Hugo Schnars-Alquist - Stürmische See vor Klippenlandschaft

Sogno

[Come promesso, ecco il racconto valevole per il II concorso Ysingrinus d’autore… speriamo di aver fatto una roba decente eh. Il testo originale del racconto stava qua, nel caso.]

Poteva sembrare una libreria in via di allestimento, piena com’era di materiale alla rinfusa, ma non c’era un solo libro nuovo; bisognava fare attenzione a camminare nei suoi corridoi intricati, costituiti da pile di libri accatastati, fondi di archivio in scatoloni sigillati, grossi codici. I pochi scaffali erano vuoti. Il libraio doveva essere abituato alla confusione, dato che si limitava a leggere nel suo cantuccio dietro il bancone. Quando lo raggiunsi con il libro che avevo scelto lo vidi finalmente alzare gli occhi e fu così che le poesie scelte di Robert Burns se ne tornarono nel mucchio con gli altri libri, grazie al libraio che me le strappò letteralmente di mano. “Burns. Mi ricorda dove sono nato… e capisco che possa piacerti, ma ne hai già un altro come questo. E in edizione più ampia”. Richiuse il libro che stava leggendo e lo fece scivolare in una piccola custodia di pelle nera, quindi me lo porse con un sorriso. “Vorrei che tu lo tenessi per me, io l’ho letto sin troppe volte. Se non ti dovesse piacere potrai sempre riportarmelo, ma… ne dubito fortemente. Consideralo un regalo”.

Su Burns aveva ragione, tant’è che non riuscii a pensare ad altro, nemmeno al nuovo libro che portavo in borsa. A casa avrei scoperto che si trattava di un breve diario, scritto a mano e privo di firma, oltre che in pessime condizioni. Alcune pagine erano state strappate. Per quello che ne sapevo, poteva avere un secolo e il problema non era la già malconcia rilegatura, ma lo stato delle pagine: si rovinavano solamente a toccarle. La custodia non doveva essere stata di grande aiuto, anzi, probabilmente non era nata per proteggere quel volumetto; sembrava un vecchio necessaire ed emanava un vago sentore di muffa. Sul dorso era impressa un’iniziale, una W o una M, ma poco importava: ciò che mi premeva era il tempo che quel libro non aveva più. Interrotta la prima fase di lettura, decisi di iniziare una trascrizione del volume. Pur con tutte le premure, la carta si disfaceva come se fosse intrisa d’acqua. In capo a un’ora e poco più, del diario non rimase più niente.


29 febbraio. Occhi sbarrati. Non riesco a dormire. Cerco di alzarmi, a costo di trascinarmi fuori dal letto, ma ho i muscoli doloranti e un fastidioso nodo alla gola. E quest’ansia… i risvegli non rendono certo più desiderabile il sonno. È come se mi rifiutassi di dormire, come se ne avessi paura. Sono un uomo fatto e finito, uno che si ridurrà a chiudere gli occhi con la compagnia d’una candela accesa, come un bambino.

20 marzo. Continuo ad avere il sonno disturbato. Non faccio che tormentarmi inutilmente.

I aprile. Non ho ricordo dell’ultima volta in cui abbia dormito per una notte intera. Qual è il problema? Non so, talvolta penso che mi farebbe bene uscire, ma finisco sempre col rimanere qui. Mi siedo e scrivo, scrivo e getto tutto al macero. Se anche avessi un problema, sicuramente non faccio nulla per risolverlo. Non mi riconosco più.

2 aprile. Sono a tal punto ossessionato dalla mia insonnia da valutare ogni istante fra veglia e incoscienza, quella lunga e lenta sensazione di abbandono, la dolce pesantezza delle palpebre. Il tempo di riaprire gli occhi e il cielo si apre come una striscia indaco estesa fra due lingue di terra verdeggiante; sotto le mie scarpe di cuoio scricchiolano i sassi di una stretta spiaggia coronata da scogli. Una folata di vento mi fa turbinare incontro l’odore di alcune reti da pescatore lasciate ad asciugare nei pressi; non era gradevole, ma nel complesso mi sentivo bene. Il cappotto faceva proprio un bel caldo. Nella rada di fronte si trovava una fila di minuscole imbarcazioni, mentre più indietro si stagliava una gran massa scura, nera e fumante. Certo non era una vista rassicurante, ma a suo modo mi attraeva. Cammino, inciampo, riesco a non cadere solo grazie a una barra di metallo. Afferro una mano, d’istinto ringrazio l’uomo che ho di fronte. Il vento è scomparso. L’aria si si muove ritmicamente al cozzare di grosse barre di metallo; non c’è molta luce, ma so di essere al sicuro. Sto camminando su una passerella. Riesco a vedere tutto quello che succede sotto di me, verso un fondo che pare un abisso. Un caos di braccia umane e acciaio, qualcosa che mi respinge oltre ogni immaginazione. Il caldo dell’ambiente chiuso viene spezzato da soffi d’aria gelida e dal basso provengono talvolta miasmi degni di una sentina. La figura scura che mi accompagna sembra divertirsi del mio disagio, ma lo fa con tale amichevole trasporto da portarmi a ridere a mia volta.

9 aprile. Sento di abituarmi a questo stato di cose e ciò mi preoccupa, perché mi sto accontentando di sopravvivere. Vivo, ma lo faccio mio malgrado. Continuo a non avere appetito, forse per via della mancanza di sonno. Quello che non capisco è fino a che punto si possa diventare apatici e privi di alcun desiderio. Non sento niente. Sarebbe normale alzarsi senza conoscere ogni passo da compiere nelle ore successive, ma non si può restare eternamente bloccati. Mangio forzatamente e non mi curo del sapore del cibo: fondamentalmente non mi interessa. Il sonno continua a essere irregolare, ma ora che riesco a ricordare brani di ciò che sogno mi spinge sempre di più a preferire quella fuga dalla realtà. Inizio a preferire la ricerca del sonno alla vita, ogni giorno più insulsa. Cosa faccio? Mi analizzo. Rileggo quello che scrivo, rimugino ogni parola. Cosa ne ottengo? Niente. Allora torno a letto e cerco di dormire. Ancora. E ancora. Oggi ho sognato di trovarmi in una stanza bianca e stretta, illuminata da una luce calda e piacevole. Sono seduto a un tavolo, di fronte a un uomo col viso affondato fra le mani. Mi parla, ma non lo capisco. È deluso, forse irritato per un cambiamento improvviso, ma il suo tono di voce resta calmo, anche quando mi dice di non avere nemmeno il tempo di cambiarsi l’abito. Quale abito? Non saprei dire. Il sogno si sarebbe concluso poco dopo, con l’ingresso di una figura, diretta a passo sicuro verso di me. Ha il volto più in carne dell’uomo seduto al tavolo, ma di primo acchito li avrei potuti confondere. Hanno grosso modo la stessa corporatura. “Dove sono le chiavi? non mi sono state consegnate”. A questo punto mi trovo nuovamente nel mio letto, perfettamente sveglio.

Nel dormiveglia è facile, il sogno vive nella testa, ma da svegli il senso dei sogni si disfa irrimediabilmente; quello che sembrava ineccepibile diventa un gran cumulo di sciocchezze, un po’ come il diario che sto scrivendo. Ecco che resta il ricordo di un paio di frasi senza senso, particolari che forse non hanno alcuna importanza, ma su cui finisco sempre per concentrarmi. Come il viso dell’uomo seduto di fronte a me. Non riesco a togliermelo dalla mente, somigliante com’è a un vecchio amico. Non può essere, anche se i lineamenti del volto non sono poi così diversi, ma c’è sicuramente un particolare che mi sfugge… Particolari… Ancora qui, penso a inutili particolari, mentre la mia vita è bloccata senza rimedio. Il massimo che riesco a fare è sedermi a questa scrivania e scrivere, ma che differenza c’è fra tormentarsi seduti a un tavolo o sdraiati su un letto? In entrambi i casi aspetto qualcosa che non arriva, il sonno o un ricordo. Se fosse stato lui, l’uomo della stanza col tavolo dovrebbe avrebbe dei baffi, tanto per fare un esempio. Sto rinunciando a capire cosa si annidi nella mia testa.

10 aprile. Volendo, non avrei nulla da registrare, nemmeno un sogno. Potrei dire di stare quasi bene, ho anche ripreso a mangiare, ma è tutto tristemente insapore. Quest’apatia mi impedisce di pensare a qualsiasi cosa non sia il tragitto dal letto alla scrivania, dalla scrivania alla sala da pranzo. Un giorno dopo l’altro, giorni tutti uguali. Se stasera mi addormentassi felice per aver compiuto un solo, singolo passo, so già per certo che l’indomani sarò ancora qui, a ripartire da zero, con gli stessi dubbi. Come se non fosse accaduto niente, dentro e fuori di me.

11 aprile. Stanotte ho dormito come non facevo da tempo. Ricordo di aver sognato una fila di luci in lontananza, alcune luminosissime, altre tremolanti come se fossero riflesse nell’acqua; a un certo punto iniziano a muoversi dolcemente, mentre un bel vento scombina l’aria. Mi sono svegliato senza urlare, senza nessuno scossone; ero ancora coperto dalle lenzuola e avevo voglia di uscire, di fare qualcosa… per un momento mi sono sentito un’altra persona. Sono andato dritto alla finestra; ho dovuto insistere ma l’ho aperta. E niente. L’aria era immobile e pesante. Non tirava un alito di vento e fuori non c’era nessuno. Non so cosa mi sia preso. Fine della volontà, fine dei desideri.

12 aprile. Mi illudevo… mi illudevo di poter stare meglio! Mi sono svegliato con la nausea, preso da una febbre che mi squassava le ossa; ora riesco a stare in piedi ed è già qualcosa. Non è un caso se ho avuto gli incubi… Camminavo in una caverna oscura; l’aria era impestata di scintille rossastre e un pulviscolo rovente mi impediva di respirare. Tossivo, tossivo e cercavo di proteggermi il viso dal calore che proveniva da strette porte laterali, porte che si affacciavano su inferni di fuoco. Non ero solo: una ventina di uomini si muoveva da una parte all’altra, urlando e lamentandosi, le facce nere di carbone. Da qualche parte era scoppiato un incendio, potevo vederne chiaramente i danni. Pensai di fuggire prima di essere circondato, ma non volevo dare l’impressione di avere paura. A malapena riuscivo a muovermi. Il viso, la gola, le mani mi bruciavano. Respiravo aria infuocata. Alla fine mi resi conto che erano loro quelli sconvolti dalla paura: mi superarono senza toccarmi e rimasi solo. Deve essere stata la febbre a farmi avere un sogno come questo. Penso.

13 aprile. La febbre se n’è andata; sto già meglio, ho mangiato un piatto di minestra e qualche fetta di pane. Mi è venuta persino voglia di radermi, a maggior ragione quando lo specchio mi ha mostrato per quello che non credevo di essere: una persona sana, senza occhiaie e dal viso rilassato. So ancora usare la coramella e mi viene da ridere, per chissà quale motivo mi ero convinto di non poter più radermi decentemente. E invece il rasoio scorre sulla pelle insaponata che è un piacere, peccato solo aver perso un po’ la mano. Che non si senta il taglio può succedere, ma deve essere merito del momentaneo buonumore se riesco a ignorare anche l’allume di rocca. Non lo sento minimamente, eppure mi ha sempre bruciato come l’inferno. Potrei aspirare a stare meglio, sul serio, per più di una giornata? Vado ad aprire la finestra, ma non faccio in tempo ad affacciarmi che si ripresenta quella sensazione di solitudine. Il lago qua sotto è leggermente increspato, ma dalla finestra non si sente l’aria muoversi. In acqua, poi, non ci sono animali, non un pesce o un cigno, niente. La strada che lo costeggia è vuota, lo è sempre stata, per quelle volte che mi sono affacciato. Se anche uscissi, dove potrei andare? E questo silenzio… è semplicemente irreale.

14 aprile. È la sensazione di non poter fare niente che mi opprime, rimanere fermo senza nessuna possibilità di scelta, oltre il modo di descrivere questa strana forma di prigionia. Nel mio corpo inutile, in queste stanze silenziose.

15 aprile. Ho solo quest’ennesimo sogno da annotare. Mi trovo disteso e immerso nel buio. Sono come paralizzato, a malapena riesco ad aprire gli occhi. Sento gravare su di me qualche peso, come se non vi fosse solo l’aria a premermi sul petto. Si accende una luce: sono vestito di scuro, con ancora le scarpe ai piedi, su un letto ancora rifatto. Una voce mi intima di uscire e subito dopo un fischio assordante mi squassa i timpani. L’aria è quieta, ma di un freddo che penetra fin nelle ossa. Fuori è notte e il cielo è una massa infinita di stelle, stemperate solo da una furiosa esplosione, rossa e avvolta nel fumo, che si innalza sopra la mia testa. Mi si chiude la gola, quando sento un uomo gridare. Vorrei piangere ma non ci riesco, so solo camminare e camminare su questo dannato pavimento di legno. Vorrei gridare, ma il grido rimane soffocato in gola. Continuo a camminare e mi guardo intorno. Non riconosco nessuno, a parte quell’uomo con cui ho già parlato. Mi guarda in silenzio, ma è come se non avesse il coraggio di guardarmi dritto negli occhi. È nervoso. Inizia a gridarmi qualcosa, ma vedendo che non lo capisco si avvicina e mi prende per un braccio. “Lato di sinistra, vedi di non preoccuparti. Ce la faccio, ce l’ho sempre fatta”, e si dilegua tra una piccola folla. Decine, centinaia di occhi mi stanno guardando; sono tante persone tutte ammassate su un lato, tutti visi sconosciuti. Lo so che lavoro devo fare e lo faccio meccanicamente. Non ho mai modo di fermarmi, soprattutto quando mi rendo conto di camminare con sempre maggiore difficoltà. Il pavimento si inclina. Un uomo, anche lui vestito di scuro, mi passa accanto. Mi guarda negli occhi e prosegue dandomi le spalle. Sento uno sparo, il suo corpo si è appena accasciato al suolo.

Mi risveglio gridando. Sudo freddo, ma sono di nuovo nel mio letto. Coperta e lenzuola sono finite in un angolo della stanza. Non oso chiedermi perché, ma fra le mani mi rendo conto di stringere una pistola. La getto. Ci rinuncio. Mi arrendo.

16 aprile. Sembrava così reale. Non so se abbia subito lo strascico dell’ultimo sogno, non posso né voglio saperlo. C’era quell’uomo che credevo di conoscere, se ne stava lì aggrappato a un brandello di legno, esattamente come me; forse era quel mio amico che non so ricordare bene, la faccia era proprio la stessa… Stavamo rischiando di morire e io mi sentivo trascinare verso il basso, il respiro mozzato in gola. E non pensai al perché anche in un sogno potessi avere paura di morire, ma cercai solo di respirare e salire ancora un po’ più in alto, mentre vedevo l’altro cedere. Ondeggiai in quel freddo, iniziando a non sentire più niente tranne il mio respiro sempre più lento. Come se gambe, piedi, braccia, pesassero così tanto da strapparsi dal resto del corpo. Gli occhi non riuscivo ad aprirli, incollati come da una sostanza vischiosa. Il caldo si irradiava dal cuore e dagli occhi, le lacrime bruciano ferme intorno alle palpebre incandescenti. Un mormorio si alzò tutto intorno a me fino a spegnersi del tutto. In quel momento ho creduto di essere morto, ma poi ho riaperto gli occhi.

Mi vesto. Prendo la pistola. E sia, se il destino è contro di me, peggio per lui… è una battaglia che non mi interessa più. Allora è questo lo scricchiolio dei guanti fra il calcio e l’anello del grilletto? fingiamo che sia bella la sensazione di schiacciarsi la canna al petto. Fingiamo di avere coraggio, una volta nella vita. Voglio morire, faccio fuoco. Mi faccio passare parte parte dal proiettile. Nello specchio, posso vedere la voragine che ho nel petto. Sono ancora vivo e mi viene da ridere. La morte, la facevo diversa. Pensavo si dovesse impallidire, pensavo si potesse rilasciare la pesantezza del corpo, ma mi vedo ancora riflesso nello specchio. Posso toccarmi il cuore? Non batte. Potrei cospargere di sale questa ferita e non sentirei niente. Cosa può essere rimasto? Cosa mi rimane da fare se nemmeno ad ammazzarmi riesco a morire? Sono qua che scrivo e la pistola se ne sta beatamente vicino a me. Potrei farmi saltare le cervella e continuerei a impestare il mondo con i miei dubbi. Ho sempre riso del tenore che sul palcoscenico si taglia la gola e continua la sua aria ben oltre il dissanguamento. Ora sono io il Moro di Venezia che continua a cantare!

La verità è che sono un vivo senza memoria, e finché mi ostino a non ricordare… è come se fossi già morto. Non voglio dormire per svegliarmi ancora. Voglio finirla qui, con questo limbo in cui un proiettile non è la soluzione dei tuoi problemi. Chi mi dice che abbia ragione? chi mi dice che non stia mentendo a me stesso? Non mi fido di niente, nemmeno delle date che ho lasciato a capo di ogni singola pagina. Date alla rinfusa, ricordi insensati, dove il sogno ha più coerenza di questa realtà sterile. Io non ho mai avuto una pistola in casa, perché dovrei averne una al di fuori dell’orario di servizio? Non ho mai fumato in vita mia, eppure su quella scrivania c’è una pipa e tutto l’occorrente per usarla. Non ricordo nemmeno di aver sempre visto le stanze disposte in questo modo. Tante cose non tornano e poi… c’è il fatto che non sono morto. La cosa spaventosa, però, non è che ho un buco nel petto, ma che inizio a ricordare.

28 aprile. Stanotte ho sognato di essere in una stanza rettangolare: io sono seduto in un angolo e vicino a me c’è un uomo che mi pone delle domande, una dopo l’altra, mentre un numero imprecisato di personaggi dal volto molto interessato mi scruta. Mi guardavano come se volessero divorarmi il cuore. Volete favorire? l’ho distrutto io stesso da molto tempo. Non c’è rimasto niente. Ho mentito dall’inizio alla fine dell’interrogatorio, ma non è corretto affermare che mentissi. Al massimo, posso aver omesso qualche particolare. È tutta questione di sopravvivenza.

La verità, è che tutti i sogni da mesi iniziano nello stesso modo, con me che mi sveglio in questa stanza, su questo letto disfatto. E lo vedo, a volte, fuori dalla porta, lo vedo, è l’unica persona che mi visita in questa prigione. Se ne sta là fuori, in piedi, vedo la sua mano in trasparenza sul vetro dipinto. Lo capisco, si vuol fare ricordare, ma è lui che deve capire che io non lo posso ricordare, che io sono un codardo e che so solo fare il mio lavoro… ne consegue che l’unica cosa che posso fare per lui è dimenticarlo. Inconsapevolmente, mentivo. L’ho sempre riconosciuto, ho sempre saputo che era lui, ho sempre saputo che aveva smesso di portare i baffi. Erano anni che non portava i baffi. Convinse anche me a non portarli più. Gli volevo bene, era un buon amico. Mi risveglierò ancora in questa stanza e se succederà davvero non avrà nessuna importanza il mio nome o il mio passato, perché avrò scelto di dimenticare tutto. Se risvegliandomi dovessi sentire il pulsare del dolore delle mie vere ferite, allora sarà come aver aperto quella maledetta porta per farlo rientrare in questa casa. Finalmente, posso chiudere gli occhi.

Annunci

58 pensieri su “Sogno

  1. Alessandra ha detto:

    Bello. In alcuni tratti mi ha ricordato qualcosa dei racconti di Dürrenmatt, mi riferisco in particolare a quelli di stampo surrealistico, come il Tunnel o meglio ancora La trappola, che a loro volta recano tracce di ispirazione kafkiana.

      • Francesca ha detto:

        L’originale credo sia molto più violento del mio… ha tinte ora scure ora ocra, ha delle scelte “visive”, se mi passi l’uso del termine, più d’impatto. Mi colpì parecchio sin dalla prima lettura, per cui decisi di rifarmi a quello. Certo poi a letture successive non è che la cosa sia migliorata, era sempre piuttosto spaventoso 😀

    • Francesca ha detto:

      Se non sbaglio mi citi un autore di cui ho letto da te, fra l’altro uno di quelli che ha suscitato maggiormente il mio interesse… sapendo per sommi capi di chi si tratta, sono ancor più orgogliosa del paragone che fai… anzi, grazie, non so cosa scrivere 😀 mi sono divertita a scrivere questo raccontino, anche perché sono anni che non mi cimento in una cosa del genere e ho scelto di affrontare la cosa nello stile che più mi è congeniale. Anche la tematica di fondo e la scelta del personaggio principale sono delle mie costanti, non ho dovuto inventarmi molto 🙂 …però, la parte migliore (secondo me la struttura interna) la devo al racconto originale…

      • Alessandra ha detto:

        Sì, mi avete ricordato qualcosa di Dürrenmatt per quell’atmosfera angosciante in sospeso tra sogno e realtà, come si riscontra in alcuni dei suoi racconti più surrealistici (non per i contenuti, che sono ovviamente diversi). C’è in effetti qualcosa che richiama alla mente anche Poe. Quello di Ysingrinus è senza dubbio più crudo in certe descrizioni, il tuo molto più attenuato ma comunque emozionante 🙂

    • Francesca ha detto:

      Amo queste tematiche, dal sogno fino alla manipolazione della realtà. Volevo restituire la realtà di un personaggio che condiziona la propria comprensione in un atto di rifiuto di una realtà troppo dolorosa. Da qualche tempo leggo spesso Lovecraft, ne apprezzo l’accostare proprio questa componente gotica/dell’orrore con qualche dato di indagine psicologica. Volevo proprio sottolineare quel punto, la rimozione e la negazione fino alla soglia della follia. E in tutto questo, devo dire che il testo di partenza (“Il Sogno” originale) mi ha aiutato decisamente tanto, con elementi come il sogno o l’introspezione attraverso il diario. Spero solo di esserci riuscita 🙂

      • crimson74 ha detto:

        Ah, beh… con Lovecraft con me sfondi una porta aperta… e anche King in fatto di sogni vividi, o mancanza di sogni, (vedi proprio Insomnia) ha detto la sua… 🙂

  2. sherazade ha detto:

    Ho letto stamattina fuori e questa sera in santa pace nel mio lettuccio farò le mie considerazioni (certo ininfluenti) su questo racconto ‘strano’, emozionante.

    sherabbracciall’imbrunire

  3. Anonimo ha detto:

    Nn dovevo dire emozionante ma divorante!
    Il sonno sogno come fuga rifiuto della realtà che deve essere degradata a piattume .
    C è stato un momento molto difficile nel quale trovavo rifugio nel sonno ed ero diventata tanto brava dal riprendere là dove la paura mi aveva volutamente svegliata per governare gli incubi. Sono situazioni aberranti che descrivi con una cadenza che mi richiama Poe. E sono stupita di quanto bene tu sappia scrivere al maschile quando , appunto, molti sostengono che una scrittrice sia facilmente identificabile.
    per ora Buona notte e…incubi d oro.
    Sssshera

    • Francesca ha detto:

      Il punto fondamentale è proprio la fuga… perché il fulcro di tutto è il rifiuto di un ricordo e la rimozione dello stesso, un ricordo particolarmente gravoso che viene via via distorto e riportato alla luce in una modalità di difficile comprensione. La morte di un amico, davanti ai propri occhi e nonostante tentativi fatti per salvarlo… magari? Quello che mi aveva affascinato del racconto originale è che c’erano due linee di narrazione, una totalmente assurda, ma con una coerenza rintracciabile, e l’altra più coerente, ma che alla lunga si rivelava sterile e senza sbocco. La prima cosa che ho pensato di raffigurare è stato proprio un episodio di rimozione psicologica: non ho fatto che sostituire le due linee narrative con altrettante, simili ma ovviamente diverse, partendo da una storia reale. Il personaggio principale è una persona esistita, magari non l’avrò perfettamente ricalcata, ma ci poteva stare… doveva essere una prospettiva distorta, per cui mi sono permessa qualche licenza. Anzi, parecchie licenze. Che fosse però una persona estremamente severa con se stessa e che si “imponesse” il coraggio corrisponde al vero. Certi personaggi di Poe hanno qualcosa di simile, una sintesi di forza e debolezza (spesso fisica) che li trascina lentamente alla follia. E Lovecraft… a volte mi chiedo se non sia stata influenzata così tanto da questi scrittori per scrivere effettivamente con un tono “maschile”. Il fatto è che quando scrivo cerco di interpretare il personaggio, annullandomi nelle parole che userei e nelle mie possibili reazioni. E dire che mi sono sempre rimproverata, avendo spesso scelto personaggi maschili, di lasciare che vi trasparisse troppa femminilità. Forse sono stata troppo severa, sotto questo punto di vista 🙂

  4. Nicola Losito ha detto:

    Finalmente sono riuscito a rintracciarti. Peccato che ci siamo del tutto persi di vista.
    Vedo con piacere che ti stai cimentando in operazioni letterarie piuttosto complesse. L’idea del concorso di Ysingrinus è decisamente fuori della norma (e sono buono a usare questo termine… ho dovuto leggere e rileggere il testo del concorso e alla fine non l’ho capito e ho rinunciato. Solo dopo la lettura del tuo testo e le risposte dell’ideatore, un gran bel tipo, ho cominciato ad avere l’illuminazione.)
    Beh, innanzi tutto devo complimentarmi per il tuo essere riuscita (unica fino a questo momento) a partecipare. Penso che vincerai, a meno che non partecipi qualcun altro più bravo di te… 😀
    A parte gli scherzi, sono contento che tu sia sia ancora su wordpress. Fatti viva, se ti va.
    Nicola

    • Francesca ha detto:

      Ciao Nicola! sono felice di sentirti e che posso dire, c’è stato un lungo periodo che mi ha tenuta lontana da Tersite, le date delle pubblicazioni si sono parecchio diradate – anche un mese l’una dall’altra – per motivi tristi ma non troppo. Insomma, nulla di insormontabile, ma che assorbiva tutte le mie energie. Questo mi ha portato a un certo distacco, ma sto lentamente riprendendo e sicuramente mi farò viva, credo di avere molti arretrati 😀 intanto, grazie per i complimenti, non scrivo racconti da moltissimo tempo e ho colto l’occasione al volo, perché è un gioco e perché volevo mettermi alla prova. Certamente, i riscontri sono positivi e anche questo fa un po’ bene all’anima 🙂 a prestissimo, dunque!

    • Francesca ha detto:

      Visto che dovevo combinare? Due settimane ci ho messo 😀 pian pianino mantengo tutte le promesse, fra poco tocca ai pupazzoni :mrgreen: (o American Sniper, devo ancora decidermi… si accettano consigli…) E… grazie per l’alto livello, sono troppo contenta che ti sia piaciuto!

    • Francesca ha detto:

      Grazie 😀 se vuoi ribloggare non c’è alcun problema, figurati, anzi! mi fa piacere 🙂 e per leggere prendi tutto il tempo che vuoi, sono proprio curiosa di sapere che ne pensi 😀

      • gianni ha detto:

        Idem! Sono anche io curioso, lo stile che usi negli articoli è bello, quindi non credo che il racconto sia da meno e poi, io adoro gli incubi, sono i miei preferiti.

            • Francesca ha detto:

              Quando riesco a ricordare un sogno solitamente lo scrivo, anche se ero molto più costante fino a un annetto fa. Dovrei essere meno pigra 😀 anche perché sono visioni non filtrate, qualcosa di molto vicino all’inconscio, il che significa una libertà immaginifica straordinaria, che nella vita normale resta più sfumata… Ricordo paesaggi che non saprei assolutamente trascrivere, cascate fra statue alte decine di metri, il mare sotto un ponte ad arcata unica lungo non so quanto e ricoperto di neve… i colori, ricordo anche quelli. Usare tutto questo come materiale vero e proprio non è semplice, ma di sicuro può dare un’idea delle potenzialità della nostra mente che nemmeno immaginiamo 🙂 dopo aver scritto questo racconto, ho ancor più voglia di riprovare a segnarmi quello che sogno con più solerzia.

  5. Serena Zeminian Depp ha detto:

    Ciao Francesca….. ^^ ho appena letto adesso il tuo racconto, tutto di un fiato tra l’altro 😛 sai, se stata molto gentile a consigliarmelo e devo dire che mi e’ piaciuto molto!! 😀
    Che brava che eri stata ti faccio anche io i miei piu’ vividi complimenti, ❤ anche se nettamente in ritardo, mi spiace 😦 .
    Scrivi davvero bene, hai il tuo stile e hai fatto un buon lavoro, :* se hai vinto il concorso ( da come ho letto nei commenti 😛 ) beh…..e’ piu’ che meritato. 😉
    Se hai scritto altre cose e ti sei cimentata in altri argomenti, desidererei leggerli….. 🙂 hai onorato e ricordato due persone realmente esistite e con il tuo interesse e passione che hai e’ come se non sono morti invano, seppur fossero passati la bellezza di 103 anni 0____________0 .
    Eppure, se non li dimentichi loro non passeranno mai la storia, questo e’ il mio pensiero personale ❤ e per concludere io ti stimo per quello che hai fatto!! ^
    ^
    Ps: amo scrivere anche io, sai? E’ la mia passione piu’ grande da quando ero piccola…..per me e’ come una droga, 😉 non riesco a farne a meno dato che scrivere per me e’ come respirare l’aria. 😀
    Spero che leggerai e che risponderai, quando puoi……nessuna fretta. :*
    Ottimo, continua cosi’!! 😉

    “Serena-90”

    • Francesca ha detto:

      Beh… grazie dei complimenti 😀 fanno sempre piacere… purtroppo faccio finta di non aver scritto altro, quello che ho scritto o non è presentabile o non ricordo che fine ha fatto. Potrei scriverne ancora, non lo escludo, anche se dovrei rimettermi a buttare giù qualcosa. Ormai fanno parte dei miei ricordi, anche se sono passati più di cento anni da quando sono vissuti… Adesso però tocca a me leggere qualcosa di tuo 🙂 buona serata…

      Francesca

  6. Serena Zeminian Depp ha detto:

    Ma figurati, ci mancherebbe altro!! 😀 E beh ovvio, lo so ehehehehehe 😛 li meriti davvero…..aaaah mi spiace, che enorme peccato che siano andati perduti. 😦
    Visto che hai il talento per la scrittura dovrebbe venire a galla 😉 e semmai poter pubblicare qualcosa, sai che bella soddisfazione? ❤ Se invece e’ una cosa personale……ti posso capire benissimo e so anche cosa vuol dire. ^^
    Scusami se ti rispondo in estremo ritardo, ma mi sono accorta adesso che mi hai risposto 😥 , spero che saltino fuori quei manoscritti, te lo auguro, se ci tieni a una cosa e poi la perdi e’ assi triste. 😦 😥
    Qualcosa c’e’ l’ho in effetti….. 😀 davvero? Sei molto gentile, ti ringrazio. :*
    Ti auguro un buon pomeriggio cara e buone feste natalizie. ^
    ^
    Ciaooooooooo e a presto, mi farò viva!! 😛

    • Francesca ha detto:

      Sarebbe una bellissima soddisfazione, ma forse per il mio carattere ho sempre pensato di non essere all’altezza, che avrei dovuto migliorare… Col senno di poi sarà pur stato così, guardandomi indietro (ai frammenti rimasti, perché qualcosa c’è in realtà) mi rendo conto veramente di quanto fossero concetti e stile acerbi. Non erano veramente da pubblicare… però una cosa la ricordo, l’unica persona che lesse tutto il dattiloscritto non si fermò alla superficie, apprezzò ciò che lesse. Non fu così per tutti i pezzi… quello su William Murdoch fu l’unico ad avere un “minimo” riconoscimento, ma quello che scrissi su un personaggio negativo colpì anch’esso chi lo lesse, ma in un modo che non mi sarei aspettata. Mi venne detto che lo stile era piano e leggibile, ma il contenuto l’aveva messa a disagio. Adesso, penso che quel pezzo che mise la signora a disagio – forse – fu il più riuscito. Insomma, alla fine dei conti aveva raggiunto proprio lo scopo che mi ero prefissa. Se il personaggio negativo doveva comunicare qualcosa, non doveva essere leggerezza o dolcezza. Ti dirò Serena, mi dispiace molto di non trovarlo più, quel pezzo. William Murdoch ce l’ho praticamente nella testa, potrei riprendere a scriverlo e verrebbe meglio, ma l’altro… no, non credo che ci riuscirei, forse andrei a memoria ma non sarebbe lo stesso.
      Scusami tanto per il ritardo con cui ti rispondo, sei sempre gentilissima 🙂

A te la parola

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...