Mood Indigo / La schiuma dei giorni

Mood indigoMood Indigo (2013) di Michel Gondry e La schiuma dei giorni (L’écume du jours, 1947) di Boris Vian, da cui il film è tratto, sono stati uno dei consigli di visione/lettura più felici che potessi ricevere. Devo ammettere di aver faticato non poco a entrare nello spirito del libro. Sarà che non amo le storie d’amore. Sarà che non mi ha attirato nessuno dei personaggi: mi sono sembrati tutti vagamente stucchevoli, stereotipati, creati per piacere. Nonostante tutto, non ho mai pensato che fosse un cattivo libro, anzi: Vian sa perfettamente come scrivere e cosa scrivere. Mi ricorda insistentemente – e inspiegabilmente – Aldous Huxley.

A parte un inizio idilliaco fatto di visioni e invenzioni letterarie, non accade niente o quasi, va tutto bene, sembra di camminare sui binari del trenino di un luna park, circondati da zucchero filato e colori deliziosi. La scena del “massacro” sulla pista da pattinaggio, citata da Gondry in un’intervista come uno dei ricordi più vividi, viene descritta come una burletta. Chiudo il libro e, facendo sicuramente malissimo, mi dedico al film, solo per il gusto di vedere come Gondry si sia cimentato nella traduzione delle immagini di un testo tanto surreale, fatto di topolini da appartamento e anguille che escono dallo scarico del lavandino per mangiare il dentifricio all’ananas, il tutto sotto lo sguardo di un maestro chef nei pensili della cucina. Gondry e Vian si corrispondono e non necessariamente si sovrappongono: è tutto un grandioso, sentitissimo esercizio di stile, da cui emerge il debito del regista nei confronti dello scrittore. Ogni inquadratura, ogni invenzione, ogni scena, sono una parola nell’ambito di un dialogo privato. Eppure, la trama è semplicissima e non cambierebbe niente se vi scrivessi come si concluderà.

Colin (Romain Duris) ha una vita perfetta: a suo modo bello, è ricco abbastanza da non dover lavorare. Trascorre le sue giornate in una casa lussuosa, inventando brillanti futilità. Nicolas (Omar Sy), il suo cuoco, gli fa anche da consigliere. Il suo migliore amico, Chick (Gad Elmaleh), è un collezionista di opere di Jean-Sol Partre; benché sia un ingegnere è sempre in bolletta, ma non importa: in fondo è simpatico e ce la fa sempre a sbarcare il lunario, anche grazie a uno zio facoltoso. Gli eventi si susseguono allegri e spontanei. Va tutto bene, tutti sono felici: questo potrebbe dirsi il migliore dei mondi possibili. Chick si fidanza con Alise (Aissa Maiga), incontrata per caso a una conferenza di Partre. Anche Colin vuole innamorarsi e lo fa, di Chloé (Audrey Tatou), incontrata per caso a una festa. Feste, cerimonie, gran copia di tutto: non ci sono problemi, basta prendere denaro da un mobiletto, poi si va a fare acquisti e vedere conferenze. Chloé e Colin si sposano, ma lei si ammala, per via di una ninfea che le cresce in un polmone.

La ninfea è il fiore che segna lo scontrarsi con la realtà. L’obbligo al lavoro. L’obbligo all’essere consapevoli che tutto può svanire in un battito di ciglia. Nella vita di Vian, la ninfea è stata quella bomba a orologeria tenuta in petto per anni, il suo stesso cuore: malato fin dalla nascita, morirà giovanissimo non prima di aver vissuto fino in fondo. Il tempo è mancato a lui come manca ai suoi personaggi: tutti si devono scontrare con la realtà. Quella di “La schiuma dei giorni”, pur nella sua bizzarria, è una realtà sprezzante in cui i personaggi vivono più o meno consapevolmente, dalle tinte giocose solo in superficie. Quando Chloé e Colin iniziano il loro viaggio di nozze, attraversano la zona delle miniere di rame, con centinaia di uomini che lavorano, sporchi, dalla condizione degradata. Chloé si sente a disagio e trova inspiegabile la loro condizione, ma Nicholas, al volante, la rassicura.

Alcuni di quegli uomini si erano fermati a guardare la macchina che passava. Nei loro occhi c’era soltanto una commiserazione un po’ canzonatoria. […]

“Perché ci disprezzano tanto?” domandò Chloé “Non mi sembra che lavorare sia poi così bello…”

“A loro hanno raccontato così” disse Colin “In generale si dice che lavorare sia la cosa migliore. Di fatto però non lo pensa nessuno. Si fa così un po’ per abitudine e un po’ proprio per non pensarci troppo.”

[…] “Ma non ti sembra che sia colpa loro se pensano che lavorare è giusto?”

“No” disse Colin “non è colpa loro. Tutto dipende dal fatto che gli hanno detto: ‘Il lavoro è sacro, è bello, è buono, è la cosa più importante, e solo chi lavora ha tutti i diritti.’ Però poi si fa il possibile per farli lavorare continuamente, così che loro non hanno il tempo di far valere i propri diritti”

“Allora vuoi dire che sono scemi?” disse Chloé.

“Sì, sono scemi” disse Colin “è per questo che sono d’accordo con quelli che gli raccontano che lavorare è il massimo. Questo li libera dal problema di pensare di cercare di migliorare e di non lavorare più.”

“Parliamo d’altro” disse Chloé “questi argomenti mi distruggono. Dimmi se ti piacciono i miei capelli…” [pgg. 101-4]

La realtà preme sotto il tessuto della storia di Vian fin quasi a lacerarlo; in Gondry, almeno inizialmente, sembra un aspetto più sfumato, ma non tarda farsi pressante. La cesura fra irrealtà e realtà, illusione e disillusione, si fa sempre più netta in Gondry con l’aggravarsi della malattia di Chloé. Vian è più deciso, immediato e caustico. La prima fase finisce, la descrizione della leggerezza e delle feste, minacciata fra le righe, tronfia di elenchi di materiali bizzarri, situazioni brillanti e ricette fastose. Sono la cintura di surrogato di Lenina Crowne di Huxley nel Mondo nuovo, un simbolo del consumo sfrenato, del vestito nuovo, dei cappellini e dalle giacche di seta. Dopo lo scontro con la realtà, dopo la malattia, la caduta è inarrestabile. I pasti si fanno sempre più frugali, Chloé calpesta il suo cappellino di pelliccia camminando. Le domande si sprecano e le risposte non aggiungono niente, sono solo circostanza. Raccomandazioni inutili: “non tossire, mia piccola Chloé”. Lei non può fare a meno di tossire e non è cercando di smettere fisicamente che risolverà qualcosa. I fiori, però, possono alleviare il suo dolore, peccato che siano forse quanto di più effimero ci sia al mondo. Colin nonostante tutto la circonda di una gran massa di fiori, che si sgretolano dopo pochi istanti. Tutto in fumo. Tutto ciò che il denaro può comprare diventa inutile perché tutto puzza sempre più di morte. Così c’è chi rimane prigioniero delle proprie illusioni e chi contro di esse si scontra, con rabbia, senza alcuna speranza di ricompensa. La casa, non più lussuosa, diventa lo specchio della miseria dei suoi occupanti. In Gondry i colori sempre più slavati, cupi, fino al bianco e nero, alla pellicola opaca a un passo dal disintegrarsi.

Mi aspettavo una storia d’amore. Audrey Tatou parla in un’intervista di una Chloé “incarnazione della gentilezza” e di una storia d’amore tragica in un libro che rimane pur sempre per ragazzi. Non è solo una storia d’amore e – fortunatamente – non è nemmeno solo quello di cui ci parla la Tatou. La storia d’amore è solo uno degli aspetti di questo libro, in cui più ci si addentra e più ci si rende conto di come contenga un meccanismo dai plurimi livelli di lettura. Io stessa mi rendo conto di non avervi detto pressoché nulla di quello che potete trovare in questo libro. Intervistato in merito, dice tutto Daniel Pennac:

“La schiuma dei giorni resta una lettura controcorrente. E poi, comunque, un libro di questo calibro può essere letto più volte, nel corso degli anni, traendone impressioni e suggestioni diverse. A diciott’anni prevale la griglia amorosa, a quaranta quella della critica sociale, a sessant’anni quella del pessimismo della tragedia che tutto annulla.”

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20 pensieri su “Mood Indigo / La schiuma dei giorni

  1. ysingrinus ha detto:

    Anche a me è stato molto consigliato quel film ma non sono riuscito a vederlo purtroppo :/
    Boris Vian è stato un grandissimo artista che andrebbe studiato, letto ed ascoltato piú di quanto si faccia ora.

    • Francesca ha detto:

      …mmh, non è andata proprio come avrei voluto, ma tutto a posto. Esperienza importante. Grazie 🙂 voglio proprio passare a trovarti e vedere se c’è qualche bel film per riprendere il ritmo :mrgreen:

  2. lucullo ha detto:

    Uno dei mie libri preferiti. Dopo averlo letto, ricordo ancora di aver sentito forte il bisogno di fotografarlo aperto sullo scaffale bianco della mia libreria, le due pile di pagine sembravano le ali di un uccello pronto a spiccare il volo. Non è un libro da conservare ma da lasciar andare…e così ho fatto

    • Francesca ha detto:

      Un libro come ce ne sono pochi, vibrante di energia, ma senza rivelarsi subito. Almeno, così è successo con me… Hai ragione, però, se c’è una cosa che vorrei ora che l’ho letto è diffonderne il cuore, farlo conoscere, lasciare che voli con le sue ali. Di solito scrivo molto di più a proposito di un testo, ma qui… lui parla da solo, non ha bisogno di altro 🙂

    • Francesca ha detto:

      Vedilo vedilo, merita 😀 poi sai, Gondry è talmente particolare… credo che sia uno di quei registi/artisti che o si amano o si odiano. Tentar non nuoce, comunque… io intanto te lo consiglio…

  3. un'amica appassionata di tendenze ha detto:

    scusami tanto per averti intasato di commenti ma non mi comparivano e non volevo non rispondere.. un bacione!

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