“Storia prima felice, poi dolentissima e funesta”, Pietro Citati (1989)

Copertina, Pietro CitatiSono tentata di definire questo Citati un libro “da viaggio”, e non solo perché ho avuto modo di aprirlo la mattina alla stazione di partenza e richiuderlo a sera, nella stessa stazione. Lo è per via del suo stile, asciutto e insieme elegante. Lo è grazie alla storia, stranamente variegata se si considera che sono fatti realmente accaduti. A patto che vi piaccia il genere – squisitamente storico e un tanto romanzesco –  si tratta di un libro perfetto per estraniarsi. Ancora meglio con un paio di auricolari e della musica classica a fare da tappeto sonoro. Basta un minuto di concentrazione e potrete bellamente ignorare quel tizio che ha arbitrariamente scelto di ascoltare musica ad alto volume. Direttamente dal cellulare. Esperienze drammatiche a parte, “Storia felice, poi dolentissima e funesta” ha confermato la mia profonda stima per Pietro Citati, dopo “La morte della farfalla“. La semplicità di questo libro, tuttavia, è solo apparente e non manca di suscitare riflessioni.

Guglielmo e Albertina di Montenuovo, figli di Maria Luisa d'Asburgo e di Albert von Neipperg

Guglielmo e Albertina di Montenuovo, figli di Maria Luisa d’Asburgo e di Albert von Neipperg

Incontriamo allora Clementina Sanvitale, la protagonista del volume, i nostri occhi su un mondo ormai passato. In collegio, ha una fitta corrispondenza con un’amica della madre, Carolina Majneri, la quale s’è piccata di educarla “verso la virtù”; le parla della vita come di un gioco di scacchi, in cui ogni cosa ha il suo posto. Clementina rifiuterà da subito di vedere se stessa come una pedina.

[Clementina] aveva solo un rimpianto: quello di non essere un uomo. Non amava l’inferiorità in cui venivano tenute le donne: non sopportava l’idea di avere un protettore. Le sembrava di non aver bisogno di nessuno. Voleva la completa libertà di fantasia e di pensiero – pensare, calcolare, progettare, fantasticare, scrivere, partecipare, – quella libertà che nemmeno a Jane Austen venne concessa. Era una creatura segreta. […] C’era, in lei, un bisogno quasi infantile di dedizione: appartenere a un uomo o a un’idea, senza esclusione ed eccezione. E che slancio verso l’infinito, che bisogno di mari, di cieli, di orizzonti illimitati!

Conosce Albertina di Montenuovo, figlia morganatica di Maria Luisa d’Asburgo; passerà alcuni giorni presso la piccola corte di quest’ultima a Sala Baganza. Eventi, date, spostamenti. La mano del destino. Clementina, decide di sposare un uomo scelto per lei dalla madre, conosciuto tramite una fitta corrispondenza. Un matrimonio celebrato con gli sposi su due sponde del Mediterraneo. Lui, Gaetano Citati, siciliano, porta un nome che deve pur dire qualcosa al lettore. Clementina e Gaetano sono i bisnonni del Pietro Citati scrittore; la loro vita è arrivata alla contemporaneità in carteggi e documenti depositati in archivio. “Storia prima felice, poi dolentissima e funesta” acquista tutto un altro significato: è la riscrittura di un percorso familiare, un’epopea sentimentale, tragica e romanzesca, arricchita da brani di storia e affreschi letterari, omaggi a Omero, Flaubert, Parmigianino…

Non saprei dire con certezza quanto tempo sia passato da quando ho letto questo libro; nella sua semplicità, ho pensato di poterlo dimenticare relativamente in fretta. Sarò sincera: non mi ha colpito quanto “La morte della farfalla”. Non nell’immediato, ma sulla distanza è cambiato tutto. Per qualche strano motivo, non riesco a dimenticarlo. C’è qualcosa sotto la superficie: la storia e il destino, il tempo, gli ingranaggi che si muovono, ci siamo tutti noi, l’olio che li fa muovere. Oltre quel superficiale velo di stranezza, oltre gli episodi romanzeschi, c’è la solitudine di chi è in balia di eventi fuori dal proprio controllo, fra destino e storia.

Prendiamo in considerazione Clementina e Maria Luisa d’Asburgo, due personalità che non potrebbero essere più diverse. Maria Luisa d’Asburgo è la donna che ha fatto la storia, oltre a subirla, “figlia primogenita e moglie di un imperatore: tutto era stato grande intorno a lei: aveva dormito, mangiato, passeggiato, fantasticato nel cuore della storia universale”. Clementina, al suo cospetto, non è niente. Esule, ha tutto da conquistare e vive divisa fra la volontà di realizzare tutta se stessa e la consapevolezza che ciò potrebbe facilmente non accadere. Sente forte l’impressione di essere vincolata e ciò le è quotidianamente di peso, mentre Maria Luisa decide di abbandonarsi a queste limitazioni. Vive in una realtà costruita ad arte, in una corte chiusa, formata da sempre le stesse persone, secondo ritmi collaudati, fra le rassicuranti emozioni di chi non rischia di perdere niente. Clementina aspira al movimento, Maria Luisa è stasi, cristalizzazione.

[Maria Luisa] Lì a Parma, voleva uccidere i mutamenti […]. Nulla doveva cambiare, attorno a lei: né lo stato, né la casa, né i figli, né possibilmente le stagioni, fermate in un eterno autunno […]. “Non sono ambiziosa e ho speranza di passare qui un grande numero d’anni, che si rassomiglieranno tutti, ma che tutti saranno dolci e tranquilli”.

prot_382Clementina vivrà da Albertina per pochissimo tempo; è attratta da questo ambiente come potrebbe esserlo da qualsiasi novità, da qualsiasi contesto inspiegabile. Non sarebbe rimasta a Sala Baganza nemmeno potendo. Troppi dubbi, troppe domande, fino da principio. Volere libertà e indipendenza, senza poterle ottenere. Se non si è prigionieri della povertà o dei doveri, si può esserlo dei ricordi o delle illusioni come Maria Luisa d’Asburgo. O del tempo. O delle “verità generali”. Clementina non ha nessuna verità generale, la sua vita è altro.

Veniamo dunque a uno dei tanti omaggi di Citati, quello al Parmigianino. Clementina rimane colpita da un suo affresco a Fontanellato, l’Atteone sbranato dai suoi stessi cani. Attori pietrificati sulla scena di un’eterna, sempre uguale rappresentazione. Cacciatori, ninfe, Atteone sbranato, putti. E i levrieri.

Comprese che erano loro, [i levrieri,] persi in una specie di sogno, tristi e pensosi come nessun uomo può essere, a conoscere il segreto incomunicabile della storia. […] Scoprì che avevano gli occhi passivi del cervo. Non c’era, in loro, nessun segno di ferocia: anch’essi, come Atteone, erano vittime degli dei o di qualcosa o di qualcuno; da quegli sguardi infinitamente miti parlava la stessa attesa, la stessa melanconicissima coscienza della sorte degli uomini, i quali non importa se innocenti o colpevoli, sono comunque colpevoli. Sul volto di Atteone straziato, non c’era nessuna protesta: contro chi protestare e perché e di che cosa?

Clementina,

…lei non poteva accettare che gli dei punissero gli uomini quando non avevano colpa. Non tollerava che Atteone venisse sbranato solo perché aveva intravisto – per caso – le membra nude di Diana. Si chiese se, da qualche parte, per noi c’era salvezza. Il pittore aveva creduto in questa salvezza, se i putti giocavano con una gioia così spontanea e sfacciata, malgrado la morte e forse a causa della morte […] Lei non voleva credere in quei putti né in quel cielo. Dappertutto […] vedeva soltanto l’ingiustizia degli dei.

Qui c’è tutto, la storia e le sue parzialità, l’essere in balia di un destino che pare invincibile, perché la vita ci sfugge (quasi) sempre di mano. Questa non è solo la storia di un amore, non è solo la trasposizione del carteggio, la cronaca di una famiglia. Dietro le quinte, è una piccola ribellione quotidiana, nel quotidiano, di una donna contro la storia e i suoi incuranti movimenti.

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23 pensieri su ““Storia prima felice, poi dolentissima e funesta”, Pietro Citati (1989)

    • Francesca ha detto:

      Finisce dritto dritto in lista 🙂 grazie!
      …anche se mi hai messo in testa di leggere anche qualcosa della Duras, devo ammetterlo. E’ bello ampliare i propri orizzonti – e la propria lista dei libri.
      Buona giornata anche a te…

  1. sherazade ha detto:

    divago dal soggetto. Porpio il 4 aprile è stato il centenario dalla nascita di Marguerite Durà. Ti consiglierei le sue due ultime interviste (non credere non ero preparata ma l’ho appunto appreso anch’io)
    I miei luoghi. Conversazioni con Michelle Porte, Clichy,
    La passione sospesa. Intervista con Leopoldina Pallotta Della Torre
    Questi sono nel mio cestello.

    sheraDopodicheuninchinounbacinoearrivederciappoi

  2. crimson74 ha detto:

    Di Citati ho letto vari saggi (La primavera di Cosroe, La luce della notte, L’armonia del mondo), ma a dire la verità non ne ricordo molto… ne ho conservato soprattutto l’impressione di enormi ‘affreschi’, densi di collegamenti, suggestioni, citazioni…

    • Francesca ha detto:

      Si, sono esattamente questo… nel caso di questo testo nello specifico, le singole scene si susseguono più rapidamente, ma effettivamente è proprio come scrivi tu.
      Qualche tempo fa ho iniziato “Tolstoj”, ma l’ho lasciato un pochino in disparte. La firma di Citati è ancor più evidente – forse persino troppo, è qualcosa di immenso. Prima o poi lo riprenderò. “Storia prima felice…” è molto più gestibile, da questo punto di vista, anche se la sua “vita letteraria interiore” (se mi passi l’espressione) è ugualmente presente.

  3. Harley Quinn ha detto:

    Ripasserò a commentare questo post bellissimo…
    Intanto ti dico che vado via da wordpress e che non mi ero dimenticata di salutarti 🙂 Nel caso tornassi sotto altro nick-name ti avviserei ma per adesso non ne ho idea.
    Torno presto per il post…

    • Francesca ha detto:

      …che notizia… Grazie per aver pensato a me, ne sono felice, e qualsiasi sia la tua scelta, se è sentita fai bene a prenderla… per quanto un poco – devo ammetterlo – mi dispiaccia… Se non altro sono contenta di averti incontrato 🙂 Ti aspetterò, qui ed eventualmente se deciderai di tornare…

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