Marie Kondo / Il magico potere del riordino

Il magico potere del riordino Marie Kondo (8)

Il magico potere del riordino è un libro piuttosto breve: 244 pagine leggibili (e senza nemmeno tanta fretta) nell’arco di un paio di giorni. Scritto da Marie Kondo, promette di trasformare “i vostri spazi e la vostra vita”. Nientemeno. Insomma, dove sta la fregatura? Per quanto mi riguarda, questo libretto ben presentato non mi è sembrato una mera operazione di marketing. Ora, senz’altro qualcuno sarà rimasto deluso, magari aspettandosi un testo infallibile e rassicurante, la pietra filosofale in fatto di economia domestica. Se non siete presenti e disposti a mettervi in gioco, la magia non funziona. Non è quello che si potrebbe definire un “manuale canonico” di gestione domestica. Chi spera poi in chissà quali rivelazioni può tranquillamente passare oltre, perché l’autrice – forse – non farà che ribadire qualcosa che già sapete e che non avete voluto/potuto mettere in pratica.

Il magico potere del riordino Marie Kondo (4)

Per chi se lo stesse chiedendo, Marie Kondo ha una bambina e nonostante questo riesce a tenere tutto in ordine (che si sappia) da sola (forse). Inutile dire che la bambina è vergognosamente pucciosa e osserva molto attentamente la madre mentre piega i vestiti. Ah, c’è anche un sito internet (giapponese o internazionale) in questo turbine di perfezione rosa confetto (com’è carina).

Questa è Marie Kondo. Davvero. Tutto avrei pensato, tranne che fosse così. Una bambina pucciosa di 31 anni. Una bambina pucciosa e apparentemente senza infanzia. Ce lo racconta lei stessa, descrivendo la propria ossessione per la cura della casa dall’inizio (intorno ai 5 anni) fino a oggi: anni di letture, tentativi falliti e litigi furibondi in famiglia. Dato l’argomento del volume, sembra ovvio che la Kondo scriva della sua vita sotto questa angolazione, ma non è così scontato. Se l’autrice sceglie di riportare tanti episodi della propria vita (e da quella di alcuni clienti) è perché considera il riordino  profondamente radicato nella storia di ogni singola persona. Lo stile di vita, difatti, è profondamente condizionato dal modo in cui viene creato ordine e dal rapporto che abbiamo con gli oggetti di cui scegliamo di circondarci, siano essi in misura limitata o eccessiva.

Edizione giapponese Marie KondoUn libro giapponese, per un pubblico giapponese: le stranezze del metodo Konmari. Il metodo che la Kondo ha elaborato consta di tre fasi, generalmente realizzabili nell’arco di sei mesi. L’autrice insiste sulla necessità di portare a termine ciascuna fase nell’ordine in cui è posta e generalmente è piuttosto precisa, ma ciò non deve spaventare: Marie Kondo non detta legge né ambisce a farlo. La maggior parte delle decisioni spetta a noi; il metodo è uno, ma la differenza la sempre fa chi lo mette in pratica. Durante il lavoro nelle case che visita, la Kondo non impone nessuna scelta, lasciando che sia il cliente a manifestare spontaneamente la propria volontà di cambiamento.

casa giapponese tatami

Una casa giapponese con il pavimento in tatami, pannelli rettangolari di paglia di riso, intrecciata e pressata.

Insomma, sui dettagli possiamo discutere, da un lato perché solo noi sappiamo cosa vogliamo tenere nella nostra vita, dall’altro perché le nostre rispettive culture, giapponese e italiana/occidentale, possono essere profondamente diverse. Il magico potere del riordino è un libro giapponese, destinato principalmente a un pubblico giapponese. Le nostre case sono in larga parte strutturate diversamente. Noi difficilmente abbiamo in casa una pavimentazione in tatami; difficilmente sappiamo cosa siano un futon o uno yukata. Persino gli armadi seguono una concezione diversa, sono più che altro delle cabine armadio, talvolta con ante in tessuto e molto capienti. C’è poi il fatto che la Kondo consiglia di sbarazzarsi di documentazione come bollette già pagate, buste paga e altro, ma trattasi di pratica suicida in un paese come il nostro.

Sailor Mars

Una tipica sacertotessa shintoista totalmente a caso

La differenza culturale diventa tanto più manifesta quanto più ci addentriamo in aspetti più spirituali, meno tangibili. Marie Kondo è stata per qualche anno sacerdotessa shintoista e questa impostazione permane in alcuni aspetti. Capita che la Kondo tratti di amuleti shintoisti, gli omamori; noi siamo esclusi dal discorso, non avendo in Italia niente di assimilabile. Il tono della spiegazione rimane serio e puntuale, toccando argomenti che vanno da fatti di utilità comune a piccoli precetti di galateo.

Innanzitutto, gli amuleti non sono una cosa che si compra ma che vi viene affidata. […] Il modo migliore per usare un amuleto è portarlo sempre con voi. Potete appenderlo insieme alle chiavi, metterlo nel portafoglio o agganciarlo a un’agendina ad anelli. Ma nel caso in cui durante l’anno abbiate visitato molti santuari e possediate quattro o cinque amuleti, c’è un limite a quelli che potete portarvi dietro. Se andate in giro ostentandone troppi, non solo non ispirerete simpatia in nessuno, ma rischiate di sembrare “alla disperata ricerca di una relazione” (il che puo’ spaventare un potenziale partner).

[Marie Kondo, Il magico potere del riordino. Vallardi, 2014. Pp. 195-6]

Esiste poi un lato più rituale del metodo della Kondo, che per taluni può rasentare l’inverosimile, la concentrazione sull’interazione fra persona e ambiente/oggetti mediante un saluto alla casa.

La prima cosa che faccio quando vado da un cliente è salutare la sua casa. Mi inginocchio sul pavimento al centro della casa e mi rivolgo a lei nella mia mente. Dopo una breve presentazione che include il mio nome, cognome, indirizzo e professione, le chiedo aiuto nel creare uno spazio in cui la famiglia che ci abita possa trascorrere una vita felice. Poi mi inchino. È un rito silenzioso che occupa soltanto un paio di minuti ma fa sì che i miei clienti mi rivolgano strane occhiate.

Questo rituale prende spunto dal rito delle visite al santuario shintoista. L’atmosfera densa di aspettative che si percepisce nel momento in cui i clienti aprono la porta di casa mi ha sempre fatto pensare alla sacralità del momento in cui si varca l’entrata del tempio e si accede all’area sacra. Forse è questo che mi ha ispirata a celebrare questo rituale.

[ivi, p. 226]

La casa è secondo Marie Kondo un’estensione della nostra persona. È forse più “accettabile” e quasi romantico per un occidentale pensare al katana come estensione di un samurai, alla spada come un oggetto che racchiude un’anima. Relazionare la medesima cosa a un’abitazione potrebbe essere meno allettante, ma fondamentalmente non siamo così distanti. Tuttavia, non è qualcosa che dobbiamo imporci, non è una regola. Possiamo tranquillamente evitare di salutare la casa quando rientriamo o di ringraziare le scarpe quando le togliamo, ma non dovrebbe sfuggire il valore di fondo che veicolano questo tipo di azioni. Il rispetto per quello che possediamo può essere un valore, così come è importante scegliere di “scegliere” e non semplicemente di “accumulare”. È un buon punto di partenza per capire cosa vogliamo tenere con noi e cosa vogliamo veramente, senza mentire a noi stessi o farci condizionare.

…ma passiamo al metodo.

° Metodo Konmari °

  • Prima fase. Pensare all’ideale di vita cui aspiriamo.

Il riordino è un’operazione radicale e viene compiuta una volta nella vita, per cui è necessario capire perché lo si voglia compiere. Inoltre, è necessario fermarsi e capire quali siano i caratteri dell’ambiente in cui desideriamo vivere. Senza andare alla radice delle proprie necessità non si può andare oltre, perché le operazioni seguenti necessitano di consapevolezza. Le risposte alle domande che ci porremo potrebbero essere l’inizio di un cambiamento, anche personale. Tutto parte da una ridefinizione di se stessi.

Trovarsi in una stanza pulita e ordinata ci obbliga a confrontarci con le nostre emozioni e la nostra interiorità. Ci fa notare quei problemi che abbiamo sempre cercato di eludere e ci costringe, volenti o nolenti, ad affrontarli. Nel momento stesso in cui inizierete a riordinare, sarete costretti a resettare la vostra vita e di conseguenza questa comincerà a cambiare radicalmente. […]

Il riordino non è il fine, ma solo il mezzo, il vostro vero obiettivo dovrebbe essere quello di realizzare lo stile di vita che desiderate una volta riordinata la vostra casa.

[ivi, p. 35]

  • Seconda fase. Concentrarsi su quello che si desidera conservare, prima che su quello che si deve/vuole buttare. Si esaminano gli oggetti raggruppandoli in categorie, scartando tutto ciò che non suscita alcun sentimento nel suo possessore.

La lettura di “Suteru!” Gijutsu (meglio noto in Italia come L’arte di buttare via) di Nagisa Tatsumi è stato un punto di svolta per la Kondo. Dopo anni di ordine precario, fatto semplicemente cambiando di posto gli oggetti, la donna inizia a pensare di doversi disfare del superfluo. La seconda fase del metodo è solo apparentemente semplice: buttare tutto ciò che non apprezziamo, tutto ciò che non ci ispira gioia, tutto ciò che in definitiva non ci serve.

[…] la maggior parte della gente elude quello che è il “riordino eccezionale” e si ostina a vivere in case che sono a tutti gli effetti ripostigli, conducendo giorno dopo giorno un’esistenza all’insegna del “riordino quotidiano”: più riordinano, più la casa è in disordine, e così si trascinano gli anni e poi i decenni.

[ivi, p. 45]

Ora, a dar retta a lei, sembra che in casa non ci debba rimanere niente; nel dubbio, di solito consiglia di buttare. La situazione non è così radicale, in realtà; nemmeno la regola del “dare emozione” può essere presa alla lettera, come nel caso di documenti importanti (cartelle cliniche o bollette non danno tutta questa gioia) o strumentazioni/abiti da lavoro. Tutto il resto dipende da noi e non è detto nemmeno che quello che gettiamo debba finire nella spazzatura; la Kondo non lo specifica, ma dubito che crei qualche problema ricorrere a mercatini dell’usato o enti benefici, cui rispettivamente vendere o donare ciò che non vogliamo più.

Su qualcosa, però, Marie Kondo è molto precisa. Liberarsi degli oggetti significa liberarsi degli oggetti, non spostarli; è fortemente sconsigliato quindi mollare oggetti a parenti, amici o genitori. Sempre per lo stesso motivo, la Kondo raccomanda di non lasciare che i familiari vedano gli oggetti che state buttando.

Non far vedere ai familiari quello che avete eliminato, oltre a essere una premura nei loro confronti, è importante  soprattutto per evitare che si facciano carico di cose che non servono, di cui hanno fatto a meno finora. Se inavvertitamente doveste mostrare loro ciò che avete intenzione di buttare, per un senso di colpa verso uno “spreco” del genere si sentirebbero obbligati a recuperare qualche oggetto dal mucchio, aumentando così le cose inutili che possiedono. […] Si verifica spesso che le madri recuperino gli abiti eliminati dalle figlie, ma poi raramente li indossano. […] Ovviamente non c’è niente di male nel fatto che un membro della vostra famiglia utilizzi qualcosa che voi non adoperate più. Se vivete insieme, prima di riordinare chiedete se hanno bisogno di qualcosa di specifico e se mentre riordinate vi imbattete proprio in quella cosa, regalategliela.

[ivi, pp. 68-9]

Dividere in categorie. Marie Kondo suggerisce di riunire in un solo punto tutti gli oggetti appartenenti a una singola categoria, in modo da vedere con un solo colpo d’occhio quale sia l’entità di ciò che possediamo. Le categorie sono poste in una sequenza fissa, che va dai vestiti (più semplici da selezionare) fino ai ricordi personali. Il suo consiglio è di buttare tutto a terra, ma per l’appunto siamo carenti in tatami e forse è preferibile fare il nostro mucchio su un letto. Posso personalmente garantire che l’effetto che farà il cumulo di roba sarà ugualmente notevole.

I vestiti sono un’ottima categoria da cui cominciare poiché hanno un “fattore rarità” generalmente basso. Al contrario, ricordi come fotografie e lettere, oltre al valore affettivo, sono unici nel loro genere, perciò difficili da buttare: lasciateli per ultimi, soprattutto le fotografie, che spuntano in posti insospettabili […] anche quando vi state occupando di altre categorie. [In conclusione,] l’ordine è questo: prima i vestiti, poi i libri, in seguito le carte, gli oggetti misti [Kodomo] e in ultimo i ricordi.

[ivi, p. 65]

Il coprispalle di tessuto peloso viola: una storia di amore e minacce di morte. Prendiamo in considerazione una delle cose più inutili del mio personale cumulo di vestiti: il coprispalle. La possibilità che io esca di casa con le spalle scoperte e che abbia necessità di indossare uno di questi cosi viene data da alcuni dei più importanti siti di scommesse on-line con la possibilità di 1:6.000. A dispetto di questa amara constatazione, ho contato qualcosa come dieci coprispalle:

  • Due bianchi (uno lucido sinteticissimo, l’altro opaco, di cotone e in via di disintegrazione).
  • Tre neri (di cui uno di cotone opaco che fa il paio con quello bianco di sopra, non per nulla si sta disgregando).
  • Uno viola decorato da nastro di seta (colore, vestibilità e suddetto nastro lo rendono ineliminabile).
  • Uno viola di tessuto spelacchiato (talmente bello da avermi fatto rivolgere minacce di chissà cosa nel caso l’avessi indossato. Non ricordavo nemmeno di averlo comprato e certamente non me ne vanto).
  • Uno viola tendente al blu, di lana.
  • Uno beige (estremamente poraccio, anche lui ci sta lasciando e mi sta pure stretto).
  • Uno rosa (il vero pezzo forte, una roba orrenda che ricorda pericolosamente un centrino, non so perché non l’abbia defenestrato prima. Avevo rimosso l’esistenza anche di questo).

Che cavolo ci faccio con tutti ‘sti coprispalle? alcuni fra l’altro sono impossibili da mettere e l’unica emozione che danno è la paura di indossarli. Eppure qualcuno magari era stato regalato, un paio magari potevano avere sfumature leggermente diverse, lunghezze diverse da abbinare all’uno o l’altro outfit (seee vabbé). Morale della favola, coprispalle men che dimezzati. Alcuni avevano almeno 10 anni e mi stavano stretti sulle braccia; sono stati buttati perché francamente non li avrei potuti cedere a nessuno senza attirarmi qualche improperio. Il coprispalle di cotone viola (quello col nastro) ha sì anche lui una decina di anni, ma mi sta bene, è in ottime condizioni e mi piace. La logica applicabile ai coprispalle va estesa a tutte le classi di vestiario, senza preoccuparsi troppo della loro provenienza, fossero regali o chissà che altro.

I libri? Non sono ancora arrivata a questo punto, ma ho il sospetto che interverrò ben poco. La Kondo, sorprendentemente, tratta i libri come se fossero oggetti semplici e questo destabilizzerà qualcuno. I suoi primi tentativi di ridurre la mole libresca in casa sono qualcosa di sanguinario. Intendiamoci, per me è una barbarie già prendere il segno piegando un angolo delle pagine, per non parlare di quando vedo libri imbrattati con l’evidenziatore… Sapere che la Kondo ha strappato delle pagine per riunirle tutte insieme in un raccoglitore, mi ha lasciato più che perplessa. Non ho letto tutti i libri che possiedo (e continuo a comprarne), ma non sono d’accordo con la Kondo quando afferma che quei libri quasi sicuramente non li leggerò mai. Fahrenheit 451, per citarne uno, ha aspettato anni prima di essere letto, e come lui moltissimi altri. Non sono d’accordo nemmeno con il pensiero che, una volta letti, dei libri possiamo anche sbarazzarcene. Consulto spesso e volentieri libri letti anche due, tre volte, romanzi come Brave new world o saggi come Massa e potere.

Quando riordinate, quello che conta è sapere di cosa avete bisogno e questo può comprendere i libri. Siamo perfettamente liberi di non seguire i consigli della Kondo in questo ambito, senza togliere niente al valore del suo metodo, a patto che le nostre scelte siano scaturite da noi stessi. Se io non mi libererò di molti libri sarà solo perché ci tengo, non perché il libro sia un oggetto sacro a prescindere. Qui si parla di libri, ma al posto dei libri potete sostituire quello che meglio credete. I regali, per esempio. Il capitolo sui regali è interessante, quasi liberatorio. Non esiste niente che non possiamo riconsiderare, possiamo mettere in discussione tutto, assolutamente senza sensi di colpa o paura di sprecare. Riesco già a vederlo con i vestiti: quello che rimarrà, lo apprezzeremo e utilizzeremo ancora di più. Sono ormai più che certa che lo spreco non sia tanto il buttare quanto, alla radice, l’aver acquistato o tenuto qualcosa che intimamente sapevamo che non avremmo mai usato o apprezzato.

  • Terza fase. Riorganizzazione: a ogni cosa il suo posto.

Il magico potere del riordino Marie Kondo (6)Riguardo l’ultima fase c’è poco da dire, io non ci sono ancora arrivata (sono ancora in alto mare), ma sicuramente dopo le prime fasi qui è tutta discesa. Parte meno corposa, forse, contiene alcuni consigli su come sistemare gli oggetti anche nella pratica, anche con tecniche di piegatura.

Il magico potere del riordino Marie Kondo (1)

Annunci

83 pensieri su “Marie Kondo / Il magico potere del riordino

    • Francesca ha detto:

      Grazie 🙂 questa è “la base”, certamente. Da lettrice, ho trovato un certo vantaggio nel riflettere su certi comportamenti legati al possesso degli oggetti proprio grazie all’autrice, che talvolta è persino troppo radicale e aiuta a non farsi prendere troppo dai pensieri quando si tratta di tenere roba in casa che non ti serve. Il capitoletto sui regali è interessante per questo. Ci stiamo sempre a chiedere che farsene di cose che magari non ci piacciono e che ci sono state regalate per tradizione, magari da chi non conosce affatto i nostri gusti. Per non offenderle facciamo tutta una serie di cose, come il tenere decine di bomboniere in bella vista nei mobili o piatti atroci appesi al muro. Indipendentemente dall’utilità complessiva del metodo, ho trovato questo libro molto liberatorio e dal mio piccolo saggio, questo non traspare, non quanto vorrei.

  1. stravagaria ha detto:

    A me sembra di non far altro… 🙂 in realtà credo che ciascuno di noi sappia per esperienza che fare ordine esteriormente aiuta anche a chiarirsi negli obiettivi, a lavorare meglio e a gettarsi alle spalle il passato e qualche inutile zavorra. Spesso tuttavia mi è capitato di gettare cose che anni dopo mi sarebbero state utili… più che magico potere del riordino, mancanza di spazio 🙂

    • Francesca ha detto:

      Dillo a me… a volte mi prendono delle crisi distruttive in cui prendo roba e la butto, magari cose che sono giorni che le squadro pensando che non servono, o sono orrende, o sono inservibili. Infatti penso che di fondo, Il magico potere del riordino non faccia che ripetere cose che già sappiamo, non tanto banalità, quanto fatti appunto risaputi ma non completamente messi in pratica. Questa logica l’ho bene o male sempre applicata, ma leggere qui che niente è intoccabile mi ha rassicurato e liberato da una serie perniciosa di sensi di colpa. E ti ci voleva questo? qualcuno chiederà (giustamente fra l’altro). Forse, o forse no, ma mi ha fatto sentire “meno sola” in ciò che penso.

  2. gianni ha detto:

    Il tuo stile è magnifico, come ti ho scritto già innumerevoli volte, e se non l’ho scritto in modo eslicito è solo perché la fase degenerativa del mio cervello è ad uno stadio di avanzamento grave. Questo per dire che adoro quando sei in forma come in questo caso e fai di queste recensioni! Recensione che mi dà lo spunto per una riflessione che espongo qua sotto.
    Di autori giapponesi ne ho letti tanti, mi piace il loro stile che, se anche mediato dalla traduzione, ritengo meravigliosamente essenziale. Ciò che non amo degli “ultimi” cioè i più recenti è il nocciolo del libro stesso: asettico e estetico. Per molti di questi autori la forma è sostanza e con la forma essi dichiarano, mostrano, la sostanza. Ma? Ma non mi interessa ciò di cui si occupano. Oh come si fa? 🙂
    Forse è troppo diverso dal mio modo di essere e anche da quello del giapponese come umano – ma qui prendimi con le molle son commenti di uno che antropologo non è! – perché sotto sotto anche loro alla fine non sono davvero così giapponesi come vorrebbero fare credere… ma 2.000 anni di indottrinamento li rendono come la tipa del libro, che segue un percorso mentale a me estraneo.
    Riguardo il coprispalle è un classico indumento da aria condizionata, tipico di ogni donna che abbia solcato mari, alberghi, treni, cieli! Una donna senza coprispalle e raffreddore non è una donna! Ultimamente viene sostituito dal foulard, anche d’estate con 41 gradi e umidità 100%. A che cosa serva non so, perché di normale è traforato quando non di cotone \ velo (si, come la carta igienica) e per quel che ne so è ottimo nell’impigliasi in portiere, cerniere, maniglie… 😀
    Ma è una cosa talmente femminile da renderlo indispensabile e perciò perché te ne disfai?

    🙂

    • Francesca ha detto:

      Io i giapponesi li ho conosciuti (vabbé conosciuti è ‘na parola grossa) leggendo un libretto che vorrei tanto rileggere e che non trovo, scritto da Ruth Benedict – mi pare – per far conoscere alle truppe ammeregane il popolo giapponese nel dopoguerra: Il crisantemo e la spada – modelli di cultura giapponese. Mi pare che una delle cose che trovai in quel libro fu una spiegazione visuale di come sono loro, così impostati ed estranei. Pensa a un bonsai nel suo vaso, è un giapponese nato e vissuto in Giappone. Un giapponese che espatria è un bonsai trapiantato in un vaso immensamente più grande. Ecco, da quel momento non potrà in nessun modo, se non a prezzo di pesanti mutilazioni, rientrare nel vaso originario. Se anche ci tornasse, sarebbe solo un alberello ormai cresciuto, con radici infinitamente più piccole di quello che gli serve, rovinato pressoché per sempre. Nemmeno io sono un’antropologa, ma la Benedict si, anche se ormai il suo testo è un po’ datato. Credo che loro siano giapponesi e unici nelle loro stranezze, è la loro cultura, forgiata da secoli di isolamento consapevole e anche forzato. Hanno fatto propri concetti e oggetti (come le spade coreane, da cui produssero i katana creando un loro metodo di produzione a metà fra spirituale e tecnologico) rendendoli unici. Credo che sia profondamente difficile entrare nella loro mentalità e se persino loro quando se ne allontanano trovano difficoltà, per rigidità e quant’altro, immagino quanto debba essere complesso per noi. I loro percorsi mentali ci saranno sempre estranei, possiamo avvicinarci però, a patto che siamo disposti ad accettare che siano una cultura a parte. La Kondo è stranissima da un lato, molti l’hanno ridicolizzata e che dire… a volte presta un po’ il fianco… ma è la sua cultura e l’unica cosa che possiamo fare è prendere quanto possa essere utile per noi. Come i libri degli autori giapponesi. Sto pensando di rileggere una cosa di Mishima. L’ho sempre odiato Mishima. Perché? perché non amo il suo concetto di eroismo, volendo. Come non ho amato né sentito rispetto per il soldato giapponese rimasto solo sull’isola deserta dopo la seconda guerra mondiale… mi ha solo fatto tristezza. Insomma, mi sto riavvicinando. Ci sto trovando qualcosa di diverso, forse, forse perché sono cambiata io. Hanno una cultura unica al mondo e posso capire che susciti sentimenti contrastanti, a volte senza nemmeno capire il perché e il come. Posso anche capire che non possiamo adattarci, noi, alla loro cultura, anche se adesso sarà indubbiamente cambiata dalla seconda metà del ‘900. Poi, te l’ho detto, questo lo scrivo di cuore, per affetto nei confronti di quella cultura, ma sono informazioni di seconda mano. Guarda le due copertine del libro: quella occidentale è tutta come noi dipingiamo i giapponesi (zen, la ciotola, bilanciamento visivo, minimalista ma non troppo), quella orientale è destinata a una cultura orientale e… non serve descrivere quanto sia diversa, kanji a parte.

      ps. sui coprispalle… me ne disfo perché non mi stanno… l’effetto insaccato non è che sia tanto femminile 😀 e poi dai, ne ho altri, più comodi e meno distruttivi per l’immagine

    • sherazade ha detto:

      Gianni sei ‘magico’ anche te….mi hai tolto altre castagne dal fuoco!
      Ecco il vantaggio di arrivare ultima in discorsi tanto bene articolati.
      sherabbraccircolarimavoinoncircolatestatepure

  3. Nicola Losito ha detto:

    Le prime tre domande che mi sono venute in mente leggendo questo post è se io sono una persona ordinata, se amo l’ordine e se conosco la cultura giapponese. Essendo un appassionato di Murakami (ho letto tutti i suoi 22 libri) dovrei dire che del Giappone ne ho la conoscenza (parziale) che mi viene attraverso la lettura di quel solo grande autore. Così a occhio, non mi sembra molto allegro il mondo giapponese se penso all’accettazione del suicidio come metodo per risolvere problemi complicati, ma anche non arrivando a quest’eccesso, sono convinto che il loro tenere in ordine la propria vita, la propria casa, il conservare a ogni costo il posto di lavoro siano cose tutte positive ma che non sempre si adattano perfettamente a gente estrosa come è, in genere, la popolazione italiana. Ovviamente è sempre sbagliato generalizzare, ma se penso ai miei tre figli e alle loro case solo una su tre riesce ad avere una vita ordinata e una dimora abbastanza in ordine. Se la prima potrebbe essere interessata a leggere il libro di Marie Kondo, gli altri due me lo tirerebbero dietro se glielo regalassi. Per quanto mi riguarda, posso dire di essere una persona ordinata con le mie cose (cose=libri, fumetti, computer, manuali per pc) in quanto sono un collezionista e poi mi piace tenermi aggiornato con l’informatica. Tutto il resto della casa ce l’ha in carico quella santa donna di mia moglie che, lei sì, è ordinata e sa come fare ordine. Quindi lei non credo abbia bisogno di aiuto da un manuale. Un argomento su cui non concordo con la simpatica Kondo e nemmeno con mia moglie è l’eliminazione dei vestiti vecchi. Essendo un falso magro (c’è chi dice che sono grasso…) o meglio, che la mia corporatura è una fisarmonica, cioè cambia in più o in meno da un anno all’altro. Ho quindi abiti che uso quando sono in sovrappeso e abiti per quando sono in forma: quindi come posso decidere quali buttare?
    A parte queste (banali) considerazioni, ottima la tua recensione e l’approfondimento relativo sul testo della signora Kondo.
    Cordiali saluti.
    Nicola

    • Francesca ha detto:

      Secondo me nessuna considerazione è banale – quasi per definizione. Fra l’altro ho una concezione strana del “banale”, solitamente connotato negativamente. Io amo la banalità, cela sempre quel non detto dato per scontato, che poi si rivela essere fra le poche verità che possediamo, ma che finiamo con l’ignorare.
      Giappone e Italia sono due realtà diversissime, leggendo in giro ho notato che molti si sono sentiti “attaccati” da certi contenuti, forse un po’ radicali. Lo posso capire. Molti userebbero volentieri questo libro come oggetto contundente 😀 che poi, non c’è nulla di vincolante… Se tu sai che hai necessità di vestiti per determinati motivi, nessuno ti vieta di tenerli, anzi, è bene essere consapevoli di quello che serve. Sarà perché ho avuto a che fare con persone che hanno una certa tendenza all’accumulo, che ritengo una gran cosa avere coscienza di questi aspetti? Con le persone non si può dare nulla per scontato, alcuni hanno seri problemi a liberarsi di oggetti non più utilizzabili, nel senso di “distrutti” fisicamente. Vengono buttati in un angolo e dimenticati, ma continuano a occupare spazio.

  4. crimson74 ha detto:

    Il mio concetto di ‘ordine’ è: se cerco una cosa, devo impiegare il minor tempo possibile a trovarla (e ti assicuro che con i cumuli di fumetti, cd, libri e quant’altro che ho a disposizione, la cosa non è affatto scontata); detto questo, non ho mai creduto a questo tipo di manuali, che alla fine tra l’altro sottintendono più o meno il principio dell’ognuno trovi la sua strada (e non serve spendere dei soldi per capirlo); la differenza culturale maggiore, è che i giapponesi hanno meno spazi di noi, e quindi per forza di cose sono costretti a razionalizzare lo spazio; noi per contro, spesso lo spazio lo utilizziamo male. Forse il libro può avere una sua utilità nello spingere a fare repulisti e a liberarsi del superfluo… ma in fondo anche la casa è superflua: vivere in un furgone sarebbe il massimo dell’essenziale… e non paghi manco l’IMU, la Tasi, il condominio, etc… 😀

    • Francesca ha detto:

      A pensarci bene andrebbe eliminata veramente pure la casa, ci sarebbero molti meno problemi 😀 un po’ radicale ma indubbiamente efficace… non fa una piega 😀

  5. Zeus ha detto:

    Non penso sia il libro per il sottoscritto… ma forse sbaglio.
    Ma la tua recensione è puntuale, chiara e mi lascia questo sospetto: tengo il mio casino, ma è un casino ordinato, tranquillo, senza grilli per la testa eheh.

    • Francesca ha detto:

      Mmh… forse non ti sbagli 😀 da un lato non sarebbe stato nemmeno un libro per me, ho provato a leggerlo quasi per caso e ne ho lasciato una recensione solo perché era un tema che non avevo mai trattato. Figurati che leggendolo mi ero convinta che la Kondo (tutti la conoscevano tranne me, pare) fosse una signora ben oltre la mezza età, magari un po’ rompiballe, ma tutto sommato simpatica. Una di quelle che ti accoglie in casa con un sorriso e ti offre una tazza di tè, per intendersi. Questo per dirti quanto ne avessi capito. Siamo due mondi a parte io e questo libro, ma qualcosa mi ha dato e ne sono felice.
      E se nel tuo casino ci stai bene, non farti troppi problemi… puoi passare oltre tranquillamente 🙂 ordinato o non ordinato che sia

      • Zeus ha detto:

        Questo libro mi “perseguita” quando entro in libreria. Mi perseguita perché lo spostano in varie parti della libreria, in scaffali più o meno visibili o “a tema”, ma io me lo ritrovo sempre davanti.
        A volte mi chiedo se devo interpretarlo come un segno del destino o solo il fatto che mi ricordo dov’è e, di conseguenza, vado nel posto e lo vedo.
        Poi c’è da dire una cosa, e tu l’hai sottolineata bene nella tua recensione (vorrei saper recensire io i libri così, vabbeh, è un complimento il mio, prendilo uscito così!): il Giappone e l’Italia sono due mondi diversi, ma mooooolto diversi. Qualcosa puoi portartelo via, rubarlo e tenerlo da parte… ma è difficile riuscire a far quadrare il cerchio in una società che risponde ad altri impulsi, ad altre abitudini etc.

        • Francesca ha detto:

          Di solito ciò che mi spinge a rifiutare di leggere un libro è proprio l’insistenza con cui cercano di propinartelo, stranamente in questo caso è stato il contrario. Vagavo su youtube cercando informazioni su tutt’altro (una roba chiamata Bullet Journal, molto meno marziale/militare di quello che sembra), finché non mi imbatto in video di ragazze che parlano della Kondo. Decido di cercare il libro, senza saperne quasi nulla. In libreria non lo trovo. Dalle mie parti si dice “non trovi l’acqua in Arno”, non per nulla era sotto il mio naso giusto giusto appena entrata. Il libraio rincara la dose: “Ah, questo! lo comprano in tantissimi… pure io lo vorrei leggere, ma sa com’è, mi fa un po’ paura. Mi tengo il mio disordine”. Grosso modo è andata così. Nei miei riguardi questo libro è stato abbastanza discreto, ma se con te continua a essere insistente è perché dietro ha una specie di macchina da guerra da marketing. La Kondo ha fatto anche un’intervista a Radio Deejay (http://www.deejay.it/ospiti/come-ho-iniziato-a-riordinare-marie-kondo-a-pinocchio/426005/) e LaPina nel suo blog ha creato una sezione apposta per chi desidera entrare nel “tunnel Kondo”. Era un fenomeno abbastanza delirante senza che me ne accorgessi, ma nel tuo caso non parlerei di segno del destino 😀 tienti stretto il tuo caos controllato… Per me è troppo tardi, sono sempre stata abbastanza maniaca dell’ordine, ma non come i giapponesi eh. Sono davvero un mondo, un universo a parte.

          ps. grazie del complimento 😀

          • Zeus ha detto:

            Mi fido sulla parola sul Bullet Journal, anche se suona come Gazzettino del Kalashnikov ehehe.
            Perciò tu lo cercavi e non l’hai trovato. Io non lo cerco e continuo a trovarmelo davanti al naso. Fortunatamente che la libreria in cui vado è gestita da mie amiche… perciò non penso una subdola motivazione di marketing per farmi comprare un libro di cui sono incuriosito più dal nome che dal contenuto (che è già tanto, intendiamoci. A guardare gli scaffali delle librerie vengo preso dallo sconforto esistenziale).
            Il “tunnel Kondo”…ahah… sembra una cosa brutta. Una di quelle che necessitano i 12 passi e tante riunioni in cui ci si alza, rossi in faccia e “la pezza” sotto le ascelle (perdomami, ma nell’immagine generale ci stava), e si dice “Buongiorno, sono XXXXX e ho comprato il nuovo libro di Marie Kondo”.
            “Ciao XXXXX, ti siamo vicini”.
            Ecco, una cosa simile.

            Intendiamoci, non è che vivo come un barbaro eh. Anzi. Ma riordinare in base a principi troppo logici mi inquieta, ho già abbastanza deviazioni mentali mie (ahaha – non per nulla ho il nick Zeus, mica Piero Pipetta…) non serve aggiungerne altre in salsa di soia 😀

            • Francesca ha detto:

              Lo ammetto, Gazzettino del Kalashnikov suona benissimo e credo che lo utilizzerò come titolo per il mio Bullet Journal 😀 che poi bullet sono le liste puntate, valli a capire ‘sti ammeregani…
              Sul marketing, sicuramente non lo faranno per circuirti 😀 vedrai che però un pochino premono in Italia in generale, ora che ci faccio caso lo vedo da tutte le parti ‘sto libro, mi pare anche in alcuni supermercati.
              L’attenzione che ha suscitato questo libro è notevole e se ti guardi intorno è un po’ come dici tu scherzando, davvero da riordinatori anonimi, tanto c’è sempre qualcuno disposto a trasformare qualcosa di umano in una mezza setta. Su Youtube ho notato ragazze che già seguivo mostrare i loro progressi dopo la lettura del libro in modo intelligente, magari non troppo radicale come previsto nel metodo. Molti riescono nel tentativo di adeguare e adeguarsi, ma a volte si assiste a vere e proprie faide al limite del drammatico, roba da #teamKondo e #teamFlyLady, non scherzo. C’è questo metodo made in USA chiamato Fly Lady, che prevede che per un mese devi stare dietro tipo a una scaletta, fatta di impegni in casa, fuori casa… che poi non ci ho capito manco nulla, bisogna iscriversi su un sito e fare come ti dicono loro. Loro chi? boh,io per l’appunto non ci ho capito nulla e se non era per le ricerche sulla Kondo ne avrei bellamente ignorato l’esistenza. Fatto sta che una sera leggo ‘sto blog di una ragazza che massacra la Kondo perché troppo ridicola, tutta riti giapponesi; nei commenti, una lettrice scrive che tutto sommato quel metodo non le era dispiaciuto e l’autrice della recensione le consiglia FlyLady. La commentatrice di cui sopra risponde una roba tipo “trovi ridicola la Kondo e segui FlyLady? quella sì che è una setta! col cavolo”. Poi, oh, al massimo ho provato il metodo Kondo e anche se non sono arrivata nemmeno a metà percorso, finora mi sono trovata bene senza troppi fanatismi… anche se a qualche riunione dei riordinatori anonimi uno di questi giorni potrei anche andarci 😀

              • Zeus ha detto:

                Io lo dico subito, a scanso di equivoci: quando inizierai il tuo Bullet Journal (che è la listatura, ma forse ricorda la cartuccera, vai te a capire cosa passa dentro la testa dei possessori di fucili nella Big Apple) e lo chiamerai il Gazzettino del Kalashnikov, voglio i diritti. O, almeno, la citazione. O, se proprio, una sbeffeggiatura sotto del tipo “ahaha, questo titolo me l’ha consigliato Zeus e adesso glielo frego! Deritelo con me! ahaha”. Una cosa sobria e tranquilla.
                Sì, il marketing sta spingendo molto su questo. Secondo me perchè sulla Tv stanno facendo vedere, insieme alle ricette di cucina, anche una serie di programmi sul “Fine Living”, sull’arredamento, su come avere più spazi e trasformare una canedese lercia in una canadese pulita (tanto una tenda rimane, per quanto ci metti dentro incenso, birra e sedie a sdraio!).

                Adesso che mi ci fai pensare. Questa cosa dei Team è una deviazione che mi preoccupa. A parte il fatto che non sospettavo neanche che ci fossero i #teamKondo e i #teamFlyLady, l’essere così ultras da parteggiare per delle filosofie di riordino è preoccupante. Ma penso che sia un po’ il sale della vita (citazione a caso di libri e film). Perché si vede in tutti gli ambiti dell’arte (giusto per rimanere in termini molto elevati, di calcio non mi metto neanche a parlare): “io sono per questo”, “noooo, non capisci niente, io sono per quello”.
                E poi scopri che sono la stessa cosa – succede spesso.

                Mi devi spiegare cos’è questa cosa delle FlyLady, giuro, mi incuriosisce. Non entrarci e neanche aderire alle sette (al massimo vengono create sette per me… ahah… questioni di ego che ho già spiegato poco sopra), ma tu ormai sei entrata nel circolo vizioso e stai scavando nel turbamento dell’animo umano.

                Ma tu ti sei trovata bene perché hai già detto che, in partenza, sei ordinata 😀

                • Francesca ha detto:

                  La cosa del Team sarà pure una forzatura, ma nemmeno tanto, anzi, mi sto chiedendo come sia possibile che un sistema di organizzazione dell’ambiente personale possa far raggiungere tante e tali varietà di reazioni. Mi sono presa tempo per pensarci, soprattutto dopo aver dato uno sguardo al metodo FlyLady. Il metodo della Kondo fa la stessa cosa del FL (FlyLady), ti dice quello che devi fare, ma in modo più blando. Le redini della cosa le tieni sempre tu, al punto tale da sembrare un sistema “inesistente” o, per dirla in altre parole, “banale”. Il metodo FL ti dice quello che devi fare, punto e basta. Funziona così (da quanto ho capito): ti iscrivi a una newsletter, poi per un mese fai ogni giorno un’attività principale chiamata “baby step” e alla fine del periodo puoi iniziare a fare riferimento alle mail che ti arrivano. E fare quello che c’è scritto dentro, in pratica. Puoi sviluppare tu delle routine come meglio ti torna, settimanali, giornaliere o mensili, ma le mail della newsletter sono un riferimento. Il primo “baby step” è la pulizia del lavabo di cucina. Il tutto, fatto settando un timer sui 15 minuti per ciascuna attività. Non vorrei aver capito male, ma si consiglierebbe, a tempo finito, di interrompere tutto e tanti saluti. Non so te, ma la trovo una cosa abbastanza aberrante e posso capire quando c’è chi l’ha definita una mezza “setta”. Senza fare una cosa in prima persona si capisce poco e io senz’altro avrò capito poco, ma di primo acchito direi che non lo sceglierei per darmi un indirizzo nell’organizzazione. Se la Kondo ti consiglia cosa fare, qui mi sembrerebbe di avere una voce continuamente nell’orecchio. Devo costruire una routine con moduli prestabiliti, vincolata a tempi determinati. C’è anche chi la definisce “una droga” questa cosa. Se vuoi farti un’idea (te lo dico, non farlo, è meglio) vai sul sito italiano (http://flyladyitalia.blogspot.it/) e vedrai. Concludendo, se qualcuno ha una brutta reazione con la Kondo, non oso immaginare con questo metodo statunitense. Sinceramente, una cosa del genere mi fa paura. Ci potrei anche fare dell’ironia, ma sarei spaventata ugualmente. L’adesione piena all’uno o l’altro metodo, il bisogno di competere a tutti i costi (anche contro il tempo), mi fa pensare a quanto si possa aver bisogno di qualcuno che ci dica che cosa fare eliminando lo sforzo di pensare. Non so se mi faccia più paura o tristezza. Potrebbe anche rispondere a una necessità di identificazione, non sarebbe molto diverso ma forse più comprensibile. Già, un po’ come nelle squadre di calcio, dici bene 🙂

                  Ps. Il gazzettino del Kalaschnikov potrebbe seriamente diventare una realtà 😀

                  • Zeus ha detto:

                    Sono andato a curiosare sul link che mi hai dato. Secondo me è così che nascono:
                    a) i regimi
                    b) Scientology.
                    Si può dire “regimi” e “scientology” sul tuo blog? Se no taglia e cambia con qualcosa di diverso 😀
                    Tornando seri. Ho leggiucchiato e mi sono reso conto che sono proprio regole. Diventa un modo di vivere così “pressante” da assomigliare ad una dipendenza. E questo tipo di dipendenze mi “spaventano” perché annullano la coscienza e la capacità di pensare in autonomo. Se deleghi ad un’altra persona l’organizzazione della tua casa e, in secondo luogo (o stiamo parlando di evento principale?), della propria vita non è una cosa pericolosa?
                    Ok, dopo hai la giustificazione per dire: “non volevo” (ok, sto estremizzando, ne sono conoscio), ma è comunque una cosa pericolosa. Molto pericolosa.
                    Sarà che sono contro tutte le cose/organizzazioni/religioni/sette/poliche etc etc che ti limitano la capacità di pensare in autonomia (ma, leggendo il mio blog, direi che questo era abbastanza palese… il mio essere contrario, non il fatto che penso ahahahahah).
                    Ho visto i baby step… che poi sono delle piccole dosi di droga per arrivare al culmine della dipendenza (oggi ce l’ho con la dipendenza… no, non sono un fattone).

                    PS: se realizzi Il Gazzettino del Kalashnikov, voglio assolutamente partecipare 😀

                    • Francesca ha detto:

                      No no puoi scriverlo, figuriamoci! è qualcosa che condiziona anche la vita e apparentemente in modo positivo, perché nella newsletter pare che ci venga scritto di riempire la casa di post-it motivazionali, se e quando prendersi cura del proprio corpo… ti sprona a uscire… Sarebbe tutto molto bello, ma non me lo deve “suggerire” nessuno! Se accetto che mi si “suggerisca” tutto, finisce che accetterò tutto, anche fosse a livello inconscio, anche solo perdendo la capacità di usare la mia testa. Non serve drogarsi per essere dipendente di qualcosa e questo metodo lo dimostra… per fortuna pare non abbia tutta questa diffusione. Preoccupante, però, è preoccupante, perché sembra fare appello alla necessità che avremmo di “obbedire” per non fare la fatica di pensare. Che ci sia una che manda messaggi perché siano seguiti da altre persone a questo modo mi ricorda sistemi di adescamento pseudo-religiosi che in giro per il web si trovano molto facilmente. Vedi, anch’io esagero, ma non so realmente quanto.
                      Il Gazzettino dovrebbe essere qualcosa tipo un’agenda personale, dove scrivere le varie cosette da fare, un FlyLady senza FlyLady in cui io stessa sono padrona delle mie azioni… ma potrebbe diventare una rubrica per il blog dove appuntarmi cose da indagare (nuovi temi, spunti… in fondo per via di questa recensione ho scovato questo FlyLady e ce ne sarebbe da pensare), libri da leggere o musica nuova da sentire/ascoltare… Un elenco rigorosamente “bullettato” per scambiarsi idee. Ci penserò su 😀 e ovviamente ogni suggerimento è ben accetto, ma nel tuo caso saresti co-responsabile della creazione del tutto! (ok, così suona male ma lasciamo perdere 😀 )

                    • Zeus ha detto:

                      Gli adescamenti pseudo-religiosi mi terrorizzano. Quasi quanto le persone che mi suonano al campanello di casa e mi dicono: “sai che dovrai morire?”. Io capisco che è una situazione logica, ma un po’ di malessere nasce.
                      Ho visto la cosa dei post-it motivazionali. Se dobbiamo essere sinceri non sono male come idea. Dovrebbero nascere da te, e non “imposti” da un terzo, e potrebbero fornire una rotta verso una persona che, quantomeno, vorresti diventare. O tenti di diventare. O ti piacerebbe. Che poi è più o meno la stessa cosa.
                      Questa metodologia diventa come quei mensili tipo (esempi a caso): Fit For Fun etc etc, in cui ti creano un percorso “di sicuro successo” verso un tuo IO diverso. Esteticamente diverso, ovvio, se sei una capra, capra rimani.
                      Ho la strana idea, e te lo dico qua in privato (ahah): con la nostra riflessione stiamo diventando il primo spot “pro-FL” 😀 altro che distogliere interesse, noi promuoviamo questa perversa cosa… dovevo scrivere “perversa cosa”… sorry.
                      Mi piace questa nuova idea del Gazzettino. Ha un suo fondamento e mi garba l’idea di avere una certa costanza (cosa che non ho… cioè, ne ho sul blog perché posto, ma mai quello che vorrei postare… non sono chiaro a me stesso, figurati spiegartelo a te).
                      Il co-responsabile della creazione del tutto mi ha fatto sorridere 😀 ahahahahahahahahah

                    • Francesca ha detto:

                      Ci hanno provato ad adescarmi in un movimento pseudo-religioso ed è stato un dolore quasi fisico, qualcosa di molto simile a una persecuzione. Una esperienza che non consiglio a nessuno, in cui ho visto persone cambiare e diventare altro, dall’oggi al domani; non esagero parlando di lavaggio del cervello. Da allora mi interesso di queste cose, mi ha fatto parecchio male e continua a farmene, indirettamente. Se ho necessità di un maestro e di fare un percorso, perché no, ma qui si tratta di arricchirmi e di migliorarmi, ma non di cambiare. Nessuno cambia, se si cambia radicalmente allora prima cosa eravamo?
                      Se parliamo di costanza, io sono proprio l’antitesi, ma d’altra parte mi piace tanto di più l’idea di provare. E poi cosa credi, io pure perdo tante di quelle idee per la strada, vorrei postare questo e quello, poi non posto nulla, magari il gazzettino potrebbe essere una soluzione più agile. Possiamo metterci d’accordo 😀 E poi co-responsabile della creazione va bene per un Dio no? credo che terrò il titolo anche io, benché abbia quale pseudonimo il nome di un povero soldato semplice (bruttino, fra l’altro) 😀

                    • Zeus ha detto:

                      Non hanno mai provato ad adescarmi e cercare di convincermi in un gruppo religioso o altro. Fortuna, direi. Non mi sono mai interessato di politica, perciò eccomi escluso anche quello e, come ho detto spesso da me, anche la religione non ha fatto grande strada… appena ho potuto allontanarmi l’ho fatto.
                      Il processo di miglioramento è una cosa buona e giusta, ci sta. Rimanere invariati, con le stesse idee di sempre non è coerenza… è morte. La curiosità, la lettura etc etc ti fanno progredire e cercare di raggiungere qualcosa di più vicino ad un tuo “io” migliore… o più corrispondente a quello che hai in testa (o che vorresti proiettare in giro, ecco).
                      Il terreno religioso è molto scivoloso… rischierei il castrone, perciò mi trattengo 🙂 ehehe.
                      Ma questa cosa dell’automiglioramento comandato è più preoccupante, crea legioni di adepti.
                      La co-responsabilità è buona e poi per me, Dio che vive del “lascia fare” (ahahaha), è una cosa al top! 😀
                      Lo pseudonimo ci sta… ehh, ma aveva il suo coraggio nell’essere sempre e comunque l’anti-eroe.
                      Perdere per strada grandi idee e spunti è ormai il mio pane quotidiano.

  6. Celeste Sidoti ha detto:

    Oggi, e con molta fatica, sono diventato una persona quasi ordinata, di sicuro la più ordinata della mia famiglia. Camera mia, le rare volte che ci torno, é l’unica stanza della casa che non assomigli al ripostiglio di qualcuno. Mia madre ha la cattiva abitudine di accumulare di tutto, dalle scatole vuote di té ai bottoni spaiati; poi ogni tanto é colta da raptus e butta via l’albero di natale, vestiti di sartoria, documenti importanti… Mi stupisce costatare che molti di questi consigli di riordino, quelli più pratici e meno shinto, li applico già da un pezzo, come disporre gli oggetti sul letto e sul pavimento per categorie, e pensare a un’idea precisa di vita e di stanza in base a cui decidere cosa buttare. Ammetto che giustificare la propria differenza psicologia o culturale con micro frecciate alla cultura giapponese mi intristisce a un livello quasi personale… Ma probabilmente sono uno di quei cattivi dei fumetti che ‘solo io posso odiare l’eroe’ 😉

    • Francesca ha detto:

      La valenza di questo libro, più che pratica, è stata di “supporto psicologico” o qualcosa del genere. Lo so, scritto così suona malissimo, ma ha un senso, te lo garantisco; il fatto è che per molto tempo ho lottato contro l’idea (e l’abitudine) di vivere in un ambiente in cui era facile l’accumulo, ma io, ben lungi dal differenziarmi, avevo finito con l’accettare riluttante quella condizione. In parole povere, come provavo a fare qualcosa, tutto tornava come prima e non necessariamente per causa mia. Non sono mai riuscita ad “arginare” il fenomeno fuori dalla mia stanza, in altre parole. Tutto questo col tempo si è tradotto in piccoli sensi di colpa che sono diventati quasi regole di vita, non buttare mai niente, tutto può servire… Col tempo tante cose sono cambiate, ma leggere in un libro qualcosa di tanto liberatorio mi ha fatto molto bene. Non avevi mai pensato di seguire un metodo come questo, magari riordinavo stanza per stanza, ma senza un filo logico.
      In tutto questo, Marie Kondo ancora non la inquadro bene, mi sembra troppo perfetta per essere vera, ma sarà la strana forma di soggezione che nutro per il Giappone e la sua cultura in generale. Nel mio caso l’eroe lo venero abbastanza, per quanto mi sforzi di ridimensionarlo con una punta di ironia. Non tutti sono così pacati, ne ho lette di tutti i tipi in giro. Una giornalista americana ha motivato l’inutilità del metodo della Kondo asserendo che a lei piace il disordine, ed è stata la più gentile. Non vado nei particolari, ma ecco… l’ho trovato molto triste, ma non necessariamente per la cultura della Kondo. Sarebbe stato sgradevole nei confronti di chiunque. E da un po’ difatti mi chiedo… perché un metodo di pulizia avrebbe creato reazioni così forti?

      • gianni ha detto:

        …forse perché – mi riferisco alle reazioni forti – è un caso mediatico, è un libro che vende e che di qualcosa, i giornalisti devono pure parlare. No?
        Per un occidentale poi, ordine e praticità devono rimanere nel giusto ambito e nella giusta proporzione e in questo, forse, le nostre origini influenzate dall’approccio greco (come filosofia intendo) ci fanno apparire strano il mondo orientale e giapponese.
        L’ordine o il disordine sono anche delle regole, non è sempre vero ma ciò che a me sembra disordinato o non catalogato, per te lo è, e viceversa. Se tu riordinassi i miei CD per genere, ordine alfabetico e simili, io ti domanderei: perché ? io li ordino a seconda di uno schema tutto mio, che per te è assurdo… e così via. Entrare e definire un modo corretto, ecco che diventa un caso su cui discutere.

        • Francesca ha detto:

          Da un lato non posso darti torto, un caso mediatico va affrontato e parlarne anche male può dare un certo riscontro; la cosa che non mi vuole andare giù è il pensiero che questa gente parla di qualcosa che non ha letto nemmeno e confonde i dati di fatto con le preferenze di pancia. Un articolo su un metodo di riordino non può concludersi con “ma tanto a me piace il disordine”. Capirei se scrivessero che si tratta di un metodo impraticabile, ma allora vorrei sapere perché e se non elencano niente vuol dire che non sanno di cosa stanno scrivendo. Insomma, sono più idealista di quello che vorrei ammettere… pensando che si debba in generale essere intellettualmente onesti; mi rendo conto che sia un’utopia e che si può anche parlare volontariamente solo per suscitare una reazione…
          Tornando a noi, hai ragione quando scrivi che il nostro ordine è solo nostro, ma la Kondo non dice nulla di diverso, anzi, sta proprio qui la “banalità”, perché dice di fare come ti senti, proprio senza ascoltare nessun dato esterno (senso del dovere, senso di colpa… ecc). Quando si possa fare, ovvio. Se ci penso, anche un archivio si crea spontaneamente, per via del materiale che entra per essere utilizzato; una volta terminata l’utilità viene progressivamente archiviato e custodito secondo un metodo proprio dell’ufficio che ha accolto tutto il materiale. Se io riordinassi secondo il mio gusto un “ufficio” (poniamo il caso) romperei il vincolo archivistico e quello non sarebbe più un archivio, ma un ammasso indefinito di roba. Il modo corretto è il “tuo”, quello che ti serve e ti è utile, adatto per la vita che fai e che vuoi fare. Se io ti riordinassi i CD sarei una bella carogna, probabilmente farei solo un gran caos 😀 il tuo ordine è solo tuo, il libretto di cui sopra non dice nulla di diverso 🙂

          • gianni ha detto:

            Interessante. Ho un’idea risposta che intanto fisso qui in questo post, così me la ricordo, anzi le idee sono due: gli oggetti che riordiniamo danno forma al nostro metodo, sul libro della Kondo si è voluto riversare – forse – una mancanza di scopo nella vita di base (e la si incolpa di volercene dare uno e questo NON è da giapponese, nel senso che io non credo la Kondo volesse farci da maestrina) e poi che in fondo se si dibatte sulla superficie delle cose, quindi sul lato superficiale del libro, si fanno un sacco di schizzi senza muovere troppa acqua! Ovvero: si parla un bel po’ del niente.
            Ma ci ritorno volentieri qui, perché la cosa è interessante.

            • Francesca ha detto:

              Esattamente! sono gli oggetti, lo stile di vita e noi stessi a costituire il metodo, se non ci siamo noi a creare il tutto, non può esistere nulla. Come una torta che devi mettere in forno e nell’impasto non c’è il lievito… rischia fortemente di venir fuori una schifezza… La Kondo fra l’altro tutto mi è sembrata tranne che una maestrina – l’avrei odiata a morte – e quello che vai a leggere è praticamente la matrice fondamentale di un metodo personalizzabile. Non è il Vangelo, insomma. Ne consegue che hai perfettamente ragione, molto del dibattito è fuffa, ci si accapiglia sul lato meramente superficiale. E ciò, lo ammetto, mi ha deluso più di quanto voglia ammettere.

                    • Francesca ha detto:

                      Certo, un po’ come quando appena iniziato un capitolo a caso di The Elder Scrolls andavo senza armatura (solo quei vestiti inutili fra l’altro bruttissimi che trovavi nei barili) e armata di una forchetta (si, praticamente di una forchetta e pure arrugginita) andavo in una di quelle tombe ancestrali con scheletri armati fino ai denti (ahahaha so scheletri, giusto i denti e le ossa hanno) e dopo ore di morti invereconde riuscivo a trovare roba rarissima e facevo un botto di esperienza… Se te lo stai chiedendo, certo, Morrowind e vari giochi di ruolo per pc mi hanno criccato il cervello 😀 bei ricordi

                    • Francesca ha detto:

                      Aveva qualche difettuccio… dillo alla mia povera dunmer che finiva puntualmente sgambettando con la sua mega armatura di vetro (ok non era tanto mega) in una voragine abilmente celata sotto un sassolino grande quanto una mia unghia 😀 e poi dopo Morrowind con Oblivion è stato fatto un deciso passo in avanti…

                    • gianni ha detto:

                      E te credo, hanno ridotto la mappa del gioco da 150.000Km quadrati di Daggerfall fino ai 16 di Oblivion! 🙂
                      Erano partiti “presuntuosettosamente” direi.

                    • Francesca ha detto:

                      Effettivamente 😀 ma il risultato fu meraviglioso, sarei stata ore a guardare il tramonto con Balmora in lontananza, se non fosse stato per quegli stracavolo di condor che volevano regolarmente prendermi a beccate in testa 🙂

                    • gianni ha detto:

                      Diciamo che hanno segnato un’era, hanno proiettato verso l’infinito (e oltre) i PC rispetto alle consolles, hanno aperto la via agli RPG veri, pur con tutti i limiti tecnici dei primi Pentium di allora e delle prime schede grafiche con 3D integrato.
                      Il vero difetto era che, come hai notato sicuramente, molte location erano random, uscivi dopo avere ripulito il Cimitero Taldetali e riapparivano grosso modo gli stessi mostri di prima… Entravi nella taverna della Gilda X e non ti facevano entrare se non avevi fatto la tal missione e conquistato i gradi di capitan della gilda X, e magari eri già Signore Supremo della gilda stessa!! 😀
                      Però… Però il germe della libertà nasce da lì, se WoW esiste lo si deve a Bethesda, è innegabile.

                    • Francesca ha detto:

                      Credo che tutt’ora non solo siano alcuni dei pochissimi giochi che ho ancora installati sul portatile (Morrowind, Oblivion e Skyrim), sono qualcosa che mi ha stupito fin dalla prima volta che sono entrata in quel mondo assurdo… fatto di leopardi a due zampe che ti schifano anche se sei il mega arci/mago/ladro/guerriero… tu puoi incenerirli/rubarglicasa, ma a loro non gliene può fregare di meno. Anche nei particolari più “assurdi” aveva un senso, diventava – per me – un po’ noioso quando negli spostamenti anche lunghi trovavi nemici fastidiosi da abbattere, che non ti toglievano vita, ma magari erano troppo agili… ok, odiavo a morte quei cosi che volavano, non mi sono più ripresa. Problema mio. E a volte ti incastravi nei cunicoli larghi quanto un autotreno… soprattutto le miniere… O i funghi che dovevi raccogliere e non si sa come mai pesavano 30 kg. Era veramente un universo a parte e per colpa di Bethesda sono diventata difficilissima in fatto di videogames 🙂

                    • Francesca ha detto:

                      Ahahah davvero! poi non ti piace più nulla, esci dal tutorial e dici sempre, tutto qui? ma in Oblivion… ma in Skyrim… Una tortura!

                    • gianni ha detto:

                      Beh, io ne sono uscito, diciamo così, perché non riesco più ad immedesimarmi davvero e, forse, perché c’è un briciolo di nostalgia di quel me di oltre 20 anni fa che giocava con i primi PC 16bit (quando non con quelli della generazione dei favolosi ’70! ad 8 bit)…Ora c’è parecchio social anche nei giochi e parecchio “segui le indicazioni che ti faccio vincere”. Non è la solita storia del prima è meglio, è solo che a me piaceva prima, quando ti facevi le mappe a matita per ricordare dove eri stato, come a roba tipo Dungeon Master!

                    • Francesca ha detto:

                      Ormai non gioco più, praticamente per lo stesso motivo tuo. Un altro gioco di ruolo cui sono legatissima (e che ahimé non ho più) è Diablo, nulla di che, per certi versi l’opposto concettualmente di Bethesda & co., e ho rinunciato a giocarlo perché totalmente on-line, totalmente “social”, non c’è una partita per giocatore singolo. Sarà nostalgia forse, pure io posso esserlo, ma è un fatto veramente di coinvolgimento. Quando uscivi dall’accampamento (era il II) e andavi a percorrere tutta la mappa senza lasciare uno spazio vuoto, perché magari dimenticavi l’accesso a un dungeon… I personaggi li conoscevo a memoria, ma questo di tutti i giochi che ho amato. Morrowind poi era una fissazione, da quando attraversavo il ponte in uno di quei canyon pieni di cenere vulcanica per farmi ammazzare dal solito tizio evocatore prima di poter entrare nelle rovine a 10 m di distanza. La sera andavi a dormire pensando che fra le cose che avresti fatto nella giornata c’era anche la spedizione punitiva nei confronti del suddetto tizio, ma prima avrei dovuto passare dall’altro tizio a Balmora per… Era divertente distrarsi e fare qualcosa che in quel mondo avesse un senso. Non era solo “vincere”. Era stare bene anche per un’oretta e pensare in un altro modo. Non credo che siamo nostalgici, è che sappiamo quello che ci piace 🙂

                    • gianni ha detto:

                      Oh, giusto se vuoi sballare di testa dopo una così preziosa visione (io adoro questo tipo di film di rinascita ben congegnati) vieni a leggere il commento di Kasabake (a lui l’onore) su Game of Thrones… Un trattato.

      • Celeste Sidoti ha detto:

        No no, penso invece di capire molto bene quello che intendi. Per me avrebbe avuto la stessa valenza di “self help” un bel libro sulla pianificazione del tempo, per esempio. Sembra che ogni sforzo sia inutile, finché non trovi una linea guida di base che colleghi l’azione pratica del riordino a qualcosa di importante e fondamentale come “cosa voglio fare della mia vita” o argomenti simili.
        Molto probabilmente, come qualsiasi immagine pubblica perfetta, anche quella di Marie Kondo è “lucidata”, anche solo tramite la sottrazione di tutte le scivolate, le pigrizie e gli errori quotidiani, e nel libro rimangono i suoi principi, e tutte le strategie per applicarli che con lei hanno funzionato.
        Penso che le critiche stizzite a libri come questo siano una convergenza di più idee. L’ordine come imposizione (dal “metti in ordine” della nostra infanzia in poi), col conseguente stigma sociale associato al disordine che diventa però un contro-valore simbolo di creatività, dinamismo, anche di spirito giovanile, il tutto condito dalla famosa parabola dei giapponesi come robot venuti dallo spazio per ucciderci tramite la pianificazione strategiaca dell’ordine sociale e privato. Così, a naso.

        • Francesca ha detto:

          Hai capito perfettamente, sottoscrivo ogni singola parola. Aggiungo qualche pensiero collaterale sparso nei commenti più sopra, circa un altro metodo di riordino, questo americano, che non stimo particolarmente. Sono più che mai certa che si possa confondere l’ordine (imposto o autoimposto) con la costrizione o qualsiasi cosa che mini la creatività. Ci si può trovare a negarne il valore qualora ci sentiamo appunto minacciati in un aspetto che riteniamo fondamentale per la nostra caratterizzazione. In fondo, ci interessiamo di molte culture anche più distanti dalla nostra rispetto a quella giapponese. Sto iniziando a pensare che l’aspetto culturale, effettivamente, sia sì presente, ma solo in via marginale.
          Parlando del sistema americano (cultura forse più vicina alla nostra), io stessa mi sono sentita di scartarlo perché minacciata nella mia libertà decisionale, perché il suo funzionamento presume che io faccia cose che mi vengono quasi ordinate/imposte, in tempi precisi, seguendo una routine e altri dettami contenuti in una newsletter periodica. Mi viene ordinato persino quando rifare il letto e su un blog ho letto della gioia sprigionata dal sapere in quale giorno della settimana (o del mese) si sarebbero dovuti pulire i vetri delle finestre. Non comprendo questa gioia, perché la vivrei come una costrizione oltre che una cosa poco pratica. Ok, fra tre giorni devo pulire i vetri delle finestre. Se fra due giorni ho mezz’ora di tempo che faccio? non posso decidere di pulirli?

          • Celeste Sidoti ha detto:

            Inseguendo la mia passione per le cose semplici, rassicuranti e astratte dai ritmi mondani, io stesso ho provato a impormi metodi e ritmi rigidi. Non ha funzionato. La stanchezza e gli impegni collaterali cambiano molto il tempo necessario per eseguire qualsiasi azione, e non ho una mentalità abbastanza elastica per arrangiarmi all’ultimo minuto. Guardarsi dentro per formulare l’obiettivo ultimo, “esistenziale”, delle proprie azioni, è più lungo e complicato, ma alla lunga mi sembra che ripaghi di più. Un po’ come la differenza tra la psicoterapia e il self help (non a caso sempre di matrice americana. Ho incontrato anche a lezione, più di una volta, la tendenza degli americani a “farla facile e sbrigativa” anche in ambito accademico, per esempio usando il metodo storico critico e l’approccio filologico in modo approssimativo.) Forse in questo caso la cultura giapponese influisce non tanto come vera matrice di una diversa concezione del riordino, ma come discorso esotizzante che riduce il Giappone a una macchietta. Ho poi una mia idea che in questi tempi globalizzati e neoliberisti dove le istituzioni, il welfare e le identità collettive si ritraggono a favore della responsabilizzazione e autodeterminazione (reale o immaginaria) dell’individuo e dei piccoli gruppi umani, di questi tempi vadano forte, filtrate e ri-filtrate da retoriche semplificatorie e addomesticatrici, spendibili sul mercato internazionale, lo “sguardo orientale” individualistico, esistenziale, sostanzialmente astorico e apolitico. Però così usciamo un po’ dal seminato 💧

            • Celeste Sidoti ha detto:

              la magia di quando cambi un sostantivo plurale femminile con uno singolare maschile ma ti dimentichi di cambiare genere e numero delle subordinate. Yeah.
              “Ho poi una mia idea che in questi tempi globalizzati e neoliberisti dove le istituzioni, il welfare e le identità collettive si ritraggono a favore della responsabilizzazione e autodeterminazione (reale o immaginaria) dell’individuo e dei piccoli gruppi umani, di questi tempi vada forte, filtrato e ri-filtrato da retoriche semplificatorie e addomesticatrici, spendibili sul mercato internazionale, lo “sguardo orientale” individualistico, esistenziale, sostanzialmente astorico e apolitico.”

  7. Johanna Bettencourt ha detto:

    Muito complexo… acho que nós, brasileiros(as), temos muitos sentimentos por detalhes, como algo ofertado por amigos ou parentes. Não conseguimos “desapegar” facilmente.
    Quanto a rasgar um livro, sofro só em pensar… para mim seria um sacrilégio..kkk (ok, posso estar sendo exagerada) Amo meus livros… sejam os profissionais (sou advogada) como os romances, ficções e outros…
    Porém… arrumar bem uma casa é essencial, mas o método vai variar de pessoa a pessoa. Com uma cultura tão diferente (Brasil – Japão) fica difícil tirar alguns conselhos, só se forem os “básicos dos básicos” e então, neste caso, não precisaria do livro… kkkkkkk
    Que o “Deus da bagunça” proteja minha casa… kkk.
    Ótima matéria.,, post fantástico…
    Super beijos
    Johanna.

A te la parola

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...