Hotaru no haka una tomba per le lucciole (11)

Una tomba per le lucciole (1988), parte I

Hotaru no haka una tomba per le lucciole (17)Nel 1988 lo Studio Ghibli fa uscire Il mio vicino Totoro (tit. or. Tonari no Totoro, di Miyazaki Hayao) e Una tomba per le lucciole (tit. or. Hotaru no haka, di Takahata Isao). Proiettati per la prima volta il 16 aprile, gli spettatori possono vederli entrambi uno dopo l’altro e con un unico biglietto. Un’occasione o una potenziale iattura; dipende tutto dai punti di vista. Chiunque abbia una vaga idea di cosa stia parlando, non avrà difficoltà a immaginare la reazione del pubblico. Immaginate solo di passare senza soluzione di continuità da una deliziosa favola sull’infanzia a una storia psicologicamente devastante. La realtà luminosa di Mei, Satsuki e Totoro cozza tremendamente con quella di Setsuko e Seita, due orfani di guerra ritratti in uno degli anime che più di ogni altro è in grado di far amare e insieme detestare il genere umano.

tonari-no-totoro-2[Nota. Il testo che segue è il risultato di una revisione totale di quanto già scritto in precedenza su Una tomba per le lucciole. La lettura di Hotaru no haka di Nosaka Akiyuki ha reso necessario un certo approfondimento, la cui complessiva ingestibilità ha portato alla divisione in due parti, una introduttiva e una che scende maggiormente nel dettaglio. Una cosa è certa, dopo aver letto il testo di Nosaka, non sono più tanto certa che il film di Takahata racconti la storia più straziante. A voi l’ultima parola in merito.]

Hayao Miyazaki Toshio Suzuki Isao Takahata

Da destra – Takahata Isao, Suzuki Toshio e Miyazaki Hayao.

Nel 1987, tra i progetti al vaglio dello Studio Ghibli c’era in primis Tonari no Totoro, una storia che Miyazaki Hayao sognava di realizzare in animazione già da una ventina di anni. Nel mercato dell’animazione giapponese ottantino, popolato da fantascienza e storie graffianti, molti non vedono di buon occhio il progetto bucolico e infantile di un Miyazaki Hayao non ancora consacrato come maestro assoluto. Fu così che [il produttore] Suzuki Toshio puntò arditamente al rilancio, proponendo di realizzare Una tomba per le lucciole in parallelo a Il mio vicino Totoro. […] Takahata Isao è però assai perplesso al momento di realizzare il film. […] Il guaio più grosso è la difficoltà produttiva di mandare avanti in parallelo due film totalmente differenti, la fiaba di Totoro e un film realistico come La tomba delle lucciole. […]

Se la pellicola di Takahata lasciò emozioni contrastanti nello spettatore, una volta presentata fuori dal Giappone sollevò un moto di consensi che si farà sempre più irrefrenabile. Mai prima di allora il cinema animato era sembrato tanto “cinema”. La pellicola arriva in Francia nel 1992, mentre in Italia la prima è organizzata nell’ambito del festival Cartoombria nel 1995, per poi venire distribuiti sul solo mercato dell’home video.”

Dalle note di produzione su La tomba per le lucciole alla sua distribuzione in Italia nel 2015 da parte di Koch Media.

Una tomba per le lucciole e Il mio vicino Totoro si completano vicendevolmente e ben rappresentano le due anime dello Studio Ghibli. La scelta di accostare le due pellicole in un solo spettacolo potrebbe non essere così assurda; non mancano alcuni punti di contatto, al di là delle differenze:

  • Dola Hayao Miyazaki bambino

    Dola con il figlio Hayao

    Storia personale. Miyazaki e Takahata conoscono i fatti di cui trattano perché li hanno vissuti personalmente. Dal 1947 al 1955, dopo il trasferimento della famiglia nel Toguchi, Dola Miyazaki viene ripetutamente ricoverata per una forma di tubercolosi spinale; al tempo del primo ricovero, Hayao ha circa sei anni. Il 29 giugno 1945, Takahata è testimone diretto del bombardamento di Okayama. Separati dal resto della famiglia, Isao e la sorella maggiore devono lottare per sopravvivere, l’una gravemente ustionata e l’altro ferito da una scheggia. La separazione durerà solo due giorni, ma ciò sarà sufficiente a segnare Takahata, certo in quel momento di aver perso definitivamente i genitori.

  • tonari-no-totoro-6Necessità di crescere: responsabilità e scelte. Seita e Satsuki si ritengono investiti di responsabilità nei confronti delle rispettive sorelle minori, soprattutto dal momento che devono colmare il vuoto di una figura genitoriale. Tatsuo Kusakabe non può occuparsi delle figlie perché impegnato sul lavoro, mentre la madre di Setsuko e Seita muore per le ferite riportate durante un bombardamento. Le altre persone al fianco dei bambini possono sì essere armate di buone intenzioni, ma finiranno col dimostrare dei limiti (come nel caso di Obaachan/Nonnina e della famiglia Ogaki), se non addirittura disinteresse (la zia di Seita e Setsuko). In ogni caso, i bambini possono contare solo su loro stessi per operare scelte importanti – o su Totoro, nel migliore dei casi.
  • Tonari no TotoroLa naturaTonari no Totoro rappresenta una natura che è anche rifugio, accogliente e generosa, uno spazio sacro in cui Totoro è uno spirito benevolo e disponibile a sostenere le bambine anche nei momenti più difficili. Seita sceglie di isolarsi da una società che rifiuta e da cui si sente rifiutato, ritirandosi in una grotta dove stabilisce la nuova casa per sé e la sorella. La natura intorno al rifugio antiaereo sembra un’oasi di purezza dalle tinte brillanti, isolata da un mondo dominato da sofferenza e meschinità.
  • Reagire a una condizione problematica. Entrambi i film scaturiscono da una riflessione sulla stessa necessità: sopravvivere insieme al dolore, sia esso causato dal sapere la madre lontana e malata oppure dalla guerra.

Tonari no Totoro orto nonnina bambineLe ovvie differenze? Se la domanda alla base dei due film è la medesima, la risposta è radicalmente diversa, per forma (irreale l’uno, più realistico l’altro) e contenuto. Si pensi solo a al rapporto dei personaggi con la natura. Ne Il mio vicino Totoro la natura è materna e generosa, una mano tesa colma di doni. Quando i Kusakabe si trasferiscono in campagna, entrano in contatto con una comunità che vive di agricoltura; conoscono la natura e sono in armonia con essa. Obaa-chan sprona le bambine ad amare la terra e fa in modo di trasmettere a esse non solo amore, ma vere conoscenze. Entusiasta, Mei pensa di regalare alla madre una pannocchia colta da lei stessa, conquistata in quella “montagna di tesori” che è l’orto. Il legame fra uomo e terra è una benedizione per l’uno e per l’altra, una benedizione di cui tutti possono prosperare nel reciproco rispetto. L’impegno profuso ottiene sempre una ricompensa. Non a caso, quando Satsuki presta a Totoro l’ombrello e gli insegna a usarlo, otterrà qualcosa in cambio per la sua gentilezza: non sarà solo un involto di semi, ma sincero sostegno. Lo spirito le visiterà come in un sogno, confermando in ogni condizione la propria vicinanza.

Hotaru no haka una tomba per le lucciole (3)La natura che pervade Una tomba per le lucciole non è meno meravigliosa, ma quel carattere di generosità e condivisione presente in Totoro rimane una caratteristica relegata al solo passato dei bambini. Seita conosce l’importanza della terra; la casa degli Yokokawa ha un orto particolarmente curato, sebbene si trovi in piena città. I più bei ricordi della famiglia unita sono legati a momenti vissuti nella natura, sulla spiaggia d’estate o nella stagione dei ciliegi in fiore. La guerra porta alla disgregazione dei rapporti fra gli uomini e anche il Hotaru no haka una tomba per le lucciole (13)legame con la natura risulta compromesso. Quando Seita non riesce più a procurarsi del cibo, entra in un campo coltivato per rubare della verdura e viene quasi ammazzato di botte da un contadino. È una realtà impietosa in cui non c’è alcuno spazio per la comprensione. La spiaggia dove andavano a passare qualche ora in pace con la madre può dare ancora qualche gioia, ma persino quello scenario risulta corrotto; mentre gioca col fratello, Setsuko trova il cadavere di un uomo a malapena nascosto da una stuoia.

Totoro una tomba per le lucciole ombrello

C’è chi penserebbe a un Totoro più “oscuro” di quanto non sembri; una teoria (mai confermata dallo Studio Ghibli) vede Totoro come il dio della morte e le vicende delle due sorelline ispirate a un fatto di cronaca nera tuttora irrisolto, l‘incidente di Sayama.

Se Seita decide di ritirarsi in un angolo immerso nella natura, è solo perché desidera offrire alla sorella un posto piacevole dove vivere, ma non può bastare a garantire ciò di cui entrambi hanno bisogno. Le limitate conoscenze del ragazzo non gli permettono di sopravvivere con il poco che riesce a trovare. D’altra parte, ammesso che Seita sappia coltivare la terra, non avrebbe neppure il tempo materiale di ricavare qualcosa da un proprio orto. La natura è una mano tesa anche per loro, ma rimane pur sempre una mano vuota.

Hotaru no haka (1967), Nosaka Akiyuki. L’esperienza di Miyazaki, per quanto dolorosa, avrà una risoluzione positiva; Dola non smetterà mai di fare i conti con la malattia, ma infine si riunirà alla famiglia per vivere ancora a lungo. Anche nel caso di Takahata tutto si risolverà: dopo ore di paura la famiglia sarà nuovamente unita. La storia di Isao Takahata non sarà la vera radice del film, non come accadrà a Miyazaki per Il mio vicino Totoro, ma il suo apporto è ugualmente importante. Se il regista di Una tomba per le lucciole non avesse vissuto il trauma del bombardamento, non avrebbe mai potuto stabilire una perfetta sintonia con chi la storia di Seita e Setsuko l’ha vissuta: Nosaka Akiyuki.

Hotaru no haka (1967) racchiude il nucleo di un’esperienza traumatica di un sopravvissuto, rielaborata incessantemente attraverso gli anni, idealizzando o rievocando particolari dolorosi: la perdita del padre adottivo e della sorella, la vita in un paese fiaccato dalla guerra, il vivere di elemosina e piccoli furti, il mercato nero e l’esperienza in un centro di detenzione giovanile.

hotaru-no-haka-nosaki-akiyuki-cover-tedesca“Sebbene sia un lavoro di finzione, questo racconto del 1967 arriva più vicino di qualsiasi altro scritto a dire cosa sia realmente accaduto al quindicenne Nosaka in quei terribili giorni dell’estate 1945. […] La sua casa era stata distrutta da bombe incendiarie ed entrambi i genitori adottivi rimasero uccisi nell’attacco del 5 giugno. Lui e la sorella, allora di sedici mesi, si trasferirono alla casa di un lontano parente nell’area di Manchitani a Kobe, dove [questa] […] sarebbe morta di malnutrizione. […] Sebbene la storia sia scritta in terza persona, andando avanti la prima persona, spesso parlando in dialetto, si introduce nella narrazione. Il narratore e l’eroe della storia sembrano fondersi nella stessa entità, un fenomeno che, se da un lato complica il lavoro di traduzione, dall’altro ben rappresenta il rapporto di Nosaka con la storia.”

– traduzione personale di parte delle note di traduzione a seguito della versione inglese di Hotaru no haka, James R. Abrams (se volete, potete trovarla qui), su Japan quarterly vol. 25 issue 4, p. 463 (1978).

Hotaru no haka una tomba per le lucciole (3)

Ho ricevuto una copia video del trailer, e a tarda notte, dopo aver bevuto parecchio, l’ho guardata da solo. Sebbene sapessi che era solo dell’animazione, è stato come essere riportato indietro di 43 anni. Guardare anche solo un po’ delle prime scene mi ha fatto piangere fino all’alba” – Nosaka, cit. in Stahl, nelle note in calce a p. 187.

Il processo di rielaborazione della propria storia ha portato Nosaka a scegliere per Seita una fine che non lascia spazio a pietà o perdono, un processo talmente importante da interessare gran parte della sua produzione letteraria; è lo stesso Abrams a ricordare come nei racconti erotici di Nosaka ricorrano tematiche relative a “incesto e morte, […] derivate dal suo senso di colpa verso i propri genitori, specialmente sua sorella“. Nessuna comprensione, ma solo distacco e biasimo: è l’impietosa riflessione di un sopravvissuto, intessuta di senso di colpa e impotenza.

Nosaka Akiyuki Hotaru no Haka una tomba per le lucciole

Nosaka Akiyuki. “Rientrando a casa dopo il lavoro, soffriva anche di ricorrenti visioni della sua casa e famiglia che andavano a fuoco” [Stahl, p. 169].

Non solo gli scritti, ma tutta la vita di Nosaka Akiyuki viene condizionata dal passato. Una volta divenuto padre, non cesserà mai di avere dubbi sulla propria capacità di prendersi cura di sua figlia. La piccola Mao crescerà giorno dopo giorno, fino a raggiungere la stessa età della defunta sorella del padre, che nel frattempo avrebbe sviluppato gravi stati d’ansia. Le crisi più gravi si possono scatenare per cause più o meno gravi, dal rifiuto di finire un pasto, fino al negarsi di mangiare un dolcetto. Da quanto viene riportato nel saggio di David C. Stahl, Victimization and “response-ability” (contenuto in Image(in)ing the war in Japan, a cura di Stahl e Williams, 2010), Nosaka avrà serie difficoltà anche solo a guardare la figlia, temendo di vederla cadere morta da un momento all’altro. Disperato, si forza ad abbandonare la propria stessa casa e ne resterà lontano circa tre mesi, vagando senza fissa dimora e cadendo nell’alcolismo.

[Hotaru no haka è] “basato sulla mia esperienza […]. Sono stato un ingenuo fino ai 14 anni, per cui peggio di altri bambini ho dovuto crescere velocemente, dopo essermi trovato in una tale situazione. Non mi è piaciuto per niente. Mi sono dovuto adattare alla vita ogni giorno, per cui era come crescere visibilmente, come vedere un video con l’avanzamento rapido. Normalmente, saresti cresciuto lentamente, a seguito di fallimenti e tradimenti, di fronte all’apatia degli adulti. Ma ho dovuto passare dieci anni di tutto questo in un mese […]. Il mio unico sostegno, allora, era mia sorella di due anni. Se rubavo, potevo sentirmi giustificato se era per mia sorella. Quando stavo crescendo velocemente, i miei sentimenti sul non voler crescere, o il senso di colpa per aver commesso cattive azioni durante quel processo di crescita, tutto era compensato dalla presenza di mia sorella.

La morte di mia sorella è in esatta corrispondenza con il racconto. È stato una settimana dopo la fine della guerra. Nella campagna della prefettura di Fukui dove mi trovavo, era il giorno in cui le restrizioni sull’illuminazione vennero rimosse. Doveva essere il 22. Era sera, e stavo raccogliendo le ossa di mia sorella. Stavo tornando a casa come in uno stato di stordimento, quando vidi il villaggio illuminarsi. […] Mia sorella morì nella mia parte di mondo e la luce tornò nell’altra. Il ritorno della luce implicava anche il ritorno della pace, e a quel tempo, sentii dentro di me che ero sopravvissuto, il che era anch’esso piuttosto spaventoso.” – Nosaka Akiyuki intervistato da Takahata Isao, 1987. Intervista pubblicata su America anime manga monthly, vol. 2 n° 11.

Il racconto di Nosaka stabilisce una forma per la memoria personale, mentre il lavoro di Takahata non fa che aprire a tutti qualcosa che normalmente rimarrebbe circoscritto, riservandosi la possibilità di creare la speranza dove sembrava non essercene più. Il realismo, il senso di impotenza, la crudeltà della vita e della guerra, la disperazione, tutto questo c’è sempre, ma in una forma diversa, più umana.

“Ho conosciuto la guerra. Ho incontrato signore come la zia del ragazzo, ma ho anche incontrato persone che si sono aiutate l’un l’altra e che avevano grande umanità. Attraverso questo film, si vuole anche essere critici, ma comunque non quanto ci si potrebbe aspettare… Il mio desiderio è risvegliare le coscienze e indurre un piccolo cambiamento nelle cose.” – da un’intervista a Takahata Isao del 1996 di Jean-Pascal Grosso.


Continua nella seconda parte

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88 pensieri su “Una tomba per le lucciole (1988), parte I

  1. sherazade ha detto:

    Grazie! Ottima segnalazione
    Ho il libro regalatomi da mio fratello due Natale fa e mentre da una parte lo ringrazio dalla’ altra lo in colpo per il magone che il racconto tragico mi ha procurato e mi procura il ricordo .
    Non so se vorrò vedere il film mi sento emotivamente indifesa quando si tratta di bambini ancor più oggi guardando i visetti terrorizzati che ci rimandano quotidianamente i mezzi di informazione.
    Sheraconunabbraccio 🌙⭐⭐⭐

    • Francesca ha detto:

      Guardalo quando vuoi… vorrei dirti “ma guardalo”, però non è nel mio stile. Un film bellissimo, arriva dritto al cuore e non esce più. Ti rimane dentro, può essere un bene o un male, ma questo fa. Felice di essere stata io stavolta a consigliarti 🙂 buonanotte (anche alla piccolina di casa mi raccomando)

    • Francesca ha detto:

      Spero che ti piaccia quanto è piaciuto a me, ma anche di più. Mi è rimasto nel cuore, ma a dire la verità non ho mai sentito di nessuno cui questo film non abbia fatto lo stesso effetto. Ogni volta che chiedo a una persona se ha mai visto “Una tomba per le lucciole” finisce con l’espressione a rispondere prima delle parole. Ha unito tantissime persone e quando lo vedrai saprai ancora meglio cosa intendo 🙂 un abbraccio

  2. Mrs Fog ha detto:

    Sto già piangendo a leggere la tua recensione… credo sia ancora troppo presto per me per vederlo, anche se è uno dei pochi film della Ghibli che mi manca. Sono temi da affrontare con un minimo di forza nel cuore per non restarne sopraffatti.

    • Francesca ha detto:

      Ci credo… io ho pianto scrivendola e non scherzo, ma è anche colpa mia, perché non si può scrivere di questo film ascoltando la musica di altri film della Ghibli. Significa volersela, insomma.
      Indubbiamente non è un film semplice, questo è il classico esempio da portare a chi pensa che un film d’animazione non possa trattare temi adulti o che nel trattarli manchi sempre di qualcosa. Hai scritto una profonda verità, quando scrivi di forza nel cuore; Una tomba per le lucciole la richiede. Sono una persona piuttosto empatica, tendo a fare mia la felicità e la sofferenza degli altri, le sento dentro. Non ho potuto che uscire devastata dalla visione di questo film, considerando che mi prese assolutamente alla sprovvista.

      • Mrs Fog ha detto:

        I film d’animazione riescono a trattare temi molto profondi affidandoli anche alla poesia del disegno. L’empatia è un mio grosso difetto, nel senso che a volte limita le mie scelte per non rimanere troppo ferita. Con una bimba piccina non posso nemmeno pensare di guardarlo, forse quando avrà qualche anno in più. Ho paura mi si spezzerebbe il cuore. Resta comunque un mio desiderio e so che lo farò. Grazie per avere voluto condividere con noi lettori le tue emozioni.

        • Francesca ha detto:

          Grazie a te 🙂 Capisco e condivido le tue conclusioni, datti il tempo che ti serve, questo film è potente, forse troppo, soprattutto ora per te. Sai, io l’ho visto con mia madre, questo film, la prima volta; ero abbastanza grandicella, però. Credo sia uno dei ricordi più semplici e belli che ho. Tutto va vissuto a suo tempo.

  3. Zeus ha detto:

    La recensione è ottima (ci mancherebbe… ti leggo da relativamente poco in anni solari, ma ho imparato e vedere che scrivi bene… o a leggere che descrivi meglio… ok, ci siamo capiti), ma io e i giapponesi/cinesi/coreani/thailandesi etc non andiamo d’amore e d’accordo al cinema. In cucina sì, ma non al cinema o nei fumetti/manga/anime o come si chiamano.
    Sono sempre sul versante classico (logico, sono un dio classico, non uno di quelli nuovi nati dopo…) e queste cose mi lasciano spiazzato.
    Preferisco sempre vedere Achille che si arrabbia e fa il broncio…

    • Francesca ha detto:

      Capisco, in fondo ognuno ha le sue preferenze 🙂 poi insomma, in cucina ci si intende meglio, è un linguaggio universale, letteratura e cinema sono un altro paio di maniche. Ci sono cose che non possiamo apprezzare appieno, magari per carattere o inclinazione, un po’ come la non-recitazione di Nicholas Cage. Figurati io non riesco a guardare in faccia nemmeno Ben Kingsley (dovevo dirlo a qualcuno, ‘sta cosa mi pesava da tempo).
      Grazie dei complimenti e sappi che sto lavorando alla prima stesura del Gazzettino del Kalashnikov, potrebbe uscire verso la fine del mese, ma ti farò sapere per tempo 🙂

      • Zeus ha detto:

        Infatti, hanno cercato di costringermi a vedere i film orientali… ci ho tentato anche da solo… ma ho fallito miseramente. Fai conto che il massimo che riesco a sopportare è il sorriso da psicopatico di Tom Cruise ne L’Ultimo Samurai. E lui recita proprio da cani, meglio il vero samurai, ecco. Nicholas Cage è l’esponente della non-recitazione, un filone del metodo stanislavskij… il canislavskij. Non riesci a vedere Ben Kingsley? Why? Sono curioso adesso!!! (ma hai fatto bene a confidarmelo, sono una tomba… e poi ci godo a vedere che non sono l’unico che detesta certi attori).
        Ah, il Gazzettino del Kalashnikov sta prendendo piede? Sono contento. E aspetto con Ansia (che al momento è in centro a far spese, ma poi torna) tue news!

        • Francesca ha detto:

          Oddio, credo di aver visto L’ultimo samurai al cinema, avevo rimosso la cosa… ci sarà stato un motivo? Meglio non chiederselo. Cage è una garanzia in quello che fa, come recita lui nessuno, difatti se ho voglia di vedere qualcosa di veramente demm… vado sul sicuro, tipo quel polpettone pseudo-religioso-avventista distruttivo di cui non ricordo il titolo… una cosa triste con il rapimento celeste, dove c’è questo prete sconvolto perché non l’hanno rapito e la figlia di Cage lo prende per i fondelli…
          Ben Kingsley, io lo adoravo. Mi piaceva proprio, più che altro per film visti a scuola come Gandhi o Schindler’s list. Prendiamo proprio Schindler’s list, coso, Ben Kingsley insomma, recita nella parte del contabile del protagonista, tale Isaac Stern (mi pare si scriva così), personaggio pacato e solido, molto rassicurante. Quando mostra la lista a Schindler, ricordo quello sguardo ispirato, levato al cielo come a dire “la lista è vita”. Ero estasiata. Bellissimo! che intensità! il problema era che quello sguardo ispirato coso lo usa in tutti i film, nel 70% delle scene, gli occhi pallati da una parte e via, sguardo intenso. Poi facci caso, dove ci sono degli antichi egizi nel film, c’è Ben Kingsley, dallo sceneggiato poraccio fino al filmone. Gli mettono l’eyeliner e lui ci mette la fissità negli occhi. Self/less? uguale, sembra un antico egizio contabile che fa cose in centro a New York o dove cavolo sta. Difatti a 1/4 del film l’hanno segato e ci hanno messo Ryan Reynolds per tutto il resto del tempo! (guardalo se non l’hai visto, è ‘na poracciata niente male) Ormai per me Kingsley è quello dei film scolastici (scuole medie per l’esattezza), ma sarò io che non me lo merito. Insomma, non lo capisco. E dire che di Exodus ho visto addirittura foto in cui appare visibilmente corrucciato (ci hanno messo Joel Edgerton al suo posto, con l’eyeliner, a fare l’antico egizio… questa a Joel non gliela perdono).
          Ce ne sono di attori/film che non amo, la cui confessione potrebbe comportare una sana lapidazione, ma non so se sono pronta per tutto ciò.

          • Zeus ha detto:

            Con Cage vai sul sicuro, ultimamente mi inquietano i suoi film… ma perché cerca di darsi un tono. Io lo amo caaro, ignorante e gigione come in Lord Of Wars (film che mi riguardo spesso, perché ha quella componente Cage-iana che fa felice il mio essere semplice e di poche pretese). Ben K, che fa molto Kellog’s delle mattina, l’ho visto anche io nella sua veste da mummia egizia. Forse anche in film diversi dall’egizio, come dici benissimo te (ma perché sono io a scrivere recensioni sul mio blog? Cioè, in poche righe mi hai tirato fuori delle perle… devo ospitarti per delle recensioni!! ahahaha – rido, ma non sto scherzando…).
            Devo recuperare questo Self/Less… secondo me merita. Se me lo consigli in quella maniera così imperiosa (eh, che parolona!). Se vuoi guardarti un film dove ti puoi vergognare di te stessa, giuro, guardati Dirty Grandpa… devo farci la recensione, perché un film così, con Robert De Niro, non me lo posso perdere. Una vac
            a ignobile… Una cosa che conteneva battute che al Bagaglino erano reputate scadenti e tolte dallo show. Alla fine del film sono dovuto andare a farmi una doccia per tirarmi via la sensazione di sporco che mi sono portato dietro ahahahahaha… ma lo reputo una di quelle perle iper-trash che ti tieni cara nei momenti difficili ahaahha

            Più lo dici e più io ti dico: confessione!!!!

            • Francesca ha detto:

              Allora, quando ero in trip da Black Mass mi misi a guardare tutti i film che riuscissi a trovare a tema gangster, noir, poliziesco… e siccome la qualunque dava Black Mass come un fallimento in confronto a film di Scorsese, ho pensato bene di guardarmi soprattutto qualcosa di suo. Il primo fu Goodfellas e fu una specie di rivelazione, un film bellissimo, ironico, dalla regia interessante – quel piano sequenza nel locale – e con attori veramente in parte. Lì per lì pensai che una roba tipo Goodfellas non potesse essere paragonata a Black Mass, siamo su due concezioni totalmente diverse nel modo di raccontare una storia. Sono passata ad altri titoli, magari non di Scorsese, come Nemico Pubblico (su Dillinger, con Cionni Depp, senza infamia né lode… c’è pure Bale che secca un tizio a un km di distanza dentro un frutteto), finché non ho messo gli occhi su The Departed. La cosa mi interessava, perché la storia era sì ripresa da una serie di film orientali, ma anche – liberamente – dalla vicenda dello stesso James Bulger di cui trattava Black Mass. Di Caprio, non ne parliamo, mi è piaciuto, ma lo stesso non posso dire di Matt Damon, Mark Wahlberg (che è professore all’Accademia Canina di recitazione, come ben saprai) e… manca quello che mi garantirà la lapidazione… Jack Nicholson. La parte retta da Nicholson in questo film l’ho odiata, una dannata compilation di faccette spiritate nella peggiore tradizione macchiettistica, considerando che questo attore è un professionista con i controcazzi e che ha dato prove di recitazione che Mark Wahlberg non potrebbe nemmeno pulirgli le scarpe. Costello fa due discorsi ispirati, il leader carismatico figo e poi fa il pazzo tutto d’un tratto, tanto basta tirare fuori la faccetta da Joker. Strano The Departed, per certi versi mi è piaciuto, ma alcuni personaggi sono poco profondi, quello di Wahlberg (daje) sembra portare avanti la figura dell’uomo perennemente mestruato che non sa uscire dal ruolo di tizio cattivo ma col cuore d’oro, sempre con la faccia da barboncino incazzato. La cosa che mi ha fatto più tristezza è stata Costello, una parte creata su misura probabilmente su un Nicholson che sicuramente funziona, un po’ folle e un po’ saggio, che fa ridere per forza, anche quando stai strangolando una tizia. Dopo poco sai già come andrà a finire e siccome non si tratta di un biopic la cosa potrebbe essere anche un difetto, si sa benissimo chi è il bene e chi è il male, e purtroppo si sa benissimo anche quale delle due parti sopravviverà, perché te lo suggerisce la filosofia di Costello che ti viene propinata continuamente. L’unica cosa degna di nota (Costello come informatore per l’FBI), viene buttata lì e ignorata. Ogni altra eventuale somiglianza (che non sia lo status di informatore) con il personaggio di Bulger è una vaccata, Costello potrebbe essere simile a qualsiasi altro cavolo di mobster/delinquente della Boston del periodo, che non è che ce ne fossero nemmeno pochi. Che ne pensi, basta per ora come confessione?

              • Zeus ha detto:

                Lo dico e lo ribadisco. Ti invito ufficialmente a fare recensioni di cinema zozzo e lercio sul mio blog. Sei riuscita a triturarmi The Departed con lucidità!
                In effetti ci sono delle belle cose in questo film. Di Caprio mi diverte, adesso che ha vinto l’Oscar si metterà l’animo in pace e farà film di merda… ne sono sicuro… ma almeno ha cercato di tirar fuori tutti i tipi di recitazione che aveva dentro. Non sarà un campione nazionale, ma diddio, ci sono cani ad Hollywood che dovrebbero smettere di recitare.
                Wahlberg è un mio preferito, un protegé (accento giusto?) diciamo, perché ha il faccione di marmo e recita sempre uguale. Fantastico. Anche in TED, che dovrebbe essere una vaccata ignobile, lui riesce a rendere la vaccata ignobile una porcheria recitando come un muro del pianto. Che lo prendesse la SWAT.
                Nicholson è un Signor Attore… ma hai ragione: in sto film va di faccette e di matto con frequenza. La faccia da ratto è quella che mi è rimasta più impressa. Ma io mi fisso sull’idiozia. Il resto è abbastanza telefonato: si sa che uno si prenderà a cuore il lato cattivo, l’altro il lato buono e il terzo se la prende… vabbeh, in effetti Matt Damon è un attore che mira al gioco del muro. Meno espressioni possibili e, possibilmente, ridotte a: risata a bocca aperta (un classico orma imprescindibile) e sguardo truce da “mi son cambiato le mutande stamattina? Ho una brutta sensazione”.
                Ti dirò, anche Matt Damon lo guardo con affetto. Ho un lato sensibile per chi, quando recita, mantiene un percorso senza deviazioni facciali.
                Nemico Pubblico l’avevo visto al cinema e mi son esaltato. Due giorni dopo mi son ripreso dalla sbornia e ho capito che era noia mortale.

                • Francesca ha detto:

                  Ahahaha oddio è vero, la risata a bocca aperta! che meraviglia Matt Damon… in The Departed ha sempre quell’aria da criceto impegnato a non farsi vedere/riconoscere/fregare, dicono che rappresenti John Connolly, ma diamine, Connolly era un tamarro con tutte le lettere maiuscole e figurati se aveva paura di due bischeri… gli mandava Martorano e via, nella bauliera… non fosse mai successo! Poi nel film il panico quando spunta l’altro tizio, ma anche lui è una talpa di Costello! o dell’FBI? boh, ma io credevo che fosse lui! si, anche lui! no, ma io… Insomma, The Departed mi ha deluso, anche se devo ammettere che Martin Sheen aveva tutta la mia ammirazione, non era niente male. Gli altri sono bene o male delle conferme, a parte Nicholson comodo comodo con i remi in barca.
                  Wahlberg in TED è un bambino a mala pena cresciuto che viene brutalizzato psicologicamente da un orso di pezza, per cui le speranze che ne esca un personaggio adulto che ragioni compiutamente o che faccia l’imbecille in modo decente sono tutte distrutte. Lo abbiamo perso in partenza, insomma. Se poi ci mettiamo che fa anche schifo come attore. Hai visto Pain&Gain? Si, mi sono punita anche con la visione di questo orrore, e cavolo, è stato surclassato da un’interpretazione maiuscola di Dwayne Johnson, The Rock, quello che ha interpretato la fatina dei denti in quel capolavoro che è stato L’acchiappadenti! Ci manca più il confronto con Randy Orton e poi siamo a posto. Prima o poi mi toglierò ufficialmente questo peso e metterò a confronto The Departed con Black Mass, giusto per farmi del male.
                  Nemico Pubblico all’inizio si, non è male, è anche anche incalzante, Bale è abbastanza in parte… il finale era un pochino stucchevole, dava l’impressione quasi che Dillinger volesse consegnarsi. L’ho visto con un po’ di fatica, ma c’è di peggio… che poi, è anche vero che ci sono film che non sopravvivono alla prova della seconda visione. A proposito, mi devo ri-vedere American Sniper, volevo scriverci una recensione da tipo mille anni.
                  E concludendo, accetto assolutamente l’offerta di scrivere recensioni su film urendi, tanto praticamente lo faccio di mestiere 😀 dovrei recuperare anche Ancora 12 rounds, con Randy Orton.

                  • Zeus ha detto:

                    In effetti tutti si dimenticano della risata di Matt Damon. Un po’ il suo tratto caratteristico, una risata così aperta che farebbe la felicità di un dentista.
                    The Departed è tutto sopra le righe, non c’è un personaggio tranquillo (nel bene o nel male), ci sono super-ruoli e attori che debordano allegramente. Tanto la regia glielo consente. Teniamo presente che Di Caprio, in questo film, è ancora quello più pacato di tutti. Ed è dire tutto per il suo ruolo.
                    Scusami, cioè, scusami… ma secondo te io mi sono perso Pain&Gain? Una montagna di letame fumante. Dwayne Johnson mi diverte. Ha un’espressività pettorale lui. Come attore è un bisonte, ma se si mette in scena, riempe lo schermo. Ormai sui bicipiti ha l’intera profezia maya e anche la tabellina dell’otto. E la ricetta del pollo alla cacciatora.
                    Ma io continuo a seguirlo, anche in quella porcheria di serie chiamata Ballers. Una cosa becera veramente. Ma non me la posso perdere.
                    Nemico Pubblico ha il problema di avere Giovanni Profondo che recita in uno dei suoi momenti “non ho voglia di fare nulla”.. questo comporta che si comporta in maniera loffia e tu tiri bestemmie per il costo del biglietto.
                    Vorrei ricordarti, come esempio, The Tourist. Una bruttura incredibile.
                    American Sniper funziona e che non mi vengano a rompere con la cosa del bambolotto… succede. Il resto mi piace.

                    Allora è affare fatto! Visto che non voglio mettere scadenze (ognuno ha da fare le sue cose), ti dico: quando hai voglia di fare una recensione orenda, allora mi scrivi a zeusstamina[at]gmail[.]com e mi mandi la recensione che io pubblicherò con goduria!
                    Ti faccio anche una rubrica tutta tua ahahah.

                    • Francesca ha detto:

                      Volentieri! starei già pensando a qualcosa, non so se proprio London has fallen… ma è pieno di film urendi e c’è veramente l’imbarazzo della scelta (oltre a quello della visione), per cui… Su The Departed ci torneremo in un pezzo prossimamente, ormai confessare qui non basta e devo cercare a tutti i costi di farmi lapidare 😀 che poi è vero, è un film eccessivo, quello che mi preoccupa è il “senso” degli eccessi. In Goodfellas c’è quella scena della battuta… che dura parecchio tempo, qualcuno ha parlato di eccesso, ma in quel caso credo che sia motivato, anche solo per dipingere meglio il personaggio che, diciamocelo, è un mezzo psicopatico. Insomma, lì è perfetto, ci sta. In The departed… meh… Ne riparleremo poi.
                      Pain&Gain è un capolavoro, ovvio che tu l’abbia visto effettivamente 😀 com’è fumante quello, è fumante poco altro, con un Wahlberg in condizioni così smaglianti!
                      Mi farò viva con una bella recensione distruttiva 😀

                    • Zeus ha detto:

                      Allora aspetto, perché chi fa un servizio per la comunità (guardare film brutti e recensirli) ha tutto il mio appoggio e la mia stima.
                      Se poi tieniamo presente che vedere Pain&Gain è uno di quegli atti contro l’umanità, possiamo definirci sopravvissuti. In un certo senso. Non penso di poter recuperare quell’innocenza che avevo prima… ormai sono contaminato. E sono certo, inoltre, che volevi dire “con un Wahlberg in consizioni a dir poco SMERIGLIANTI”… lo smaglianti è stato è un refuso dato dall’emozione di scrivere di Pain&Gain! Ehehe.

                      Stamattina mi è venuta in mente una recensione oscena… di una serie che ho già incominciato a trattare (serie di film). Penso che mi getterò a testa bassa in questa impresa.

                    • Francesca ha detto:

                      Dopo Pain&Gain nessuno può essere lo stesso, nessuno. Ci si sente sporchi, hai veramente centrato il punto, persone sbagliate… anche un po’ brutte, ma sai che sei solo una vittima di tutto questo e la cosa magari ti fa sentire meglio, soprattutto quando pensi che forse eviterai la stessa sofferenza a qualcun altro. Obiettivamente smagliante per quel tizio deve essere un refuso… smerigliante ricorda meglio la sensazione che provoca 😀 un po’ come in Lone Survivor, quando uno dei personaggi si dilunga nell’analisi del colore di cui farà la cucina di casa al suo ritorno (che ovviamente non avverrà mai, perché morirà fra atroci tormenti)

                    • Zeus ha detto:

                      In realtà provo meno sofferenza sapendo che c’è qualcuno, nel globo terracqueo, ha visto questo film e l’ha trovato piacevole e gradevole.
                      Un bel film, addirittura.
                      Smerigliare è un po’ l’obiettivo che si è posto questo film… io ripeto: se hanno reso The Rock quasi papabile come attore, vuol dire che fra gli sceneggiatori c’è un vero drago.
                      Lone Survivor… che ricordi, che lacrime, che stucchevolezza (quando cade lo scarpone e va in giro come un disperato? Che momenti di cinema!!)

                    • Francesca ha detto:

                      Non so come la prenderei… conoscendo qualcuno che consideri certa roba “gradevole”. Certo, mi può piacere vedere certa roba per uno strano senso dell’estetica, gusto dell’orrido, per aumentare la mia autostima… ma gradevole è tantissimo, se esiste qualcuno che lo pensa seriamente vorrei stringergli la mano. Ce ne sono, ce ne sono, forse sono io che mi faccio delle illusioni… me ne farò una ragione eh 😀
                      Lone survivor, pensa che l’ho pure visto al cinema, che risate… anche lì gli anatemi… tanto quello muore, ora lo prendono, si si, liberate pure i pastorelli… lo scarpone… altro che occhio della madre!

                    • Zeus ha detto:

                      Beh, io reputo gradevoli queste cose. Mi spiego: riesco a mettere il cervello sotto naftalina e far uscire quella bruttissima persona che dimora dentro di me.
                      Con questi film mi imbruttisco e continuo a parteggiare per i cattivi o per chiunque colpisca quei buffoni che saltano sulle montagne/valli/auto…
                      Gli anatemi sono la cosa più bella in assoluto ahahahaha.

                    • Zeus ha detto:

                      Ah, mi son dimenticato… ho recuperato il film con Zackeffron che mi hai consigliato caldamente. Lo dovrò vedere con calma.

                    • Francesca ha detto:

                      Quel film ha anche degli spunti interessanti e qualche scena che a essere sincera non mi è dispiaciuta (tipo quella alla piscina con Zacchefron che dimostra alla fAiga che lui controlla tutto ecc. ecc. ecc.), ma i personaggi spesso regalano perle inimmaginabili…
                      E ok sono sparita per un po’ ma ho intenzioni serie… stasera se ce la faccio mi guardo un film da danni permanenti al cervello con un certo attorone di cui non faccio il nome! e ne ho un altro con Ben Kingsley in programma, per cui sarà un nuovo impegnativissimo inizio 😀

                    • Zeus ha detto:

                      Ormai ti davo per dispersa… fai conto che sono dovuto andare a rivedere quello che avevo scritto! 😀 E poi mi butti dentro un Zacchefron così e io mi trovo spaesato.
                      Logicamente devo ancora vederlo, ultimamente sto rovinando la mia già poca socialità con gli Europei di calcio (lo so, tirami pietre, sputi e verdure marce).
                      Guardi programmoni forti? Aspettiamo un tuo ritorno in grande stile?
                      Aspettiamo aspettiamo… sono certo di fuori d’artificio.

                    • Francesca ha detto:

                      Eh lo so sono sparita un bel po’ 😀 prenditi tempo per We are your friends che merita, d’altra parte Zacchefron è una garanzia. Io mi sono ripromessa di vedere Nonno Scatenato, così da non farmi mancare la mia dose di Zacchefron e anche per assistere alla deboscia di Robert de Niro in tutto il suo splendore. Spero di rendervi partecipi del mio orrore. Che poi c’è anche questo film con Ben Kingsley… potrebbe piacermi, sembrerebbe un film piuttosto leggero e mi è stato consigliato da un’amica fidata. Però c’è l’incognita Ben Kingsley… chissà se gli hanno messo l’eyeliner stavolta. Comunque sono ottimista, almeno riguardo il film, sull’eyeliner non altrettanto.

                    • Zeus ha detto:

                      Nonno Scatenato è poesia pura. Una vera schifezza. Così oltre da essere protetto dal WWF. Robert De Niro sta proprio scendendo verso il baratro della pessima recitazione tutta faccette.
                      Ben Kingsley è la tua nemesi, lo so… attendo di vedere la tua recensione.
                      Non mi sono dimenticato: sai che il mio blog è tuo per eventuali recensioni di film demmerda, vero?

                    • Francesca ha detto:

                      Ricordo pure io, non temere, ho già qualche idea in mente 🙂 su Nonno scatenato devo ammettere di essere rimasta allibita nonostante sia partita più che prevenuta. E sono solo a metà visione, per cui non oso immaginare come si evolverà la cosa! Scriverò qualcosa a proposito magari nel primo Gazzettino del kalashnikov, ma una cosa te la dico… sembra il porno della vaccata, ma veramente, e non solo grazie alla poetica scena del nipote che trova suo nonno per la prima volta in casa dopo il funerale. Nemmeno TED 2 arriva a questi livelli di demenza, e voglio dire…

                    • Zeus ha detto:

                      TED 2 è una caccata inutile. Almeno TED 1 era divertente. Nonno scatenato fa rabbrividire in certi punti… la scena che dici te ti fa piangere. Ma lacrime d’odio verso gli sceneggiatori… dici: ma cazzo, ma avete De Niro per le mani e lo fate… no spoiler.
                      Il Gazzettino del Kalashnikov è sempre nei nostri cuori.
                      Ah, non ti sei dimenticata? Bene bene 😀 mi fa piacere.

                    • Francesca ha detto:

                      TED 2 a differenza di Nonno scatenato ha una certa idea di trama, perfino troppo elaborata per il film demmer… che è. Nonno scatenato… è un pornazzo della deficienza. Però il tipo fattissimo che saluta a modo suo la cara defunta, ammetto che mi ha fatto ridere. Istericamente, ma ho riso. E come dimenticare la svastica geneticamente modificata.
                      Il gazzettino vedrà la luce con uno speciale su De Niro e l’eyeliner di Ben Kingsley, temo. Sarano momenti tragici.

                    • Zeus ha detto:

                      TED 2 è vero, ha un’idea di trama che quasi stona con la minchionagg*** del film! 😀
                      Di nonno scatenato ho apprezzato la parte finale… non ti anticipo niente, ma direi che almeno una risata la strappa. Una risata da strafatto di crack, ma pur sempre risata.
                      Ormai sono ansioso di leggere ‘sto Gazzettino. Abilissima nel creare aspettativa 😀

                    • Francesca ha detto:

                      Il Gazzettino sta solo aspettando di essere aggiornato con le ultime cose, devo ancora trovare qualcosa da metterci, fra cui l’analisi del film con il caro Ben. Sono ancora ottimista sul film, eh, ma lui… vabbé. Stasera finisco Nonno debosciato e confido molto nel finale. Oh, peggio dell’inizio non può essere.

                    • Zeus ha detto:

                      Il finale con le foto sullo sfondo merita perché è capresco e suino. Non so come dirlo meglio.
                      Diciamo così e tu capisci che si sta parlando di qualità assoluta.

                    • Francesca ha detto:

                      Il finale è forse l’unica cosa che rende il film degno di essere visto. Ok, non così tanto, ma crediamoci 😀 Sarà che il personaggio della fidanzata mi stava veramente sulle scatole… vederla così a cantare con tutto quel ben di dio che le scorreva dietro mi ha reso quasi quasi… felice. Davvero. Zacchefron ha fatto volontariamente o meno il verso al suo passato di cantante per rEgazzine e non mi è dispiaciuto. Poi ok, il film fa schifo, ci sono buchi nella trama grossi come gnù, ma ignoriamo tutto questo, è meglio. Ho letto il tuo commento dopo aver visto il finale del film e ieri sera già sapevo che quello era il momento da non perdere di cui mi avevi accennato a suo tempo in un altro commento ancora.
                      Mi scuso per la scrittura incomprensibile, diamo la colpa al caldo eh.

                    • Zeus ha detto:

                      Sapevo che potevi apprezzare. Hai il palato fine!! 😀
                      I buchi grossi come gnù sono, forse, la parte più bella del film, vedi te. Ma questo è il mio parere da critico cinematografico di retrospettive bulgare sulla resistenza popolare del 1700 all’avvento del.. etc etc
                      Non scusarti per la scrittura, capisco bene… io scrivo da cani anche con i -30, perciò… 😀

                    • Francesca ha detto:

                      Non potevo non apprezzare. I buchi di siffatto livello servono, sono necessari rendere questo film ciò che è! una ciofega che di fatto è un ammasso informe di battute sceme e volgari. Esattamente quello che rende Nonno scatenato il porno definitivo del film demenziale. Te lo dice una che come te è critico cinematografico, ma nel mio caso più da sagra della porchetta con sottotitoli in croato.

                    • Zeus ha detto:

                      Adesso che mi accorgo, è possibile che con il mio commento su Nonno Scatenato ti abbia mandato a remare un post decente? Me lo chiedo perché il tema portante è bello, i commenti degli altri sono sensibili e belli… io guardo schifezze oscene e scrivo peggio.
                      Bella la sagra della porchetta con sottotitoli in croato! Una delicatezza per intenditori.
                      Quando ho finito questo film ho provato quella sensazione che i primi “utenti di cinema” hanno provato quando hanno sentito la voce degli attori di muto… quella sensazione di “macchecca…. è ‘sta voce?”.

                    • Francesca ha detto:

                      Sono stata certamente felice dell’effetto che questo post ha sortito su chi ha avuto la pazienza di leggerlo. Qualcuno ha avuto anche il coraggio di vedere il film, cosa che attualmente manca a me. Ne avrei bisogno, dal momento che riscriverò il pezzo interamente, per cui non ti preoccupare… ci sarà modo per ricreare un discorso.
                      Sento che mi serve anche parlare della suddetta sagra della porchetta, perché questo anime è un macigno e c’è sempre bisogno di leggerezza. Persino di Nonno scatenato. Pensa come sono messa male. Un film che veramente ti lascia con quella sensazione di “ma che caspita…”, passando da momenti in cui vorresti cavarti gli occhi a momenti in cui ti vergogni quasi di ridere come una scema. C’è bisogno anche di questo – magari senza cavarsi gli occhi eh.

                    • Zeus ha detto:

                      Adesso, dopo (aggiungo ancora qualcosa? Ho fatto due etti e mezzo lascio?) la tua spiegazione, mi sento molto meglio e posso continuare sul mio percorso autodistruttivo.
                      Che poi è il mio percorso normale. Giusto per rimanere in tema di film di un certo livello, stavo pensando di costringere una persona a guardare I Fratelli Grimbsy con me. Secondo me merita… e se lo dico io, che di film non ne capisco una beneamata, allora direi che siamo messi a posto!!!
                      Spero che riuscirarai a riprendere il discorso elegiaco, quello serio, e non farti portare sulla strada del demonio cinematografico da me.

                    • Francesca ha detto:

                      Non ho mai fatto un re-post (cambiare il testo integralmente e ripostarlo, in parole povere… spero si dica così fra l’altro) e spero vivamente che tutti i commenti rimangano sotto il nuovo pezzo, perché questo che è partito su Nonno scatenato sia da monito per il futuro. Non è stato un brutto dialogo, a dispetto del film cui è riferito.
                      Ah, dimenticavo. In questi giorni mi sono cercata questo film di cui parli e l’ho trovato, con mia somma gioia. Ora vediamo di che livello è. Come puoi constatare, ormai il danno è fatto, per cui scrivi pure di quello che vuoi su questo blog, anche se tratterò della sagra della porchetta (quella con i sottotitoli in croato) o dell’esegesi del capibara.

                    • Zeus ha detto:

                      Non so cosa sia un re-post… perciò mi fido e ti supporto. Che poi, come dici te, la discussione su Nonno Scatenato ha portato a disquisire (che mi piace come termine, lo uso da stamattina) su varie tematiche e creare un piccolo universo nascosto.
                      Tu hai trovato i Fratelli Grimbsy… e io mi sono guardato London Has Fallen. Devo fare la recensione, una cosa sublime. Giuro, mi sono leccato le dita e fatto scarpetta nel piatto dopo averlo visto. Una primizia.
                      Certe volte era così implausibile che, ti giuro, il Mostro della Laguna mi sembrava un resoconto oggettivo della realtà attuale.
                      Ormai ho danneggiato il blog… benissimo… allora continuo a imperversare e, ovviamente, a commentare.
                      Sia la sagra della porchetta, sia l’esegesi del capibara (eh?)

                    • Francesca ha detto:

                      Il re-post in realtà manco io so bene che roba sia, lo saprò di fatto solo quando ri-pubblicherò questo pezzo totalmente diverso e con il medesimo argomento. Spero di non creare distorsioni spazio-temporali, nel farlo.
                      London has fallen è qualcosa di meraviglioso nonché irripetibile (o quasi), un film ancora più truzzo del precedente. Sono curiosissima di leggere la tua recensione. Intanto, quando ho tempo mi guardo Grimsby.
                      E per quanto concerne il blog… era già danneggiato di suo, considerando che una delle prime recensioni fu dedicata a uno dei miei film preferiti di tutti i tempi: La novizia indemoniata. Una trashata allucinante nonché film di/da denuncia.

                    • Zeus ha detto:

                      Secondo me entreremo in una nuova era, qualcosa di mai visto. Tanto che io scriverò di film impegnati e tu, logico per specchio che riflette e storce, inizierai a dettare legge in tema di metal brutto e cattivo.
                      London Has Fallen l’ho apprezzato. Mi ha appagato in ogni senso: distruzione, l’Italiano e tutta la serie di luoghi comuni gettati nella trama come canditi nel panettone (forse la uso nella recensione).
                      Sono contento di non averti rovinato il blog… sarebbe stata un’altra terribile macchia sulla mia già terribile fedina penale.

  4. steffymars ha detto:

    Grazie a questa recensione ho ricordato questo film e mi sono scese le lacrime.
    Una storia toccante e delicata, calata nel feroce realismo del contesto storico, che doveva essere raccontata. Una storia che, come è stato detto, resta nell’anima e non ne esce più. Stupendo.

    • Francesca ha detto:

      A volte mi chiedo se aver studiato per una vita la storia non mi abbia desensibilizzato riguardo i destini della gente comune, anche se a dire il vero come entità è abbastanza sfuggente… si parla sempre dei condottieri… il faraone che ha costruito quello che ha costruito, mentre in realtà ci sono morti non si sa quanti uomini… ok sarà una banalità, ne convengo, ma la narrazione della storia è abbastanza ingiusta e questa banalità ce la dimentichiamo molto spesso. Per questo motivo a qualcuno piacciono le trincee perché ricordano un periodo particolare della nostra storia o persino la guerra, perché ci ricorda onore e chissà che altro… ma chi l’ha vissuta la guerra o la trincea ricorda più che altro sangue, fango, malattie, morte, topi grossi come canguri e tutto il resto. Tornando al discorso iniziale, tutto questo “sommerso” deve essere messo da parte sennò la storia non la studi, fa troppo male. Io pensavo di averlo rimosso questo “sommerso” di sofferenze e quando ho ri-visto questo film (la prima volta ero troppo piccola) tutto è tornato prepotentemente alla luce, senza nessuna pietà, la storia è anche questo, e non ci si abituerà mai. Altroché se lascia un segno nel cuore questo film, altroché…

  5. gianni ha detto:

    Credo che i film Cinesi o Giapponesi di cui si parla nei commenti qui non c’entrino granché. In Una tomba per le lucciole c’è la mano commossa di un gruppo di reduci della guerra e della fame terribilmente realistico.
    Ciò che ho sempre amato di quel che sarebbe stato lo Studio Ghibli è la caratterizzazione dei bambini, che sono bambini, che non rispondono a colpi di gag o con “frasone” da mezzi adulti e sono sempre stati una fonte di ispirazione. Io una tomba per le lucciole l’ho visto 100.000 anni fa, non ricordo più neanche in che lingua, dato che in Italia per vedere qualcosa ci abbiamo messo secoli (Eh, so’ roba da bambini e devono educare i cartoni oppure so’ roba da ammericani e allora picchi tutti e vinci! Quindi questi qui che sono?) e per tanti motivi non li importava nessuno. Quando l’ho rivisto è stata la solita storia e la posso riassumere in “che mazzata”! E’ come vedere Roma città aperta, come vedere la Ciociara, io credo il livello sia questo.
    Hai detto bene: per fare pari è uscito anche l’altro capolavorone Il mio vicino Totoro, dove comunque si intravede un Giappone rurale che sta cominciando a ricostruirsi dalla tabula rasa che ha subito.
    Mi hai fatto venire voglia di vederlo di nuovo, preparerò i fazzolettini di carta.

    • Francesca ha detto:

      🙂 un film tremendo veramente, a livello di lacrime… Non so se l’ho mai scritto qui da qualche parte, ma una volta dissi a un amico che Una tomba per le lucciole è stato il primo anime che ho visto e lui mi guardò con una faccia a metà fra “poveraccia, non potevi iniziare meglio, ‘sti cavoli” e “ti capisco, so cosa devi aver provato”. Questo film sa creare empatia, non per niente descrive i sentimenti come poche altre pellicole e lo fa con una semplicità disarmante.

  6. Julian Vlad ha detto:

    Cresciuto fin dalla più tenera età con opere di animazione giapponese, in cui i bambini sono protagonisti di sfortune infinite, mentre intorno a loro uomini donne e animali cadono come mosche, ho visto questo film di recente, in prestito da un amico che si era premurato di avvisarmi: “guarda che è parecchio drammatico, prepara i fazzoletti”.
    Invece io niente, distacco zen, mi aspettavo tutto ciò che ho visto nei modi e nei toni in cui è stato raccontato, a maggior ragione dopo l’inizio del film, compreso l’odioso comportamento della zia nei confronti dei due orfanelli. Sono abituato a questo punto di osservazione lucido e all’apparenza neutro, che non risparmia nulla allo spettatore, ma al tempo stesso non lo blandisce. Quasi uno sguardo di testimonianza, mi verrebbe da dire, paragonabile allo stile di Primo Levi in Se questo è uomo.

    Il fatto che ci sia abituato non significa che non mi coinvolga, ma il distacco emotivo mi mette al riparo dal rischio di starci troppo male, inducendomi a cogliere ulteriori particolari “tecnici” sulla feroce realtà della guerra. Uno su tutti: i bombardieri americani che radono al suolo Kobe non sganciano bombe, ma tizzoni di legno infiammato. A pensarci bene è del tutto logico: le case giapponesi solo per la maggior parte di legno, dunque gli esplosivi non servono. Come materiale offensivo da trasportare in volo, il legno costa assai meno di una bomba ed è più leggero, dunque costi bellici e carburante risparmiato. Ecco, se devo attribuire un merito particolare a questo film, è proprio di avermi fatto riflettere su un dettaglio del genere.
    Degno dell’efficiente apparato nazista, così spesso evidenziato, che non lasciava nulla al caso, nemmeno le razioni minime per i deportati. Solo che qui si parla dei cosiddetti “buoni”, a dimostrazione del fatto che, al di là della propaganda di parte, in guerra tutto il mondo è paese.

    • Francesca ha detto:

      Concordo in toto, direi che hai descritto l’approccio che ho nello studio della storia, approccio necessario per non farsi sopraffare dalla mole di informazioni potenzialmente distruttive che si vanno ad analizzare. Tutto il mondo è veramente paese, in fondo siamo tutti uomini con simili necessità, dove il cibo va a braccetto col potere, certamente non un bisogno vitale, ma a ben vedere… per qualcuno lo è. Il distacco serve. Se penso a qualcosa come Uomini contro, dove si muore dopo ordini assurdi e senza finire il proprio monologo ispirato, dove anche un Ottolenghi deve combattere a fianco di un ufficiale che non batterebbe ciglio quando si tratta di condannare al plotone d’esecuzione dei soldati privi di colpe. Persino in Uomini contro c’è una logica anche se non sembra, magari perché è una logica sorpassata, quasi suicida. Sono tutti burattini nelle mani di qualcuno, ottenebrati o meno dalla propaganda, che tu sia un bambino a Kobe o un soldato nella Grande Guerra. Subire le scelte di altri e le relative conseguenze può essere devastante e questo film lo mostra in ogni singolo fotogramma.
      Il particolare che mi citi del bombardamento è interessante. Lo scrivevo poco sopra, in riferimento sempre alla Grande guerra. Ho incontrato molte persone che vedono nella guerra e nella trincea le depositarie di onore, dignità e coraggio. La guerra è ben altro e quel particolare che citi non fa che confermare come ci sia tanto calcolo in una situazione del genere, che non c’è onore ma fango, malattie, sangue… Gli uomini non sono che risorse da gestire al pari dei proiettili o del carburante. La Grande Guerra è stata vinta annichilendo il fronte interno, colpendo la popolazione. Si spiega addirittura la violenza estrema dell’uso delle bombe atomiche in Giappone, sotto questa luce. Se a Kobe bastava incendiare, altrove è servito bel altro per costituire un monito potente e non solo per il Giappone.

      • Julian Vlad ha detto:

        Onore dignità e coraggio appartengono alla retorica fin dai tempi antichi, parole che può darsi siano servite a tenere alto il morale delle truppe in qualche circostanza, ma che a posteriori credo si debbano prendere per ciò che sono. Nient’altro che retorica, appunto.
        Sono stato allievo di una scuola di scherma storica nel cui ambito, nello stesso momento nel quale ci veniva insegnata un’arte definita nobile, intesa come ricerca dell’equilibrio posturale e psicologico, il controllo di sé, la pulizia del gesto, ecc., ci veniva anche mostrato senza mezzi termini e false ipocrisie che la guerra è sempre una cosa sporca, senza eccezione, dove l’unico risultato che conta è rende l’avversario inabile a offendere e controbattere, con qualunque mezzo, non importa se duro o sleale. Non necessariamente uccidendolo, ma riducendolo in condizione di non poter più nuocere.

        Purtroppo non ho visto il film di Rosi, ma mi sono documentato e credo proprio che cercherò di procurarmelo.
        Gravare sulla popolazione è una strategia che in tempi di “bombe intelligenti” e obiettivi mirati tutti negano a parole, ma nei fatti continuano a perseguire com’è sempre stato, per minare il consenso e l’appoggio (o la connivenza) popolare delle forze avversarie, e creare il caos dietro le linee nemiche mettendo in fuga masse di disperati. Fu la strategia alla base del bombardamento di Dresda e di altre importanti città tedesche, tanto per restare in tema delle due guerre mondiali.
        Per quanto riguarda le bombe atomiche sul Giappone, molti sostengono che siano state la soluzione estrema ma in fin dei conti legittima per abbreviare la guerra e stroncare la resistenza di un nemico irriducibile, che avrebbe combattuto fino all’ultimo uomo, dunque risparmiando anche ulteriori perdite fra le fila americane oltre al costo dello sforzo bellico (sempre lì andiamo a parare). Io invece sono fra quelli che sostengono che il Giappone fosse già allo stremo, senza più aviazione, senza più marina, ormai stretto d’assedio e che non avrebbe tardato a capitolare, così che lo sgancio dell’atomica si è risolta in una dimostrazione di potenza, o come dici giustamente, un monito per il mondo intero, specie per Stalin. Potremmo definirla una grossa ipoteca sul proprio ruolo di supremazia nel dopoguerra, perché l’atomica non significava solo una devastante potenza bellica, ma anche un salto in avanti in campo energetico e industriale. Nei mesi scorsi su Sky è stata trasmessa Manhattan, una serie tv in due stagioni che offre una ricostruzione dall’interno delle varie fasi del progetto omonimo, l’enorme profusione di uomini, scienziati e risorse, i conflitti interni e gli interessi incrociati, personali militari e politici, e che in definitiva sostiene proprio questa seconda tesi.

        • Francesca ha detto:

          Verissimo. L’atomica è stata sganciata in un’ottica senz’altro più “mondiale”; lo sguardo di una potenza come gli Stati Uniti non poteva che andare oltre, la cosiddetta Guerra Fredda era già una realtà e si combatteva su vari fronti… economico, energetico… scientifico. Sono le strategie a un livello più “alto”, quando la scacchiera è talmente grande da diventare qualcosa di incomprensibile per un soldato. Quando si va nel piccolo, la guerra è decisamente meno allettante ed è quello che hanno sempre detto anche a me quando ho avuto modo di fare scherma giapponese, interessandomi marginalmente dell’applicazione alla guerra e delle tecniche di taglio. I kata interessano fino a un certo punto, se sono contro un avversario che vuole la mia testa vale tutto, posso anche entrare nella sua guardia e dargli una botta con l’elsa al plesso solare o alla fronte, se ci riesco. Se non ci riesco sono fatti miei, non c’è nessuno che mi dice “hai sbagliato”, c’è solo che rimango per terra nel fango e non mi rialzo. E i soldati giapponesi erano imbevuti di quella retorica come pochi al mondo, ma questo è qualcosa di quasi posticcio, successivo. Una ricodifica, se mi permetti l’esagerazione, realizzata per così dire nel Bushido, la tradizione “su carta”. Ogni maestro ti dice effettivamente che la guerra è un’altra cosa, molto più pratica. Insomma, piacciono molto i samurai con la loro aura mistica, ma dubito fortemente che fossero molto cerimoniosi sul campo di battaglia. Il rispetto reciproco, le forme, magari servivano per altro. Ogni kata reca alcune informazioni cardine, fra tante altre meno utili, sta all’allievo comprendere cosa serva veramente. Come l’estetica in guerra, che ha la funzione di annichilire la volontà dell’avversario, sia esso un’uniforme perfetta o l’elmo di un samurai. Ma è tutta scena, alla fine è la pratica, la capacità, l’interiorizzazione di una conoscenza, la fisicità e l’intelligenza, tutto questo fa la differenza. Ed è tremendamente difficile da mettere in pratica.

  7. gianni ha detto:

    Ho letto la nuova stesura e l’ho trovata divina. Ps.: ho condiviso – davvero – le emozioni date da Totoro con solo 1 persona. Per “una tomba per le lucciole” invece è discorso a parte, molto intimo.

    • Francesca ha detto:

      Grazie di cuore 😀
      Sono entrambi due film che entrano nel cuore, secondo me decisamente più simili di quello che sembra. Più ci penso e più credo che siano le classiche due facce della stessa medaglia. Totoro a dispetto di quello che sembra è particolarmente profondo, le emozioni che suscita non le potrei descrivere qui, ma sono parte di un’infanzia che continua ancora adesso. Una tomba per le lucciole… beh, quello dopo aver letto il testo veramente non lo posso più vedere come prima. Una volta piangevo, diamine, ma erano lacrime di tristezza. Ora, pensando a quello che significa per chi ha scritto il racconto (e anche per Takahata) quelle lacrime possono solo essere di gioia. Più passa il tempo e più amo questo film.

  8. gianni ha detto:

    …L’estate è vicina alla fine, un po’ come per May e Satsuki e… beh da quando ho visto per la prima volta Totoro, il vento non è più stato lo stesso. Buon fine-agosto

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