Tredici forse lo guarderò, ma quando sarà passato il tam-tam mediatico. Perché? Non lo so. Al momento mi sa troppo di moda e non riesco a guardarlo serenamente…
                Sono una persona difficile.

                    • Francesca ha detto:

                      C’è chi mi ha detto che quel film (appunto I figli degli uomini) non lo guarderà nemmeno sotto tortura… sicché ti capirebbe e ti capisco anche io, tutto sommato. Non è un film per tutti, poco ma sicuro. Bad teacher… ne sentirai parlare ancora, una di queste sere me lo riguardo se avrò voglia di affacciarmi sull’abisso del niente. Ho ancora una delle ultime scene tatuate sulle retine dalla prima volta che l’ho visto, tipo un milione di anni fa, e devo vendicarmi in qualche modo. Lo faccio per un fine nobile, insomma.

                    • Zeus ha detto:

                      Sai che dovrei riguardarmi Bad Teacher?! Secondo me potrei trovare nuovi spunti per odiare l’essere umano ehehe. Sto ancora cercando di approcciare film di un certo livello come The Great Wall con Matt Damon. Una cosa ignobile, a mio parere. Ma dopo essermi guardato xXx mi è venuto un problema di digestione e non riesco ad approcciare il film con il dovuto spirito.

  2. M ha detto:

    Ma davvero non ti è piaciuto La donna in gabbia???
    Parlo del libro, al film non oso avvicinarmi.
    Tredici l’ho finita oggi; pecca in alcune parti ma non è male.

    • Francesca ha detto:

      La donna in gabbia… ne ho letti a dir tanto sei capitoli e no, non mi ha detto molto, a volte mi ha lasciato perplessa. Dovrei andare avanti nella lettura, per motivare meglio il mio parere, negativo o positivo (potrebbe diventarlo, non lo escludo). Tredici l’ho vissuto piuttosto emotivamente, mi ha ricordato cose pessime, per cui alla fine tante cose che non tornano possono essermi sfuggite. Si, non è per niente male…

      • M ha detto:

        No, grosse cose che non tornano non ci sono, credo. Forse si poteva trattare in maniera diversa alcune parti (mi viene in mente l’incontro Hannah-psicologo dell’ultimo episodio) ma nel complesso non ho grosse lamentale da fare. Per essere una serie teen si difende bene! Secondo te l’idea del suicidio è stata romanticizzata?

        • Francesca ha detto:

          I tredici motivi mi hanno convinto fino a un certo punto, nel senso che in fondo tutti insieme possono veramente portare all’esaurimento, il non essere ascoltati né capiti, l’essere perennemente impotenti di fronte a trattamenti a dir poco penosi. Credo che serva un certo coraggio per decidere di farsi del male al punto da uccidersi, il dolore deve essere veramente forte. Questo suicidio, però, da un lato sembra precludere ogni altra scelta, come se fosse la sola e la migliore. In questo senso, posso pensare a una minima forzatura, una romanticizzazione se vogliamo, ma non ho mai capito se sia effettivamente un problema della serie o un problema mio. Insomma, io mi sarei comportata diversamente? Avrei preferito farmi trasferire? Avrei parlato più direttamente con Clay? Ho pessimi ricordi del liceo, credo che non tornerei a quel tempo nemmeno se mi pagassero, ma non è niente di paragonabile a quello che si vede in Tredici (un vero campionario di tutto quanto di peggio ti possa accadere). Penso sempre che ci possa essere un’alternativa al suicidio, però penso anche che quando sei in un certo stato mentale di vie d’uscita non ne concepisci altre… Un’idea, però me la sono fatta, pensandoci. Credo che Hannah sia dovuta morire nell’ottica di una immagine esemplare, un modo per “mettere paura” e far capire quali possono essere le possibili conseguenze di atteggiamenti psicologicamente devastanti, sia che tu sia il carnefice, sia che tu te ne stia a guardare. Insomma, penso che sì, il suicidio sia stato un po’ romanzato, ma probabilmente per avere un effetto maggiore sul pubblico. Considera che originariamente, per Hannah la storia non si sarebbe dovuta concludere come nella serie.

          • M ha detto:

            L’ho scoperto stamattina che nel libro la vicenda finisce in un altro modo! A sto punto mi piacerebbe leggerlo.
            Nooooo anche i Figli degli Uomini. Credo che i tipi di cui parli tu, quelli in moto, se ben ricordo, sono un gruppo di anarchici e nel mondo distopico in cui è ambientato il film sono 18 (o forse 19) anni che non nasce più un bambino.
            Mi sa che uno dei prossimi Gazzettini sarà dedicato a Br Ba, Stranger Things e al film di Cuarón. Ovviamente tra un bel po’ di tempo, no? XD

            • Francesca ha detto:

              Almeno un mesetto… ho bisogno di mettere da parte un po’ di roba di cui parlare 🙂
              Ok i tizi in moto… ma il gruppo era molto più grande, avevo capito che i tizi in moto dovessero essere tipo degli infiltrati…

                • Francesca ha detto:

                  Prima o poi me lo rivedrò, questo film. Da un lato, potrebbe avere di positivo che si affidi molto poco a lunghi preamboli esplicativi, ti butta nell’azione e devi capire tu dove voglia andare la vicenda. Credo veramente di averne visto troppo poco. Quel grande gruppo di personaggi possono essere degli immigrati clandestini, ma non riesco a comprendere la logica di un assalto del genere per fare fuori un personaggio importante, pur sapendo che c’era il rischio di fare del male alla ragazza e al bambino. Perché poi gli immigrati clandestini dovrebbero assaltare in massa un’auto isolata? ci sono tecniche molto più semplici, meno rischiose… ok, vuoi depredare un’auto, metti qualcosa che blocchi la strada e se gli occupanti sono disarmati sei sempre potenzialmente in maggioranza. L’ho trovata una scena forzata, anche se girata in modo che mi ha stupito e non poco.

                  • M ha detto:

                    Ho rivisto la scena (il modo in cui è girata è davvero bello, tracking shot mi pare si chiami questa tecnica) e sono giunto alla conclusione che siano dei semplici banditi/anarchici.

  3. gianni ha detto:

    Come sempre interessante e come sempre sono di fretta, leggo di fretta e rielaboro… lentamente. Tornerò qui e come sempre mi dilungherò. Adoro dilungarmi.

  4. Julian Vlad ha detto:

    Confesso di essere un po’ frastornato dall’aver letto l’uno dopo l’altro tutti questi spunti, di cui ne conoscevo si e no un paio. E per avervi trovato in mezzo, quasi come cosa di relativa importanza, il Libro Rosso di Jung!!
    Decisamente un gazzettino ricco di suggestioni varie e disparate. Accattivante 🙂

    • Francesca ha detto:

      Il Libro Rosso di Jung è qualcosa di meraviglioso, ho iniziato a leggerlo e ancora non l’ho finito, alcuni passaggi li ho riletti più volte, pensandoci intorno camminando. L’introduzione, a mesi dalla stesura di questo pezzo, l’ho letta una terza volta, e alcune cose hanno reso necessari approfondimenti ulteriori. In parole povere: non ho idea di quando lo finirò, ma sono certa che mi farà compagnia per molto tempo.

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