Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi / Diego e Frida

Diego e FridaIl fatto è questo, mi è capitato di leggere due biografie a distanza di un anno l’una dall’altra: Diego e Frida di Jean-Marie G. Le Clézio e Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi di D. T. Max. Tendo ad accostarle perché la seconda è stata in grado di dare una dimensione alla delusione indefinita subentrata alla lettura della prima. Diego e Frida è stata sì una delusione, ma non mi sento di sconsigliarne la lettura. Dipende sempre da quello che volete da una storia, ma in questo caso soprattutto da come volete che vi sia raccontata.

Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi copertinaScrivere una biografia non è mai semplice e scriverla su due personaggi come Frida Kahlo e David Foster Wallace rischia di essere un’impresa più o meno disperata, perché in quanto icone non si tratta solo di una vita da scandagliare, ma di presentare qualcosa che rischia di deludere le aspettative del lettore. La Kahlo e Wallace non lasciano indifferenti, sono il classico esempio di ciò che si ama o si odia, sottovaluta o sopravvaluta. A entrambi viene tributato una sorta di culto laico. Un biografo non può non tenere conto di tutto questo e sia Max che Le Clézio devono averlo fatto, arrivando a conclusioni pressoché opposte.

Frida Kahlo ritratto con rapace

Frida Kahlo / Frida e Diego. Prima di interessarmi in maniera più approfondita a Frida Kahlo, a malapena avrei saputo riconoscere un suo quadro. Lei, invece, è sempre stata riconoscibilissima: donna a suo modo bella, capelli intrecciati in una corona intorno al viso, sopracciglia foltissime. La sua immagine aveva sempre preceduto la sua arte: donna forte per eccellenza, stoica nella sofferenza e folle nell’amore. É stato solo grazie alla lettura del diario dipinto che ho saputo dell’incidente stradale che l’ha quasi uccisa, dell’ospedale e della solitudine, del busto o dello specchio fissato sopra il letto. Diventerà ben presto qualcosa di totalmente nuovo, costruito sulla donna che non poteva essere; creò lei stessa quella bambola con cui siamo abituati a identificarla.

Frida Kahlo

“Frida che dipinge ‘Io e i miei pappagalli’ con Nickolas Muray”, scatto di Nickolas Muray (1939)

Esistevano non una, ma due, infinite Frida, originate tutte sia da un incessante lavoro sulla propria persona che da numerosi rovesci della vita. L’aborto, la separazione da Rivera, i tradimenti, il dolore fisico che non finisce mai. Le foto sono un documento importantissimo per valutare chi sia stata e le reazioni che sapeva suscitare. Sembra un modo di dire logoro “parlare con gli occhi”, ma lei con gli occhi parlava davvero e con gli occhi faceva parlare. In una foto di Nicholas Muray, sta tutto nello sguardo di lui che la osserva mentre lei seduta punta lo sguardo in camera.

Lola Alvarez Bravo cani fuori dalla stanza di Frida Kahlo

Lola Alvarez Bravo, “Due cani fuori dalla camera di Frida dopo la sua morte” (1954).

In sua assenza, non posso non pensare alla foto dei cani davanti alla porta della sua stanza; siamo nel 1954 e lei è appena morta. La possiamo vedere in un’altra foto della Bravo; Frida è distesa sul letto con indosso i suoi anelli e fiori in capelli perfettamente intrecciati. Il viso mostra tutti i segni del tempo e la sua espressione sembra quella di chi ha emesso un sospiro di sollievo. Il silenzio che accompagna entrambe le foto, ma soprattutto quella con i cani, è lo stesso che ho percepito nelle ultime pagine del diario dipinto, prima tanto chiassoso di immagini finché lei dal dolore non riuscirà più a tenere un pennello in mano. Le immagini si sfaldano, ma i colori restano vividi.

Un volume come Frida Kahlo (edito da Abscondita nel 2014), dove potete trovare queste e altre foto, non ha velleità particolari; potrebbe essere definito una raccolta di immagini accompagnate da testimonianze scritte, della Kahlo e non solo. Il curatore della raccolta non si permette di commentare, ma ciò non deve far pensare che si tratti di un testo asettico. Tutto quello che serve ce lo mette la protagonista. Frida Kahlo e Diario hanno questo pregio, parlano senza bisogno di alcun aiuto esterno – fatta eccezione per l’ovvio curatore e un traduttore degli scritti.

Diego e Frida percorre una strada totalmente diversa nonché ambiziosa: dare vita ai sentimenti. É improprio definire biografia quest’opera, che in realtà ha tutto del romanzo; pur raccogliendo brani che pare contengano parole della Kahlo o di Rivera, tutto è retto dalla voce di un narratore onnisciente che saldamente padroneggia sentimenti e ricordi, motivazioni e riflessioni intime. Tutto è chiarissimo, assolutamente evidente e necessario. Concludendo, la mia non vuole essere una critica negativa, ma trovo che l’autore abbia scelto la via più semplice. Se volete un libro che sia tutto teso alla descrizione di emozioni e sentimenti, siano essi appurati o meno, Diego e Frida è la scelta giusta. Se volete un testo che confermi e accresca l’aura eroica e romantica di un personaggio che venerate, Diego e Frida è perfetto.


Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi copertinaDavid Foster Wallace / Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Quando sono venuta a sapere dell’esistenza di David Foster Wallace non avevo la minima idea di quale ginepraio mi attendesse. Come per la Kahlo, certamente il suo volto non mi era nuovo: occhiali e bandana, sguardo malinconico. Ignoravo le reazioni che sapeva suscitare nel pubblico, comprese nello spettro fra “il massimo genio della letteratura contemporanea (?!)” e “spazzatura americana”. Ignoravo che si fosse suicidato. Ignoravo il suo essere diventato un’icona. L’autore del caso letterario Infinite Jest si era appena tolto la vita e c’era già chi sarebbe stato pronto a dichiararlo santo. Scrivere una biografia su queste basi potrebbe essere ancora più difficile che non affrontare il personaggio Frida Kahlo.

In un’intervista al Guardian del 2011, la moglie Karen Green si esprimerà circa il suicidio di Wallace, capace di trasformarlo in qualcosa (l’icona) che lui stesso avrebbe detestato. La riflessione personale della Green si è tradotta in un nuovo percorso di ricerca artistica, nel tentativo di sviluppare nuove risposte a domande disperate, nell’amara constatazione che il mondo vedesse quell’uomo come l’emblema dell’eroe tragico, del “genio tormentato”. Il suicidio ha stravolto la vita di entrambi, in un modo o nell’altro, cambiando la memoria pubblica e devastando il presente di chi è rimasto. Avvicinarsi alla vita di David Foster Wallace significa fare i conti con la sua fine; il rischio per un potenziale biografo è finire col decifrare la storia usando il suicidio e la malattia come chiavi di lettura privilegiate. Il rischio è perdere di vista l’uomo a favore di quello che sarebbe diventato agli occhi del suo pubblico, non solo grazie a Infinite Jest, ma anche grazie al suicidio. Un rischio considerato dall’autore della biografia di Wallace, D. T. Max, in un articolo del Guardian: “Perché David Foster Wallace non dovrebbe essere venerato come un santo secolare“.

Quale considerevole percorso è stato intrapreso da Wallace sin dal suo tremendo suicidio nel 2008. È in qualche modo passato da essere l’autore di un grandioso romanzo sopravvissuto grazie al culto di giovani lettori fino a diventare un’imprescindibile guida per la nostra difficile situazione culturale. In questi giorni, specialmente con il recente film The end of the Tour […] sono certo che sempre meno persone conoscano David Foster Wallace con uno scrittore piuttosto che come una figura pubblica, e quella figura è una sorta di santo laico, un professore di mite, sofferente saggezza cui possiamo ricorrere nei momenti di smarrimento.

Il grande merito che devo riconosce a Max è la capacità di andare oltre la figura pubblica e la sua canonizzazione, mostrando come quella di Wallace fu un processo non esente da dubbi. Dubbi che non riguardano necessariamente il mutevole stato mentale, ma la scrittura stessa e il valore della propria scrittura.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi sembra una biografia  onesta, basata su informazioni tratte da lettere, interviste, dichiarazioni di Wallace, dialoghi con chi l’ha conosciuto in vita. Max non ha mai conosciuto di persona lo scrittore, ma il risultato del suo lavoro è un rispettoso ragionare su dati quanto più possibile certi, lasciandosi un minimo spazio di manovra per le interpretazioni. La vita come l’avrebbe vissuta, da un’opera all’altra nel tentativo di costruirsi come scrittore, passando da successi che sono sembrati fallimenti, andando di lettura in lettura, dalla filosofia alla scrittura. Veniamo qui a un altro grande merito: tentare di ricostruire della vita di Wallace la complessità dei suoi stimoli, rendendo chiaro come lo scrittore potesse amare sia Wittgenstein che la musica contemporanea, le belle donne tanto quanto la vita tutta, la Dr. Pepper quanto le ore e ore di televisione. In tutto questo, la visione che ognuno ha di David Foster Wallace non può che uscirne ridimensionata e non perché fosse una pessima persona, ma perché semplicemente era una persona. Una persona assolutamente normale, fatta di carne e dubbi come tutti.

Il suicidio, viene da sé, è descritto non come una tappa finale necessaria, ma come la semplice conseguenza di una serie di scelte a fronte di un problema. Qualora il malessere si fosse affacciato nella vita di Wallace, Max lo registra nei limiti del possibile, se lo stesso Wallace glielo permette. Registrazioni, lettere ad amici. O il seguente frammento, tratto da un racconto che non sarà mai pubblicato in alcuna raccolta, “Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta“.

Nient’altro […]; voi siete la malattia. […] Vi rendete conto di tutto questo. Ed è allora, mi sa, che […] guardate il buco nero e vedete che ha la vostra faccia. È in quel preciso istante che la Cosa Brutta vi divora, o meglio, che voi divorate voi stessi. Che vi uccidete. Facciamo tante storie quando chi ha una “grave depressione” si suicida; diciamo: “Per la miseria! dobbiamo fare qualcosa per impedire che si suicidino!”. Errore. Perché, vedete, tutte quelle persone a quel punto sono già uccise, nel senso che conta per davvero. […] Quando si “suicidano”, si dimostrano semplicemente coerenti. [D.T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi – Vita di David Foster Wallace; Einaudi, 2013. P. 60]

Accanto a questa testimonianza scritta, Max colloca un particolare, un’immagine di Kafka che Wallace aveva in casa, corredata da una didascalia: “La malattia è la vita stessa”. Tutto contribuisce a costruire l’esperienza di un uomo e Max fa confluire tutto quanto possa nel suo testo, per dare un’immagine a tutto tondo. Il malessere è un filone come un altro, compreso necessariamente nella vita di Wallace in quanto parte della rappresentazione che aveva del proprio mondo. Max non lo ignora, ma sceglie sempre di procedere laddove può fondare il discorso, abbandonando il terreno quando manchi l’appoggio al suo lavoro. La sua biografia per questo motivo non risulta mai morbosa. Non c’è alcuna necessità di accattivarsi l’attenzione del lettore con immagini pietose. La descrizione della vita è ampia, i tempi sono dilatati nella ricerca del particolare anche più insignificante, per accelerare (sono le ultimissime pagine) quando non ci sarebbe stato più niente da raccontare, quando pareva che la mente di Wallace fosse troppo pervasa dalla sua decadenza.

Gli scritti di Wallace sono un altro immenso filone, composto di influenze che cambieranno continuamente durante la sua vita, influenze che non si limitano solo alle letture caratterizzanti, ma si estendono alle conoscenze più vicine all’uomo, come nel caso di Franzen e Costello. Emerge un ritratto complesso e attraversato da crepe, dalla necessità di produrre qualcosa di culturalmente accettabile dalla comunità letteraria fino alla più prosaica necessità di guadagnare soldi per vivere. La necessità di rimanere fresco, vivo, di non rimanere indietro, di non restare impantanato in un successo difficile da ripetere. Non mi riferisco solo a Infinite Jest. Il seguente brano, Wallace lo scriveva nella primavera del 1991 alla sua agente, Bonnie Nadell:

“Ti prego di non darmi per spacciato. Voglio essere uno scrittore molto più di quanto non lo volessi nel 1985. Penso di poter diventare molto meglio di com’ero, ma ci vorrà del tempo: e credimi, so che ne ho già perso un bel po’ […]. Non desumere, ti prego, che io sia pigro o distratto solo perché non ti ho mandato nulla da pubblicare. Non presumere che la disperazione abbia avuto la meglio, o che ormai mi sia bruciato. Non è così lo giuro. Potrebbero volerci un altro paio d’anni prima che riesca a finire qualcosa di lungo e meritevole, ma ci riuscirò. Ti prego non dimenticarmi […].” (Max, p. 246)

Cinque anni dopo uscirà Infinite Jest.

Leggere questo libro significa entrare nelle modalità in cui vita e scrittura si intersecano. Diventa possibile scoprire come brani apparentemente autobiografici e spontanei compresi fra i saggi contengano in realtà fatti avvenuti sì nella vita reale, ma in altri frangenti, ricollocati in modo da costruire qualcosa di totalmente nuovo. Personaggi di Una cosa divertente che non farò mai più, pare che non siano mai esistiti; l’episodio della donna in lamé che vomita sull’ascensore è realmente avvenuto, ma non a bordo della Nadir, in luogo e tempi totalmente differenti.

Max non vuole rassicurare il lettore e la luce sotto cui pone Wallace è al contempo impietosa e rispettosa. Ridimensionare David Foster Wallace significa tentare di ricostruire ciò che è stato, indipendentemente dalla grande fama e da cosa può aver significato per noi che lo leggiamo. Sotto la marea di impressioni, ricordi su come Infinite Jest abbia cambiato la nostra vita, in mezzo alla gratitudine, alla nostalgia, all’amore e persino all’odio, c’è qualcuno che di tutto questo è solo incidentalmente artefice.

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56 pensieri su “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi / Diego e Frida

  1. ivano f ha detto:

    …e io che non l’ho ancora comprata, quella biografia! Già mi avevi incuriosito quando ne avevi parlato l’altra volta, adesso sono ancora più convinto, devo proprio farlo. Una biografia non morbosa, una biografia che vuole essere il più possibile onesta, mi pare di aver capito. Se non è un buon motivo questo…
    Ogni bene 🙂

    • Francesca ha detto:

      Un bellissimo libro, a me ha rivelato una persona totalmente sconosciuta, soprattutto quando già pensavo di averne capito qualcosa. Merita e anche se forse non traspare da come ne ho parlato, sa essere straziante. Nel modo giusto però, perché alla fine con la storia di cui tratta non può che esserlo. Serena notte 🙂

        • Francesca ha detto:

          Infatti… alla fine spargo impressioni ovunque mi capiti che un pensiero venga risvegliato, ma mettere tutto insieme è complicato. Qualcosa rimane sempre per strada, ma forse va bene anche così 🙂

  2. sherazade ha detto:

    Diciamo che ho monitorato il parto adesso di e fatto molto tardi no scorso soltanto. Dolorante per la mia devitalizzazione penso allo scorrimano dell’autobus che ha trapassato da parte a parte il corpo della giovanissima Frida e mi vergogno e ammiro il suo coraggio la sua tenacia il suo carattere indomito che l’ha portata a destreggiarsi con figure come Diego Rivera che seppe tenere sulla corda nonostante la sua infermità farsi amare ed amare così tanto da sposarlo per ben due volte.
    Quante chiacchiere a domani x Wallace…
    Sheraconunabbraccio

  3. ysingrinus ha detto:

    Come ti ho già detto a pelle Wallace mi sta antipatico, mi rendo conto che non significhi nulla questo, e faccio fatica a leggere qualcosa di chi mi sta antipatico se non lo conosco già.
    Però quello che scrivi su questa biografia, soprattutto l’ultima citazione che riporti, mi fanno pensare che dovrei superare il mio pregiudizio. Prima o poi lo farò.

    • Francesca ha detto:

      Ci può stare che ti stia antipatico a pelle, Wallace, come tutti quelli che ci stanno antipatici – magari – perché ne detestiamo l’aura, il cosiddetto personaggio. Nel caso di Wallace c’è un personaggio da smantellare, cosa che Max fa. Era una persona in continua lotta con problemi e dubbi, ma vivo, nonostante gli alti e bassi; gli piaceva il cibo spazzatura e la televisione, si fumava una sigaretta, prendeva per i fondelli Wittgenstein e doveva fare un macello per consegnare in tempo un manoscritto. Se ci immaginiamo il Wallace moralmente alto, fighissimo perfetto malinconico eroico… questo non è del tutto merito di Wallace, ma di una serie di sofisticazioni che anche io trovo insopportabili. Prendi per esempio il film che è uscito ora in Italia, The end of the tour: lo trasforma in qualcosa di vicino forse alla sua realtà, ma sublimato, vicino al divino. Si confronta con un personaggio – il giornalista che lo dovrebbe intervistare – che è il suo opposto, meschino quanto basta (l’attore che lo interpreta poi è la classica faccia da c**o), geloso, impiccione. Un meschino che si redime, ma se si redime è anche grazie a Wallace. Ecco, quel film non lo vedere, fatti un favore… ho il sospetto che Wallace ti possa piacere ancora meno. Inutile che ti dica che tale film è stata una delusione, ma parlo per me.

  4. intempestivoviandante ha detto:

    Conosco poco entrambi, però qualcosa di quello che dici riguardo a wallace e alla sua biografia mi colpisce, per esempio quando parli del rischio di “decifrare la storia usando il suicidio e la malattia come chiavi di lettura privilegiate” e di “perdere di vista l’uomo a favore di quello che sarebbe diventato agli occhi del suo pubblico”. Tocca corde personali che nulla hanno a che vedere con Wallace e che potrebbero costituire un motivo per me di leggere una biografia che altrimenti sicuramente non avrei neanche considerato, per cui grazie 🙂
    Alexandra

    • Francesca ha detto:

      Grazie a te del commento 🙂 chi ama David Foster Wallace, forse lo fa perché è un autore che ha parlato direttamente al cuore di una generazione e lo ha fatto con un linguaggio ricco e al contempo fruibile. Letteralmente, ognuno ne ha voluto un pezzo. Ognuno si è sentito di averlo perso e il suicidio è stato un colossale “tradimento” (se mi passi il termine) a chi lo voleva come riferimento. Al contempo lo ha reso eterno e chissà cosa di altro. La cosa bellissima è proprio questa, ritrovare sotto la scorza qualcosa di più banale, magari, meno eroico, qualcosa di più vicino al vero. Diamine, era una persona con cui probabilmente non sarei mai andata d’accordo, aveva un carattere tutto particolare.
      Nemmeno io avrei mai pensato di leggere una biografia del genere e lo ammetto… sono stata fortunata a trovarla. Nel caso ti capitasse di leggerla, spero ti commuova quanto ha commosso me.

      • intempestivoviandante ha detto:

        Guarda, con la tua risposta hai scavato ancora più a fondo in certe affinità che ho sentito istintivamente leggendo la recensione. Parlo di affinità in un senso molto lato, eppure profondo e per me davvero commovente. Perché sto scrivendo la storia di un uomo con cui sento un legame fortissimo, nel senso del legame che si potrebbe avere con un ideale da seguire, qualcuno che ha davvero dato forma alla mia visione del mondo, anche se al tempo stesso c’è da parte mia una forma di “amore” altrettanto forte. E tutti questi sono elementi con cui mi trovo a fare i conti. Il suicidio come “tradimento” da parte di qualcuno di cui tutti volevano un pezzo e di cui “ognuno si è sentito di averlo perso”. Il personaggio pubblico, il genio tormentato, il punto di riferimento di una generazione (più di una, nel caso dell’uomo di cui io sto scrivendo) e dall’altra parte l’uomo molto diverso, in parte, da come è stato immaginato e raccontato prima e dopo la sua morte. Il conflitto tra il riavvicinamento a una figura più umana, conflittuale se vuoi ma anche “quotidiana” e il fatto che comunque (almeno per me) quella figura resta molto “straordinaria”. Forse dovrò proprio leggerla, questa biografia 🙂

        • Francesca ha detto:

          Credo sia grosso modo la stessa cosa che avverto scrivendo di Wallace – ma anche della Kahlo. Ti cambiano la vita, ma la loro vita è solo cosa loro. Ci rimaniamo sempre un po’ male anche se non lo vogliamo ammettere. Sono i nostri fratelli maggiori, padri e madri in senso spirituale quasi. Pur nella loro normalità, sono tutt’altro che normali. Voglio proprio leggerla, la storia che stai scrivendo 🙂

          • intempestivoviandante ha detto:

            Ne sarei ovviamente felicissima. Non voglio spammare ma se vuoi puoi cominciare da questa https://intempestivoviandante.wordpress.com/2016/01/07/una-non-introduzione-a-una-non-biografia/ che è una sorta di provvisoria presentazione. Di tutto quello che ho scritto di lui sul blog, molto comunque credo che andrà a finire nel libro, che sarà lontanissimo da una biografia, credo, eppure si avvicinerà alla sua vita tanto quanto mi sarà possibile farlo. Perché la sua vita è cosa sua senz’altro ma è lui per primo che ha scelto di condividerne gran parte; e perché più la approfondisco più sento che vale la pena conoscerla il più possibile. E’ proprio quello che dici tu, pur nella normalità, persone tutt’altro che normali 🙂

            • Francesca ha detto:

              Hai fatto benissimo a lasciarmi il link, mi dispiace solo di non aver notato prima il tuo pezzo, considerando a chi è dedicato. Ha significato molto anche per me; credo sia stata una delle poche persone che, pur non avendo nessuna conoscenza diretta, ha avuto tutto il mio affetto oltre che ammirazione e comprensione.

              • intempestivoviandante ha detto:

                E’ impossibile leggere tutto… Tu sappi però che a parte le recensioni dei film, che riguardano solo i “suoi” film, le poesie del mio blog sono tutte dedicate a lui. E anche tante altre cose. Il blog stesso, diciamo, in larga misura 🙂

  5. Alessandra ha detto:

    Tutto molto interessante. E poi ti si legge con grande piacere, perché sei riuscita ad esporre con scorrevole chiarezza tutto ciò che hai assorbito da queste biografie, sia nel bene che nel male. Come sempre, bravissima.

    • Francesca ha detto:

      Grazie di cuore 🙂 erano mesi che ci rimuginavo, alla fine quello che è uscito s’è tutto condensato e stranamente m’è riuscito anche scrivere meno del solito. Della prima biografia/romanzo c’era ben poco da dire, comunque. Mi ha comunicato talmente poco che alla fine della lettura mi è servito un anno per capire perché ci fossi rimasta così male.

  6. il barman del club ha detto:

    su Wallace io ho delle opinioni contraddittorie perché il suo famoso “Infinite Jest” non sono proprio riuscito a leggerlo, o finirlo, se preferisci. La sua raccolta di racconti intitolata “Oblio” è meglio ma, mette addosso un senso di disfatta, che non lascia scampo alla felicità e forse, il suicidio, era proprio nelle sue corde. Bellissimo invece “Brevi interviste con uomini schifosi” dove, con la tecnica del dialogo, si sviluppano delle storie straordinarie che lasciano il segno. Tra l’altro, nelle parti dove si leggono solo le risposte (senza le domande) o solo le domande (senza le risposte), s’intuisce proprio l’originalità del genio letterario, troppo fragile però, e troppo conflittuale per potersi esprimere direttamente senza, o liberamente, oltre i suoi labirinti, troppo estesi, troppo infiniti (scusa l’errore) per essere uno scherzo. Da certi territori non se ne esce più…
    Brava come sempre ( questo è per te 🙂 )

    • Francesca ha detto:

      Grazie 😀 davvero!
      Infinite Jest ho iniziato a leggerlo e ho rinunciato, ma solo per il momento; non so quando lo riprenderò, ma so che dovrò farlo… me lo sento. Di Oblio ho letto il primo racconto, “Mister Squishy”, anzi, l’ho letto tre volte. Ti confesso che il mio rapporto con Wallace è abbastanza altalenante, passo con disinvoltura da un volume all’altro; a ben vedere ho terminato solo Considerare l’aragosta (inteso come raccolta di saggi) e Una cosa divertente che non farò mai più. C’è in questo scrittore qualcosa che mi attira e al contempo mi allontana. Lo trovo elegante tanto da spingermi a concentrarmi su un particolare per giorni, per poi passare avanti. Lo trovo tanto difficile da trovare certi suoi scritti (il primo racconto di Oblio uno di questi) delle giungle di pensieri sconnessi eppure lineari. Non saprei spiegartelo meglio di così. Un giorno ho avuto la malaugurata idea di prendere Il re pallido. Mi sono innamorata del primo capitolo e di una frase del secondo (se solo avessi il libro a portata di mano te la trascriverei… non voglio andare a memoria perché io e la memoria non andiamo d’accordo). L’ho riletto solo quello circa una ventina di volte, ma correggo sicuramente il numero per difetto. Wallace è talmente troppo che io stessa per ora fatico ad avere un’opinione, non dico lineare, ma almeno organica, organizzata, sensata, ecco. Sono ancora molto affascinata, questo sì.
      E sui “territori”, da un lato non hai tutti i torti. Mi piace che Max non si lasci prendere la mano da facili commenti sulla tendenza di Wallace a farsi del male, nei rapporti umani come nell’assunzione di sostanze o nella gestione dell’ansia. Tuttavia, è innegabile come ci sia un certo rumore di fondo nella sua vita e Max lo registra. Tutto questo, scrivi bene, permea la sua scrittura e ne costituisce al contempo un punto di forza e la debolezza che gli impedirà di essere più pienamente realizzato nell’espressione.

        • Francesca ha detto:

          Ah, certamente non è un autore facilissimo, ma devo dire che con le ultime letture che ho portato a termine direi di aver trovato “di peggio”. In senso buono ovviamente 🙂 Correzione di T. Bernhard non è stata di certo una passeggiata…

  7. gianni ha detto:

    Bisogna che mi fermi stasera, perché ho già raggiunto il mezzo migliaio di righe lette ed è troppo per le mie stanche membra, ma il tuo articolo l’ho letto e come sempre, l’ho apprezzato.
    Non è piaggeria, o paraculaggine, come sai leggo davvero tutti i tuoi articoli ed ogni commento che viene fatto. E’ che devo digerire (un po’ anche la provola) il contenuto. Frida è un personaggio che pare uscito dalle copertine, come se d’un tratto un dipinto desse luogo alla vita, questo perlomeno nella mia immaginazione.
    Per Wallace, come tanti artisti, credo non si capirà mai cosa lo ha spinto ad esistere in un certo modo e a desistere dalla vita, allontanarsi dagli amici e da tutto, terminando(si) e quindi accettando il rischio di finire, essere niente. Ci interessa? Come ho già scritto nel blog di cartatraccia, a me no. Non voglio sapere perché questo o quel cantante\pittore\scrittore si è tolto la vita, com’era in vita e se era una bella persona. Non è mio amico. Certo, conoscere certi aspetti mi farà inquadrare cosa ha prodotto… ma serve veramente?
    Ritornerò su questo post recuperate un po’ di energie! 🙂

    • Francesca ha detto:

      A volte ci sono dei personaggi che diventano proprietà del loro pubblico, un po’ come Wallace; molti hanno sofferto la perdita come se fosse personale. Era una persona che ha attraversato un certo percorso, grazie al quale ha acquisito una comprensione piuttosto profonda di certe dinamiche psicologiche. Ci si sente capiti e si desidera – forse – che quella persona sia veramente un mentore, quando invece tutto quel rapporto è puramente incidentale. Significa molto per noi, ma non ci conosce. Conosceva solo bene se stesso, magari. Dici bene, non è un amico. Fondamentalmente, nemmeno a me interessa perché si sia tolto la vita e nemmeno ho necessità che Wallace sia confermato santo… In quanto scrittore, mi interessa conoscere (nei limiti del possibile) il suo percorso intellettuale, le sue letture, il suo pensiero. Lascio il gossip agli altri.
      Poi, alla fine, se mi passi questo esempio scemo, alla fine a me interessa sbirciare nella biblioteca, ma se lui nella biblioteca ci gira in ciabatte piuttosto che in vestaglia, a me non interessa. Conoscere aspetti più strettamente biografici, questo può interessarmi per capire perché ha scritto qualcosa. Sapere che Infinite Jest è stato un modo per elaborare un difficile rapporto con la madre può fornirmi un’ulteriore chiave di lettura, ma alla fine è solo un’informazione in più. Per me quel libro da mille e passa pagine sarà sempre altro. Significherà qualcosa per la mia crescita e un esempio di stile nella scrittura, ma in nessun modo potrò essere sicura al cento per cento anche solo di quell’informazione in più. Una biografia rimane sempre un’interpretazione, una traccia. Così le sue opere non sono un’estensione positiva o negativa, ma solo qualcosa che ormai non esiste più, perché la sua rappresentazione del proprio mondo è cessata con lui. Ora esiste solo l’interpretazione di ogni singolo lettore. Non è la voce di una generazione, al massimo è la sua.
      Io so solo che Wallace significa qualcosa di diverso per ciascuno come ogni personaggio che volente o nolente ha saputo toccare l’anima di molti. E mi chiedo, le motivazioni che l’hanno spinto a scrivere, è giusto che rimangano solo sue? chi crea e ha avuto un motivo per creare – uno scopo – deve/può essere scisso dalla sua opera?

      • gianni ha detto:

        Interessante risposta. Anche e soprattutto la domanda finale, a cui non risponderò. Non ora almeno.
        Dovrò leggere questo Infinite jest, mi pare ovvio che sia utile.

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