La decima vittima

Locandina La decima vittimaLa storia dietro alla creazione de La decima vittima (1965) è un labirinto, e anche piuttosto caotico: errori come vicoli ciechi, opportunità mancate, cambiamenti in corsa, litigi, un finale previsto in Africa cambiato chissà come… Carlo Ponti si rifiuterà più volte di produrre una pellicola da lui ritenuta una potenziale “vaccata”. C’è stato anche chi, come Ernesto Gastaldi, parlerà di “megaschifezza”. Si farebbe fatica a credere che la vicenda possa stare in piedi da sola, con tutte le difficoltà incontrate, ma quando ti siedi e i fotogrammi scorrono davanti ai tuoi occhi, le sue cicatrici nemmeno si notano, sembra tutto naturale – o quasi. Personalmente, ve lo consiglio: è un buon antidoto al filone fantascientifico/distopico un po’ “plasticoso” che gira di questi tempi – tipo questo o, diamine… questo. E poi… stiamo pur sempre parlando di Elio Petri – ma anche Marcello Mastroianni, Ursula Andress, Ennio Flaiano…

La decima vittima scena iniziale Ursula Andress2000, New York. Dopo una serie di guerre su scala planetaria sempre più distruttive, i governi si accordano per un nuovo sistema che garantisca la pace mediante la gestione del lato violento del genere umano: una parziale legalizzazione del reato di omicidio. Nasce una competizione di respiro mondiale, la cosiddetta “caccia”. Chiunque lo voglia può iscriversi alle liste ufficiali e, a richiesta accettata, avrà un nome, una vittima che potrà uccidere senza conseguenze legali. La decima vittima si apre su un inseguimento, nel pieno di una delle tante cacce; sullo sfondo, uno scenario apparentemente post-apocalittico: due spoglie longherine Bethlehem Steel, due colonne che nascono in un terreno soffocato da detriti. Sembra un resto delle guerre che ci sono state, ma fuori tutto è nella norma, in una Manhattan pressoché come la conosciamo. Intanto, un narratore chiarisce le regole del “gioco”:

  • È prevista la partecipazione a 10 cacce, di cui 5 come cacciatore e 5 come vittima, mantenendo l’alternanza nei ruoli. Vittime e cacciatori sono scelti casualmente da un computer sito in Ginevra.
  • Il cacciatore dovrà possedere tutte le informazioni possibili circa la vittima.
  • La vittima non avrà informazioni sul proprio cacciatore.
  • Il vincitore di ciascuna caccia – vittima o cacciatore – ha diritto a un premio in denaro. Colui che termina vivo le 10 cacce, vince un milione di dollari. Non potrà mai più partecipare alle cacce e potrà fregiarsi del titolo di Campione Decathon.

Ursula Andress La decima vittima Elio PetriCaroline Meredith (Ursula Andress), la donna inseguita, è una veterana della Grande Caccia e sta abilmente attirando il suo cacciatore in una trappola al club Masoch, dove la stanno aspettando. Indosserà un costume di scena, danzerà e ucciderà con la grazia di una ballerina. Le cacce piacciono, attirano consensi: chi vi partecipa fa spettacolo e come chi fa spettacolo è ambito da chi cerca visibilità mediatica. Caroline è ormai alla sua decima caccia e sceglie il té Ming come sponsor, prendendo accordi per inscenare l’omicidio nel modo più “mediatico” possibile, con ballerine glamour, slogan (Ming, il té che “fa amare di più”) e scenografie ad hoc. Appare chiaro come quale sia il primo, reale intento di molti partecipanti alle cacce. Denaro, popolarità, e solo marginalmente lo sfogare istinti negativi. È il caso di un italiano, tale Marcello Poletti (Marcello Mastroianni). Annoiato dalla propria stessa vita, apatico, alla ricerca del massimo risultato col minimo sforzo. Ora che si trova vittima, penserà a proteggersi; sarà molto diffidente di quella bionda ragazza americana che gli proporrà con insistenza un’intervista proprio al tempio di Venere.


Le meraviglie del possibile antologiaLa settima/decima vittima. Questo film, praticamente, non doveva essere girato: Petri scelse un soggetto differente, Fiori per Algernon (1959) di Daniel Keyes. Leggenda vuole che il racconto fosse “già preso”, i diritti opzionati da Cliff Robertson per quello che sarà I due mondi di Charly (1968)di Ralph Nelson. Sempre secondo la leggenda, il ripiego sarà come Fiori per Algernon contenuto dell’antologia Le meraviglie del possibile. Fu così che Elio Petri scelse La settima vittima (1953) di Robert Sheckley, ma i problemi erano appena iniziati. Carlo Ponti non farà mai mistero di volere una cosa, mentre Petri andrà praticamente nella direzione opposta. L’uno voleva la commedia all’italiana, l’altro un film di fantascienza. Così traspare da un ricordo dello stesso Petri circa Ponti, contenuto in un saggio di Marco Giusti riportato nella raccolta L’ultima trovata (a cura di D. Mondella; Pendragon, 2012):

“Non voleva fare un film con me né un film di fantascienza, faceva delle smorfie orrende, ma voleva fare un film con Marcello. Lavorai per un anno e mezzo alla sceneggiatura e giunsi alla fine stremato, sempre con questo Ponti che mi metteva i bastoni fra le ruote” (55).

Così si esprimerà anche Mastroianni, accusando Carlo Ponti di

“spingere perché il film fosse più umoristico, e questo creò dei grandi disagi fra Petri, me e Tonino Guerra. Ci fu un momento in cui Elio credette addirittura che noi avessimo fatto combutta a suo danno e invece non era vero. […] Il fatto era che Ponti aveva assicurato ai distributori americani un film brillante. E così il film, pur conservando delle qualità notevoli, fu tradito nella sua stessa essenza ed è l’esempio classico di quanto un produttore sbaglia perché crede di saperla più lunga di un regista intelligente” (56).

Ora, di La settima vittima rimane poco e nulla, tranne l’idea di base, mentre alcuni particolari vengono approfonditi e messi in risalto. Quello dal racconto alla sceneggiatura è stato un passaggio tormentato, fra il moltiplicarsi delle firme per il testo finale (Elio Petri, Ennio Flaiano, Tonino Guerra, Giorgio Salvioni) e l’eventuale riscrittura in una sceneggiatura parallela. Il risultato è quello che potete vedere. Una pellicola non strettamente riconducibile a Petri, ironica, dall’ambientazione fortemente caratterizzata, basata su quel Marcello Mastroianni che assicura visibilità al prodotto.


La commerciabilità, il “popolare” diventa uno dei pilastri della pellicola, dalla pubblicità che sfrutta l’omicidio per agevolare la diffusione del messaggio, fino al moltiplicarsi dei servizi per le vittime o i cacciatori, aspetto presente anche nel racconto, benché solo accennato. Stanton Frelaine, protagonista de La settima vittima, è un commerciante attento alla pubblicità, e come tale sa di muoversi in una giungla di consigli per gli acquisti, immagini, raccomandazioni. Le cacce sono business. Nel suo mondo le vittime non ricevono il nome del loro cacciatore, ma hanno facoltà di informarsi e possono assoldare un investigatore, il “localizzatore”. Libri di strategia, armi stravaganti (solo per le vittime), armature, abiti eleganti con tasche per nascondere pistole: la parola d’ordine è spendere. Nonostante questo, Stanton è un uomo che crede nella funzione purificatrice delle cacce – qui gestite difatti da organi chiamati “Centri di Catarsi Emotiva”. Questo duplice aspetto, lo sfogo personale e l’apertura di un mercato, tende a ridursi nel film di Petri, lasciando spazio a un’interpretazione insieme ironica e caustica, spensierata ed esteticamente “bella”.


Caroline avvicina in un locale Marcello e gli chiede che cosa faccia un uomo come lui. Vuole conoscerlo, se non altro è quello che lei vuole fargli pensare. Lui risponde che “non c’è attività e non c’è uomo”. Conoscendolo, capiremo quanto e perché abbia ragione. Marcello Poletti, difatti, è l’uomo che si sposa una sola volta nella vita, incuriosendo Caroline, dato che la consuetudine sono almeno 10-15 matrimoni – così l’economia gira. Lui, in realtà, non è un romantico, anzi: è quasi un campione di cinismo. Lui sa di partecipare alle cacce per denaro e ammette di aver fondato un movimento religioso per lo stesso motivo. D’altra parte, anche questo è moda, qualcosa di passeggero e attraente, per cui naturalmente lui se ne avvantaggia. Ogni sera, al tramonto, si riunisce con un gruppo di persone per piangere il sole che scende in mare. Invita tutti a sfogarsi, a piangere; piange lui stesso, ma riesce a farlo solo con l’aiuto di pillole per la lacrimazione. Vive una vita di menzogne, finzione e debiti mai saldati. Vive rapporti senza senso, con la moglie e con l’amante. Non denuncia di avere con se ancora i genitori, ormai anziani, non perché abbia timore che il governo li faccia sparire come tutti gli altri a una certa età, ma perché non sopporta di obbedire agli ordini di qualcuno. Sopravvive, passa da una situazione all’altra, da una finzione all’altra, sempre più stretto a Caroline. Proprio a lei dirà, una sera: “E chi la vuole la verità?”.

Annunci

40 pensieri su “La decima vittima

  1. lupokatttivo ha detto:

    Brava frauccia che mi hai fatto scoprire un bel vintaggione italico che non conoscevo… Oltre alla notte del giudizio ci vedo anche un po’ di hunger games…benone…me lo accaparro… Hai detto “distopico” 😀 😀 😀 😀

    • Francesca ha detto:

      Nonostante tutto il macello, sai che è venuto fuori un bel film? anche se forse è un tantino troppo sentimentale per i miei gusti (ma sono gusti, non ci fare caso) e il finale lo trovo un pochino discutibile, ma così volle – pare – la produzione. Ed è… “distopico” 😀 te l’ho detto, ormai non ne posso più fare a meno di questo termine :mrgreen:

  2. crimson74 ha detto:

    Segno di come il cinema di fantascienza qui da noi abbia avuto sempre poca fortuna, anche ai tempi d’oro del ‘cinema di genere’… ho letto il racconto originario e visto il film credo una volta… di entrambi ho scarsa memoria, ma ricordo il film soprattutto per delle scene girate in un Eur che si presta molto a certi scenari (la stessa location fu usata per l’Ultimo uomo sulla Terra)…

    • Francesca ha detto:

      Verissimo. Questo film è stato si può dire pensato praticamente per il mercato estero, ma doveva ricalcare il gusto dominante italiano, la commedia classica all’italiana… e tutto ciò che era fantascienza rischiava di stonare. Peccato, anche perché in quanto a scenari l’Italia non ha niente da invidiare ad altri paesi e ha potenzialità che possono lasciare il segno. Ci credo che ricordi le scene girate all’Eur… questo film ha una fotografia spettacolare, con linee pure, una base artistica non indifferente. L’occhio di Petri è decisamente interessante. Io sono rimasta alla prima scena, con quell’arcata e i due pilastri d’acciaio, per esempio. Ricordo di aver tenuto il fermo immagine su quella scena per qualche minuto, mi aveva letteralmente affascinato.

  3. sherazade ha detto:

    Ho letto e scoperto dettagli meglio retroscena curiosi che solo una ricercatrice provetta par tuo…sì sì complimentoni.
    E’ un Petri diverso dici bene ma sempre preciso insommadi sente una mano sicura.
    Sono anch io convinta che attori cosi duttili come Mastroianni e donne della bellezza nn artefatta di Ursula A. siano spariti e il film
    nelle sue ingenuità valga
    queste mega produzioni
    spettacolari. Il tema della
    caccia e del catalizzare la violenza fa parte di cinema e
    letteratura.
    Mi viene in mente in altro film da cineteca The naked
    pray di… ma con interprete Cornel Wilde. Sempre fine anni sessanta.
    curiosa eheh?
    Buonanottesherosa

    • Francesca ha detto:

      Ok, una sera di ritardo 😀 (la ripresa dall’estate si fa più difficoltosa del previsto), ti ringrazio di tutti i complimenti… Questo è un film che mi ha portato a cercare quale sia la parte del regista e quale della produzione, realmente. Petri si vede, si tocca con mano… la sua regia dici benissimo, è una mano sicura. Le immagini e l’interazione dei personaggi con le scene è magistrale. Poi, certe cose del resto… forse l’ho già scritto da qualche parte, ma il finale non mi è piaciuto particolarmente, per quanto possa celare uno spunto ironico. Lì magari si annida la produzione, lì e in certi aspetti più “appetibili” dei personaggi, ma qui ancora c’è un altro aspetto legato a Petri (e di quelli che hanno collaborato, anche per la sceneggiatura) che mi pare di intravedere: lui mette in scena quello che il produttore poteva aver voluto, ma con la sua firma di regista, ironica, rovesciata, caustica. Il tutto con la musica divertente e leziosa, perfetta per questo film, di Piccioni. Ancora ce ne sarebbe, da dire, su questo film…

      …l’altro film che mi citi sarà ovviamente di ispirazione, io intanto lo cerco 🙂 poi vediamo,

      • sherazade ha detto:

        Certamente il finale non è alla Petri ma lasciamolo pure passare considerando gli anni e lo strapotere di allora dei produttori, figurarsi Carlo Ponti poi!
        Cerca pure The naked prey totalmente diversa la suggestiva ambientazione africana e molte immagini, certo un po’ grossolane o ingenue. Devo rivederlo anch’io.

        sherynfreddolitabrrrrrr

        • Francesca ha detto:

          Spero di trovarlo presto, mi incuriosisce molto… Io intanto ti do la buonanotte, stento a tenere gli occhi aperti 😉 anche qui fa un freddo… più pienamente autunnale che di fine estate…

  4. sherazade ha detto:

    hola Franci

    sono stanca stanca e stasera nn ho voglia di pensare a nulla.
    Che ne sai di

    Battleship
    Durata : 2h11min
    Cast :
    Liam Neeson
    Taylor Kitsch

    ti prego dimmi di sììì

    sherabbraccialsapordipizzafattaincasa 😉

  5. gianni ha detto:

    Già ma come mai da noi il cinema fantastico – serio – non va? Eppure al botteghino anche Battleship con le sue cannonate contro le astronavi qualche euro l’ha fatto… Hanno tutti paura di finir come Dune oppure in Italy c’è solo pseudodiqualità o pseudoimpegnato o pseudocazzata?

    • Francesca ha detto:

      Bella domanda. Chissà, a volte mi chiedo se la distribuzione cinematografica e in generale “chi fa girare i soldi per i film”, chi decide cosa far andare e cosa no (diciamo così), abbia rinunciato a formare un pubblico e preferisca semplicemente il massimo guadagno col minimo sforzo. Dare prodotti ben rodati, senza rischiare, il “tipo” che funziona in Italia… certi film vanno fatti per l’estero… come questo di Petri… convinti che qui non vada. O certi che qui non vada, che non abbia pubblico. Tanto chi sborsa vuole vedere film disimpegnati e un po’ tutti uguali, mentre chi vuole riflettere vorrà vedere un radical chic che parla seduto su una sedia (scrivo ovviamente la prima bischerata che mi passa per la testa), la cultura tipicamente italiana. Magari però non è così… però così “va”. Non so risponderti, non so perché, ma qui in questo paese si presume che dobbiamo creare le stesse cose e tenercele. Si diceva che Sordi fosse destinato ad avere risonanza solo in Italia perché è stato un po’ l’italiano “standard” ed è stato vero, peccato che fosse un attore da lacrime e da risate, un gigante… eppure… a volte mi viene da pensare che siamo condannati per mentalità o per scelte altrui a rimanere un po’ provincialotti, anche se abbiamo enormi potenzialità. Ne avessero avuti, di attori come Alberto Sordi… Ah, posso sbagliarmi eh… in fondo vado soprattutto a sensazione.

      • gianni ha detto:

        eheh si si sono comunque pareri, ma hanno una logica… Sul fantastico sul differente eccetera, in effetti in Italia c’è sempre stato poco. Non so… Che le fiabe siano solo davvero nordiche e al più anglosassoni e di conseguenza anche nei film ed in generale nelle opere d’arte da noi non trovino pubblico? Mah, ripeto: forse manca qualcosa nella nostra cultura. Ma cosa?

        • Francesca ha detto:

          La creatività, forse? la capacità di pensare a un mondo alternativo? nel futuro o in una storia mai avvenuta? non è che il fantasy italiano se la passi troppo bene, chi viene promosso all’inverosimile spesso non ha un grande spessore e nemmeno un grande coraggio. Troppo spesso si pensa che per fare del fantasy si debba andare nel “fantastico”, elfi e vampiri a tutta randa, ma nessuna immedesimazione o interpretazione della realtà, che non va mai abbandonata…

          • gianni ha detto:

            Esatto si fa l’uguaglianza fantastico = genere cazzaro! Ma anche se si cadesse nel filone elfi o vampiri o adolescenti vampiri coi super-poteri, qui da noi, ci riuscirebbe?
            Ps.: anche io leggendo qualche osannato autore nostrano mi son detto: ma è così brava (o bravo)? Pareri personali… I miei.
            E comunque da noi un Gemmel una Mary Stewart o un Tolkien non potrebbero nascere… O meglio anche sì ma scriverebbero un saggio su cose ben più concrete, fermandosi a pagina 30! 😀

            • Francesca ha detto:

              A regola, il genere fantastico veramente parte “svantaggiato”… d’altra parte in Italia si pensa che il cartone animato sia roba da bambocci – inclusi anime come chessò, Death Note… notoriamente una storia da raccontare prima della nanna. Poi, per farne noi… Siamo inondati da ciarpame cinematografico d’oltreoceano, non solo Divergent o simili, considerando anche l’ultimo Hunger Games che pare sia un’operazione di marketing ancora peggio del solito… ma li vanno a vedere ‘sti film… per cui forse forse il pubblico c’è, ma noi sappiamo farli questi film senza cadere nei soliti stereotipi all’italiana? l’idea di vedere un elfo radical chic mi fa orrore

              Sulla letteratura fantasy, mi capitò di leggere un blog molto interessante in cui ci si facevano le stesse domande che ti sei posto tu (e ovviamente pure io) e devo ammettere che, giudizi a parte, dicono una cosa molto semplice: si scrive non strettamente su ispirazione per conto di una vecchia dea greca in tunica, ma a prezzo di lavoro e studio (leggendo libri di altri), sapendo quello che si fa. Si possono criticare tutti, anche i mostri sacri, a patto che lo si faccia su basi oggettive. Non devono esserci buchi nella storia, né incongruenze, ridondanze o errori sfuggiti pure all’editor, sempre che non sia richiesto dall’economia dello scritto nel suo complesso. Insomma, se uno ha scritto una ciofega, è una ciofega, potrebbe averla scritta anche la scrittrice (o uno scrittore) di punta di non so che casa editrice strafighissima. Se uno “arriva” e non è all’altezza, ma continua a pubblicare, c’è un problema di fondo. Non importa che venda, non mi interessa. Poi non c’è spazio per chi sa scrivere veramente…

  6. niarb ha detto:

    Non per fare il talebano della fantascienza “Golden Age” ma Robert Sheckley, a mio modesto avviso, non basta leggerlo. Bisognerebbe tatuarselo addosso. 😉
    Francamente lo sceneggiatone con Mastroianni e la Andress non mi scandalizza. Anzi, insieme ai leggendari “Racconti di fantascienza” di Alessandro Blasetti (1979) è stato la scintilla che in tenera età ha scatenato in me il fuoco della passione Sci-Fi.

    • Francesca ha detto:

      Sono tutt’altro che un’esperta di letteratura fantascientifica (e di fantascienza) e devo dire che il tuo commento lo prendo come un grosso consiglio… anche perché concordo assolutamente su Sheckley, per quel poco che ne ho letto 🙂 Personalmente il mio rapporto con tutto ciò che è fantascienza è iniziato in modo strano, perché io sono sempre stata convinta, almeno fino a un paio d’anni fa (lo so, è molto molto grave), di detestare il genere. A ben vedere, mi sono dovuta rendere conto che quasi tutti i miei libri/film più amati erano qualcosa di molto vicino alla fantascienza o ne costituivano una branca… se mi passi la considerazione. Il libro che amo di più in assoluto è “Brave new world”, per fare un esempio. Questo Petri è atipico per la sua personale produzione, ma si pone volendo sulla scia di Huxley (per la costruzione della società distopica nella ricerca sistematica del benessere ecc.) e… sfrutta appieno l’idea di Sheckley… Ottimo, questo è un gran film, Petri dimostra di essere estremamente versatile pur rimanendo se stesso.
      Ti ringrazio anche per avermi citato questi adattamenti di Blasetti, ho già notato che c’è un La crisalide di Bradbury con Paolo Poli… Due nomi, due garanzie 😀 per non parlare di altri bei nomi, come Cucciolla, Nanni Loy… e anche la lettura di Huxley fra l’altro… ok la smetto 🙂

  7. niarb ha detto:

    Non sarai un’esperta… ma lo nascondi benissimo. 🙂
    Dopo i primi flash Blasettiani (te lo straconsiglio… se lo trovi. Su youtube le tre puntate di quella storica antologia si trovano ma con una risoluzione imbarazzante) sono cresciuto a pane e Sheckley, Brown, Bradbury, SIlverberg, Matheson e Asimov. Gli ultraclassici.

    Continuo ad amarli. Anche se mi sono piaciuti moltissimo (passo al cinema) anche cose più recenti come In Time, Moon e Interstellar. XX e XXI: ho un piede in ciascun secolo.

    (Se hai voglia di qualche recensione semiseria:
    http://afterfindus.com/2014/03/21/di-amezin-ollivud-sains-ficscion-muvi-reviu/)

    E, come te, ho letto con passione enne volte “Brave New World”, anche se è “1984” che continua a farmi più paura. Perché, purtroppo, non è più fantascienza. 😉

    • Francesca ha detto:

      Sono reali, Huxley e Orwell… ora viviamo un miscuglio di entrambi, la confezione dell’uno e la sostanza dell’altro, in pratica. Il Bradbury di Fahrenheit 451 è un ottimista al confronto… il che è tutto dire…
      Mi segno gli altri autori che mi citi e che conosco di meno o solo di fama 🙂

      • niarb ha detto:

        Su Huxley e Orwell hai perfettamente ragione. Fantastica definizione.
        E hai ragione anche su Fahrenheit: nessun bisogno di bruciare i libri… è bastato inventare televisione, calcio e reality show…

        • Francesca ha detto:

          Io gli voglio bene a Bradbury. Davvero. E Fahrenheit 451, quando l’ho letto per la prima volta – praticamente pochi mesi fa – mi ha fatto salire un moto di tristezza e insieme la certezza di essere “capita”. Cavolo, quest’uomo ha capito tutto. Il buonismo, le false parole, l’uso improprio/gestione della stupidità umana. Quando ho chiuso quel libro la prima cosa che ho pensato è stata “perché così tardi? perché non ti ho letto prima?”. E poi pensi… chissà perché lo spingono così poco questo libro. Forse perché è semplice, perché in esso nessuno ha delle vere soluzioni, perché ci mette veramente a nudo nelle nostre contraddizioni. Un bel problema per molti… perché poi mostra che il modello non è sostenibile, basti pensare ai suicidi o al suicidio, proprio quello tentato dalla moglie di Montag. La perfezione, e sotto sotto la frustrazione di chi non ha modo nemmeno di sentirsi pensare. Si, decisamente Bradbury merita tutto il mio affetto.

          • niarb ha detto:

            Sono con te al 100%. Se per caso lo trovi in giro, c’è un meraviglioso “34 racconti” del vecchio Ray. Non sono tutti di fantascienza, anzi. Ma sono meravigliosamente poetici, evocativi, profondi.

            Il 5 giugno 2012 (me lo ricordo anche senza googlare) il mondo ha perso un grande uomo.

            • Francesca ha detto:

              “34 racconti” lo cercherò sicuramente. Capisco anche per la data… è qualcuno che ha dato qualcosa al mondo. E sai che c’è, sulla recensione di Fahrenheit 451 ho messo una sua foto di qualche annetto fa. Da buona cocca di papà (anche se da me si dice babbo, guai a dire papà… lo facessi mio padre credo se la prenderebbe) ci vidi la fisionomia di mio padre. Gli somiglia, ha un certo che. Insomma, alla fine a Bradbury era destino che gli volessi un po’ bene 😀

A te la parola

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...