Urla del silenzio scena film

The killing fields (Urla del silenzio, 1984)

Urla del silenzio“The Killing Fields” è un film coraggioso e sincero, brutalmente sincero; sebbene tratti un argomento delicato non cade nel retorico e a dispetto di larghi brani recitati in lingue straniere (francese e khmer) non manca mai di coinvolgere. Dith Pran (Haing S. Ngor, Oscar nel 1985 come miglior attore non protagonista) è un interprete cambogiano e assiste il giornalista statunitense Sydney Schanberg (Sam Waterson), che si trova a Phnom Penh per riferire del conflitto in atto. Pran è un personaggio chiave, della vicenda e della vita del giornalista: sarà grazie a lui che Sydney potrà muovere nel paese e parlare pressoché direttamente con i cambogiani; inoltre sarà sempre Pran a esporsi con un gruppo di Khmer Rossi, contrattando la liberazione dopo un rapimento.

Pran sa fornire a Sydney una verità limpida e ufficiosa di quanto accade in Cambogia; di contro, esiste una verità ufficiale, ma destinata a emergere. Se Sydney e Pran arrivano sul luogo di un bombardamento con metodi di fortuna, altri giornalisti statunitensi faranno lo stesso poco dopo, portati sul posto in elicottero, mentre altoparlanti spiegano la versione giusta di quel dramma, in un elegante inglese.

Gli eventi maturano velocemente; i Khmer Rossi di Pol Pot prendono Phnom Penh nel marzo 1975 e la guerra sembra finita. Lo stesso Pran crederà che significhi la pace, ma sarà solo l’inizio di un’escalation di violenza. Inizia l’Anno Zero: alla Cambogia si sostituisce la Kampuchea Democratica. I giornalisti devono lasciare il paese. Sydney aveva fatto partire per gli Stati Uniti la famiglia di Pran, lascia a quest’ultimo una scelta: partire con loro o rimanere con lui. L’uomo aveva scelto di rimanere in Cambogia, ma quando Sydney non potrà rimandare la partenza, tutti i tentativi di far uscire Pran dal paese saranno inutili. Pran rassicura l’amico; cercherà di rifugiarsi in Thailandia, ma di lui si perderanno le tracce. Passa il tempo. Sydney vince il premio Pulitzer – con un politicamente controverso discorso – e farà di tutto per cercare l’amico perduto.

Pran è vivo: si trova in un Killing Field. La vita nel campo di lavoro è descritta minuziosamente e rende bene le sue componenti di violazione fisica e di condizionamento mentale. Il tema del lavaggio del cervello è stato affrontato da Robert J. Lifton in uno studio sulle interviste effettuate agli ex internati statunitensi in campi di prigionia cinesi durante la guerra di Corea, e le sue conclusioni sono valide anche in questo caso. “Riforma del pensiero e psicologia del totalitarismo in Cina” (1961) è piuttosto datato, ma certi spunti sono interessanti e possiamo tenerli in considerazione anche in ambiti più estesi, sempre relativamente al controllo mentale. (e non necessariamente in un campo di lavoro) Secondo lo studioso, questo è grosso modo il processo cui sono sottoposti i prigionieri:

  • Controllo di ambiente/comunicazione. Il prigioniero perde la cognizione spazio-temporale, isolato dal proprio passato e dalla vita normale. Costringere a rinnegare il passato conduce alla intima convinzione che tutto sia così, da sempre. La storia non esiste più e con essa la tradizione; c’è solo un eterno presente che esclude alla radice la possibilità di un cambiamento.
  • Manipolazione mistica. Il prigioniero è in balia di eventi che gli appaiono ultraterreni, incontrollabili, spontanei, entro un destino ineluttabile. In realtà è tutto tracciato e razionalmente comprensibile.
  • Richiesta di purezza. Rafforzamento del senso di colpa. Chi non ha peccato lo trova, desidera trovarlo per potersi emendare. Confessioni di gruppo. Incoraggiata la delazione. Nella pellicola, Ngor si chiude nel mutismo e non rivela nulla della propria natura o condizione.
  • Scienza sacra. L’ideologia/culto esprime l’unica verità possibile; la repressione del ricordo comporta devastanti conflitti interiori. Tutti i segni della tradizione devono essere cancellati; i Khmer Rossi puniscono l’uso degli occhiali con la pena di morte così come chi si professa buddhista.
  • Linguaggio caricato. Il linguaggio con cui normalmente un uomo produce un pensiero viene cambiato artificialmente, con l’introduzione di nuovi termini e significati. Chi non conosce il nuovo linguaggio viene tagliato fuori.
  • La dottrina prevale sull’individuo. L’uomo non esiste e si annulla nella massa.
  • Dispensazione dell’esistenza. Il gruppo decide della vita e della morte, anche in via arbitraria. La delazione conduce facilmente a punizioni, per infrazioni sempre più veniali.

I prigionieri hanno due ciotole al giorno di riso, mangiate in un periodo interrotto dall’ascolto di messaggi all’altoparlante. La giornata è scandita da incontri a sfondo propagandistico, dove ci si può confessare; il prigioniero colpevole di aver fatto “la bella vita”, mosso da pentimento o disperazione, scompare. Le punizioni sono eseguite sul posto e davanti agli altri prigionieri, per soffocamento o con un colpo d’arma da fuoco; basta la delazione di un bambino per far morire una persona. In un rovesciamento di prospettiva, anch’esso utile a far perdere l’orientamento mentale del prigioniero, i bambini sono esaltati per l’assenza di storia alle loro spalle. Indottrinati a dovere, sono stati sottratti piccolissimi alle famiglie e affidati al partito; costituiscono sono i migliori esempi di adesione all’ideologia dell’Anno Zero e fa veramente impressione constatare come la loro identità si formi in tale direzione. Viene proibita la coltivazione; Pran ha fatto un piccolo orto dietro la propria capanna e la bambina che scopre tutto questo sradica le piante rachitiche come se stesse giocando. Umiliazione su umiliazione, gli uomini sono sempre dipendenti dai loro aguzzini, in primis per il cibo; Pran arriverà a bere sangue dalla vena di una mucca ed è facile intuire cosa volesse farsene di un piccolo geco trovato nel fango, anche se non lo vediamo.

Dopo un tentativo di fuga, Pran si trova in una sorta di grande fossa comune. Migliaia di scheletri affossati nel fango o immersi nell’acqua; alcuni hanno ancora legato al collo il sacchetto con cui sono stati soffocati. Di queste fosse comuni ce ne sono state almeno 20.000, attestate da studi dell’università di Yale, e questo non è un film. La quantità delle vittime non sono esattamente stabilite; le stime oscillano fra 1.671.000 e 1.871.000 persone, fra il 21 e il 24% della popolazione totale.

Il film è liberamente tratto da un testo di Sydney Schanberg, “La Morte e Vita di Dith Pran” (1980). Ho visto questo film su consiglio di Ian Saiin e per questo lo ringrazio. Lo ringrazio, perché a mia domanda di consigliarmi qualcosa di profondo da vedere, ha risposto nel modo migliore e non stento a credere che questo sia stato un film in grado di colpirlo. Ha colpito anche me, profondamente. Ho potuto conoscere più approfonditamente una tematica liquidata nei miei studi in pochi minuti di una lezione di storia degli Stati Uniti. Ricordo di aver letto qualcosa in Terzani, ma come tanti momenti della storia l’ho accantonato per passare ad altro. Studiare la storia è praticamente come camminare in un infinito cimitero, in cui fantasmi si fanno avanti per raccontare la loro penosa vicende. Ce ne sono talmente tante di queste vicende, che bisogna ovviamente fare una scelta; tempo non ce n’è e ognuno ha un limite di sopportazione. Per una contemporaneista poi, i numeri si fanno consistenti e se vuoi andare avanti mantenendo una certa lucidità, il pelo sullo stomaco devi fartelo per forza. Inconsapevolmente, puoi diventare ogni giorno più cinico. Aveva ragione Voltaire a scrivere che “non si può quasi leggere la storia senza concepire orrore per il genere umano”.

Le vicende del genocidio cambogiano sono fra le meno affrontate e si rischia di avere l’impressione che non siano state così rilevanti, deducendolo sia dall’opinione pubblica che dall’istruzione scolastica. Vedere un film come questo è utile a superare questa mancanza, intuendo la dimensione di una tragedia che non è stata ancora assorbita o chiarita. In una lezione di storia sorvoli anni interi come se niente fosse; le generazioni si susseguono e pensi solo a dare il prossimo esame. Perché come direbbe Vonnegut, così va la vita. Una recente indagine citata dall’International Business Times UK denuncia come l’80% dei giovani non sappia citare nessun genocidio moderno oltre l’Olocausto durante la seconda guerra mondiale. Solo il 33% del campione intervistato sa cosa significhi il termine genocidio. Qui potete leggere l’articolo. Facile vedere come la banalizzazione operata dall’istruzione seriale sia devastante, per non parlare della disinformazione mediatica.

Haing Ngor. Fonte: Corriere della Sera.

Haing Ngor. Fonte: Corriere della Sera.

Poi c’è lui, Ngor. Ian Saiin me ne ha parlato in un commento e sapevo a cosa sarei andata incontro, ma non mi aspettavo che questo attore fosse così capace di affrontare due volte un dramma. La sua recitazione da sola merita la visione di questo film. Cambogiano, anch’esso ha vissuto sulla sua pelle il dramma della sua nazione. Quando Phnom Penh viene presa dai Khmer Rossi, Ngor esercita la professione di medico, chirurgo e ginecologo; il regime contrasta ogni forma di professionalità e l’uomo non può esercitare, pena la morte. Finirà presto in un Killing Field, restandovi fino al 1979. Qui la moglie muore di parto; Ngor è costretto a non praticarle il taglio cesareo che l’avrebbe salvata. Finita la guerra, si trasferirà negli Stati Uniti e non si risposerà mai. Nel 1988 scrive un libro sulla sua esperienza in Cambogia, “Haing Ngor: a Cambogian odyssey”. Nel febbraio 1996 sarà ucciso davanti la porta di casa, a Los Angeles; gli sarà rubato un pendente, mai ritrovato, con la foto della moglie. L’ex ufficiale Khmer rosso Kang Kek Iew avrebbe affermato nel 2009 che si trattò di omicidio politico, su ordine dello stesso Pol Pot.

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20 pensieri su “The killing fields (Urla del silenzio, 1984)

  1. sherazade ha detto:

    Buona giornata mia cara.
    Ho scorso veloce ieri sera. Hai scritto qlc di molto corpo so e vorrei leggere con attenzione. Scusami x ora.
    sherazadedicorsaconabbraccioapoi

  2. sherazade ha detto:

    Non ho visto il film anche se il titolo lo ricordo. Forse ero troppo occupata col vai e vieni del lavoro. Su e giu dagli aerei.
    Nel 1973, quando gli Stati Uniti lasciarono il Vietnam e i Viet Cong lasciarono a loro volta la Cambogia i Khmer Rossi continuarono a combattere.
    Ricordo molto bene quella data perché vivevo a New York e mio fratello più grande già all’università – come molti altri studenti stranieri diciottenni – era in stand by per partire per il Vietnam.
    Senza grandi approfondimenti (colpa anche la disinformazione pressochè totale) conosco la Storia e l’orrore dei ‘killing fields’ o, meglio, campi di lavoro. Questi ultimi ricordano altri campi, vero?

    La mia sola lettura è un lungo saggio di Philip Short : POL POT. ANATOMIA DI UNO STERMINIO.
    E pensare che Pol Pot sarebbe dovuto diventare monaco buddhista e nvece, negli oltre tre anni in cui restò al potere, dal 1975, ridusse la Cambogia a un immenso campo di sterminio, un inferno in cui fu annientato quasi un quarto della popolazione del Paese.

    Tutto quello che codardamente mi sono rifiutata di sapere ora, grazie, tu me lo hai squadernato sollecitandomi anche a capire meglio in profondità.
    Questo detto a pochi giorni dalla Giornata della Memoria è un po’ masochistico ma, vedi, senza restare in tensione si fa presto ad accantonare quanto non vorremmo sapere.

    Ecco anche un’altra buona ragione per viaggiare senza ‘pomposità’ e semplicemente da un blog all’altro arricchendoci con semplicità.

    sheraRomanelcaossegregataincasamasenzadanni

    • Francesca ha detto:

      La bellezza di fare questo, di scrivere un blog, è per me duplice: da un lato, la mia forse narcisistica voglia di cercare di mettere a frutto le mie esperienze di studio (soprattutto ora che nonostante abbia finito l’università ho ancora desiderio di studiare e conoscere, per conto mio), dall’altro proprio quel passare da un giornale personale all’altro, da un’idea all’altra, approfondendo. Io da storica questo pezzo di storia non solo non l’ho vissuto temporalmente nemmeno a distanza, ma l’ho incontrato brutalmente solo adesso. Sai la sorpresa. Enorme. E anche una grande vergogna. Vorrei leggere il libro che mi citi, lo cerco volentieri. Di fatto questo mostrare certi fatti è voluto essere un primo tentativo di colmare una lacuna che sento mia. Questo film rende partecipi. E poi si, questi killing fields sono per definizione campi di lavoro, ma non è la giusta denominazione. Sarebbe più corretto chiamare anche loro campi di sterminio, perché la volontà c’è tutta. Di uccidere, non tanto di usufruire di manodopera allo stato di schiavitù. La vita è quella che è, ci sono tante crudeltà che a volte ce ne basta una per ricordarle tutte. Anche se non le conosciamo proprio nel dettaglio. Siamo solo esseri umani… Ps. non sapevo che Pol Pot volesse farsi monaco… ora che lo so… Mannaggia! Allora è proprio vero che nella vita tutto è cambiamento… questa cosa mi ha colpito parecchio. Ah, mi raccomando, queste notizie da Roma mi tengono col fiato sospeso! Le immagini dai Tg sono parecchio preoccupanti…

      • sherazade ha detto:

        Tutto vero. Ti ho detto ho letto e conosco poco. Il libro credo si trovi
        io a casa a leggere beatissima (meno x quel che apprendo dai giornali ) sally dorme sotto il plaid. Molti amici mi confermano quel che accade purtroppo.
        Shera freddo epolentinammmchebuonbinomio

        • Francesca ha detto:

          Concordo. Su tuttissimo. Plaid compreso. Quasi quasi stasera sfodero il mio (debitamente decorato da un jack) speriamo in bene per questo tempo, anche qui non accenna a smettere di piovere, e son due giorni o più che diluvia

    • Francesca ha detto:

      Si, anche se ti avverto, è abbastanza forte, anche se non strettamente per il sangue, è soprattutto la parte più psicologica che va nel profondo. Non presenta immagini o episodi facili. Però, merita questa pellicola, non fosse altro per la nostra consapevolezza.

  3. Nicola Losito ha detto:

    Pensavo di trovare la recensione di un film e invece ho letto di un pezzo di storia che conoscevo veramente poco. Sapevo dei Khmer Rossi e delle loro violenze, ma non pensavo fossero arrivati a tanto orrore.
    Grazie per la completezza e profondità del post. Il tuo è un modo molto diverso e molto più importante del mio di vedere la conduzione di un blog.
    Nicola

    • Francesca ha detto:

      Nicola, ti do un abbraccio virtuale ma sentito: mi hai fatto dei bellissimi complimenti. Grazie, dal profondo del cuore 🙂 ognuno ha il suo modo di scrivere, apprezzo moltissimo anche il tuo… non si può sempre essere seriosi come me 😉

  4. lupokatttivo ha detto:

    Bellissimo post Fra…argomento terribile…non ho visto il film ma sicuramente lo vedro’ . Per certi aspetti ci ho ritrovato un po’ del cacciatore di Michael Cimino… Quindi doppiamente da vedere. 🙂

    • Francesca ha detto:

      Ecco vedi, io apprezzo moltissimo quando mi consigliano dei film nuovi… me lo segno questo film di Cimino. Anche “Urla…” mi è stato consigliato e ora è uno dei miei preferiti. Grazie del consiglio… e anche dei complimenti 🙂 fanno sempre molto piacere

  5. sherazade ha detto:

    Concordo con lupoKattivo, bel film Il cacciatore anche se molto diverso nei ‘fatti’.

    Ti dedico la canzone di chiusura del ‘nostro’ film e ti ringrazio davvero tanto per avermelo segnalato su Iris

    sherabuonacenatraunapioggiael’altra

    • Francesca ha detto:

      Sei molto dolce, grazie 🙂 mi fa sempre piacere condividere qualcosa cui tengo particolarmente… Ps. incrocio le dita per la pioggia… che smetta una buona volta… e buona serata 🙂

        • Francesca ha detto:

          Si, musicalmente era tutto al posto giusto, e anche la fotografia… Un bel film, dall’inizio alla fine. (stasera a casa Tersite tortelloni al tartufo, ma due pennette… domani quasi quasi… nel caso ti raccomando i pici all’aglione, piatto indimenticabile)

  6. Ian Saiin ha detto:

    Non potevi far uso migliore della mia piccola, ma veramente piccola indicazione. Mi lascia una certa emozione tutto questo. Abbiamo dato anche noi il nostro piccolo contributo 🙂 ed è più di quello che immaginavo. Grazie!!

    • Francesca ha detto:

      Grazie a te! la tua indicazione non era affatto piccola, ha significato tantissimo 🙂 sono felicissima di aver visto il film e di aver provato a esternare ciò che ho sentito e conosciuto

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