T. Bernhard, Correzione (1975)

Correzione copertina einaudiLeggere questo libro è stata una tortura, ma è anche per questo che potrei consigliarne la lettura.

Non conoscevo Thomas Bernhard prima di leggere Correzione, né so se leggerò altre sue opere, ma se mai lo farò, prima vorrei tornare a questo libro. Non è testo da una sola lettura e se solo potessi lo riprenderei a breve, ma sento di dover lasciar sedimentare le mie impressioni. Correzione ha significato per me il mettere alla berlina, in tutta la sua nefandezza, il massimo possibile della vuota idealizzazione che si fa ossessione, la rinuncia alla vita per inseguire un’idea che pervade fino ad accecare, rompendo tutti i legami e facendo dimenticare sé stessi in nome di uno spettro.

Dopo una polmonite all’inizio leggera, ma aggravatasi all’improvviso perché trascinata e trascurata, che aveva coinvolto tutto il mio corpo e mi aveva trattenuto non meno di tre mesi nel cosiddetto reparto malattie interne del famoso ospedale di Wels, situato nei pressi del mio paese natale, non alla fine di ottobre, come mi avevano consigliato i medici, ma già all’inizio di ottobre, come volevo assolutamente e sotto la mia cosiddetta responsabilità personale, seguendo un invito del cosiddetto imbalsamatore Höller nella valle dell’Aurach ero partito subito, senza passare dai miei genitori a Stocket, per la valle dell’Aurach e in casa di Höller mi ero recato subito nella cosiddetta soffitta di Höller, dopo il suicidio del mio amico Roithamer, che era stato anche amico dell’imbalsamatore Höller, per esaminare e possibilmente anche riordinare le sue opere postume, destinate a me da una cosiddetta disposizione testamentaria, che comprendevano migliaia di fogli scritti da Roithamer, ma anche il voluminoso manoscritto intitolato A proposito di Altensam e di tutto ciò che è connesso ad Altensam, con particolare riferimento al cono. [Correzione, Einaudi; p. 3]

La soffitta di Höller. C’è un motivo se ho definito questo libro una tortura, ma è tutt’altro che negativo. Ho iniziato a leggerlo pensando di trovare qualcosa di difficile, per stile e di contenuto; si è rivelato molto di più: un testo organico, quasi vivo, in grado di comunicare in via inaspettatamente diretta una lenta ma inesorabile discesa verso dubbio e paranoia. Correzione è un testo musicale, scandito da ripetizioni di parole o interi concetti, da leggersi possibilmente ad alta voce. Il lettore non deve né può perdere niente del discorso, più simile a un monologo che a un flusso di coscienza. Graficamente, sembra di avere a che fare con un muro: i paragrafi sono pressoché assenti e la punteggiatura, ridotta all’essenziale, è utilizzata per riprodurre un regolare ritmo interno.

La voce narrante racconta chi sia stato l’amico, forse per dare una spiegazione al suicidio, forse per abituarsi all’idea di un lavoro di revisione immenso. Roithamer stesso aveva messo mano al suo A proposito di Altensam più volte, riuscendo ogni volta a ricavare mediante la correzione un trattato totalmente diverso, ognuno meritevole di studio e conservazione. Non può che iniziare un minuzioso, lunghissimo processo di analisi della persona di Roithamer, esponendo le proprie considerazioni su carattere e opere, incluso il cono. Tutto questo, in una soffitta che porta ancora le tracce dell’uomo che la occupava, forse un’estensione della sua mente, con i libri e le parole dei grandi scrittori da lui stimati. Una cosa lo lascia interdetto, la rosa di carta gialla lasciata in un cassetto, una di quelle usate nelle fiere, in quei banchetti dove puoi giocare a sparare con dei fucili giocattolo. Non fu solo un’occasione felice, ma un momento in cui il Roithamer che conosceva si era rivelato diverso.

Ci eravamo stupiti di trovarci entrambi davanti a un tiro a segno, perché né io né Roithamer ci eravamo mai fermati davanti a un tiro a segno, evidentemente in vita nostra non avevamo mai avuto un motivo per fermarci davanti a un tiro a segno, a differenza dei fratelli Roithamer che erano tiratori eccellenti, non solo presunti, bensì provati, che inoltre avevano sempre partecipato a tutte le feste degli Schützen e a tutte le battute di caccia, che a conferma della loro abilità di tiratori avevano esposto nelle loro stanze centinaia e centinaia di coppe […], mentre viceversa io e il mio amico Roithamer non solo non sapevano sparare e in fondo disprezzavamo, anzi, in segreto odiavamo la caccia e tutto ciò che è connesso alla caccia, infatti anche Roithamer, come me, odiava la caccia, la capiva ma la odiava, aveva parlato spesso di questa passione dei suoi fratelli e aveva ripetuto che aborriva questa passione anche se la caccia era una passione dei Roithamer […], già solo per questo motivo, totalmente inspiegabile per loro, pur non odiando quel fratello degenere lo trattassero però con riserva, anche se naturalmente già da tempo non osavano manifestargli né disprezzo né odio a riguardo, dato che dipendevano da questo fratello divenuto all’improvviso il proprietario di Altensam, in effetti pensavano di essere nelle sue mani, che lui un giorno potesse cacciarli da Altensam insieme alla loro corruzione morale, […] ma per tornare alla caccia era un fatto singolare che un Roithamer […] fosse assolutamente nemico della caccia e del tiro [e] proprio questa persona adesso si trovasse davanti al tiro a segno. Per sparare? mi chiesi, e Roithamer pagò due dozzine di cartucce e cominciò a sparare e sparò di fronte a sé sulle rose di carta infilate in gran disordine nei loro vasetti di porcellana colpendole una dopo l’altra, sicché gli spettatori al momento rimasero esterrefatti, […] perché ovviamene nessuno di quelli che erano accato al tiro a segno aveva creduto che Roithamer avrebbe colpito anche solo una rosa, e lui in brevissimo tempo aveva colpito tutte le rose, una dopo l’altra. […] dovettero riconoscere in Roithamer il miglior tiratore su rose di carta che avessero mai incontrato a un festival. […] Lo seguii mentre si incamminava e a un tratto lo vidi regalare tutte le rose di carta che aveva colpito […] a una ragazza sconosciuta che nel passargli accanto gli aveva ricordato sua sorella. Tutte le rose di carta tranne una, e cioè quella gialla che avevo ritrovato ora aprendo il cassetto superiore del comò […]. […] Presi dal cassetto la rosa di carta e la tenni controluce, era senza dubbio la rosa di carta che aveva colpito a Stocket al festival insieme ad altre ventitre. [Correzione, pp. 48-50]

È solo una delle tante occasioni che l’amico ha per raccontare la storia di Roithamer attraverso i propri occhi: l’odio per i fratelli e l’amore per la sorella, il rapporto affetto da inadeguatezza mista a risentimento nei confronti del padre, il signore di Altensam che rovinò il figlio lasciandogli in eredità un possedimento detestato. Aspetta solo il momento giusto per parlare con il padrone di casa del suicidio di Roithamer. È sempre più convinto che confrontarsi con A proposito di Altensam potrebbe essere troppo per lui, così sceglie di temporeggiare. Getta in aria le pagine, non numerate, lui stesso si impedisce di lavorare. Finché decide di dover lavorare e basta. Esaminare, riordinare.

Esaminare, riordinare. La seconda parte contiene semplicemente il testo di una stesura di A proposito di Altensam: ipotesi e ricordi rievocati nella prima parte diventano certezze nell’esposizione di Roithamer. La voce narrante segnala al lettore eventuali parole sottolineate, lasciando sporadici commenti. Non manca mai – ancora la ripetizione – di segnalare che quelle parole sono di Roithamer.

La soffitta di Höller [fra l’altro curiosa l’assonanza con il corrispettivo tedesco per inferno, Hölle] diventa allora la rappresentazione visuale della mente dell’autore, libri negli scaffali e pagine strappate affisse alle pareti. Novalis, Wittgenstein, Schopenauer, Hegel, Montaigne, Pascal. Spartiti musicali. Altensam, invece, è l’assenza di pensiero, la trivialità di tutto ciò che è gretto nella cultura austriaca, le regole ormai superate, ma ancora da rispettare. Altensam è il vero inferno, fra un padre che non sa che farsene di un figlio che non vuole comprendere e una madre ipocrita, che nella punizione e nella paura cerca di tenersi stretti i figli. Ogni bassezza era possibile nel tentativo di strappare un figlio al suo mondo per farlo aderire al proprio.

[…] la eferdinghese era esattamente la natura destinata a scacciarmi e ad annientare Altensam, o se non altro la sua natura era tale da accelerare il processo di distruzione e di annientamento di Altensam, queste persone come caratteri o questi caratteri come nature, tutto a un tratto, come mia madre, la eferdinghese di Eferding, dal loro nucleo di origine entrano in un altro per annientarlo e per distruggerlo, in modo consapevole o inconsapevole, ma la eferdinghese ne era del tutto consapevole. […] Come lei, a mio avviso riusciva sempre a sbagliare nelle minime piccolezze, nelle cosiddette cose di secondaria importanza, nelle regole e nelle disposizioni che sono sempre state le regole e le disposizioni di Altensam, la cosiddetta dimensione intellettuale le era assolutamente preclusa, non faceva nemmeno un tentativo di cercar di capire qualcosa, non importa cosa, di quello che mi occupava e per cui ho avuto il coraggio di esistere per tutta la vita e in cui doveva consistere il vero e proprio senso della mia vita e della mia esistenza, dava a intendere di capire, ma non capiva nulla, naturalmente anch’io (di fronte a lei) più volte ho dato a intendere di capire qualcosa nei suoi riguardi, ma non potevo avere la minima disponibilità per una simile comprensione o intendimento, anche perché non volevo affatto avere una simile disponibilità, lei capiva, diceva spesso, e non capiva, ma lo diceva ed era ipocrita in tutto quello che la riguardava per poter stare ad Altensam in sua compagnia per lunghi periodi, infatti per me già il solo fatto di esistere, e per giunta secondo la mia natura, accanto alla eferdinghese è stato estremamente difficile […]. […] questa specie di creature femminili ha solo l’idea delle emozioni, così come nessuna ha idea della ragione, e quindi in verità non ha né ragione né emozioni e quella che spaccia per emozioni e ragione non è altro che ipocrisia del suo sesso, ipocrisia del suo sesso sottolineato. [Correzione, pp. 210-11]

Il padre, poi, decide di lasciare proprio al figlio che detestava Altensam l’eredità più pesante, la stessa Altensam, ben sapendo che l’avrebbe portata alla distruzione. Un uomo che ha sposato tre donne, la prima piena di vita e morta giovanissima, la seconda incapace di dargli figli, quindi la terza, l’eferdinghese figlia del macellaio.

Mio padre si era già allontanato molto presto da questa donna, nostra madre, lei gli aveva generato dei figli, aveva figliato, ma già in un momento in cui lui non voleva più avere figli […]. [Correzione, p. 181]

Roithamer si percepisce figlio non desiderato di genitori che non desiderano essere tali, costretto a portare il peso dell’imposizione di una natura non sua. Tutto questo, perché il genitore vuole il bene del figlio e può/deve imporglielo. Sente di non avere nulla in comune con la madre, donna capace solo di lamentare miseria e sofferenza, minacciando il suicidio senza mettere in atto la sua scelta.

La vita interiore di Roithamer è rivelata senza alcun filtro in un flusso continuo. L’unico punto di luce in tutto questo è una sorella che sola fra tutti sembra avere una sorta di empatia nei confronti del fratello.

Ma mia madre (e madre di mia sorella) aveva sempre trattato con disinteresse tutto quello che ci interessava e ci occupava, in ogni senso. Per tutta la vita aveva reagito a noi soprattutto con totale disinteresse, così Roithamer, totale disinteresse sottolineato. Come mia sorella ha sempre partecipato al mio lavoro scientifico, soprattutto al mio particolare lavoro intellettuale, […] così io avevo partecipato a tutte le creazioni artistiche di mia sorella e mi interessavo non solo a tutto quello che pensava, ma soprattutto alle sue miniature, in cui ben presto aveva acquisito una grande maestria, le sue miniature su smalto e porcellana sono le più belle che si possano immaginare, tra me e mia sorella c’è sempre stata la massima e più affettuosa partecipazione, lei, mia sorella, aveva sempre totalmente accettato totalmente quello che mi riguardava, così come io avevo sempre accetato totalmente quello che la riguardava. Potevamo discutere per giorni su un libro che avevamo letto l’uno di seguito all’altra e scambiarci le nostre idee su questo libro e accordare queste idee in un pensiero tale da definire con esattezza questo libro, e ugualmente per un’opera d’arte o per un dipinto […]. [Correzione, p. 224]

La sorella di Roithamer ha il merito di ascoltare il fratello, lo accetta e in virtù di questo lei, la sorella, esiste, ma non ha alcuna consistenza. Lui, forse, riesce ad amarla finché può sperare di decidere della sua felicità, studiarla per arrivare a quantificare questa felicità, stabilire con certezza matematica come debba essere una forma per adattarsi all’interiorità della sua persona. Roithamer la osserva, per poi stabilire la sua essenza, il suo umore e le sue esigenze, per poi scegliere come debba essere felice. Non vi è alcun confronto, i pensieri di fratello e sorella si accordano. Lei è il nucleo vitale di quello che sarà il cono, che lo voglia o no.

Un solo spazio sotto la cima del cono, dal quale si può guardare in tutte le direzioni, ma in tutte le direzioni la stessa vista sulla foresta, nient’altro. A tre piani, perché un edificio a tre piani si adatta al carattere di mia sorella, carattere di mia sorella sottolineato. Dei diciassette spazi nove sono senza vista, tra i quali lo spazio per la meditazione al secondo piano […]. [Correzione, p. 159]

Dapprima mi ero proposto di mostrare a mia sorella già i primissimi progetti, ma poi ho rinunciato a questo proposito per via dell’avversione da lei dimostrata nei confronti del mio progetto, costruirò un terzo del cono, ho pensato, e le mostrerò il cono già finito per un terzo, ma ho rinunciato anche a questo proposito perché a un tratto mi sono reso conto che dovevo terminare il cono prima di mostrarlo a mia sorella, se mostro il cono a mia sorella prima di averlo terminato corro il rischio (per via della sua reazione) di non avere più la forza di terminare il cono, il cono deve essere terminato e solo allora potrò mostrare a mia sorella il cono, quel cono costruito solo per lei. […] Non appena vede il cono deve essere felice, così Roithamer, deve essere felice sottolineato. Una costruzione perfetta deve rendere felice una persona per la quale è stata costruita, deve renderla felice sottolineato di nuovo. L’idea è stata di dare a mia sorella una felicità perfetta con una costruzione perfetta ideata tutta per lei, così Roithamer. […] Ma se poi capisce tutto questo? mi chiedo. Vedremo. […] [Correzione, pp. 160-1]

Poi, quando mia sorella si sarà trasferita nel cono, così Roithamer, sarà andata ad abitare nel Kobernausservald, non avrò più paura per mia sorella. […] Una volta l’anno, tutt’al più due volte l’anno, andrò a trovare mia sorella per osservare e studiare lei e il cono ed entrambi nel loro reciproco rapporto, così Roithamer. [Correzione, p. 161]

Il cono è la coerenza della (mia) natura. [Correzione, p. 162]

Roithamer, almeno di facciata, è un ribelle. Costruisce il cono a dispetto delle stime scoraggianti di presunti periti, riesce ad arrivare oltre le aspettative più grette, realizzando i suoi propositi in tempi straordinari. Roithamer si considera un reietto e agisce di conseguenza. Cos’è però Roithamer? Sovente ho avuto l’impressione che questo personaggio si formi come contraltare di personalità che sceglie di disprezzare. La sorella esiste in funzione di Roithamer. Roithamer esiste in funzione della negazione della madre e di Altensam. L’eferdinghese non riesce nemmeno a uccidersi, viene superata dal figlio, che non minaccia e passa direttamente alla realizzazione del suo proposito, la massima correzione. Roithamer non cerca di effettuare alcuna indagine psicologica sulle persone che lo circondano, tutti hanno caratteri specifici in contrapposizione, non c’è motivazione né variabile ambientale, ma solo colpa, sozzura e vergogna. La madre è un pesonaggio squilibrato e grottesco perché Roithamer decide così; la descrizione che ne fa il narratore è difatti tutt’altra cosa. Così come Roithamer si sente maggiormente a proprio agio nella casa dell’amico a Stocket, l’altro ama salire ad Altensam per visitare la famiglia di Roithamer. C’è legittimamente da chiedersi quanto sia equilibrato lo sguardo del personaggio Roithamer.

Roithamer avrebbe apprezzato ugualmente Stocket se i genitori fossero felici che lo visitasse? Roithamer avrebbe dimostrato bravura nel tiro col fucile se il padre non avesse tanto caldeggiato tale capacità nel figlio? Roithamer non è niente, se non ha l’esempio dei genitori cui fare da contraltare e incarna, probabilmente, la ricerca della voce contraria a ogni costo, a priori, senza alcuno spirito critico. Roithamer non è niente, senza le parole dei grandi uomini che l’hanno preceduto, quelli che hanno elaborato le idee che punteggiavano le pareti della soffitta di Höller. Dov’è il collegamento con la realtà? per definizione, non può esistere, quando la massima aspirazione è la distruzione di ogni errore possibile/auspicabile o l’esercizio del puro pensiero. Il cono stesso, l’emblema per eccellenza della ricerca di perfezione nell’ordine, è destinato a dissolversi nella natura dopo la morte della sorella. Destino condiviso dallo stesso Roithamer, che finisce la sua vita esattamente a metà del percorso fra Altensam e Stocket.

Thomas Bernhard 1

Thomas Bernhard

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21 pensieri su “T. Bernhard, Correzione (1975)

  1. ysingrinus ha detto:

    Mi hai incuriosito moltissimo. Certamente mi rendo conto che deve essere di difficile lettura: gli stralci che ci mostri non sono facilissimi…
    Però adesso scriverò senza dubbio con piú ripetizioni!

  2. ivano f ha detto:

    Sembra proprio ostico… (e la mancanza di paragrafi e le ripetizioni continue sono proprio cose che fatico a sopportare) ma davvero interessante. Credo che me lo segnerò
    Ogni bene

    • Francesca ha detto:

      Difatti ostico lo è, stilisticamente e anche per quanto concerne i personaggi; bisogna entrare nel meccanismo, ma poi si capisce che merita. Il problema è che la raffigurazione di una (ma fosse solo una, anche la voce narrante non scherza) mente malata è fatta talmente bene da rendere la lettura un tantino disturbante. Il personaggio di Roithamer, per quello che mi riguarda, può risultare fastidioso, proprio perché nella sua “devianza” è internamente coerente.

      • ivano f ha detto:

        Dici che sarebbe più facile da accettare se fosse del tutto nel caos, come a dire “io non potrei essere così”, e invece la coerenza pone dei dubbi: e se anche la mia coerenza fosse deviata, me ne accorgerei?

        • Francesca ha detto:

          Potrei non accorgermene, nel senso che la mia coerenza mi potrebbe porre al di fuori del sospetto di devianza. Insomma, è come rileggere quello che scrivevo dieci anni fa, dopo che ho imparato mi rendo meglio conto dei miei errori, finché “ci sono dentro” rischio di non vedere con esattezza eventuali devianze – se mi passi il termine per questo contesto. Si tratta solo di errori ben più modesti rispetto ai problemi che esistono nel testo di Bernhard. Interessante, però, la questione. Il personaggio, nella fattispecie, credo si renda conto di sbagliare, sa di dover aggirare il parere contrario della sorella, lo ammette a se stesso, ma deve andare avanti perché la sua natura glielo impone. Chissà, magari lui si è accorto della sua devianza, del suo errore, ma ha continuato finché ha potuto o voluto. Poi c’è la correzione estrema, difatti.

      • gianni ha detto:

        La coerenza della devianza è splendida.
        La sua punteggiatura è angosciante, leva l’aria, risucchia il pensiero. Ho sofferto lacrime di sangue con Ciecità ma questo fa paura, richiede attenzione massima.

        • Francesca ha detto:

          Fa paura veramente, ma la punteggiatura… lo leggerei anche solo per quella. Credo che sia esattamente come deve essere, totalmente funzionale al contenuto e alla rappresentazione della discesa verso la follia. Il narratore inizialmente sembra un po’ pedante, ma niente di più, poi ti fa capire che lui e Roithamer sono vicini per certi versi, l’uno (il narratore) è naturalmente tendente verso l’altro. Infatti, “peggiora” la situazione e a un certo punto ti rendi conto di essere su un terreno completamente diverso, in cui la rappresentazione del mondo intorno e del ricordo dell’amico diventano sempre più insicuri, con tinte fortemente paranoiche. Poi nella seconda parte “parla” l’altro, per cui il ritmo è ulteriormente diverso. Una vera lezione.
          ps. la lettera l’ho vista e ho iniziato a leggere, quando posso inizio la risposta, che la prima parte m’ha già dato da pensare… insomma, a presto 🙂

          • gianni ha detto:

            Ancora il libro non l’ho letto e temo ad iniziarlo, lo ammetto, ma vedrò di metterlo intanto sul comodino. E’ la mia pira delle letture! Mi piacciono i romanzi dove lo scrittore ti fa cadere nella follia dei suoi personaggi… Un po’ li temo, perché temo di riscontrare una parte di me in qualche sfumatura, ma li leggo.
            Riguardo la lettera, prendi pure tutto il tempo che vuoi, è stata scritta da un me divertito\perplesso… 😉

  3. sherazade ha detto:

    8 marzo 2008
    Sono imperdonabile lo so ma non riesco a fare tutto in questi giorni pur avendo più tempo del solito
    Buon 8 marzo bella Francesca un atto marzo che possa riconoscere i tuoi sogni..!
    Sheraconunabbraccio

  4. Celeste Sidoti ha detto:

    Lo stile, dal poco che ho letto qui, è affascinante, e come hai detto sembra più la trascrizione di monologo che un testo scritto, però allo stesso tempo mi scoraggia un po’. 1) Sarò figlio di questo millennio, ma quando mi arrivano tre subordinate una di seguito all’altra comincio ad annaspare. 2) E’ un dignitoso stile volutamente nevrotico (così come la storia, forse?), ma mi suscita una certa resistenza perchè ho lo sguardo viziato da decine di novelli Bukowski in prosa. Povero Bernhard, non è mica colpa sua.

    • Francesca ha detto:

      Credo che il motivo principale per cui l’ho letto, questo libro, sia stata una sorta di sfida… vedere se sarei riuscita a leggerlo. Affascinante è affascinante, è anche una discreta lezione di tecnica di scrittura, per quello che vuole rappresentare (proprio la nevrosi) è piuttosto aderente. E inquietante. Ho sofferto a leggerlo. Eccome se annaspavo! e di subordinate quante se ne susseguivano… a volte ero proprio costretta a leggere tutto a voce alta, provare a “recitare” per capire. Bello, molto bello, ma difficile e non mi riferisco solo allo stile: addentrarsi in quella nevrosi può essere mortifero sul serio. Storia e stile sono praticamente un tutt’uno: si respira la nevrosi…

      • Celeste Sidoti ha detto:

        Sembra temibile 🙂 sbaglio io, o i romanzieri tedeschi da fine ‘800 in poi hanno spesso questa cappa emotiva? L’ultimo romanzo che mi ha fatto patire (più per il narcisismo, descritto con anche troppa accuratezza, che per la nevrosi) è Neve di Primavera di Mishima.

        • Francesca ha detto:

          Temibilissimo 😀 e tendente a raccontare sempre la stessa storia (non lo dico io, l’ho letto in qualche commento ma non ne sarei nemmeno tanto sicura… accidenti a me e quando non prendo appunti) in miriadi di sfaccettature di se stesso, un sezionarsi perpetuo che può produrre meraviglie o un rimuginio che… la tematica sarebbe anche da approfondire, ma sinceramente non ho le forze per affrontare la suddetta cappa… Sai, Neve di Primavera mi manca, di Mishima ho letto qualcosa, ma come autore non mi ha mai granché coinvolto intellettualmente e l’ho sempre un po’ snobbato. Il solo pensiero di un complesso narcisistico descritto nei minimi particolari mi fa abbastanza rabbrividire, credo che per il mio carattere potrei anche iniziare la lettura, ma temo che la abbandonerei molto presto. Detesto il narcisismo, mi mette tremendamente a disagio, forse sarebbe una sfida sin troppo difficile. Poi, chissà, uno sguardo ci potrebbe anche stare.

          • Celeste Sidoti ha detto:

            Ecco, rimuginio penso sia la parola più adatta! E’ quello che mi angoscia.
            Leggere Mishima mi ha messo parecchio a disagio, molto noioso per certe cose, acuto fino all’insopportabile per altre. Se lo leggerò in futuro starò attento a tenere alto l’umore, perchè rischio di buttare tutto dalla finestra al grido di “vade retro satana”. Penso che ne parlerò sul blog.

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