Tognazzi Nicolodi La proprietà non è più un furto

La proprietà non è più un furto (1973)

La proprietà non è più un furto locandina franceseUn film maledetto, “disastroso” (F. Savio), La proprietà non è più un furto. Guadagnò bene, almeno quanto La classe operaia va in paradiso (1971): circa 1.400.000.000 di lire. Relativamente apprezzato dal pubblico, stroncato dalla critica. Denunciata per contenuti osceni, la pellicola venne sequestrata nell’ottobre del 1973, uscita da pochissimo nelle sale. Per non parlare dei litigi. Sorvoliamo su quello Petri/Volonté, che aprirà definitivamente la strada a Tognazzi per entrare nel cast. Volonté e Petri litigavano spesso, per cui niente di nuovo. Meno conosciuto fu il battibecco Petri/Tognazzi. Secondo un ricordo del figlio Ricky, riportato in “La Supercazzola” (2006), Ugo Tognazzi avrebbe parlato delle idee politiche di Elio Petri in un’intervista:

Ugo Tognazzi Il magnifico cornuto“Mah, sa, a volte uno diventa comunista così, per caso, per le esperienze che ha fatto, magari nell’infanzia. Forse sotto casa di Petri c’era una sezione del Pci, e così lui è diventato comunista. Se sotto casa aveva una sala da biliardo, magari diventava campione di carambola”

Un’ottima intesa sul set, annientata; pare che non si siano più parlati per un anno. D’altra parte Tognazzi era per la produzione un enorme punto di forza, e non solo per la sua professionalità; la Titanus puntò tutto o quasi su di lui, pubblicizzando La proprietà non è più un furto come un film comico. Ecco il terzo litigio della nostra breve storia, quello della casa di produzione con il buon senso. Tognazzi seppe fare bene il suo lavoro. Il personaggio che interpretava gli pareva scritto addosso, anche se era evidente che quella non fosse una commedia all’italiana. Grottesco, questo si. Questo fu La proprietà, secondo Ugo Pirro, così come viene riportato in “L’ultima trovata” (2012, Pendragon; p. 86-7):

La proprietà non è più un furto locandina Italia“Il successo dei nostri film, invece di appagarci, ci rendeva provocatori, incuranti delle nostre contraddizioni. Il titolo che mi venne in mente spiega la nostra eccitazione di quei giorni privi di quiete; proposi, memore di Proudhon, La proprietà non è un furto, Elio vi aggiunse un più e il titolo del nostro progetto divenne La proprietà non è più un furto. […] Era tanta la libertà di cui in quel momento godeva il nostro cinema da sorprendere anche noi stessi. C’era da parte di molti autori il proposito di sfidare la censura, provocarla, ma fare addirittura un film sulla proprietà, quello no, era un gesto eversivo insopportabile, toccava qualcosa di duro che era dentro ognuno di noi, di cui non ci rendevamo conto del tutto”.

Questo potrebbe essere un buon inizio per farvi capire cosa potete aspettarvi. A lui, a Pirro possiamo senz’altro credere.

Total. La vicenda si basa su due coppie di personaggi, la prima formata da un impiegato di banca, Total (Flavio Bucci), e da suo padre (Salvo Randone); la seconda comprende “Il Macellaio” (Ugo Tognazzi) e la sua amante, Anita (Daria Nicolodi; Paganini Horror). Ogni personaggio espone in un monologo la sua personale visione della storia e della sua vita; è Total a iniziare, in piedi contro uno sfondo nero, la luce distribuita su viso e corpo. Espressivo, in bilico fra eccesso e misura, sa parlare con gli occhi e col tono di voce; al termine del monologo, la camera fa un percorso fin sopra la testa, che Total abbassa leggermente come in un umile inchino.

Flavio Bucci la proprietà non è più un furto“Io, ragionier Total, non sono diverso da voi, né voi siete diversi da me. Siamo uguali nei bisogni, diseguali nel loro soddisfacimento. Io so che non potrò mai avere nulla più di quanto oggi ho. Fino alla morte. Ma nessuno di voi potrà avere più di quanto ha. Certamente molti di voi avranno più di me. Come tanti hanno meno. E nella lotta legale, o illegale, per ottenere ciò che non abbiamo, molti si ammalano di mali vergognosi, si riempono il corpo di piaghe, dentro. E fuori. Tanti altri… cadono, muoiono, vengono esclusi, distrutti, trasformati. Diventano… bestie. Pietre. Alberi morti. Vermi. Così nasce l’invidia e in questa invidia si nasconde l’odio di classe, decomposto in egoismo e quindi… reso innocuo. L’egoismo è il sentimento principale della religione della proprietà. Io sento che questa condizione mi sta diventando insopportabile, così come lo sta diventando per molti di voi.”

Salvo Randone e Flavio Bucci

Padre: “Rubare, più che un delitto, è un errore. Talleyrand.” Total: “Perché?” “Perché tutto ciò per cui una cosa si può distinguere dall’altra, questa è la proprietà, secondo il Tommaseo. Dunque, se tu rubi… confondi le cose tra loro… e naturalmente anche i loro proprietari. E un proprietario non va confuso con un non proprietario.” “Quanto c’abbiamo in banca?” “Quello che meritiamo” “E allora il coso… il come si chiama… il denaro… è un premio?” “Si.” “Ma porco Giuda, è un premio a che cosa? è un premio all’onestà?” “Forse” “E allora secondo te siamo dei disonesti? Dei ladri. Perché non abbiamo mai avuto ‘na lira…”

Total vive del suo stipendio da impiegato bancario; è un uomo onesto e così suo padre, acceso sostenitore delle più alte qualità umane, pacato e senza troppe pretese. Il personaggio di Randone è dignitoso: sa stare al suo posto e rispetta chi detiene la proprietà. Come il figlio ha maneggiato miliardi, come il figlio non ha mai pensato di tenersi una sola banconota. È il silenzioso sacerdote di un dio sordo o volutamente disattento; sono sempre stati altri a godere dei sacrifici del suo servitore. Cita frasi altisonanti da Talleyrand (“Proprietas est sacra”) e Tommaseo, cui il figlio risponde ironicamente, anche col latinorum (“Mater semper certa”).

Quando tornerà alla banca il giorno successivo, Total, nella banca che è un vero tempio, decorato dall’occhio di Dio, sostenuto da colonne di marmo, decide di chiedere quel che gli spetta. Da uomo onesto desidera un prestito, ma non gli viene concesso. Evidentemente c’è chi lo merita più di lui, e a svariati zeri. È “Il Macellaio”. Trattasi di uomo generoso e che sa come muoversi, un uomo che regala tagli pregiati di carne agli impiegati della banca, ma che truffa le clienti alla sua bottega con una bilancia truccata. A dirla tutta, il suo impero è fondato su traffici illegali. È a quest’uomo che Total mette gli occhi addosso, dopo aver lasciato il lavoro.

Ugo Tognazzi La proprietà non è più un furto

“Ma che ce farò io con tutto quel denaro che accumulo? […] il mio bisogno fondamentale è quello di arricchire. Quando penso ai cassieri de banca, che arrischiano di morire, per difendere er capitale altrui, oppure al fattorino, che ogni sera immancabilmente consegna l’incasso della giornata. O a quei morti de fame, che accettano passivamente la loro disgrazia nel rispetto della legge difesa dalla proprietà. E va bene, allora c’ho proprio il sospetto che in questi nullatenenti… embé… avanzi la pazzia! aleggi la stronzaggine! Ciò me tranquillizza, perché è su de loro che mi arricchisco. Ma malgrado tutto, io nun so felice. E no… perché anch’io come il danaro, vorrei essere eterno.

“Il Macellaio”. Quando inizia il monologo del Macellaio, la sua figura s’intravede prima nell’ombra, lontano, poi lui si avvicina e la cinepresa chiude sul primo piano. La luce è puntata dal basso verso l’alto; il viso è ridotto a una maschera ghignante, fra il grottesco e l’inquietante. Tognazzi rovescia la fisicità di Bucci: robusto, il viso ampio involgarito sia dalla mimica facciale che da un accento volutamente appesantito. Il Macellaio non è privo di una certa eleganza, ma resta sempre un uomo “materiale”.

Nella bottega, Il Macellaio conserva una presenza preponderante; sia lui che la cassa (dove sta seduta Anita) sono più alti rispetto alle donne che stanno aspettando il turno per essere servite. Non sembra d’essere in una bottega, ma d’altra parte questo film non ha nessuna pretesa di realismo. Il marmo delle pareti riecheggia la banca. I fiori nel vaso di fronte alla cassa, poveri e striminziti come quelli che alle volte vengono offerti ai morti, rendono l’ambiente stranamente sgradevole. Serpeggia nella pellicola un che di funereo, sin da questa scena, in un luogo che ricorda le cappelle marmoree e le lapidi, anche a causa delle scritte a caratteri cubitali sui muri: “L’uomo è un animale carnivoro“. Il Macellaio è chi fa un lavoro necessario. “Il Macellaio” ha potere decisionale: può permettersi di chiudere l’esercizio e cacciare le clienti per poco più che un capriccio. Il Macellaio è l’uomo che divora più di quanto dovrebbe, per necessità naturale; macella l’animale e il proprio simile. Finché un coltello sparisce dal bancone.

Daria Nicolodi La proprietà non è più un furto

Daria Nicolodi La proprietà non è più un furto

“Me sento come ‘na cosa. Io so ‘na cosa. Anzi, tante cose. Tette, cosce, pancia, bocca. Io so tanti pezzi, tanti pezzi de ‘na cosa, e vivo come se fossi ‘n vaso pieno de buchi. M’hanno portato via da casa come se porta ‘na scatola de pelati. E mò sto qui, ma se non fossi qui sarei da n’atra parte, in un altro negozio, in un’altra casa, in un altro quartiere… oppure… seduta al cinema, come voi altri… ma sempre m’aprirebbero, come ‘n barattolo di pelati, co n’apriscatole, con un ca**o, oppure anche senza, con le dita. E io rido. Perché rido? Perché siete come me, ma fate finta de niente, eppure come me, siete chiusi in un frigorifero… insieme con l’acqua minerale. Gasata!

Anita. Quando tocca ad Anita parlare, lo fa interamente investita dalla luce; il viso non ha ombre e riempe lo schermo con occhi pesantemente truccati e labbra rosse. Sembra non esservi niente di puro nel personaggio di Anita; tutto quello che le ruota intorno prescinde dalla sensualità come merce di scambio e come linguaggio privilegiato. Eppure, nonostante tutto, è qui che si trova la maggiore coscienza della propria posizione e del proprio ruolo. Quando Total entra nella casa del Macellaio per un furto, aggredisce Anita e si fa aprire la cassaforte; la tocca, le strappa via i gioielli, ma non tocca una sola banconota. Il Macellaio approfitta della situazione e decide di truffare l’assicurazione denunciando un furto più sostanzioso di quanto non sia stato. Anita collabora, con l’aria di chi non sa bene cosa stia accadendo. La realtà è un’altra. Anita sa più di quanto non sembri. Lei non ha alcuna illusione, né sul proprio ruolo né sulla profondità dell’affetto del proprio amante. Il Macellaio è un uomo in perenne ricerca di conferme, conferme cui Anita deve dare risposte, lusinghe per un egocentrico e famelico. Nessuna apparenza vale di fronte ad Anita; con lei Total è una persona a tratti tenera e appassionata, mentre Il Macellaio appare nella realtà delle sue frustrazioni e insoddisfazioni. Anita non conta niente e lo sa: parte da questo per controllare tutto, compresa la sua vita. Ha difatti abbastanza intelligenza per incassare il colpo quando va incassato, barattando una vita più piena con un prezzo che si dice disposta a pagare. Poco importa che questo prezzo sia più o meno gravoso, che il tutto sia o meno squallido, lei ha qualcosa che gli altri personaggi non sempre dimostrano di avere: è conscia dei suoi limiti e di molti meccanismi nascosti sotto la superficie. Anche se sente dentro un abisso di disperazione, anche se il suo amante non le lascia il primato nemmeno per chi sia il più disgraziato.

Gli oggetti rubati e il denaro. Il denaro è il grande protagonista, il veicolo del potere e ciò che definisce i rapporti fra gli uomini e le donne in scena. Ogni volta che il denaro compare, viene annunciato da sussurri che suggeriscono una natura al confine col demoniaco. Total ne è disgustato al punto da non riuscire a toccarlo, al punto da aver bisogno di guanti per maneggiarlo, da grattarsi al solo sentirne parlare. Ruba per vivere, ma solo quello che sa di poter usare direttamente. Il cibo rubato ha lo stesso sapore di quello guadagnato col lavoro: così vorrebbe convincere il padre che non è tutto così come è stato descritto nei libri che ha letto. Gli fa assaggiare il caviale, il cosiddetto gusto del proibito. Mira a convincerlo che tutto quello che gli hanno insegnato è solo un limite, un sistema per costringere a subire e stare al proprio posto. Non si può realmente vivere del proprio lavoro senza ridursi a vivacchiare all’ombra dei grandi proprietari. È sempre più difficile trovare il proprio posto nel mondo. Allora, Total ruba. Tutti rubano, dall’imprenditore disonesto che usa denaro e influenza per estendere il proprio potere, fino all’uomo di mondo che sa quali ingranaggi oliare. Si illude, Total, di poter fare qualcosa da solo, fa errori anche ingenui, desidera imparare il mestiere da Albertone (Mario Scaccia), ma si renderà conto di come ci siano ombre anche nella sua personale idea di malavita. I ladri, soprattutto i ladruncoli come lui, la bassa manovalanza, sono sfruttati tanto quanto gli onesti lavoratori. La ricettatrice lucra a proprio piacimento sul lavoro di chi rischia la galera.

Orazio Orlando Pirelli La proprietà non è più un furto

“Io, brigadiere di pubblica sicurezza, monto la guardia al livore umano, da vent’anni lavoro per raggiungere l’ordine. Ma ho paura che quest’ordine, quest’armonia in una vita basata sull’inuguaglianza siano naturalmente irraggiungibili. In compenso vengo premiato da inaudite soddisfazioni… Indago, arresto, simulo, plagio, fermo, nego, infierisco, acquisisco, faccio, disfo… e mi approprio di parti più o meno importanti dell’esistenza altrui. Così mi consumo nel pessimismo, e mi consolo nell’egoismo dei miei privilegi. Prima di tutto arrestare chi voglio. Arrestare… è bellissimo…”

Pirelli. Chi indaga non fa una grande figura migliore. Pirelli (Orazio Orlando) è un uomo apparentemente onesto, ligio al dovere fino alla cecità. Questa onestà è fatta solo di mezze parole e mezze verità, prima espresse e poi ritrattate. Pirelli è un uomo spaventato quando un pregiudicato muore in caserma, è spaventato perché non è così libero come può sembrare. Non lo è perché anche se venisse fuori la verità (l’uomo muore per un infarto, davanti ad almeno tre testimoni), l’opinione pubblica se lo mangerebbe vivo. Allora quando l’uomo potente gli garantisce che testimonierà nel modo in cui lui riterrà più opportuno, il brigadiere riprende a respirare, grazie al testimone che tutti vorrebbero dalla propria parte.

La proprietà non è più un furto può essere feroce, esagerato, sopra le righe. Fa quasi ridere. Assurdo e ferocemente ironico. Non pretende d’essere realistico, se non altro può servire a far pensare, magari con la propria testa, a quanto nella nostra società ci sia ancora di quel Macellaio.

 

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18 pensieri su “La proprietà non è più un furto (1973)

    • Francesca ha detto:

      Grazie 😀 quando avrai voglia e tempo di vedere ‘sto film, sappi che c’è tutto intero su Youtube come per Sacco e Vanzetti (se non trovi un dvd), ho lasciato il link in fondo all’articolo 🙂 credimi, merita…

  1. lupokatttivo ha detto:

    Lo ammetto… Ho dovuto lasciare a metà… Sto leggendo dal telefonino e rischio la cecità 🙂 pero’ fino ad anita mi e’ piaciuto… Soprattutto anita mi e’ piaciuta 😀 tornerò con uno strumento piu adatto alla lettura 😀

    • Francesca ha detto:

      Grazie per lo sforzo, apprezzo molto 😀 e su Anita… buongustaio! e non solo perché è obiettivamente una gran bella donna, ma soprattutto perché trattasi della Dariona ex compagna di Dario Argento, mamma di Asia… Conosciuta da me soprattutto per il ruolo più che fondamentale in “Paganini Horror” di sua maestà Luigi Cozzi. Come si fa a non amare questa donna?

  2. crimson74 ha detto:

    Anche questo nella lista dei film ‘da recuperare’; Tognazzi appassionato di cucina che fa il macellaio si deve essere divertito… per il resto, ho leggiucchiato qua e là, il tempo è poco e i tuoi saggi sono sempre molto ponderosi… 😉

    • Francesca ha detto:

      …mi fa strano vedere i miei scritti definiti “saggi”, ovviamente mi fa un immenso piacere 🙂 Tognazzi in questo film è semplicemente perfetto. Ammetto inizialmente di aver pensato a che cosa sarebbe potuto essere “La proprietà” con Volonté al suo posto, ma dopo aver visto la pellicola, mi rendo conto che non poteva essere altrimenti. Tognazzi era praticamente fatto apposta, e tenendo conto anche della sua passione per la cucina, doppiamente 😀

  3. Francesca Lia Sidoti ha detto:

    Ho letto con interesse fino alla fine anche se non sapevo niente di questo film, e non so niente di film in generale – ma se me lo descrivi come la versione italiana di Death Note mi fai venir voglia di guardarlo!

    • Francesca ha detto:

      Death note 😀 certamente il Macellaio può avere un che di Light, visto il carattere simpaticissimo che li contraddistingue e la tendenza a farsi strada a qualsiasi costo… e Anita un che di lei, della mia amatissima Misa. Credo che se ho letto tutto (anche dopo la morte di L) sia stato soprattutto o quasi per lei. Grande personaggio tragico, anche se un po’ fanciullesco. Si, Misa ha un che di Anita, anche se Anita è molto più cinica, meno presa da quell’amore folle e autodistruttivo. Anita gli occhi dello Shinigami non li avrebbe mai accettati e se l’avesse fatto li avrebbe usati a sua tutela. Una cosa è certa: l’atmosfera un po’ mortifera, di ingiustizia sociale cui si cerca anche fuori dagli schemi una soluzione… questo c’è tutto. Nessun quaderno strano e nemmeno mega mostri invisibili, questi invece non te lo posso garantire 😉 Ecco vedi, ora tu m’hai fatto venir voglia di rivedermi/rileggermi Death Note 😀

  4. sherazade ha detto:

    Ecco, ci sono.
    A dirla tutta nn me lo ricordo affatto. Cmq è da rivedere.
    Quanto ci sia della società di oggi? Drammaticamente tutto. Da parte dei dialoghi e degli atteggiamenti che hai riportato l’Italia sta divorando se stessa riuscendoci. Ma questa è stata la bravura di Petri fino a Todo Modo (tiè te lo butto giu’ così 😉

    sherabuonanottefreddafreddolosa

    • Francesca ha detto:

      Todo Modo mi sta ronzando per la testa da mesi… ti dirò… è da un po’ che sto pensando di vederlo per bene. Solo per la sua storia, anche solo per quella. Lo fecero sparire, quel film. Tornando a La proprietà… è tremendamente reale. Tutto vero, quello che non collima è solo l’eccesso un po’ istrionico dell’insieme, dei personaggi singoli e dei rapporti con la società. Però… sotto sotto… di vero c’è praticamente tutto. Concordo: è da rivedere… ora più che mai.

      Buonanotte anche a te… col freddo e col terremoto…

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