Bombardamento Dresda 1945

So it goes – Kurt Vonnegut: Mattatoio n°5

Mattatoio n° 5, perché sarà in uno spazio ricavato sotto un mattatoio che il prigioniero di guerra Kurt Vonnegut si salverà dal bombardamento alleato di Dresda, fra il 13 e il 14 febbraio del 1945. Sottotitolo La crociata dei bambini, perché se da un lato ci sono i tre episodi storici omonimi fra 1212 e 1251 con poco più che adolescenti che vanno verso la Terrasanta alla chiamata papale, dall’altro c’è una guerra totale, combattuta da poco più che bambini perché i soldati fatti e finiti sono pressoché tutti morti.

Kurt Vonnegut giovane

Kurt Vonnegut da giovane, soldato nell’esercito statunitense

Mattatoio n°5 non si occupa solo di guerra: è una messa all’indice della violenza tutta, fisica e psicologica. Tratta della necessità di dare un senso all’esistenza della brutalità, ma anche della vita e del tempo. Affronta la religiosità malata, vuota, giocata sull’apparenza e la paura, disperata. Tratta della guerra desiderata dal giovane che vuole diventare uomo e si arruola volontario nell’esercito, senza aver imparato niente dall’onda di entusiasmo spentasi a suo tempo nella Grande Guerra. Troppi hanno pensato che la guerra profumi di eroismo: in realtà emana un tanfo disgustoso, di umori corporei e fango, putrefazione e iprite. Non c’è nulla di desiderabile nella guerra e Vonnegut l’ha provato sulla sua pelle, per cui sa. Sa, e in virtù di questo riesce a spiegare e farsi capire, permettendosi anche di scherzarci sopra.

Mattatoio n°5 è anche un libro di fantascienza e qui si potrebbe aprire un capitolo a parte, cosa che mi guardo bene dal fare: sarei ancora più prolissa di così. Il protagonista, Billy Pilgrim, subisce un rapimento alieno e viene portato sul pianeta Tralfamadore; Billy ha anche la capacità di effettuare salti temporali e spaziali. Mi risulta difficile parlare della trama anche per questo motivo e d’altra parte avrebbe ben poco senso. Mattatoio n°5 ha una vita interiore frammentata, senza un percorso cronologicamente esatto: riportare tutto nel giusto ordine minerebbe alla base il senso di fondo del libro. Mattatoio n°5 è – apparentemente – un testo confuso, sottilmente delirante, ironico, graffiante, fatto di momenti perfetti e frammenti ricorrenti che, legandosi, formano una larga varietà di personaggi e storie. Il suo nucleo, però, è la stanza sotto il mattatoio di Dresda: tutta la vicenda ruota intorno a esso, come se fosse l’anno zero di una vita.

Billy Pilgrim si muove dal mattatoio di Dresda alla vita negli Stati Uniti, in un battito di ciglia, fino a Tralfamadore e ritorno. Si salva dove le bestie vanno a morire, facile pensare a uno strano scherzo del destino. Eppure, gli alieni di Tralfamadore hanno insegnamenti per lui, fra cui l’assoluta inutilità di cercare chiavi di lettura dietro ai fenomeni della vita o risposte a domande come: “Perché proprio me?”. Le cose sono. E basta. Inutilmente daremo senso alla vita e ai suoi casi. Vi è poi l’insegnamento più difficile da assorbire: il concetto di tempo. Secondo i tralfamadoriani il tempo costituito di passato, presente e futuro forma un tutto inscindibile, in cui tutti gli eventi sono come fissati – riprendendo l’immagine usata nel testo, ogni singolo momento della vita è come vedere insetti racchiusi in una goccia d’ambra. Diventa così assurdo pensare con tristezza alla morte di una persona, perché è viva nel passato; la morte perde di importanza, perché la vita è immutabile, la sua esistenza permane, nel passato. Tutto questo è aperto a molteplici interpretazioni, fra cui la descrizione di un passato che non può passare e di un futuro che siamo incapaci di forgiare, perché pressoché già deciso. Senza esprimermi sulla ragionevolezza di questi assunti, non posso che apprezzare la costrizione al ribaltamento del pensiero.

Cercherò di spiegarmi meglio – e non è detto che ce la faccia.

Da persona che si occupa di storia, mi sono sempre chiesta fino a che punto si possa comprendere un momento storico lontano da noi, e quanto tendiamo a ingannarci circa la nostra comprensione. In Mattatoio n°5, Billy è in ospedale e ha come compagno di stanza uno storico, tale Rumfoord. Sono separati da una tenda; lo storico non può vedere Billy, ma lo sente e ne è molto infastidito, per cui cerca di ignorarlo e pensa alla sua opera monumentale sulla storia dell’aviazione statunitense. Si fa leggere un vecchio discorso di Harry Truman; parla con la giovane moglie di come Dresda, nonostante sia stato un chiaro successo, sia stato un episodio di crudeltà pari se non superiore a Hiroshima. Più di 135.000 morti, in quella che era praticamente una città aperta e assolutamente priva di interesse strategico. Incomprensibile. Si rende poi conto che l’uomo lì accanto è un sopravvissuto di quel bombardamento. Tuttavia, non è interessato a conoscere il punto di vista del testimone, preferendo convalidare il proprio. Siamo talmente legati al nostro concetto di tempo lineare da esserne prigionieri. Rapporti di causa ed effetto costruiscono la storia, come insegnano dalle elementari all’università. Ma non è così, non sempre. La storia non è necessariamente sensata e il nostro modo di studiarla vuole sovente imporre un senso che esiste solo per noi o… non esiste affatto. Non vogliamo, non possiamo credere alla banalità del male. Deve esserci una spiegazione valida. A cosa serve uno storico che, interrogando un testimone, mira a convincerlo che lui ha vissuto quelle cose come e meglio di lui? Sembra assurdo, eppure ci sono. E così lo storico cerca di giustificare le scelte di pochi sulla testa di tanti, prova a scusare, motiva le scelte dei potenti e degli esecutori; eppure, il suo è un tentativo non sbagliato, ma semplicemente inutile. Il passato è passato, qualsiasi sia la nostra interpretazione. Il futuro, non possiamo controllare nemmeno quello. Il presente ci scivola semplicemente dalle mani e anche se abbiamo una certa capacità di agire su di esso finiamo tante, troppe volte col fallire. Non facciamo in tempo ad avere una blanda comprensione, che il presente è passato. Mi direte: certo, non hai scoperto nulla di nuovo. Vero. Se però avessimo imparato la lezione, non esisterebbe il rimpianto. E allora il più grande insegnamento che ci offre Vonnegut, a parte i miei deliri, è di dissacrare finché si può, facendo scendere i concetti dai piedistalli, avere più clemenza nei nostri confronti. Cercare di vivere la vita per quello che è, accettando anche che non abbia per forza un senso.

Concludendo, mi rendo conto di aver fallito miseramente nell’esporre quello che abbia significato per me questo libro. Non posso esprimere tutto, perché Mattatoio n°5 ha significato questo: praticamente tutto. La capacità di Pilgrim di effettuare viaggi nel tempo, potrebbe significare la condizione di chi a causa di un trauma non riesce a far passare il proprio passato. Uno schizofrenico, nel peggiore dei casi. Voglio invece pensare che ci sia del reale, che le regole interne del testo possano dare qualcosa di diverso a ognuno di noi, secondo la sensibilità e il vissuto. Ho permesso a Vonnegut di ribaltare la realtà e cambiare il mio punto di vista. E lo ringrazio per questo. Ce l’ho davanti, in una di quelle foto in bianco e nero, avanti con l’età, con le sue rughe, con la sigaretta in mano e quello sguardo sornione. Mi ha saputo spiegare come noi siamo anche la nostra storia e che possiamo partire da essa, senza idolatrarla, senza rimanerne invischiati. E dimostra, Vonnegut, di avere molte ferite, ma anche molta comprensione.

Non è un libro facile; personalmente però, lo ritengo indispensabile.

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22 pensieri su “So it goes – Kurt Vonnegut: Mattatoio n°5

    • Francesca ha detto:

      Ti posso dire la verità? Vonnegut perseguita anche me, non c’è verso, e il delirio di questo articolo lo testimonia. Credo sia una di quelle passioni inspiegabili, stranissime e assolutamente deleterie. Ma non ne posso fare a meno. Se si vuol far leggere, per carità, leggilo, è decisamente tenace. Non ti arrendere, perché compensa la difficoltà di certi aspetti con un umorismo inimitabile 🙂 anche se un filino nero

  1. Gabriele ha detto:

    Questo di Vonnegut è un grande libro, ma è anche stranissimo: mi troverei con non poche difficoltà a doverne raccontare tutti i risvolti, tutti i significati che l’autore ci ha inserito dentro. Però è un bel libro, andrebbe proprio consigliato a molta gente, e quello che hai scritto, Francesca, mi ha fatto tornare in mente diverse cose che mi ero dimenticato, o cose che magari mi erano proprio sfuggite. Forse è uno di quei libri che vanno riletti due, tre volte prima di capire tutto tutto.

    • Francesca ha detto:

      Vonnegut è in apparenza inoffensivo. Lo dico perché mi ha ingannato con la leggerezza dello stile e lo sguardo che ha nelle foto, sempre sorridente. Invece questo signore è un abisso dalla profondità imbarazzante. La difficoltà c’è, non potresti avere più ragione di così. Quando finisco di leggere un libro, di solito mi manca. Si, penso che è stato bello leggerlo, mi mancano i personaggi e la sorpresa della lettura. Con Mattatoio non è successo. Non mi è mancato, mi ha solo guardato e detto – anche sottilmente irritato – chiaro e tondo: “Che aspetti? sono sempre qui, lo so che hai solo grattato la superficie! Rileggimi!”. Con buona pace di Vonnegut, per ora non mi ci metto nemmeno, non ce la farei. Però una cosa è certa. Resta lì e non si sposta. Va veramente riletto. Fra un annetto, magari.

    • Francesca ha detto:

      Fai bene… anche io ci sto pensando, ma non so se farlo subito o fra mooolto più tempo… forse mi distraggo con qualcosa di altro, sempre di Vonnegut. Però davvero, merita una lettura e anche più 🙂

      • topometallo ha detto:

        “Non è un libro facile; personalmente però, lo ritengo indispensabile”
        Al posto di libro metterei “autore”. Buon vecchio Kurt, anche certi suoi articoli-saggi non sono niente male.
        Grazie per la sua foto con l’aria da bravo bambino 😀

        • Francesca ha detto:

          Osservazione decisamente pertinente. Di Vonnegut ho all’attivo ormai una scelta – piccola – di aforismi e questo Mattatoio n°5, finito il quale ho iniziato a dare uno sguardo al resto. Sono indecisa su alcuni titoli, ma da quello che ho potuto leggere, sono assolutamente sicura che Vonnegut sia tutto tranne che semplice. Anche se ha uno stile che definirei cristallino. Leggerò tutto quanto possibile! E la foto… come non inserirla… ma mi piacciono tutte le sue foto. Sa dire qualcosa anche con quelle.

  2. mau ha detto:

    Olè, mi sono perso libro e film. Perché ne è stato fatto anche un film. Wikipedizzandomi: Mattatoio 5 è un film del 1972 diretto da George Roy Hill, tratto dal romanzo Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut (1969). La storia utilizza la fantascienza per costruire un’opera contro la guerra e ogni tipo di violenza (sia Vonnegut che il regista erano reduci della seconda guerra mondiale).
    Vincitore del Premio della giuria al 25º Festival di Cannes[1] e del Saturn Award per il miglior film di fantascienza, il film è ricordato anche per la colonna sonora d’eccezione, con Glenn Gould che esegue musiche di Johann Sebastian Bach.
    Ok. C’è da dire che Dresta fu quello che fu dopo Hiroshima: un esperimento. Dovevano testare un’arma: per Dresta fu il Napalm per Hiroshima fu la bomba atomica. E così ebbero bisogno di una citta “vergine” che non avesse avuto bombardamenti per vedere l’effetto che l’arma faceva. E la strage di Dresta fu ben maggiore di Hiroshima, anche se i morti (bruciati) furono contati nei giorni dell’evento e non, come per Hiroshima, nei molti anni a venire per le radiazioni.
    Atomica, Napalm, Euro. L’irrefrenabile fantasia distruttiva dell’uomo non ha confini.

    • Francesca ha detto:

      Nemmeno io ho visto il film, ma era già in lista. Prima o poi la guarderò, ma a giudicare dalle premesse – anche solo per la colonna sonora – deve essere interessante. Il libro te lo consiglio, secondo me Vonnegut potrebbe piacerti. Ha un bell’umorismo feroce. E l’uomo… l’uomo ha saputo veramente essere fantasioso, hai ragione. Adesso la distruzione è legalizzata e nascosta, non c’è bisogno nemmeno di uccidere le persone, grazie a questo bel regime si fanno fuori da soli. Mai dato un premio nobel per la pace più azzeccato 😦

  3. Nicola Losito ha detto:

    Come promesso, eccomi qui parlare un po’ anch’io di questo famoso libro di Kurt Vonnegut. L’ho letto nel 2010 e ne avevo fatto l’argomento di un post che ho faticato parecchio a rintracciare. Non sto a ripetere la trama del libro perché, come hai detto bene tu, è così strana e apparentemente sconclusionata che è difficile da raccontare. Copio e incollo solo il finale della mia recensione:
    “Perché mi è piaciuto questo romanzo?
    Mi ha entusiasmato l’uso sapiente che Vonnegut fa della scrittura e del suo non usare mai il classico iter logico della trama di un romanzo: inizio-svolgimento-finale ma mescolando per tutto il libro questi tre ingredienti con grande maestria. Anzi Vonnegut fa qualcosa di più: annuncia da subito che scriverà un libro non di fantascienza e che avrà questo incipit: “Ascoltate. Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo.” e che il finale sarà: “Puu-tii-uiit?” che è il verso di un uccello. E inoltre è lui stesso a dare un giudizio critico sul libro che sta per scrivere, un giudizio che io condivido appieno:
    “E’ così breve, confuso e stonato, caro Sam, perché non c’è nulla d’intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e che non abbiano niente da dire o da pretendere. Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli. E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c’è da dire su un massacro, cose come puu-tii-uiit?”
    Il libro mi è piaciuto perché in presenza di accadimenti tristi come la morte di un soldato, o guardando case che crollano sotto le bombe o osservando comportamenti spesso non ortodossi delle persone, Vonnegut termina i paragrafi con la frase: “Così è la vita!”. All’inizio quel suo ripetere ossessivamente questa frase mi dava fastidio, poi la frase mi è entrata nella mente e mi aspettavo che la mettesse alla fine di ogni nuovo paragrafo.
    Dal testo del libro estraggo un’importante osservazione sulla funzione di un romanzo. Per alcuni è “dare tocchi di colore a stanze con le pareti tutte bianche”, per altri è “descrivere artisticamente i pompini” e, infine, per altri è “insegnare alle mogli dei giovani dirigenti d’azienda cosa ordinare e come comportarsi in un ristorante francese”.
    Ho imparato che “ecolalia” è la malattia che spinge la gente a ripetere immediatamente le cose dette dagli altri. Vi pare poco?
    Conclusione.
    Il libro mi è piaciuto anche perché nel finale riecheggia un mio vecchio racconto dove quelle due parole sono il verso di un variopinto fringuello, unico compagno di vita di un anziano professore di musica che conobbi nell’infanzia.”

    Scusa, cara Francesca, per il troppo spazio che ti ho rubato, ma Il mattatoio n. 5 è un libro troppo bello per essere liquidato in due parole.
    Nicola

    • Francesca ha detto:

      Prima di tutto, puoi occupare tutto lo spazio che vuoi, e il tuo intervento è decisamente opportuno, visto che riguarda una parte non abbastanza affrontata da me. L’assurdità della guerra e il modo in cui questa assurdità si riverberi sul tipo di testo creato. E poi c’è tutto il resto e lo condivido appieno, soprattutto la chiosa finale di tutto il commento. Un libro troppo bello per essere liquidato in due parole. Accidenti se è vero. Direi che per descriverlo non basterebbero dieci, venti articoli. E anche di più 🙂 grazie per il commento e per la promessa mantenuta!

  4. 21 ha detto:

    Mattatoio n° 5 è un libro bellissimo. Ricordo ancora il mio passaggio preferito, in cui immagina la guerra al contrario con il tasto rewind. Genio!

    • Francesca ha detto:

      Solo Vonnegut 😀 solo Vonnegut poteva farsi venire in mente una quantità di storie, interpretazioni, immagini… così come ha fatto lui. E nonostante veramente fosse realmente un genio, non mi ha mai dato l’impressione né di prendersi troppo sul serio, né di auto-celebrarsi. Ormai non ne posso più fare a meno… ogni tanto mi devo rileggere qualcosa di suo. Mi rassicura, è come parlare con un amico di vecchia data.

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