“Ami tu la guerra?” Uomini contro (1970)

Volonté Cuny

Il generale Leone (Cuny, sulla sinistra) e il tenente Ottolenghi (Volonté); dietro a sinistra il maggiore Malchiodi (Graziosi).

“Uomini contro” di Francesco Rosi affronta la fase in cui la Grande Guerra (1914-1918) è ormai stabilmente una guerra di posizione. I fronti sono in stallo e le varie compagini si alternano, cedendo e avanzando di pochi metri ciascuna. Luogo e tempo, però hanno in questa pellicola un’importanza relativa. Sappiamo di essere nei pressi di monte Fior: un generale annuncia il ritiro dalla zona, per poi affermare con vigore di doverla recuperare. Il ritiro non è frutto di una sconfitta, ma pare scaturisca da un ordine; dalla stessa origine proviene l’ordine di recupero. Appare evidente la volontà di nascondere la sconfitta, ma nemmeno questo ci interessa. “Uomini contro” si limita a parlare della guerra, delle sue meccaniche interne e degli uomini che la vivono. Grande attenzione a fotografia e realizzazione dell’ambientazione, fra le trincee della brulla regione montuosa; sarà attenta anche la delineazione della vita degli uomini che combattono. Abbiamo il fronte della disciplina, dell’obbedienza cieca nonché immotivata. C’è un generale all’antica, senza alcuna conoscenza delle moderne tattiche di combattimento, che dispone dei suoi soldati come se affrontasse una battaglia campale ottocentesca. Animato da uno spirito patriottico che sa di fede immotivata, Leone (un grande Alain Cuny, doppiato da Carlo d’Angelo) prende decisioni affrettate e inadatte. Non fa errori; se non altro, non li ammette. Il maggiore Ruggero Malchiodi (Franco Graziosi), invece, gestisce i sottoposti senza seguire altra ragione che non sia il corpus di disposizioni da tenere sul campo: ordinerà la fucilazione della V compagnia per ammutinamento, rifiutatisi di combattere per manifesta inferiorità. Qualcosa di impensabile, persino per la guerra, in un contesto del genere. E poi ci sono quelli che della guerra pagano tutto il prezzo. Uomini, cittadini e soldati, la carne da macello. C’è il tenente Sassu (Mark Frechette, doppiato da Giancarlo Giannini) e il tenente Ottolenghi (Gian Maria Volonté).

La ripetitività della guerra di posizione è ben restituita da una struttura filmica ritmica: si alternano fasi relativamente lente (momenti della manovra o della vita di trincea) ad altre più concitate, rumorose, confuse, costituite da attacchi e azioni di guerra. Nelle fasi concitate di battaglia la musica s’interrompe: dominano le armi, le esplosioni, gli ordini sul campo e le urla dei soldati. Le trombe che guidano la carica, poi lentamente smorzate. Quando tutto si placa, nelle lente panoramiche sul campo di guerra v’è come un tappeto sonoro maestoso e lugubre. Si ripete, con la decimazione e con la punizione dei disertori, musica che sentireste in una cattedrale. In trincea, si parla a voce alta. Il generale Leone passa in rassegna il battaglione e lo prepara all’attacco seguente, sempre nelle stesse modalità, dispensando consigli e incoraggiamenti. Rincuorerà i soldati garantendo una vittoria gloriosa: d’altronde, vittoria è la parola che idealmente i soldati – secondo lui – hanno incisa invisibile sulle baionette. Ottolenghi, invece, è un soldato dalla parte dei soldati; ne comprende le difficoltà e li supporta, finché il suo grado glielo permette. Assiste Leone, lo asseconda quasi, ma non lo prende realmente sul serio. Per lui è “una guerra di morti di fame, tra morti di fame”. Mostra di avere grandi slanci di umanità. Lo dice chiaramente: il nemico non è necessariamente dall’altra parte, fra gli austriaci, ma si nasconde nella propria trincea. Anche nella persona del generale Leone, che non rispetta se non per il grado. Il nemico è anche chi non sa comandare e manda semplicemente a morire. Il nemico può essere anche a Roma, in chi guida una guerra che ha perso di senso, se mai ce l’ha avuto. Eppure, non disobbedisce e fa il suo dovere di soldato, fino alla fine.

Niente è inventato, o quasi. La brigata Sassari c’è ancora. Il tenente Ottolenghi è esistito: guidava una sezione mitragliatrici ed è stato un eroe nel combattimento di monte Fior. Il generale Leone è esistito; ma dietro questi si nasconde Giacinto Ferrero, torinese. Il tenente Sassu è esistito, anche se non tutta la sua storia ricalca il personaggio che l’ha “ispirato”, ossia Emilio Lussu. “Uomini contro” è liberamente ispirato a “Un anno sull’altipiano” (1938); confrontare le due opere può essere utile per capire l’intento primario di Francesco Rosi: raccontare la Grande Guerra – e la guerra in generale – nella sua assurdità, nel distacco fra reale e ideale, dove l’eroismo troppo spesso diventa inutile e fine a se stesso, culminante quasi sempre con morti che non giovano a nessuno.

Giacinto Ferrero

Giacinto Ferrero

Il film di Rosi riprende Lussu per sommi capi, ne rimescola eventi e parole, sottolineando ciò che serve e potenziando dati messaggi. Nei limiti del possibile, anche Lussu ci racconta il vero, ma ha dovuto fare uno sforzo di memoria, scrivendo fra il 1936 e il 1937. Non garantisce la precisione. Scriverà anche malvolentieri: fu dal ’21 che Gaetano Salvemini premette perché l’amico si impegnasse nell’impresa. Grazie a “Un anno sull’altipiano”, la pellicola di Rosi ha la forza di un documento storico di ampio respiro, pur non essendolo. Le parole che sentiamo pronunciate da Ottolenghi come da Leone sono pressoché le stesse, nel libro come nel film. “Uomini contro” è con ogni probabilità un film vero, grazie e anche oltre Lussu. Non nega niente. Non risparmia niente: non ci prova nemmeno a indorare la pillola. La scena del tribunale sanitario, in cui si valutano gli invalidi di guerra per trovare eventuali episodi di auto ferimento, è indicativa di quello che farebbe un uomo pur di non tornare in trincea. Si prenda il vecchio trucco della pagnotta. Ci si esplode un colpo di pistola su una mano per renderla inservibile, ma tenendo in mano una pagnotta; in questo modo, sembra che il colpo sia esploso da una certa distanza e che non l’abbia fatto tu. Amputazioni. Piedi fracassati. Tutto, pur di essere riformati. Chi non riesce a convincere la commissione, va dritto alla corte marziale.

Concludo con una divergenza. Le corazze sono vere, ma su questo Lussu e Rosi la vedono diversamente.

Fasina Brewster

La corazza Brewster, costruita per l’esercito statunitense fra 1916 e 1917, è la più vicina alle Fasina citate nella pellicola

La corazza Fasina non esiste: Lussu scrive delle Farina, armature che traggono il proprio nome dal loro produttore, l’ingegnere milanese Ferruccio Farina. Erano usate dai guastatori, speciali reparti di fanteria chiamati “Compagnie della morte”, adibiti al taglio dei reticolati di filo spinato. Sembrano molto più leggere di quelle usate in “Uomini Contro”; dalle immagini d’epoca ricordano piuttosto le corazze laminari d’epoca romana. Le Fasina che Leone introduce con orgoglio nella pellicola di Rosi sono più massicce e riecheggiano il modello Brewster (qui a destra), creato da Guy Otis Brewster, New Jersey. Queste pesano sui 18 kg: proteggono soprattutto la parte frontale del soldato, ma non gambe e braccia. Che sia stato scelto questo modello, probabilmente è per sottolineare la rigidità/assurdità delle scelte tattiche del generale, in un’immagine scenica di grande impatto. Soldati così equipaggiati sembrano automi di un’altra epoca, che sarebbero ridicoli se non li vedessimo marciare lentamente in un campo di battaglia. Le corazze Farina sono pesanti, anche se meno rispetto alla Brewster. Poco più di 9 kg di lamiera da portare addosso (tralasciando il peso di un’arma, delle tronchesi… e della stanchezza fisica), cinque strati di lamiera d’acciaio al nichel-cromo. L’elmo coordinato pesava da solo fra 1,6 kg e 2,8 kg; aveva uno spessore complessivo di circa 6 mm. Inutile dire quanto fossero inutili. 

Corazza Farina Lussu

Corazza modello Farina, originariamente citata da Lussu in “Un anno sull’altipiano”

Le corazze Fasina sono una licenza poetica; ben riuscita, aggiungo, funzionale alla vicenda e… attuale. Uomini ostacolati, rallentati, convinti di essere al sicuro, marciano verso la morte per compiere un compito ininfluente, spinti da altri uomini, pressoché sicuri della fine che faranno. Si può chiedere di “morire per qualcosa”, qualsiasi cosa essa sia? Si può chiedere di morire per qualcosa di fallimentare in partenza? Certamente. Lo hanno fatto. Potrebbero farlo ancora. La spedizione dei guastatori viene inserita nella pellicola nel momento forse più drammatico. Il momento in cui tutto implode, il momento del massimo dell’assurdità, quando appare evidente che il valore della vita si attesta al di sotto dello zero. Quando saranno gli austriaci a chiedere agli italiani di smettere di fare la guerra in modo così avventato, stupido, inutile.

Scrive Lussu:

Il generale si rivolse poi al colonnello: “Adesso mettiamo in azione le corazze Farina”. Una corveé portò in trincea diciotto corazze Farina. Io le vedevo per la prima volta. […] Il generale era ritto, di fronte alle corazze. Dopo la fuggevole soddisfazione che gli avevano dato i primi colpi di cannone, s’era ricomposto, immobile. Ora parlava scientifico: “Queste sono le famose corazze Farina, – ci spiegava il generale – che solo pochi conoscono. Sono specialmente celebri perché consentono, in pieno giorno, azioni di un’audacia estrema. Peccato che ce ne siano così poche! In tutto il corpo d’armata non ve ne sono che diciotto. E sono nostre! Nostre! […] A noi soli – continuava il generale – è stato concesso il privilegio di averle. Il nemico può avere fucili, mitragliatrici, cannoni: con le corazze Farina si passa dappertutto. […] Gli austriaci hanno fatto delle spese enormi per carpirci il segreto. Ma non ci sono riusciti. […] Signor colonnello, vuole avere la compiacenza di disporre che esca il reparto dei guastatori?” […]

I guastatori sono tutti volontari: “guerrieri medievali” direttamente del “reparto zappatori”. Lussu è scettico sia circa la riuscita dell’operazione, sia sulla sua reale utilità qualora sia portata a termine. Le mitragliatrici austriache falciano quasi tutti gli uomini, due mitragliatrici, tiro incrociato. “Gli austriaci aspettavano al varco”, conclude Lussu.

Nonostante questo, nonostante tutto questo, il generale Leone è uno dei pochi personaggi che non cambia dall’inizio alla fine della pellicola, sempre convinto della propria divina missione. C’è da crederci. Come lui molti uomini che hanno vissuto la guerra al comando non hanno smesso di amare la guerra, fossero il generale Ferrero o il feldmaresciallo von Hindenburg in Germania. Anche nel finale, quando rivolge al tenente Sassu la domanda “Ami tu la guerra?”, non comprende la reticenza del soldato. La sua risposta non lo soddisfa. Non comprende perché non si possa non amare la guerra, così necessaria. In Lussu queste parole ci sono, ma collocate in tutt’altro momento; Rosi ne fa la chiave di volta di un finale sentito e, purtroppo, estremamente reale. Giusto per far capire chi comanda e… continua a comandare.

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24 pensieri su ““Ami tu la guerra?” Uomini contro (1970)

  1. Nicola Losito ha detto:

    Ciao cara Francesca,
    ho una notizia, spero simpatica, per te. Ti ho nominato per il Shine On Award. Se il premio ti interessa e vuoi partecipare alla kermesse troverai le semplici regole da seguire nel mio post settimanale di Lunedì 20 Gennaio 2014.
    Un cordiale saluto.
    Nicola

  2. sherazade ha detto:

    Infatti come ti avevo ricordato anch’io Il primo posto è di Kubrick 😉
    Haifatto una ricerca interessantissima e giova nn poco anche l’ “apparenza” (che nn inganna).

    sheranottenotte

        • Francesca ha detto:

          Ne ho letto qualcosa in giro e vista qualche immagine in giro, molto molto bella fra le cose, di Leonardo di Caprio… sai cosa, non avevo capito quanto potesse diventare bravo (e anche bello)… ma dopo Inception e Shutter Island… i dubbi sono scomparsi. Si sa, il mio ideale è il tenente Ottolenghi senza dubbio, ma anche di Caprio ha decisamente il suo perché. Si si, me lo guarderò volentieri questo film 🙂 dovrebbe uscire a giorni, fra le cose!

    • Francesca ha detto:

      Si che mi fa piacere, grazie, anche delle belle parole che hai scritto. Non scrivo questo blog da molto, per cui per me è una grande soddisfazione aver colpito anche solo una persona in più. Grazie di cuore 🙂

  3. harleyquinn86 ha detto:

    Mi piace molto il significato dato al personaggio di Ottolenghi… L’individuazione del nemico in chi non rispetta la vita…
    Complimenti per il lavoro tanto dettagliato 🙂

    • Francesca ha detto:

      Anche sul campo di battaglia, una voce razionale e insieme emotiva, per riportare tutti al buon senso. Volonté ha restituito questo nel suo lavoro, sempre al servizio della persona e del suo valore primario. Anche per questo gli ho riservato un’attenzione in più. Hai colto ciò che secondo me è uno dei lati che distinguono maggiormente questo attore 🙂 oltre la tecnica…

  4. Jeremy Merrick ha detto:

    Bellissimo film e complimenti per la recensione dettagliata e curata. Personalmente mi aveva impressionato la scena dell’assalto in cui dall’altra parte del fronte smettono di sparare e urlano agli italiani di tornare indietro e di non farsi ammazzare. Agghiacciante.

    • Francesca ha detto:

      Grazie, e… concordo con te. Lì in quella scena c’è tutto lo spirito dell’incancrenirsi della Grande Guerra. Da quel momento in poi gli eventi perdono ogni parvenza minima di “regolarità” o “logica”. Tutto è semplicemente un andare al macello, non contano più le storie, le speranze e nemmeno le famiglie… si muore per nulla, tutto qui. Nemmeno nell’interesse di guadagnare, chessò… metri di trincea…

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