Le ricette della signora Toku (2015)

Le ricette della signora Toku (7)Che ci vuole a cucinare dei dorayaki? Insomma, non dovrebbe essere così difficile. Magari dovrai fidarti di una ricetta che non hai mai provato, senza sapere che sapore abbia un dorayaki. E questo è niente, se poi tu stesso crei problemi. Come? Dimenticandosi gli ingredienti, per esempio. Dunque, servono un paio di uova, mezz’etto di zucchero, un etto di farina, un cucchiaino di miele e uno di lievito per dolci da sciogliersi in poca acqua. La pastella che otterrai verrà versata in piccole porzioni su una piastra ben calda (ma va bene anche una padella antiaderente); quando sulla superficie si formano delle bollicine, è il momento di girare quella specie di frittella per cuocere anche l’altro lato. Bastano pochi secondi ed è pronto. Se avete fatto dei pankakes, la logica di fondo è quella, solo che non vengono impilati ma accoppiati e farciti a vostro piacimento. C’è chi consiglia la crema di nocciole e chi la Nutella; personalmente una crema bianca di nocciole e sto seriamente pensando al dulce de leche. Esperimenti a parte, la ricetta originale del 1914 prevede l’uso della marmellata di fagioli azuki, meglio nota come anko (o semplicemente an, che è anche il titolo originale del film).

E poi succede che ti dimentichi il miele, o che hai scaldato poco la padella.

Locandina le ricette della signora TokuSuccede, soprattutto se sei distratto, se pensi al fatto che non ricordi dove hai messo il lievito (sarebbe troppo comodo prepararsi gli ingredienti prima) o se rifletti sul tipo di cucchiaio con cui verserai la pastella sulla padella. Insomma, il miele nell’impasto non ce lo metti e continui senza farci caso, scoprendo che quando metti a cuocere la prima frittella, il suo dorso è tutt’altro che bruno. Giallo, quasi biancastro. Lo assaggi malvolentieri ed è piuttosto insipido. Non è la stessa cosa. E se non fosse il miele? puoi sempre pensare che magari hai fame adesso e non vuoi far riposare la pastella almeno mezz’ora nel frigorifero. Puoi lavorare poco l’impasto con le fruste e lasciare qualche grumo. Allora, forse, cucinare bene un dorayaki potrebbe non essere così semplice.

Le ricette della signora Toku (1)

Sentaro (Masatoshi Nagase) cucina ogni giorno i dorayaki, per rivenderli in un chiosco che tiene in gestione per conto di una famiglia; in anni di lavoro ha stabilito una certa Le ricette della signora Toku (6)routine, fatta di orari e abitudini precise. Alle 9 inizia a cucinare e alle 11 entrano le prime clienti. La ricetta della sua an è un “segreto della casa”. La verità è che l’an non riesce a cucinarla e non è mai riuscito nemmeno ad amare il proprio lavoro, ma di tutto questo non fa granché mistero. Quello che nessuno sa è che in tutti questi anni non ha mai mangiato uno solo dei suoi dorayaki.

Un giorno, una ragazza trova nell’an un petalo di fiore di ciliegio. Sentaro non ci fa troppo caso e, scusatosi, si limita a offrire un nuovo dorayaki a ciascuna delle ragazze presenti. Quello stesso giorno, una signora risponde all’annuncio per un aiuto al chiosco di Sentaro, tale Toku Yoshiko (Kirin Kiki, bravissima), a tal punto desiderosa di lavorare da accettare una paga miserrima. Sentaro non sembra persuaso, ma il giorno dopo avrà modo di assaggiare l’anko preparata dalla donna e non potrà fare a meno di assumerla, a patto che si limitasse a preparare solo e soltanto quella.

Sin dall’inizio la signora Toku si dimostrerà preziosa per l’attività di Sentaro; la clientela crescerà giorno dopo giorno proprio grazie a lei. Sarà un segreto sulla vita di Toku a rischiare di compromettere tutto.

Le ricette della signora Toku (4)

Le ricette della signora Toku (Naomi Kawase, 2015) è tratto dal romanzo An di Durian Sukegawa e ha tutta l’aria di essere una fiaba: un protagonista in difficoltà ottiene aiuto insperato da parte di una misteriosa signora che sembra seguire la fioritura dei ciliegi. Il giorno in cui Toku si imbatte nel chiosco, Sentaro trova un petalo nell’anko di un dorayaki; si innesca una vicenda che toccherà non solo l’uomo, ma alcuni dei personaggi che gli ruotano intorno, a partire da un’amica, Wakana (Uchida Kyara, che nella vita è nipote della Kirin). Sono tre generazioni che si incontrano e si influenzano vicendevolmente. Toku ha una vita alle spalle di cui non sappiamo nulla; tutto ciò che traspare è un’empatia al limite del surreale e un modo di comunicare che investe tutto, animato e inanimato, dal gestore del chiosco fino agli alberi mossi dal vento.

Le ricette della signora Toku (3)Prima di insegnare a Sentaro la ricetta dell’anko, Toku lo spronerà a gettare la piccola provvista di marmellata di produzione industriale. Tutto dovrà iniziare da capo, partendo dai fagioli, proseguendo in un dialogo di immagini e parole, risposte e domande. Ogni passo è importante e va fatto con coscienza delle proprie azioni; la stessa cosa vale per gli ingredienti. La mano di chi esegue la ricetta, poi, si rivela essere un ingrediente al pari dell’acqua, dello zucchero o dei fagioli, una mano mossa da una mente pacificata e al contempo vibrante. Sentaro potrebbe scoprire di essere in grado di fare scelte diverse per la ricetta della propria vita, amandone e rispettandone finalmente gli ingredienti. Wakana potrebbe trovare la sua strada, ottenendo una personale liberazione.

Questo film non offrirà chissà quale sfida intellettuale, ma è ben bilanciato e leggero quanto basta per far riflettere, senza lasciare la fastidiosa sensazione che qualcuno debba insegnarti qualcosa. I personaggi hanno una caratterizzazione più o meno profonda; spiccano le storie di Toku e di Sentaro, quindi quella di Wakana. Restano sullo sfondo pochi personaggi appena abbozzati; a parte le ragazze che frequentano il chiosco, sono sono per lo più negativi: la madre di Wakana, la padrona del chiosco dei dorayaki e il nipote di quest’ultima. La vita di Wakana è descritta da brevi tocchi, rappresentata soprattutto da una scelta che lei non riesce a compiere (andare al liceo), preda di cattivi consiglieri e di una visione di sé stessa al ribasso. Se Toku ha il proprio simbolo nel caduco fiore di ciliegio, Wakana ha un alter ego nell’uccellino che le fa compagnia in una piccola gabbia.

Le ricette della signora Toku (2)

Le ricette della signora Toku è veramente un film basato sui tocchi di immagini semplici quanto essenziali, particolari ricorrenti come le mani o le fronde degli alberi, fiori e sguardi. Ogni particolare ha la sua cruciale importanza. Basti pensare proprio alle mani. Dapprima vediamo quelle di Toku, facciamo caso a quanto possano essere nodose, è pur sempre una signora anziana; poi osserviamo quanto siano vigorose nonostante tutto e quindi le vediamo come cambiare. I personaggi si soffermano sui particolari, li sottolineano esplicitamente; le mani rivelano altri difetti. La stessa cosa succede quando conosceremo un’amica di Toku, anche lei eccellente cuoca, esperta in ricette non convenzionali e certa che su tutto si possa ribaltare il nostro punto di vista. Osservare da vicino le sue mani, fa capire chi sia e chi sia stata più di molti possibili dialoghi nella pellicola.

Apprezzare questo film significa fermarsi per osservarlo nelle sue lente variazioni; ogni particolare è importante come nell’esecuzione di una ricetta. Toku ricorda come il vapore possa cambiare di odore da un momento all’altro nella cottura; ignorare questo aspetto nel procedimento potrebbe avere lo stesso impatto di un ingrediente dimenticato. La forza con cui si girano i legumi fa la differenza, tanto quanto l’attenzione che si mette nel far scendere l’acqua nella pentola per far scivolare via tutta la schiuma. Tutto concorre a fare una marmellata riuscita. Quando dimenticai il miele nei dorayaki, buttai pochi euro di ingredienti  e mezz’ora di lavoro. Non fu una gran perdita, ma pensiamo a tutte le ricette più o meno gastronomiche che abbiamo sbagliato. Cosa potrebbe essere quel miele che abbiamo dimenticato o non abbiamo voluto/potuto usare? Ognuno risponderà a questa domanda come meglio crede e il film, rispettosamente, gliene porrà molte altre. Sentaro ha cucinato per una vita dorayaki che non ha mai assaggiato; d’altronde è un uomo che non ama i dolci. Toku, stupita, gli chiederà come possa un uomo che non ama i dolci che cucina, suscitare negli altri il desiderio di mangiarli. Una fiaba, insomma, dove non è detto che si viva felici e contenti, ma in cui nonostante tutto, si può cercare un lieto fine.

“…si rendono conto che nessuno può vivere da solo. Sono convinta che questo valga per tutti noi esseri umani. Inoltre, ciascuno di noi vive qualche esperienza di fallimento nella vita. A volte questi fallimenti  possono imprimere una svolta drammatica alla nostra esistenza, ma anche in questo caso ognuno di noi possiede sempre la forza per vivere in qualunque condizione. E’ una forza innata nella natura umana. Tuttavia, a volte, le nostre società mettono all proba la volontà e il desiderio di alcuni, e in questo film possiamo vedere che il personaggio principale, Toku, è stata “derubata” di gran parte della sua vita, ma al tempo stesso ha anche imparato molte cose dalla situazione particolare in cui è stata messa. Ricevendo l’aiuto o il sapere di Toku, che ha vissuto molto di più e ha fatto molte più esperienze, gli altri due personaggi principali, Sentaro e Wakana, acquisiscono ciascuno un suo modo di credere in sé stesso e la capacità di compiere un piccolo ma importantissimo passo avanti nella loro vita.”

da un’intervista alla regista, Naomi Kawase

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29 pensieri su “Le ricette della signora Toku (2015)

    • Francesca ha detto:

      Mettiamola così… ho da un lato chi me li consiglia, ‘sti film (Sherazade per l’esattezza), perché spesso passano inosservati… ma sul dove li trovo, beh, segreto della casa 😀

      • gianni ha detto:

        Ci sono più cose invisibili nella rete di quante sono le stelle nel firmamento… o no? 😉
        Ci sarebbe venuto davvero bene un film dello Studio Ghibli.

        • Francesca ha detto:

          Dovrebbero farcelo, un film su questo soggetto, verrebbe una cosa deliziosa… anzi, se devo essere sincera la prima volta che ho visto questo film ho pensato direttamente che sarebbe potuto essere nato proprio nello studio Ghibli… ignorando il fatto che fosse recitato da persone in carne e ossa ovviamente. Lo stile – a pelle – mi sembra quello…

  1. sherazade ha detto:

    Buongiorno!
    Che meraviglia Francesca mi hai fatto un regalo grandissimo perché ho rivissuto passaggio dopo passaggio i momenti lievissimi quasi impalpabili del film che mi ha molto emozionato alla prima visione alla quale adesso ne farà seguito una seconda!
    Hai ragione un film semplice che non vuole avere la pretesa di insegnare nulla ma che alla fine ti rendi conto che ti ha arricchito che forse bisognerebbe acquisire un po’ più di pazienza e di amore nelle cose e nel farle!
    Quando te ne parlai mi sembra anche di averti detto che questo è il film più bello dal punto di vista emotivo che ho visto e te lo confermo anche adesso …
    Buon primo maggio che possa essere spiraglio, prodromo, di aperture nel travagliato mondo del lavoro.
    Sheraconunabbracciodelicato

    • Francesca ha detto:

      Grazie per avermelo consigliato, veramente, è un film delizioso. Ho pianto, mi ha emozionato tantissimo, mi ha fatto pensare… di tutto! quando entri nella scena delle orchidee, poi, è bellissimo vedere come quelle piante coloratissime siano simili a uno stuolo di farfalle. L’attrice che interpreta Toku, in quella stanza, è più che mai fragile e interpreta alla perfezione quello stato d’animo, lo lascia affiorare sugli occhi. Tanto di cappello – anche alla doppiatrice, fra l’altro. Questo è decisamente un film da vedere e da sentire 🙂

      • sherazade ha detto:

        Dici bene ‘da sentire’ ma sopratutto ripensandoci mi chiedo, e ti chiedo, è un sentire che ci appartiene o è insito nel dna di quel popolo?
        sherabacibacileggerileggeri

        • Francesca ha detto:

          Bella domanda 🙂 credo profondamente che ci siano aspetti propri di una cultura difficili da comprendere o fare propri, incluso un “sentire”. Tuttavia, non posso non pensare che ci sia un’umanità di fondo che tutti abbracciamo, le necessità che abbiamo sono le medesime, sia esso amore o comprensione, solitudine o carezze. Quello che cambia è sicuramente il “come”, ma su un terreno comune si può sempre arrivare. Un argomento su cui potremmo riflettere moltissimo.

  2. Zeus ha detto:

    Volevo vedermi questo film, la materia cucina nel cinema mi piace, ma non l’ho mai approcciato. Penso che, dopo aver letto la tua bellissima recensione, lo lascio stare… lo lascio nel limbo dei film che guarderò quando la saggezza arriverà in queste olimpiche lande. Al momento sono troppo caciarone per film giapponesi e lenti, compassati (seppur leggeri).
    Il miele che ho dimenticato è, spesso, il sale. Chissà perché quel maledetto tende a scapparmi da davanti agli occhi… io lo metto la, giuro, lo metto… ma lui niente, prende e se ne va 😀

    • Francesca ha detto:

      Lento, dolce amaro, leggero e attento al particolare. I giapponesi fanno questo e altro, si passa veramente dalla delicatezza a RoboGeisha (katane che spuntano da dove meno te l’aspetti, o se non altro da dove per farti due risate vorresti che spuntassero), con tutte le possibili sfumature nel mezzo! sono impagabili e amo il loro cinema. Basta cercare e troverai quello che fa per te, quando farà per te. Al solito, c’è un tempo per tutto, quando sarà il momento lo vedrai. Intanto sai che c’è e non è poco 🙂
      Per il sale, finché non ho scoperto l’esistenza di quello minerale/integrale non l’ho mai usato. Odio il sale da quando sono stata traumatizzata con uso eccessivo dello stesso, fosse per me mangerei tutto mezzo sciocco. Il sapore col sale integrale (io uso tanto quello grigio, mi pare sia bretone… non è per fare la superfiga, è che veramente mi piace di più) è maggiormente delicato, si sente il sapore del cibo e si rischia di meno… difficilmente salerai troppo. Poi, se uno ha il sale “sfuggente” che ama andare in giro per la cucina, questo è un altro par di maniche 😀

      • Zeus ha detto:

        Ecco, io sono della filosofia: per certe arti, non è che non ti piace, sei solo arrivato nel momento sbagliato. Io, con il cinema cino-giappo-thai-corea-ese (l’ese finale ci stava, non chiedermi perché), sono sempre al momento sbagliato. Tentano di convincermi, ma poi mi addormento o mi viene il male a vederli saltare come grilli sulla piastra da un muro all’altro. Sono duro di capoccia.
        Il sale mi piace, usato con discrezione, ma mi piace. Ho non so quante varietà di sale a casa… giuro: da quello himalayano a quello con le erbe, da quello al limone a quello col peperoncino.. etc etc… mi diverte, anche se non so mai come usarlo. Mi spiego: so come usarlo, ma mai con gli ingredienti che ho sotto mano. Tempismo zero.
        Il sale sfuggente è un po’ una metafora di molte cose, se proprio vogliamo essere filosofici a quest’ora della sera/notte.

  3. Nicola Losito ha detto:

    Credo che a farmi avvicinare a questo film sia stata proprio Shera. A me piace il cinema giapponese come pure amo certi autori che sono nati in Giappone, ma che hanno un respiro internazionale. Penso soprattutto a Murakami, il mio autore preferito in assoluto (ho letto tutta la sua produzione letteraria). Ho amato la lentezza ragionata di questo film perché dà il tempo di osservare di più la scena e i suoi particolari. Anch’io, come te, mi sono commosso nel vederlo e presto lo rivedrò per riflettere su certi particolari che a te non sono sfuggiti. Se non avessi scritto tu un post così bello e interessante su questo film, di sicuro mi ci sarei cimentato io.
    Cordiali saluti.
    Nicola

    • Francesca ha detto:

      Grazie davvero… è stata proprio Shera a consigliarmi questo film, come le dico sempre ha un ottimo gusto per i film delicati e densi di significato, per cui quando mi cita un titolo mi fido senza tanti problemi. Questo poi era il film giusto nel momento giusto: nella sua semplicità sa dare una visione della vita talvolta ribaltata, talvolta lineare… come dire, anch’io l’ho provato, le tue sensazioni sono le mie. Bellissimo.

    • Francesca ha detto:

      I dolciumi incuriosiscono molto anche me, purtroppo finisco sempre per assaggiarli e finirli. Comunque, sappi che la marmellata pure io pensavo che l’avrei evitata, ma poi ho assaggiato un dolce cinese (mooncake o come dovrebbe chiamarsi, il nome magari non me lo ricordo, ma se lo vedo non ti preoccupare che non me lo faccio scappare) ripieno con quella marmellatina ed era favoloso! Insomma, provare per credere… e se non vuoi lo stesso, me ne farò una ragione 😀

  4. Joseph ha detto:

    Molto bello il tuo articolo e anche molto interessante la tua disquisizione . Complimenti e avanti così. Anche il mio blog si interessa di cucina , mi piacerebbe lo visitassi così che possa esprimere qualche critica , si vede il talento che hai e sfrutto l’occasione in tempo prima che ti perda . 😀 grazie mille in anticipo

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