La morte di Tersite

Tersite muore, ma non da soldato. Non cadrà in battaglia. Della sua morte, la letteratura non porta che una blanda traccia; non perdete tempo a cercare l’episodio nell’Iliade, perché non c’è. La storia di questa morte è legata alla lotta fra Achille e Pentesilea; ne esistono molte varianti. Una di esse, post-omerica, ritrae Achille e la nerboruta Pentesilea nel pieno dello scontro: è scannamento al primo sguardo, amore infinito al secondo. Peccato: Achille si rende conto di quanto amasse l’amazzone solo quando ne trafigge il cuore con la lancia.

Pianti, canti di dolore. Strepiti. Il mondo che finisce. Si stringe il corpo al petto. La ama, appieno, fin dove si può arrivare, attirando il disgusto di alcuni commilitoni. Una grottesca scena di un canto d’amore senza vita, assurda, morbosa e insieme macabra, in cui l’unico attore in grado di recitare ostenta tutto se stesso. Achille l’amante abbandonato. Achille l’assassino pentito. Diomede pone fine a tutto e getta il corpo di Pentesiliea nello Scamandro, mentre Tersite… ride, ride follemente. Tersite ride del mirmidone, osa farlo, osa deriderlo nella sofferenza inutile di un uomo innamorato di una morta. Tersite ride e viene ammazzato per questo, con una mazzata in mezzo alla fronte. Tersite sarebbe ammazzato anche oggi – o se non altro zittito, ridicolizzato – per aver riso in faccia a chi fa dell’idea il vanto di una vita. Amo la parola morta fino all’estrema conseguenza, trascinando con me chiunque, fosse un paese intero. Noterebbe il ridicolo, Tersite, in chi parla di fede calcistica o politica senza mantenere alcun contatto con la realtà. Riderebbe di chi vota per retaggio familiare o per “partito preso”, come se in cinquanta anni di storia non fossero cambiate la società o gli uomini. L’idea non muore. Invece no, anche le idee muoiono, come Pentesiliea. Muoiono perché gli uomini cambiano, perché tutto cambia. Venditori di fumo che trovi a ogni angolo di strada. Ride, Tersite, di chi fa della retorica un’arte, di chi crede che reggere un paese significhi onorare un’idea morta e svuotata di significato, modificata, distorta. Pentesiliea è morta tanto quanto un’idea fuori dalla realtà. Adorarla non la riporterà in vita e un bel viso che perde colore non vale nessun amore, al massimo un doloroso rimpianto. Tersite ha riso ed è morto per aver rimesso ogni cosa al suo posto. “Quella donna che hai fra le braccia non esiste più! Tu la veneri, ma è ormai passato”.

Qui si tratta di Achille. L’eroe. Il mirmidone. L’uomo vicino al divino. Tersite ride in faccia a tutto questo: sa che non c’è nulla di assoluto, ma tutto di umano e di mutevole. Pentesilea è Pentesilea. Morta. Fine, non c’è altro da dire né da cantare. Niente violini, niente fiori che cadono dal cielo. Niente Achille e il suo eroismo si rivelano per quello che sono, espressioni di un mondo non assoluto, ma fallibile. E allora perché prendersi sul serio fino alle estreme conseguenze? Perché morire per un’idea? Perché è bella? Perché ci ricorda quando eravamo giovani? Perché “ci credevamo”? Perché ci illude? Un’idea è un’idea, e potrebbe essere morta fra le nostre mani. Il passato è il passato. Diamoci pace. Ridiamo e demoliamo, ricostruiamo. Osiamo ridere e ridimensionare, mettere in discussione. Migliorare.

Questo è il potenziale (nuovo) inizio di tutto.

Questa è la morte di Tersite.

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11 pensieri su “La morte di Tersite

  1. labloggastorie ha detto:

    L’idea muore se rimane attaccata all’uomo ma se l’uomo la regala, allora altre menti l’avranno e quando anch’esse moriranno – se l’avranno a loro volta regalata – altre menti ancora la tratterranno e così via…senza conoscere morte.

    • Francesca ha detto:

      Ciò che scrivi è bellissimo. Questo mi riempe il cuore di gioia, il pensiero che un’idea possa sopravvivere nel tempo. Ho meno fiducia nelle persone, purtroppo. Non in tutte l’idea sopravvive nel modo giusto e anche qualcosa di inizialmente perfetto e pieno di amore potrebbe diventare una prigione. Lo scrive bene Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo” (Brave new world, da qualche parte nel blog ci sono alcuni articoli), dove la felicità diventa condizionamento e obbligo. Ma è letteratura, questa. Pensando a contesti più reali, mi vengono i brividi a pensare all’evoluzione del concetto di eguaglianza nelle varie fasi della rivoluzione francese, da grido di ribellione e rivalsa fino al terrore. Tutto in nome di un’eguaglianza ormai tale solo di nome.

      • labloggastorie ha detto:

        Il rischio che un’idea venga travisata, “tramandata” nel modo sbagliato, piegata all’uso dell’uomo c’è.
        Peggio, però, sarebbe non avere un’idea per rischiare…
        Nel piccolo, senza i grandi nomi o i grandi eventi, ti posso dire che da mamma io cerco di “raccontare” un’idea attraverso la lettura o l’invenzione delle fiabe.
        Cerco (non sempre nel modo giusto magari o nei tempi giusti) di ragionare assieme a lui su un episodio che lui vive (da bimbo) per trarne un principio.
        La mia idea di uguaglianza, giustizia, parità, rispetto provo a trasmetterla a lui sperando che la sua esperienza futura lo aiuti ad elaborarla ed ampliarla.
        Aggiungo, però, che l’idea cammina assieme all’azione perciò la mia attenzione va anche al comportamento quotidiano che “traduce” in opera un’idea (ci provo, a volte con difficoltà te lo dico sinceramente) così probabilmente l’occhio di mio figlio coglierà un’idea anche laddove la mia bocca non ha parlato.
        Buona serata!

  2. Antonio ha detto:

    Sottoscrivo. In nome delle idee e dei valori ritenuti assoluti, da imporre agli altri, sono state scritte pagine orribili della storia. Il che non vuol dire che si debbe essere privi di qualsiasi idea, ma che, come hai scritto tu, bisogna metterle in discussione, confrontarle. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi.

    • Francesca ha detto:

      Difficile, difficilissimo. Vero, non è detto che sia necessario essere privi di ideali, ma almeno potremmo cercare di non farci paralizzare da un concetto astratto X o da un sistema di idee pensato da un parruccone di X anni prima. Penso a Zweig quando scrive del mondo austriaco prima della Grande Guerra e dell’ideale su cui si reggeva: un impero granitico pur nelle sue interne differenze, dove domina la sicurezza, la stabilità. C’era già il vento del baratro che saliva dal fondo, ma non potevano saperlo… tempo un anno – o uno sparo – e tutto quel mondo sarebbe sparito. Un ideale crollato. E non pareva possibile. Se penso che ora si opprime nel nome di una stabilità di non meglio precisata natura… ma è un’altra storia 🙂

    • Francesca ha detto:

      L’unica morte da auspicare è quella di chi pensa che le idee muoiano… di fissità. Infatti non credo nemmeno nella morte delle idee, ma nella loro capacità di adattarsi, nel senso in cui forse a volte è meglio non fissarsi in una convinzione ormai passata, come nel caso delle vecchie grandi ideologie. Alla fine rimane solo una nostalgia che fa solo male e non bene. Dobbiamo solo lasciarci guidare dal bene e dal rispetto reciproco. E la morte… per quello che mi riguarda potrebbe essere tutta una continua, perenne rinascita. Nulla si crea, nulla si distrugge. Essere capaci sempre di ricrearsi, di ridare vita, senza fossilizzarsi. Allora si che c’è morte…

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