Frida Kahlo / Diario

Frida Kahlo, fotografata dal padre Guillermo nel 1919

Frida Kahlo a 12 anni, fotografata dal padre Guillermo (15 luglio 1919)

Frida Kahlo è nata tre volte: il 6 luglio 1907 da Wilhelm Kahlo e Matilde Calderòn, nel 1910 (secondo la sua personale mitologia, proprio nell’anno della rivoluzione messicana) e il 17 settembre 1925, giorno dell’incidente stradale.

Salii sull’autobus con Alejandro Gomez Arias. Mi sedetti sul bordo, vicino al corrimano […]. Pochi attimi dopo l’autobus si scontrò con un tram della linea per Xochimilco. Il tram schiacciò l’autobus contro l’angolo della via. […] Avevo diciott’anni allora, ma sembravo molto più giovane. […] Il tram procedeva con lentezza, ma il nostro autista era un ragazzo giovane, molto nervoso. Il tram, nella curva, trascinò l’autobus contro il muro. Ero una ragazzina intelligente ma poco pratica, malgrado la libertà che avevo conquistato. Forse per questo non valutai bene la situazione né intuii il genere di ferite che avevo. […] Non è vero che ci si rende conto dell’urto, non è vero che si piange. Non versai una lacrima. L’urto ci spinse in avanti e il corrimano mi trafisse come la spada trafigge un toro. […] Persi la verginità, avevo un rene leso, non riuscivo a orinare, e la cosa che più mi faceva male era la colonna vertebrale. […] Amo molte cose, la vita, la gente. Non voglio che la gente muoia. Non ho paura della morte, però voglio vivere. Il dolore, questo sì, non lo sopporto. Non appena vidi mia madre le dissi: “Non sono morta e, per di più, ho qualcosa per cui vivere; questo qualcosa è la pittura”. (tratto da “Album, Frida Kahlo”; c. ed. Abscondita, Pp. 14-5)

Copertina Abscondita Frida Kahlo AlbumL’incidente spacca a metà la vita di Frida, vanifica il passato e conferisce la forma pressoché definitiva al futuro. La Frida che conosciamo nasce dal dolore fisico patito quel giorno e da una convalescenza costretta all’immobilità: rinuncia a diventare medico, inizia a dipingere. Uno specchio sul soffitto del baldacchino del letto le restituisce l’unica immagine che avrà per esercitarsi: il proprio corpo. Uscita da quella stanza, il suo corpo sarà sempre un passo indietro rispetto a lei; la pittura la farà crescere a dismisura, nella bellezza, nell’efficacia e nella pienezza dell’espressione. Il corpo rimarrà sempre il suo più grande limite. La pittura le farà girare il mondo e le darà la possibilità di realizzarsi, nonostante tutto.

Copertina diario Electa Frida KahloNel 1941 Frida Kahlo inizia un diario dipinto; il padre amatissimo è morto da poco, ma fra alti e bassi la vita deve proseguire comunque, con quel dolore di fondo che sembra non avere fine.

“Il matrimonio bis [con Diego Rivera] va bene. Pochi litigi, maggior comprensione reciproca e, da parte mia, meno indagini noiose rispetto alle altre donne che spesso occupano una posizione preponderante nel suo cuore. Alla fine mi sono resa conto che la vita è così e tutto il resto è illusione. Se la mia salute fosse migliore potrei dire che sono felice, però il fatto di sentirmi ridotta così male, dalla testa ai piedi, a volte mi scombussola il cervello e mi fa passare momenti amari”, [brano tratto da una lettera al dottor Eloesser del 18 luglio 1941, in “Album”, Abscondita, p. 197]

 Di tutto questo, prima di avere per le mani questo diario, non sapevo assolutamente niente, per me Frida Kahlo era la donna dagli occhi sorridenti e di una bellezza particolare, fatta di difetti e del carisma con cui li portava. Ricordavo lei, ma non i suoi quadri, salvo rarissime eccezioni. Aprire questo diario senza sapere niente, significa leggere una lingua cifrata, assistere impotenti all’esplosione di una realtà sconosciuta, fatta di mura di parole e disegni surreali. Si capisce subito che questo libro non dovremmo nemmeno averlo aperto, è proibito, appartiene solo a chi l’ha scritto. La prima pagina è un mistero: una tecnica mista, collage e pittura, aprono il percorso con una menzogna, uno scherzo di cui possiamo solo immaginare il senso. “Pint de 1916 / Dipinto nel 1916” [tav. 1]. Nemmeno gli apparati in appendice possono soddisfare tutti i dubbi, ma rimane tanto più affascinante addentrarsi nella folla di personaggi e parole senza chiedersi che cosa significhino.

Nel suo saggio introduttivo, Carlos Fuentes racconta:

“Un tintinnio di sontuosa gioielleria coprì tutti i suoni dell’orchestra, ma qualcosa oltre il mero suono ci costrinse a guardare in alto e […] finalmente si rivelò l’essere che i sonanti gioielli e il silenzioso magnetismo aveva anticipato. Fu l’ingresso di una dea azteca. […] O forse eravamo dinnanzi alla Madre Terra spagnola, la signora di Elche, radicata al suolo dal pesante elmo di pietra, gli orecchini come ruote di carro, i pettorali che le divorano il seno, gli anelli che le trasformavano le mani in clave. Un albero di natale? O un albero della cuccagna? Frida Kahlo era una Cleopatra sfiorita, che nascondeva il corpo tormentato, la gamba inerte, il piede offeso, i busti ortopedici sotto gli spettacolari ornamenti delle contadine messicane, che per secoli conservavano i gioielli, protetti dalla povertà, per esibirli solo alle grandi fiestas delle comunità agrarie. I merletti, i nastri, le gonne, le sottane fruscianti, le trecce, le acconciature a forma di luna le incorniciavano il viso come le ali di una farfalla notturna: Frida Kahlo dimostrava che la sua sofferenza non riusciva a fiaccare, né la malattia a eclissare, la sua infinita versatilità.” (pp. 7-8)

Il diario dipinto conserva il contrasto fra la bellezza dell’esteriorità e ciò che essa cela. Bisogna dirlo: bello da vedersi, alterna pagine caotiche a pagine ordinate, cancellature a disegni a doppia pagina, ricette per la preparazione dei colori a scherzi per episodi marginali. Nell’apparenza è bellissimo, con le sue parole dipinte a colori vivi, la carta un po’ rovinata e ingiallita sui bordi. Nonostante tutto, le prime pagine del diario non fanno intuire nulla della sofferenza che la donna doveva passare, anzi, sono ornate come una delle sue capigliature fiorite. Diego la chiamava “la grande ocultadora”, e a ragione. Il diario non ha un vero e proprio filo conduttore, probabilmente è più un quaderno di appunti, scritto quando ce ne fosse stata occasione, per fermare un ricordo o scrivere una lettera. Più tardi, sarà usato per ringraziare persone amate. Quando non sarà più possibile pensare ad altro che al proprio corpo, quando il dolore si farà più vivo, Frida scriverà della propria condizione fisica, nelle parole o in disegni, come nell’autoritratto come angelo dalle ali spezzate [tav. 121].

Diario di Frida Kahlo

Tav. 121-122. “Te vas? No. Alas rotas / Te ne vai? No, ali rotte”

Tutto cambia progressivamente. Frida si concentra sempre di più sul suo corpo. Si ritrae con un paio di ali, ma senza la gamba sinistra, avvolta in una spirale, e con la colonna vertebrale fratturata [tav. 138].

“Agosto 1953. È sicuro che mi amputeranno la gamba destra. Dettagli ne so pochi, ma i pareri sono sfavorevoli. […] Sono preoccupata, molto, ma allo stesso tempo sento che sarà una liberazione. Magari, quando potrò di nuovo camminare darò tutta la forza rimasta a Diego. Tutto a Diego.” [traduzione della tavola 140, pag. 277]

Sotto l’immagine di piedi come dolorosi ex voto (in Messico le offerte votive si chiamano Milagros), scrive [tav. 131]:

“Piedi, perché li voglio se ho ali per volare? 1953”

Diario di Frida Kahlo origine delle due FridaNel corso del diario si fanno bilanci, man mano che cresce la consapevolezza di una decadenza fisica sempre più veloce. Uno dei ricordi più nitidi del diario è l’origine delle due Frida, la grande amicizia della Frida bambina col suo doppio, sorridente, senza rumore, esistente solo per lei. Non stupisce, considerando che Frida è sempre stata la migliore compagna per se stessa, nella convalescenza forzata a letto, nei paesi stranieri che ha visitato con Diego, affrontando i rovesci della vita in generale.

“[…] ricordo la sua allegria – rideva molto. Senza suoni. Era agile e danzava come se non avesse peso alcuno. La seguivo in ogni momento, e le raccontavo, mentre danzava, tutti i miei crucci. Quali? Non ricordo. Ma lei sapeva dalla mia voce tutte le mie cose… Quando ritornavo alla finestra, entravo per la stessa porta disegnata sul vetro. […] Ero felice. Cancellavo la “porta” con la mano e “spariva”. Correvo con il mio segreto e la mia allegria nel più remoto angolo di casa mia, e sempre nello stesso posto, sotto un albero di cedro, gridavo e ridevo. Sorpresa di essere sola con la mia gran felicità e con il ricordo così vivo della bambina. Sono passati 34 anni da quando ho vissuto quella magica amicizia e ogni volta che la ricordo, rivive e cresce, sempre di più dentro il mio mondo. Pinzón 1950. Frida Kahlo” tavole 80-82.

Le-due-Frida

Le due Frida

Il senso del doppio è una costante del diario così come nella sua opera. Nella riflessione su una cesura sulla linea del tempo, il prima e il dopo, siano esse una Frida dal cuore squartato che stringe la mano a una Frida gemella, la donna amata da Diego e quella che non lo è più. Nel diario sono i due volti come vasi spaccati, dove una Frida piange per l’altra (tav. 97-98). Ancora la necessità di badare a se stessa, ricorrendo alle proprie risorse anche quando non ci sono, conscia dell’inadeguatezza sempre più marcata, lavorando fino allo stremo, solo per rendersi indipendente.

Diario di Frida KahloLa dualità si ripete in un’altra doppia pagina, in cui si pone un ideale Giano centrale quale riferimento che guarda al passato e al futuro, indietro verso la sua grandezza, la bellezza di donna pienamente realizzata, avanti, verso la stessa donna, come infilzata su una colonna. La grande gonna e la capigliatura di trecce e nastri di cotone colorato, arti che si spezzano e cadono, la gamba che perderà, le mani e la testa. La chiosa della pagina, “Yo soi la disintegracion” (tav. 37-38).

Sarebbe riduttivo limitarsi a questi aspetti, percorrendo questo diario di Frida Kahlo: questa può essere solo una traccia parziale. Bisognerebbe considerare l’ambito dell’impegno politico piuttosto che della ricerca delle origini culturali del Messico, intraprese da Frida e Diego con le rispettive sensibilità. Bisognerebbe considerare questo, ma sarebbe ancora poco.

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24 pensieri su “Frida Kahlo / Diario

  1. sherazade ha detto:

    Ci sei riuscita. Un parto magnifico Frida è tra noi tuo tramite.
    Io la conosco da quasi sempre x via di un poster che mia madre aveva : autoritratto con la scimmietta. All inizio dell’ anno una mostra alle Scuderie del Quirinale. Peccato tu nn ci fossi.
    Perdonami un dato fondante della vita cui Frida era tenacemente aggrappata era l amore per Diego Rivera uomo geniale e grande dongiovanni che le rimase vicino sempre pur facendo la soffrire x i suoi tradimenti.
    La teatralità con cui Frida mise in scena la sua morte il letto a baldacchino al centro della stanza… che donna. Spezzata in due letteralmente dallo scorrimento del bus è davvero nata una donna da portare ad esempio.
    Sheraconmilleinchini

    • Francesca ha detto:

      Conoscere Frida per me è stato conoscere qualcuno che ha fatto non solo della sua vita una grande opera d’arte, ma conoscere qualcuno che non ha dato nessuna tregua alla sofferenza o alla tristezza. Ne abbiamo tutti da sopportare, ma lei non si è mai persa, mai, fino alla fine, con tutto quello che ha vissuto. La amo così tanto che ho voluto lasciarla sola, almeno per stavolta… Lei disse che nella vita ha avuto due incidenti, il primo quello sull’autobus, il secondo era Diego. Quanto aveva ragione. Diego lo trovò mentre dipingeva i suoi murales, si innamorò di lui e anche della sua fama, della sua arte, ne fece la sua colonna ancor prima di quell’incidente stradale. Poi, lo ritrovò. E con lui lasciò quello che era per diventare quella divinità bellissima della ferilità, del Messico, della tradizione del suo popolo. Diego è stato tutto per lei, nonostante tutto… nel diario ci sono queste frasi su di lui, delle vere invocazioni. Poi arrivi a quel “Diego, estoy sola”. Credo di essermi messa a piangere. Vorrei tornare a parlarne, di Frida e di Diego, ma lei stavolta doveva avere la ribalta tutta per sé 🙂

  2. crimson74 ha detto:

    Anche io ho visto la mostra di cui parla Shera… solo che era il 15 di agosto… 😉 Facezie a parte, anche io conoscevo poco l’artista, pur avendone sentito parlare da Flavio Caroli nel programma di Fazio…. Un’artista enormemente immaginifica, forse con un tanto di capacità di mantenere un certo io ”infantile’ (specie in alcuni quadri, con oggetti e figure accatastate)… sul piano personale, mi piace sottolineare come dopo tutto l’incidente, per quanto tremendo, non l’abbia portata a rinchiudersi in sé stessa e non le abbia precluso una vita sentimentale parecchio movimentata… forse è da portare da esempio proprio per questo…

    • Francesca ha detto:

      Hai ragione, questo è il bello di Frida: trovare anche nella difficoltà il modo di aprirsi, accettando il proprio corpo e la propria individualità, senza vergognarsi di ciò che si è. Dopo le delusioni dovute ai tradimenti (soprattutto quella che ha portato alla rottura del primo matrimonio con Rivera), ha scelto di essere indipendente e c’è riuscita, eccome. Sentimentalmente, economicamente… Un grande esempio, ha scelto di essere se stessa e non è mica poco 🙂

    • sherazade ha detto:

      Mi permetta la ‘tenutaria’ del blog di tirare le ‘recchie a crimson perchè sarò un poco rinco ma la mostra cominciava ha aperto il 30 marzo e dunque confermo che io l’ho vista dunque quasi ad inizio anno. 😉

      sherabuonacenaeabbraccialsugoditonnopiccantino

      • Francesca ha detto:

        Certo che ti permetto, sei sempre la benvenutissima in questo blog… basta che non sia messo troppo a soqquadro e si possono tirare tutte le orecchie che si vuole

        un saluto ritardatario e anche un bel po’ piovoso 😀

  3. il barman del club ha detto:

    Molto bello questo post, anche perché sei riuscita a parlare dell’intimità di una grande artista senza violare la sua personalità. D’altronde quando una figura come Lei lascia un segno tangibile nelle generazioni future, che ammirano la sua arte e con questa si emozionano, diventa anche possibile entrare nell’interiorità di un diario così privato. E’ vero che è come depredare (non so se è la parola giusta) un’anima segreta, ma la duplice femminilità che la contraddistingue diventa motivo di analisi, di gioia, di paura e di dolore, e forse il dono che hanno gli artisti è proprio questo: regalare qualcosa agli altri, sottolineando così la loro eternità.
    Il visibile e l’invisibile: è solo una questione di scelte…

    • Francesca ha detto:

      Guarda, voglio proprio raccontartelo. Un giorno sono andata in libreria con la mia migliore amica, praticamente una sorella per me; a volte penso che sappia meglio di me i percorsi che dovrò fare. Mi pare che fossimo andate così, giusto per fare un giro, e siamo uscite ognuna con un taccuino decorato con l’immagine di Frida. Me ne parlò così accoratamente che la volta dopo andai nella stessa libreria solo per prendere questo diario. Lo lessi/guardai in treno, un viaggio da un paio di ore, quanto basta per scorrere le pagine “originali”, senza spiegazioni. Rimasi frastornata. C’è tanta sofferenza, tanta bellezza al contempo, che anche unendo quanto la mia amica aveva raccontato di Frida – in due parole eh, mi aveva lasciato più che altro la curiosità – non potevo capire la profondità su cui mi ero affacciata. Certo, l’avevo intuita. E nonostante tutto, quando ho letto la storia di quella donna, è stata una nuova scoperta, commovente. “Depredare” quest’anima dei suoi magnifici ornamenti significa per me anche fare un bilancio fra quello che ho fatto e quello che potrei fare, per stare meglio, per fare il passo ulteriore. Frida è una compagna di viaggio che ha tanto, tantissimo da dare, e lo scopro ogni giorno, nei quadri e nelle foto. Nel diario. Depredare è il termine giusto, perché certe cose le bramiamo, un’immagine amica o un ricordo comune, e in Frida c’è sempre qualcosa da tenersi, da prendere in prestito, un sorriso diverso da indossare per uno stato d’animo nuovo. Non passa giorno che non dica a questa mia amica “Grazie per avermi dato Frida”, e glielo dico scherzando… ma mica tanto in fondo. Io sono davvero grata per aver conosciuto questa grande donna, anche se solo fra le pagine di un libro.

      Grazie di cuore per il tuo commento 🙂 l’ho apprezzato moltissimo

      • il barman del club ha detto:

        figurati, anzi, posso dirti che anch’io ho provato le stesse sensazioni per altri artisti che mi hanno colpito in maniera totale; tra l’altro la fascinazione non è stata come una bellezza che ti colpisce e che apprezzi soltanto perché ti piace, ma, perché senti qualcosa dentro che va al di là di ogni emozione, come se quei colori, quei gesti o quelle note ti fossero appartenute da sempre: come se le avessi già vissute, in qualche altra vita. E’ qualcosa che ti entra dentro fino all’anima e non sai spiegartelo, ma sei perfettamente consapevole che ti appartiene e diventa tuo, parte di te…

  4. Nicola Losito ha detto:

    Il tuo non è un post, ma un piccolo-grande saggio. Brava.
    Mi piacerebbe disegnare del mio viaggio in Cina un diario bello e importante come quello di Frida.
    Ma io sono solo Nicola, un viaggiatore impreparato.
    Un caro saluto.

    • Francesca ha detto:

      Grazie, Nicola… ti invito però a non rinunciare al tentativo, tutti possiamo dare il nostro contributo e sarà pur sempre qualcosa che rimarrà, anche se scritta da un semplice viaggiatore 🙂

      Un saluto anche a te

    • Francesca ha detto:

      A dispetto dei due articoli che ho scritto per Frida, non ho mai abbastanza parole per descriverla. Le parole sono finite quando ho iniziato a leggere le sue. Si è ricostruita da zero. A volte mi chiedo: io saprei farlo? Chissà. Lei ha creato un’opera d’arte, forse più bella dei suoi stessi quadri.

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