big eyes tim burton

Big eyes (2014)

Big eyes locandina quadri concentriciOgni volta che esce un film di Tim Burton, c’è un gran macello per capire se sia riuscito a riprendersi e tornare alla grandezza, dopo anni di dipendenza da Johnny Depp. Puntualmente non ci riesce e, fra deliranze e altre amenità, si dice che non ci riesca almeno da Big fish (2003), ma preferirei tirarmi fuori subito da queste beghe. Primo, non me ne può fregare di meno, secondo, non sono un’esperta di Tim Burton e nemmeno una sua fan – per quanto sia innamorata di La sposa cadavere (2005) e Beetlejuice (1988). Ok, ok… anche Sweeney Todd (2008). Insomma, Ed Wood (1994) non l’ho mai visto e Big fish mi è stato consigliato almeno dieci anni fa, ma mi sono decisa solo recentemente a dargli una possibilità. Non solo, all’inizio ho anche odiato a morte il personaggio di Ed Bloom – le sparava troppo grosse. Prima che mi diate dell’insensibile, vi dico subito che il parere è cambiato molto rapidamente e mi sono distrutta di lacrime nel finale, ma questo non vorrei farlo sapere troppo in giro.

Quando poi ho visto il trailer di Big eyes (2014), però, mi sono detta che avrei dovuto vederlo. Mi ha attirato fin da subito. Perché non vederlo? Mi sono solo dovuta fare una ragione del vuoto lasciato dalla Bohnam-Carter (parere schifosamente personale: non riesco a non voler bene a questa donna) e poi l’ho visto. Insomma, Tim Burton è tornato? Di risposte ne ho lette tante in giro e un po’ tutti hanno avvertito una certa sensazione di “assenza”, come se questo film non l’avesse girato lui. Un assistente, io in collaborazione con i Monty Python ma non Tim Burton. Non sarà utile o necessario ai fini del progresso dell’umanità, ma la penso diversamente. Banalmente, Tim Burton come l’abbiamo conosciuto non tornerà mai più. Per quello che ne so, potrebbe essere un capitolo chiuso e qualcuno rischia di aspettare invano. Farà film bellissimi, anche più belli di Big fish, ma la persona che li ha creati potrebbe non essere più la stessa. Questo Big eyes è diverso da tutto quello che Tim Burton ha girato, mi sembra una specie di elaborazione del lutto, un’inversione di tendenza e un punto di rottura, l’occasione per fare un bilancio e l’ammissione – forse – di non saper/poter essere “Burton” come un tempo.

Big eyes Amy AdamsI mostruosi ingranaggi dei titoli di testa di Sweeney Todd diventano diventano in Big eyes un marchingegno che riproduce all’infinito la copia di un quadro, una bambina in abito celeste. Le casette tutte in fila lungo un viale potrebbero riecheggiare quelle di Edward mani di forbice (1990), ma non c’è altro contatto oltre l’apparenza. Non denunciano nulla, non vogliono ironizzare sulla middle class statunitense: si limitano, qui, a essere esattamente quello che sembrano. Casette in fila lungo una strada. Nessun colore brillante, nessuna interpretazione: tutto è semplicemente descritto, quasi tangibile. Siamo negli anni ’50, e quando Margaret “Peggy” Doris Hawkins (Amy Adams) sta lasciando la casa coniugale portando con sé la figlia Jane (Delaney Raye), è solo una donna desidera riprendere in mano la sua vita, né più, né meno. Big eyes è la storia di questa donna e dell’uomo che sposerà, lo stesso che per anni fingerà di essere l’autore dei dipinti che lei stessa crea, tale Walter Keane (Christoph Waltz).

Walter Margaret Keane Big eyesMargaret e Walter si conoscono nella primavera del 1955 a San Francisco, durante un’esibizione d’arte. Lei dipinge per un paio di dollari ritratti eseguiti sul momento, mentre lui intrattiene le passanti con racconti sui suoi quadri. Walter, però, non dipinge. Non sappiamo quando abbia realizzato le sue opere, ma le vende a caro prezzo: 35 dollari. Se lei ha una modestia tutta naturale, lui riesce a declinare un paragone con Monet solo perché si “sente” un Pissarro. Rimane subito colpito da Margaret e dalla sua arte, ma le consiglia di “[non vendersi] così a buon mercato”. La inviterà a cena in un locale dove sa di mangiare gratis, avendo regalato allo chef un paio delle sue vedute di Parigi. Le racconta la sua vita da artista bohémien:

“I migliori anni della mia vita […] le devi provare certe cose, le devi afferrare! volevo essere un artista e sono partito. Ho studiato pittura alle Beaux Arts, abitavo in un buco sulla Rive Gauche e vivevo solo di pane e vino. […] Certo, abbandonare il mondo borghese non è stato facile, ho dovuto lasciare il lavoro, lasciare mia moglie… si, certe scelte non sono semplici.”

Margaret si limita a dire non essere mai…

“…stata libera; ho fatto la figlia, la moglie e poi la madre. I miei dipinti raffigurano Jane perché è la sola cosa che so”.

Il suo stile può piacere o meno, ma Margaret vibra in ogni frammento del proprio lavoro; padroneggia la tecnica e con essa traduce la sua vita reale. Walter parla spesso di ispirazione. Lei non prova vergogna, si concentra su ciò che è. Lui sa solo concentrarsi su ciò che non è e che vorrebbe essere. Walter Keane vorrebbe essere un artista, ma è un agente immobiliare. È un borghese, reduce da un matrimonio fallito con Barbara, la donna con cui nel 1948 è partito per un viaggio in Europa; dapprima vivendo ad Heidelberg, quindi a Parigi. Rientrati negli Stati Uniti, i Keane avviano un’attività che porterà Barbara al successo creativo, culmine del quale sarà la nomina a capo del dipartimento design abiti all’Università di Berkley (California). Difficile pensare che il matrimonio sia finito per le coraggiose scelte artistiche di Walter, ma non serve che Margaret lo sappia. D’altra parte, ci sono molte cose che per Margaret non sarà necessario sapere, come l’esistenza di una figlia dal primo matrimonio di Walter, o che in realtà lui non ha dipinto nemmeno una delle sue celebri vedute parigine. Si sposeranno nel 1955 e queste cose, Margaret, le scoprirà troppo tardi.

Margaret Keane Joan Crawford

Margaret Keane, Ritratto di Joan Crawford.

Margaret Keane ritratto di bambina giapponeseLa vera Margaret D. Hawkins ha dichiarato al Guardian di come vedere il film

“sia stato traumatico. Credo di essere rimasta scioccata per almeno un paio di giorni. Christoph Waltz – sembra Walter, parla come lui, agisce come lui.”

Comprensibile, visto che Walter Keane era una persona disturbata, che l’ha minacciata e ricattata, costringendola a dipingere chiusa in una stanza fino a 16 ore al giorno. Il rapporto fra le due persone è sempre stato il vero fulcro della vicenda, prima ancora della creazione di un universo, come normalmente avveniva in altre pellicole di Tim Burton. Il regista ha ridotto la sua presenza al minimo. Il risultato è un film obiettivamente “poco riconoscibile”, fondato su un realismo che non ho riscontrato in nessun’altra sua opera burtoniana. (se non altro, per quello che ho avuto modo di vedere) I personaggi che rimandano al Burton più “classico”, come quello di Dee-Ann (Krysten Ritter) o del critico d’arte John Canaday (Terence Stamp), sono più che altro funzionali allo svolgersi della trama e presenti lo stretto necessario. Big eyes è una storia di manipolazione e menzogna, sulle persone prima che sui quadri. Anche Ed Bloom in Big fish sembra “infiorettare” la storia della sua vita, ma mai lo farà perché ne prova vergogna. Ama follemente la propria esistenza e la ricrea come se fosse un sogno a occhi aperti, fondato su amore, riconoscenza e rispetto. Si potrebbe definire Big fish un manifesto dell’immaginazione e della forza creatrice della fantasia. Big eyes e Walter Keane sono esattamente l’opposto, un manifesto sull’incapacità cronica di creare, perché la personalità che mente a sé e agli altri diffonde un veleno che tutto corrompe, nell’incapacità di vivere pienamente la vita. Waltz offre un’interpretazione sopra le righe, fra espressioni ambigue, gesti plateali e ghigni sprezzanti, dipingendo un personaggio senza ritegno. Indubbiamente, il materiale c’era. Quando nel 1986 saranno entrambi davanti a un giudice per decidere a chi spettino i diritti d’autore dei quadri, sarà loro imposto di eseguire un dipinto. Lei ci riesce in 53 minuti, mentre lui si sottrae con la scusa di un dolore a una spalla. Morirà nel 2000 e fino ad allora non ammetterà mai che i bambini dagli occhi grandi siano stati creati da Margaret Hawkins. Non c’è rispetto né empatia in Walter Keane, non darà mai la sensazione di aver dato con la sua vita sollievo ad alcuno, il vero manifesto dell’incapacità di creare, ma unicamente di distruggere.

Annunci

46 pensieri su “Big eyes (2014)

  1. sherazade ha detto:

    Eccomi qua giust’appunto alla scrivania.
    Big resta unico comunicatore, come tu hai detto del cinema burtoniano come lo intendevamo.
    Questo Big Eyes non mi ha mai emozionato. Coinvolta marginalmente nella vicenda che già conoscevo come gli esterni piatti dei satelliti urbanizzati intorno a NY che siano grandi ville o casette ordinate con prato rigorosamente tagliato.
    La middle class americana e gli scheletri dei suoi armadi, queste donne che fanno i colpi di testa e sono del tutto impreparate e nn imparano (Thelma & L. di Ridley Scott), i ‘divi’ il gallerista Stamp sono propri di Robert Altman.

    La commistione tra realta e onirico (hai scordato Edward mani di forbice?) che per me distingueva il cinema di Burton qui viene a mancare ed allora ne ho apprezzato il ‘prodotto’ ma niente più.
    Come metro di misura io mi chiedo sempre se un tal film lo rivedrei. La risposta è NO.

    sheralogorroicaecattivellaspiritellomalignounpo’

    • Francesca ha detto:

      Certo che no… non dimentico Edward mani di forbice… La dimensione di sogno che contraddistingueva i film burtoniani sembra dissolta; Big eyes è un unicum, troppo “reale” e assertivo. Se si ama il Burton classico, questo film è da sconsigliare, probabilmente. Io scrivo da “neutrale”, ma ammetto che se non lo avessi voluto rivedere per scrivere qualcosa a riguardo, avrei evitato ulteriori visioni. Big fish, invece, l’ho visto ben più di una volta e superato l’impatto iniziale sono rimasta colpita dalla ricchezza dell’immaginazione lungo tutto il film, con soluzioni visive e narrative fra il bizzarro e il romantico, fra dolcezza infinita e allegria. C’è tutto. Mi ha strappato l’anima e me l’ha restituita tutta luccicante. Questo ultimo film, invece, questo Big eyes… non sa né può farlo. Se non altro, con me non l’ha fatto. L’ho visto per curiosità, ma se devo dirti la verità… è stato una mezza sofferenza. Non perché sia fatto male, non dal punto di vista tecnico, ma perché è intrinsecamente triste nonostante sia pieno di colore. Se non altro, mi ha spinto a farmi qualche domanda sull’evoluzione artistica di Burton. Come ha fatto ad arrivare fin qua la persona che ha girato Big fish?

  2. ysingrinus ha detto:

    Allora, premetto che non ho letto gli altri commenti perché la voglia di commentare è tanta, vista anche la tua lunga assenza (interrotta solo da sporadiche apparizioni).
    Subito volevo commentare, ma poi ho deciso che era meglio leggere tutto e non farmi trascinare dalla voglia per non dover scrivere due o tre commenti: condensandoli in realtà verrà fuori una cosa piú sensata, spero.
    Anche se in effetti sto ugualmente scrivendo molto.
    Senza dire niente.
    Prendo tempo.
    Ancora.
    Non sono un fan di Tim Burton, o meglio, sono un appassionato di Tim Burton ma non sono un fanatico: ritengo sia un genio con delle capacità inventive fuori dagli schemi ma ignoro tutti i particolari della sua vita privata e non ho visto tutti i suoi film. In particolare questo neanche sapevo che fosse stato girato. E comunque periodicamente sembra che Burton giri dei film cosí cosí che però sulla carta sembrano vincenti, per fare facili incassi per cose future (Il pianeta delle scimmie, La fabbrica di cioccolato, Alice nel paese delle meraviglie…), o almeno questa è la mia impressione!
    Però chi non piange in Big Fish non è un essere umano, è al massimo un sasso. La vita è bella ma può essere ancora piú, bella, specialmente quando per un accidente o per l’altro non riusciamo ad averla bella come potrebbe esserlo.
    Ed Wood te lo consiglio, anche lí, volendo c’è modo di piangere un po’. Sono un appassionato del regista e del film e di tante altre cose.
    Che dire, mi sembra che sia un film da vedere questo, ma non so se lo vedrò: se mi piace l’idea della favola della vita forse non ho voglia di vedere il suo contrario. Non adesso almeno.

    • Francesca ha detto:

      Big fish… un crescendo dall’inizio alla fine. Non ho pianto, ho singhiozzato. A memoria, credo di non aver mai pianto così tanto per un film – se la gioca alla pari con Titanic e non per Jack Dawson, che mi ha lasciato abbastanza indifferente. Ci penso ancora, come se quel film fosse un ringraziamento del dono della creatività, del dono della grandiosità della propria storia personale e della possibilità di cambiare in meglio la vita di chi abbiamo vicino. Ogni vita come piccola – gigantesca – opera d’arte. Sono d’accordo con te: non si può non piangere con questo film. No, è veramente inumano.
      Big eyes, invece… Big eyes è curiosamente speculare e mi da da pensare che anche i titoli si somiglino, che i personaggi siano due “bugiardi” patentati, il primo per amore della vita e che del tutto bugiardo non è, il secondo lo è e per distruggere, annichilire la vita – e non solo la sua. Come ho già scritto, non sono una fan di Tim Burton, ma mi piace il suo stile. Silenziosamente, devo dire che i suoi film hanno contribuito a formare il mio gusto cinematografico. E qui… si vede che qualcosa è cambiato. Qualcosa? che dico… tutto è cambiato. Dopo averlo visto ho immediatamente pensato che si fosse come rotto qualcosa, come se l’artista (perché Tim Burton, per quello che lo conosco, è veramente stato qualcosa del genere) avesse reso le sue armi ammettendo una qualche incapacità. Tenti di creare senza riuscire, posso anche pensare che una persona con un universo interiore tanto vasto e profondo (solo qualcuno così può dare vita a un’opera come Big fish o… boh, per me persino Beetlejuice) si trovi solo nel buio, perso. Per questo ho trovato – personalmente – questo film tanto triste. Questo è veramente il contrario della favola della vita, anche se il finale può strappare un sorriso. Lei vince sulla menzogna, l’ingenua ragazza di Nashville che ritrova i colori brillanti della sua tavolozza. Lo strappa, il sorriso, non nasce spontaneo; il tutto è un po’ amaro. Perché nonostante abbia “singhiozzato” per Big fish, ammetto anche di non aver potuto fare a meno di sorridere e senza sforzo.
      Non lo guardare, Big eyes. Secondo me c’è più Tim Burton di quello che si pensi, purtroppo.

      • ysingrinus ha detto:

        Tutti cambiano e crescono, e quando non crescono invecchiano. E invecchiando si stancano. Forse Burton si è stancato. Stancato di aver costruito cosí tanto, di aver creato interi mondi, di aver messo tutto sé stesso (o almeno la parte piú inquietante o fantasiosa) nel suo lavoro.
        È possibile che quello che dici sia vero. C’è molto Burton in quest’ultimo film, ed è un Burton malinconico, non piú in grado di muvoere i sentimenti con naturalezza. O forse c’è molto Burton e l’nnaturalezza con cui muove i sentimenti è lo specchio della rete di menzogne del protagonista del film (da quello che ho dedotto dalla tua sinossi e dagli altri commenti). Forse è un film ed un metafilm al tempo stesso, come Big Fish appunto.
        Big Fish mi ha aiutato tanto, mi aiuta tanto, mi dà sempre lo spunto per pensare a qualcosa di bello, a come la vita possa essere bella anche quando è brutta. È una favola moderna e comodamente fruibile da un adulto. Forse è tra i migliori che abbia girato e dopo che hai girato il “meglio” è difficile riuscire a girare un altro meglio…

        • Francesca ha detto:

          Dici bene. Una persona che crea, un artista, non può essere e non è “proprietà” di chi lo segue, che non ha diritto di chiedere cosa vuole vedere. Sul “come”, sulla comprensibilità o sulla tecnica posso capire, ma sul contenuto o sul taglio da dare all’opera no, quello è terreno di chi crea. Burton tentando di perpetrare il suo “personaggio” in film piuttosto commerciali non ha mai convinto e un motivo potrebbe esserci… Big eyes è una tappa del suo percorso. Questo regista può crescere, cambiare idea, vedere il mondo con occhi diversi, può persino stancarsi e non sentirsi più all’altezza di quello che ha fatto. Per dire, quando nel film Margaret accetta di concedere i suoi dipinti al marito, non rinuncia a creare, ma fa qualcosa di diverso, pensa a Modigliani e invece di raffigurare bambini passa ad autoritratti. Si può cambiare.
          Dopo che ho visto Big fish mi sono resa conto di quale pesante eredità sia un film del genere. Aver girato qualcosa del genere potrebbe essere stato il frutto di una congiuntura favorevole, un momento della vita particolarmente felice. Come stare al passo? Mi pare fosse Yates a dire qualcosa sul suo Revolutionary Road e sulla difficoltà per uno scrittore di creare qualcosa di “buono” quando il tuo primo libro è già IL capolavoro della tua vita. Non ricordo le parole esatte, ma il senso è questo. Un po’ come scrivi tu, difficile fare di meglio quando hai superato l’apice.

          • ysingrinus ha detto:

            Questa è la sensazione. Ma è possibile che Yates si sbagliasse, che noi ci sbagliamo. È possibile che ogni lavoro successivo al primo possa essere ogni volta IL capolavoro. Chissà, forse in questo personaggio che crea per altri, forse Burton ci si rivede…

            • Francesca ha detto:

              Si, credo che Yates si sbagliasse, anche se solo parzialmente. Aveva ragione per la difficoltà di confrontarsi con le proprie paure, aveva torto perché ha scritto altre cose interessanti. Banalmente, se il capolavoro di Vian fosse Mood Indigo, io me la prenderei perché per me il suo capolavoro è Lo strappacuore. Ci sono tante grandi opere nella vita di un artista, forse una mette più in soggezione delle altre. Forse Vian se ne fregava semplicemente più di quanto non abbia fatto Yates. E Burton? da un lato sono contenta che si sia svincolato dalla vecchia eredità, forse un giorno la recupererà, forse è il primo passo di un cambiamento lento o di una resa. Io non lo so, e forse non lo sa nemmeno lui. Un giorno lo capirà – se già non l’ha capito – che personaggio vorrà essere…

              • ysingrinus ha detto:

                Probabilmente Vian si impegnava in ogni suo lavoro come se fosse il primo, o l’ultimo. O almeno mi piace pensare che facesse cosí. Ora io voglio fare cosí per aggirare il problema sollevato da Yates.
                Forse anche Burton farà cosí.
                (Sto sottilmente cercando di paragonarmi a Burton e a Vian… 😛 )

                    • ysingrinus ha detto:

                      Intanto quello era un nodo ingordo come dice il nome, non proprio indifeso indifeso.
                      E alcuni rompicapo hanno la caratteristica di essere risolvibili solo “barando”, la soluzione cioè sta proprio nel capire che non c’è soluzione. 😉

                    • Francesca ha detto:

                      Allora facciamo che evito le spadate e do direttamente fuoco al nodo? per variare. E poi visto che non è indifeso potrei aver paura del duello all’arma bianca.

                    • ysingrinus ha detto:

                      Sí brava, ma come fai a dare fuoco al nodo se lui rischia di essere armato? Devi usare una spada o una lancia infuocata. Non c’è altra soluzione. O sei molto precisa nel lanciare il fuoco sui nodi a distanza…
                      Sperando che anche lui non sia munito di fuoco portatile!

                    • ysingrinus ha detto:

                      Ma no, non c’è bisogno di arrendersi. Era solo per dire che non poi cosí facile come si crede, prendere la spada e tagliare il nodo… 🙂

  3. lupokatttivo ha detto:

    Eh abbbe lo sai che io c ho n altro genere 😀 , e quindi di burton me piase solo sleepy hollow…. Questo non credo proprio faccia per me…. Pero la rece e’ come sempre beddddissima.. Cia fra

    • Francesca ha detto:

      Eh, direi che questo effettivamente potrebbe non fare per te 😀 ma… se ti piace l’atmosfera dark Sweeney Todd non è male… anche se non so se ti piacerebbe (ha larghi brani cantati), ma secondo me merita…

    • Francesca ha detto:

      L’articolo me lo sono perso, ma dopo lo leggo… Fondamentalmente sono d’accordo con te, soprattutto sul “che ci frega”, perché mi ha sempre dato un grande fastidio quel modo di pensare Burton che lo vuole incatenato al suo “classico” modo di girare. Mi ha spiazzato, Big eyes, non mi ha entusiasmato, ma quello che mi ha colpito è stato il cambio di registro e la possibilità che qualcosa per lui sia… semplicemente nuovo. Ecco, Big eyes forse è uno schiaffo nei confronti di chi lo voleva solo come regista di “X film”. Dipende da cosa cerca lo spettatore, anche se sarebbe più “onesto” (se mi passi il termine) non avere aspettative e fidarsi semplicemente di quello che vuol fare il regista…

      • sabato83 ha detto:

        Esattamente. Un artista nella sua vita deve poter sperimentare nuove strade e nel caso di un regista nuove chiavi di lettura. Tim Burton è maturato come artista, e probabilmente si sarà anche stancato di quel suo classico modo di essere, e vuol provare ad essere altro. Beh, a me per il momento è piaciuto. Vedremo in futuro cosa farà.

        • Francesca ha detto:

          Credo che Big eyes parli molto di Tim Burton come persona e artista. Quando Margaret inizia a dipingere autoritratti, emerge la necessità di esprimersi; se hai qualcosa dentro, esce sempre fuori, in forme nuove, è proprio una necessità. Necessità che solo chi sa creare sente… infatti il marito non la capisce, vorrebbe sempre gli stessi trovatelli… Ti dirò, sono ora più che mai curiosa ora di vedere cosa farà Tim Burton.

  4. il barman del club ha detto:

    io sono legato a Big Fish perché è capitato proprio mentre veniva a mancare un mio carissimo amico che somigliava tantissimo al protagonista del film in questione, e la scena del funerale finale somigliava proprio al funerale che ho vissuto in prima persona. La sera stessa ho visto Big Fish ed è stato come rivedere una pellicola appena appiccicata sulla pelle come un tatuaggio: certe cose non si dimenticano… Quest’altro “Big” è un’altra storia, un’altra versione della realtà, vera tra l’altro, dove la menzogna s’insinua nelle consuetudini quotidiane, anche più intime, e dove non esistono favole, ma versioni contraffatte di quello che crediamo ci appartenga, e il finale è sempre la sorpresa nascosta nel rovescio della medaglia: “ma che grandi occhi hai …? – Per guardarti meglio piccina …! Ma che bocca grande hai…? Per mangiarti meglio piccina…!

    • Francesca ha detto:

      Sono felice che tu abbia condiviso con me questo ricordo, ti ringrazio… la cosa che mi da da pensare è che il protagonista sia un uomo che qualsiasi vita abbia toccato, l’abbia fatta come rifiorire. Insomma, ci sono tante persone che dicono la stessa cosa, che questo Big fish sia stato un balsamo per l’anima, un’ispirazione, o lo scrigno per un ricordo. Mi hai fatto venir voglia di rivedere Big fish 🙂 Big eyes… è veramente il rovescio della medaglia. Più ci penso e più lo trovo “forte” (e reale, purtroppo), nella descrizione di quanto possa essere manipolativa e manipolata la realtà.

    • Francesca ha detto:

      Vero… dolorosamente vero… già siamo noi a manipolarla, per incomprensioni o per piccole illusioni, per renderci qualcosa più sopportabile… figuriamoci poi quando ci si mette qualcuno alla Walter Keane – e non è detto che si tratti di una persona fisica, beninteso…

  5. assistente42 ha detto:

    Non sono molto addentro al culto di Tim Burton. Ciò premesso, devo dire che trovo irritante Johnny Depp nella versione checca di Willy Wonka. Sono io ad essere sbagliato o cosa?

    • Francesca ha detto:

      Ah beh, personalmente ho abbastanza sfiducia nei culti in generale, uguale per Tim Burton, verso cui hanno veramente tributato un culto, più che altro tradotto nel suo ideale possesso da parte dei cosiddetti “fans”. Su Johnny ti dirò, nello specifico La fabbrica di cioccolato credo di averlo visto, ma ho paura di averlo rimosso, perché non ne ricordo quasi niente. Altamente fattibile che non me ne sia fatta una vera opinione, non l’ho fatto nemmeno per Alice in wonderland (visto al cinema, fu un dramma e non solo per la fila di bimbominkia che mi stava davanti), per cui figuriamoci. Una cosa però è certa, la deliranza l’ha eseguita mirabilmente Depp ed è stato motivo di grandissimo fastidio, quell’uomo sembra prigioniero di un personaggio fuori dal controllo. Non mi pare che tu sia sbagliato, anzi 😀
      Che poi… personalmente La fabbrica di cioccolato per me è solo quella del Willy Wonka originale e lì quello che mi ha sempre infastidito di più… no, non sono gli Umpa Lumpa o come caspita si scrive, ma lui, il nonno Joe… quello che finge per anni l’immobilità per poi saltellare una volta beccatosi l’invito col simpatico bambino alla fabbrica. Certo che una giornata di libertà alla povera donna che si occupava di tutta quella gente in casa potevano darla eh. Ok, la smetto con gli improperi. Magari sono un po’ sbagliata io :mrgreen:

  6. Tati ha detto:

    … a me Burton piace tanto… soprattutto per i personaggi che racconta… e trovo che anche in questo sia stato in grado di scegliere una storia decisamente particolare… e mi piace tanto come l’hai raccontato…
    Big Fish è forse quello più toccante ( lo so ripeto cose già dette sopra… portapazienza) e del resto tutti i libri di Daniel Wallace sono così dolcemente malinconici, dolci e dolorosi allo stesso tempo, pieni di immaginazione pura quasi da bambini… come dei sogni in lettere e secondo me l’unico in grado di rimetterlo in immagini così bene poteva essere solo Tim Burton…
    ( bello mi piace il tuo blog…) 🙂

    • Francesca ha detto:

      Che bel commento, grazie! 😀 mi hai fatto venire voglia di leggere il libro di Wallace… vorrei valutarne la profondità rispetto alla versione in immagini, che mi ha stupito oltre ogni aspettativa. Anzi, è stato tanto più bello perché mi ha suscitato emozioni forti, non ultimo uno strano “rigetto” per alcuni caratteri dei personaggi… ma poi… capisci il “perché” e come cresce tutta la vicenda… e non puoi non rimanere conquistata. Un uomo che sa ricreare tutto questo, continuo a pensare che sia in grado di contenere un mondo intero – almeno in quel momento della sua vita. Anzi, col senno di poi… penso che proprio Big Fish mi abbia dato la dimensione di quanto Burton fosse un artista e non solo un regista.

      • Tati ha detto:

        I personaggi descritti da Burton hanno sempre un lato magico, dolce, infantile ( nel senso più positivo) … E se ti capita leggi qualcosa di Wallace ( Daniel, però ) perché tutti quelli che ho letto io … Una volta finti, mi son chiesta ” chissà se Burton ne farà mai un film”… Perché mentre li leggi le immagini sono così nitide… Sono … Belli! Non so dire altro… Quello che tu hai scritto su Big Eyes è interessante perché anche secondo me il punto fondamentale è questo vivere di menzogne… È una storia molto triste. Big fish mi ha fatta piangere tanto, di un pianto dolce e a tratti liberatorio mentre quest’ultimo ha tirato fuori tante lacrime tristi…

        • Francesca ha detto:

          Sono arrivata fino in fondo a Big fish un po’ smarrita, mi sembrava di essere critica proprio come il figlio, che non riusciva a capire il padre. Poi non ti so dire proprio esattamente il perché, ma ho provato una sensazione di liberazione tradotta in un pianto felice, nonostante tutto. Non la dimenticherò facilmente questa cosa, non mi è mai successa. Ecco… credo che ci sia una somiglianza nei due titoli, quel Big iniziale… sarà una sciocchezza sicuramente… ma credo che questi due film siano stretti a doppio filo e che l’uno sia l’esatto opposto dell’altro. L’uno passa attraverso esagerazioni, bugie “vere”, per amore della vita e della bellezza, la capacità di inventare per dare emozione, ma l’altro è veramente triste, passa dalla bugia “falsa” e persino malvagia, per non saper creare nulla di proprio, per raggirare e avvizzire tutto ciò che si tocca. Capacità e incapacità di creare. Sono difatti convinta che Big eyes sia un momento di riflessione per Burton e che questo possa essere letto alla luce di un confronto fra queste due pellicole. L’ho trovato sofferto questo film, molto, anche se nel finale lei ha questo bellissimo riscatto.

        • Francesca ha detto:

          ps. mi piaceva proprio quella parola che hai usato: liberatorio. Si, era proprio questo, un groppo che non riuscivo a spiegare che poi si risolve. E non ci sono più dubbi 🙂

          • Tati ha detto:

            Che strano… Anche io pensavo al BIG del titolo… 😊
            Io, che adoro le favole e la capacità di suscitare bellezza, anche pura e semplice con il solo insegnamento di godere dello stupore e della meraviglia, ho adorato big fish dalla prima immagine…
            Big Eyes invece, conoscevo la storia dell’artista e sapevo come andava a finire ma questo non mi ha mai sollevata… E credo sia questa la capacità di un regista come Tim Burton… Cogliere il lato nascosto delle storie e delle persone… Da quello più stupefacente a quello più becero e vigliacco…
            ( ti prego leggi Wallace e poi scrivici qualcosa che son curiosa)

  7. stravagaria ha detto:

    L’ho visto ieri sera…mi è piaciuto! È vero, forse l’unica scena “burtoniana” è quella in cui Margaret è al supermercato e vede i volti intorno a sè trasfigurati come nei suoi disegni. Comunque sono ripassata a rileggere: una cosa è leggere senza aver visto e un’altra avendo visto il film. 🙂 buona serata!

    • Francesca ha detto:

      Felice che ti sia piaciuto… ogni tanto ci indovino 😉 a parte tutto, ora non ci resta che vedere quale sarà il passo successivo per Burton nella sua evoluzione. Sono molto curiosa, non ottimista né pessimista, ma curiosa questo sì.

A te la parola

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...