mare d'inverno

Lo strappacuore, Boris Vian

Lo strappacuore copertina libroParagonato a La schiuma dei giorni (1947), Lo strappacuore (1953) potrebbe sembrare un romanzo più “canonico” e leggibile. Attenzione però: non c’è meno Vian qui di quanto non ce ne sia in altri suoi testi, le immagini restano al limite dell’assurdo e i colori usati sono sempre vividi, soffocanti, brillanti, saturi. Libro dotato di una particolare ironia oscura, presenta una vicenda il cui progredire non modifica necessariamente l’apparenza delle cose. Ne La schiuma dei giorni il grigiore si intensifica, va di pari passo con il declino: come per la casa che si restringe fino a diventare soffocante, oppure per l’invecchiamento accelerato di chi vive il dramma di Chloe da vicino. Lo strappacuore, di fatto, mantiene una sua regolarità. Qui, il marcio che prospera nei personaggi cresce e si conferma ogni giorno, ma l’ambientazione resta sempre riconoscibile: felice, sempre luminosa e colorata. La violenza (anche sociale) che ne La schiuma dei giorni rimane sullo sfondo ed esplode in certi momenti (la pista da pattinaggio, il deperimento e la morte, la questione del lavoro), qui è virulenta. C’è il mondo fantastico dei bambini e la loro vitale interazione con la realtà, c’è il mondo del paesello con le sue condizioni al limite dell’umano. Infine, se nel primo dei due romanzi lo strappacuore è un’arma, quella usata da Alise per uccidere Jean-Sol Partre, qui lo strappacuore non esiste. Quel libro che tenete in mano, quello è lo strappacuore.

Il dottor Giacomorto vaga nei pressi di una scogliera, finché non sente delle grida; una donna, Clementina, sta partorendo e minaccia il marito Angelo con una pistola. Accetta di essere aiutata solo da quel dottore appena arrivato, peccato che sia uno psichiatra e che non abbia idea da dove iniziare. Nonostante l’inettitudine di Giacomorto, nascono i “tremelli”: Joel, Noel e Citroen. Da quel momento in poi Clementina allontana sempre più Angelo, che presto deciderà di prendere il mare, con una barca costruita da lui stesso. Giacomorto decide di rimanere a vivere presso di loro e Clementina gli affida piccole commissioni, mentre per lei la cura e la protezione dei figli diventerà un’ossessione crescente.

Lo scontro con la realtà del paese non sarà sempre semplice. Rimarrà profondamente colpito dalla cosiddetta “fiera dei vecchi”: alcuni sensali mettono in mostra la loro mercanzia, degli anziani soli trattati alla stregua di schiavi, mostrandone pregi e difetti. Stato della dentatura. Le condizioni delle ossa. Giacomorto sa bene che si tratta di una consuetudine del posto, ma non può fare a meno di criticarla; peccato che uno dei presenti non possa fare a meno di zittirlo con un pugno sui denti. In seguito, Giacomorto andrà da un falegname e si accorge che questi ha un assistente, un bambino, che lavora fino a morire di stenti. Non è una prerogativa del falegname: bambini e animali sono trattati da tutti alla stessa stregua. La vera violenza che anima questa favola nera però, non sta solo nelle umiliazioni pubbliche, nello scontro fisico, né nello sfruttamento. Il nucleo di questa violenza sta nella pretesa di possedere l’altro e di imporre le proprie scelte, siano esse in nome della consuetudine o di un bene non meglio precisato. Abusi che diventano normalità. Oppressione in nome di un presunto concetto di amore. Creazione di rapporti di dipendenza assoluta, impedendo di formarsi come persona. Autopunizione e sacrificio in nome di richieste immaginate e mai espresse. Mi punisco, così mi amerai, perché dovrai amarmi, ti costringo ad amarmi.

Piccole imbarcazioni su un fiume, a Londra

Giacomorto passa il suo tempo cercando qualcuno da psicanalizzare, ma nessuno è disposto ad aprirsi: in realtà, tutti in questo teatro dell’assurdo sono presi dalle proprie nevrosi e hanno il loro modo per scaricarsi. In un ruscello poco lontano dal paese vi è ormeggiata una barca, la Gloria, dove vive un uomo il cui compito è smaltire la vergogna. Grazie a lui, non ci sono responsabilità, non c’è vergogna. Tutto ciò che è marcio e morto, tutto ciò che uomini e donne del paese non possono più sostenere, la portano a lui. In cambio l’uomo ottiene “oro e vergogna”, ma entrambe le cose gli sono inutili, dal momento che gli è proibito usare l’oro e la vergogna ovviamente può essergli solo di peso. Come un soldato che muore (per la gloria) in una guerra come tante, ricevendo in cambio una sfavillante medaglia d’oro.

“Ho una casa. […] Mi danno da mangiare. Mi danno dell’oro. Molto oro. Ma non ho il diritto di spenderlo. Nessuno mi vuol vendere niente. Ho una casa e molto oro, ma devo digerire la vergogna di tutto il paese. Mi pagano perché abbia dei rimorsi al posto loro. Per tutto quello che fanno di male e di empio. Per tutti i loro vizi, per tutti i loro crimini. Per la fiera dei vecchi. Per le bestie torturate. Per gli apprendisti. E per le loro porcherie.”

L’incontro con l’ambiente religioso è ugualmente surreale. Il curato di paese sembra una sorta di stregone, interpellato spesso dai fedeli per ottenere un miracolo della pioggia. L’uomo nega di intercedere per una richiesta tanto materialistica e li accusa di essere veniali persecutori dell’interesse, gente che vuole solo stomaco pieno e campi irrigati a dovere. Secondo lui, il popolo deve mirare solo all’altezza dei cieli e all’indistinto, vedere la religione “come un lusso”, una concessione purissima. C’è religione e ritualità, ma non esiste nessuna spiritualità: è solo un’eterna lotta per chi riesce ad attirare l’attenzione di Dio. Ci sono i bambini da battezzare per consuetudine. Ci sono le pantomime del sacerdote, che inscena una sorta di incontro di boxe contro il diavolo. E c’è il sacrestano, che loda fino all’eccesso il curato, autore di una elaborata, entusiasmante omelia.

“Lei vive in una dimensione mondana!” esclamò il curato [discutendo con Giacomorto] “La fiera dei vecchi? Cosa vuole che m’importi […]? Quegli uomini soffrono… e quelli che soffrono otterranno il loro pezzetto di paradiso. D’altronde, le sofferenze di per se stesse non sono inutili, ma in realtà a me quelli che danno fastidio sono gli impulsi che stanno dietro a queste sofferenze. Non posso sopportare ch’essi non soffrano in Dio, caro signore. Sono dei bruti. […] Per loro la religione è solo un mezzo. […] E lei sa che cosa mi domandano? Di far crescere la lupinella. Caro signore, loro, della pace dell’animo, se ne sbattono! Ce l’hanno già! Hanno la Gloria!”

Concludendo, lo strappacuore è una favola in cui l’amore diventa la scusa principe per appropriarsi dell’altro fino all’annullamento. Chi si lascia prendere, non capisce che le spire che lo avvincono non sono un abbraccio. La “vittima” permette tutto questo per affetto, per abitudine, per buona fede… I figli di Clementina crescono velocemente e Vian ne descrive minuziosamente lo sviluppo, il loro mondo quasi magico, fatto di giardino, alberi e mare in lontananza. Vivono nel loro spazio e non hanno ancora il desiderio di partire, ma persiste una profonda voglia di sperimentare. Giochi da bambini, potenziali pericoli che porteranno a un progressivo restringersi del loro spazio: via gli alberi, ecco che viene creata una recinzione, un cancello sempre chiuso. Via anche l’erba, via anche i sassi. Il tempo rivela una frattura sempre più netta fra il mondo dei figli e il mondo così come lo concepisce la madre. I primi, forti di un’incoscienza squisitamente infantile, desiderosi di capire, non comprendono gli eccessi di protezione della madre, ma l’affetto gli impedisce di difendersi. La amano, semplicemente. Le permettono qualsiasi cosa. Clementina, al pari dei suoi compaesani, è personaggio profondamente problematico; le ultime pagine della vicenda sono solo la normale conclusione di un percorso pressoché determinato.

Clementina aveva fame. Ormai non mangiava più al pasto di mezzogiorno, durante i quali si occupava unicamente di ingozzare i suoi tre. Andò a verificare la porta della sua camera e girò la chiave nella serratura. Calma. Nessuno può entrare. […] Poi si avvicinò all’armadio. […] Nell’armadio c’era una gran puzza. Per la precisione, puzzava di carogna. C’era una scatola da scarpe di cartone da cui veniva quell’odore. Clementina la prese e annusò. Nella scatola, sopra un sottocoppa, un resto di bistecca stava per putrefarsi. Una putrefazione pulita, senza mosche […]. Delicatamente, prese la bistecca fra il pollice e l’indice e la morse con attenzione, facendo attenzione a staccarne un boccone dai contorni netti. Era facile, era tenero. […] A malincuore, richiuse l’armadio e passò nello stanzino della toilette, dove si lavò le mani. Poi si distese sul letto. Stavolta non avrebbe vomitato. […] A ogni modo, il principio doveva trionfare: i pezzi migliori per i bambini; Clementina rise pensando a com’era iniziato, lei si accontentava di mangiare gli avanzi, di finire il grasso delle cotolette e del prosciutto rimasto nei loro piatti e di finire le tartine inzuppate nel latte […]. Ma questo lo può fare chiunque. Qualsiasi madre. […] Ma solo lei lasciava imputridire tutti quegli scarti. I bambini si meritavano proprio quel sacrificio – e più era terribile, più quella roba puzzava, più Clementina aveva l’impressione di rafforzare il suo amore per loro, di confermarlo, anche se dai tormenti che in quel modo s’infliggeva potesse nascere qualcosa di più puro e più vero – era necessario recuperare tutto il tempo che aveva perduto; era necessario recuperare ogni minuto pensato senza di loro. Ma Clementina restava vagamente insoddisfatta, perché non aveva ancora potuto decidersi a mangiare i cagotti. E si rendeva conto di barare nel momento in cui proteggeva dalle mosche gli avanzi sottratti alla dispensa. Poteva anche darsi, che alla fine, questo sarebbe ricaduto sulle loro teste.

Domani avrebbe riprovato.

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25 pensieri su “Lo strappacuore, Boris Vian

  1. ysingrinus ha detto:

    Oramai sei divenuta una “Vianista”.
    Una curiosità: Sir Frazer scrive, nel suo “Il Ramo d’oro” dell’usanza nella Francia rurale della sua epoca di chiedere ai sacerdoti cristiani di far piovere con delle preghiere speciali e terribili quasi inadoperabili se non in situazioni estreme.

    • Francesca ha detto:

      Si, sono assolutamente Vianista 😀 ormai è certo

      Ricordo sai de “Il ramo d’oro”… mi proposero di leggerlo per un esamone di Storia delle religioni, ma passai ad altro, benché a malincuore. Ti ringrazio per avermelo ricordato e per la curiosità che mi riporti. E’ un’informazione utile alla comprensione del testo, perché effettivamente Vian ha questo pregio/difetto, una ridotta conoscenza della cultura popolare francese può essere di ostacolo alla comprensione.

      • ysingrinus ha detto:

        Non saprei dirti se Vian introduce la richiesta del popolo al prete con l’intento di descrivere un caso di “magia primitiva” ancora esistente ovvero usa l’esempio della pioggia perché piú adatto alla comunità che va descrivendo… con i patafisici non si è mai certi di niente! 🙂

        • Francesca ha detto:

          Si… lui fa un gran macello… ha una cultura talmente estesa che non mi stupirebbe che prendesse scampoli di cultura popolare adattandoli alle sue esigenze… nel testo i nomi dei mesi sono tutti storpiati, vai a sapere se nascondono specifici giochi di parole… oppure ci sono frammenti di natura autobiografica portati all’eccesso. Vian è quasi indecifrabile a volte 🙂 ed è bello anche per questo…

  2. labloggastorie ha detto:

    Credo di ripetertelo ogni volta ma non posso fare a meno di dirti che le tue descrizioni solleticano la mia curiosità (oltre a colmare la mia ignoranza).
    Libro segnato come “da leggere”. Grazie!!
    Buona serata 🙂

  3. sherazade ha detto:

    Grande Boris Vian! C è la sua canzone contro la guerra Il disertore, la sua tromba nelle jam sessions giornalista drammaturgo uno spirito poliedrico figura affascinante. Di lui ho solo letto Sputero sulle vostre tombe .
    tu mi hai mooolto stimolato d quasi fatta sentire in colpa x il poco approfondimento che ho riservato a Vian.
    dico una scemenza ma ci vedo certi parallelu allegorici alla tim burton. Penso a Edward mani di forbice e in parte a Big fish.
    leggerò e nel libro mettero questa tua scheda cosi…tutto.
    sherafreschettinobuonanotte

    • Francesca ha detto:

      Sai che “Sputerò sulle vostre tombe” ancora mi manca? eh, devo rimediare, questo libro ha una storia interessante alle spalle… Credo che ne parleremo presto.
      Lo strappacuore ha degli echi burtoniani, effettivamente… i personaggi sono molto grotteschi benché rimangano il più delle volte nell’ambito del “possibile”, ma quando esulano diventano artigiani che si costruiscono automi fatti per somigliare alla donna che amano. Un uomo veste il robot esattamente come Clementina e Clementina vera ha delle reazioni che… vabbé, non voglio dire troppo… Fatto sta che questo episodio alla “Io e Caterina” è veramente particolare. Leggilo, questo libro, merita… personalmente, mi è piaciuto più de La schiuma dei giorni, soprattutto sul lungo termine.

      ps. c’è sempre tempo per approfondire Vian 😉 tranquilla

  4. Alessandra ha detto:

    Non ho ancora letto nulla di Vian, ma adesso sarò costretta a darmi da fare. Questa tua rece è un boccone succulento e invitante che invita proprio all’assaggio, impossibile resistervi, bisogna solo – ahimè – trovare il tempo.

    • Francesca ha detto:

      Vian purtroppo chiede tempo e attenzione, non è sempre semplice da leggere, più che altro perché ci sono passaggi anche molto pesanti, quasi al limite del comprensibile. I personaggi stessi talvolta mi irritano… ma è più vero per La schiuma dei giorni che non per questo libro. Eppure il carattere “pesante” del testo o la natura anche indisponente di certi personaggi possono essere funzionali al messaggio di fondo. Anche questo è il bello di Vian, ma appunto… richiede uno sforzo anche piuttosto intenso. Lo strappacuore, se non altro, è piuttosto scorrevole. Se riesci a entrare nel meccanismo, però… Vian ti ripaga di tutti gli sforzi. La sua bellezza, il suo valore, per quello che mi riguarda, è la capacità di rovesciare totalmente le prospettive. Basta non darlo troppo per scontato e pensare che non va mai preso troppo sul serio.

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