Mary Bell (riflessione da Gitta Sereny – Grida dal silenzio)

La vicenda di Mary Bell è una di quelle che si meriterebbe un plastico da Bruno Vespa, puntate e puntate di speciale a Quarto Grado e un Telese affaticato e sudato che saltella da una parte all’altra dello studio per smorzare i toni. In breve: nel 1968, a Newcastle upon Tyne, Mary Bell uccide due bambini, Martin Brown e Brian Howe, assistita da un’amica. Quando Mary commette i due omicidi ha undici anni.

Non si può trattare tutto, per cui non mi occuperò degli omicidi. Non mi interessa sapere con quali arnesi l’uomo X uccide la moglie/amante/figlia. Non mi interessa, perché irresistibilmente pensare al particolare sulla scena del delitto (quando non sei tu a indagare) significa per me cadere nel morboso. Quello che mi interessa è capire da cosa nasce un comportamento. L’episodio di Mary Bell viene studiato da Gitta Sereny – già autrice di una biografia di Albert Speer, personaggio vicino ad Adolf Hitler – sempre tenendo conto di questo assunto. Si tratta di una storia che, volendo, ha attinenza con un presente in cui cadiamo dalle nuvole quando ci troviamo a commentare episodi di prostituzione minorile, come se non ci fossero mai stati e come se ora ci fosse una caduta morale. Questo forse è solo uno dei tanti effetti della perdita del senso della storia: viviamo in un eterno presente dove tutto è nuovo, dove non c’è partenza e non c’è destinazione. Ma le persone un passato ce lo hanno e in questo caso è fatto di degrado sociale e disparità, culturale ed economica. Non serve dissertare dei particolari nemmeno nel caso della descrizione della situazione familiare della Bell: Gitta Sereny la affronta in modo magistrale e assolutamente non pruriginoso. Vorrei lasciare solo una cosa, la lettera che ancora adesso viene attribuita alla Bell, indirizzata alla madre nella primavera del 1970. Eccone pochi stralci:

Ha fama di criminale la tua bambina/ ti prego mamma dà pace alla mia mente piccina/ parla in ginocchio al giudice e ai giurati/ e le tue SUPPLICHE saranno ASCOLTATE/ LA COLPEVOLE  SEI tu non io. […] / Dì loro che sei tu colpevole/ per piacere, così poi mamma, io sarò libera, Tua figlia. May

In realtà la lettera non sarebbe mai stata scritta da Mary Bell, ma dalla madre – e alla luce di questo il testo suona come una sorta di autoaccusa. La signora Bell si prostituiva e costringeva la figlia ad avere rapporti; la stessa amica di Mary, con cui ha ucciso, ha occasionalmente avuto episodi del medesimo genere, per quanto fossero sconosciuti alla famiglia di provenienza. La percezione del corpo e della propria collocazione nella società ne sono usciti prevedibilmente compromessi; si tratta di atti non direttamente e necessariamente connessi, ma in un certo senso motivabili. Le pratiche della madre sono spesso pericolose e comprendono la violenza fisica, oltre che psicologica, per espressa richiesta dei clienti. Una volta deceduta, la madre di Mary Bell lascia svariati documenti simili, in qui, a detta della figlia stessa, ella cercava di dare corpo “a quello che lei pensava fossero i miei sentimenti”. Inoltre, non sarebbe stata la prima volta che si attribuiva, sbagliando, alla Bell una lettera. E allora vien facile pensare a un parallelo fra le madri delle ragazzine che si prostituiscono per una ricarica telefonica oggi, e la madre di Mary Bell. Troppo facile, forse. E se non vogliamo entrare in questi giri di parole, potremmo cercare di demolire questi stereotipi che fanno la felicità di gran parte di questo paese: la famiglia non sempre è un luogo felice, la nascita di un figlio non sempre è un momento di massima felicità, il sogno di ciascuna donna non è sposare un buon partito o “uno ricco”. E basta con questo modo di trattare il feminicidio, come se fosse un bollettino di guerra, tante tacche e tante descrizioni meccaniche di tante diverse/identiche morti, basta pubblicizzarlo come se fosse qualcosa che ora e solo ora affligge questa società. Sono anni che i centri antiviolenza lavorano senza che l’opinione pubblica muova un solo dito per spronare a fare qualcosa. Sono anni, decenni e più che le donne sono ammazzate dopo aver denunciato abusi e minacce di uomini loro prossimi. O sono vittime di un ambiente familiare disperato e disperante. Eppure non si sa come, si riesce sempre a cadere dalle nuvole. Questo non è informare. Questo è indire una lotteria: “quale sarà il prossimo fenomeno da pubblicizzare fino allo spasimo?” Una lente d’ingrandimento che si sposta a piacimento, con la stessa scusa: “Questo è quello che interessa il lettore”. Siamo sicuri che sia il lettore a decidere quello che gli interessa? E per inciso, vale il lettore quanto il telespettatore di un telegiornale prezzolato.

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17 pensieri su “Mary Bell (riflessione da Gitta Sereny – Grida dal silenzio)

    • Francesca ha detto:

      Grazie, molto gentile. Ti dirò, scrivere questo pezzo è stato piuttosto liberatorio, ci rimuginavo su da molto. Ci penso a volte agli stereotipi: saranno pure utili all’essere umano per avere delle “stampelle culturali”, ma diamine, si parla di bambini. L’adulto potrebbe anche farne a meno. No? No.

        • Francesca ha detto:

          Si, con il genere umano il condizionale è sempre d’obbligo. Quando mi rendo conto che abbiamo toccato il fondo, non si sa come, il genere umano mi stupisce sempre. In 8000 anni di storia o quasi non è mica facile.

          • Antonio ha detto:

            Da qualche parte ho sentito, ma ci sarei dovuto arrivare da me, che noi talvolta ci aspettiamo miglioramenti dall’essere umano, il che è auspicabile, ma ci aspettiamo di vederli nel corso della nostra esistenza, dimenticando che 70, 80, 90 anni sono nulla rispetto, appunto, alle centinaia o migliaia di anni che sono stati necessari per evolverci (?) sotto certi profili. Non è tanto consolatorio.

            • Francesca ha detto:

              Credo che la cosa più raccapricciante che possa comportare lo studio della storia (oltre a certi docenti assolutamente immondi e altri aspetti poco lusinghieri) sia la perdita della meraviglia del nuovo e l’amarissima constatazione che noi singoli siamo poco più della polvere sotto il tappeto della STORIA. E per storia intendo questa macchina fatta di corsi e ricorsi, la nostra evoluzione e involuzione. I millenni dell’evoluzione fisica, non ci riesco nemmeno a pensare! Molto tristemente, confermo ciò che scrivi. Ed è vero, non è consolatorio. Lo studio della storia fa male 😦 lo so per esperienza

              • Antonio ha detto:

                Nietzsche scriveva dell’oblio come facoltà attiva, della paralisi che ci coglierebbe se fossimo, per natura, portati a ricordare tutto, ma proprio tutto. Certo, bisogna ricordare e in teoria imparare dagli errori ed orrori, ma non farsi schiacciare dal pensiero che hai appena riportato, quello di essere solo dei granelli di polvere. Meglio non pensarci, anche se di fatto, scrivendo questi commenti, lo stiamo facendo…:)

                • Francesca ha detto:

                  Si, è troppo tardi… ci penso da tanto. Credo di aver scritto a proposito di questo in Nastro Cremisi (è da qualche parte sul blog, che come si può ben capire io controllo poco e niente, è diventato una cosa altra da me), forse nel capitolo già pubblicato. Un bel guaio: credo che sia uno dei miei argomenti preferiti, la paralisi di cui parla Nietzsche.

  1. Edmond Dantès ha detto:

    “Questo forse è solo uno dei tanti effetti della perdita del senso della storia: viviamo in un eterno presente dove tutto è nuovo, dove non c’è partenza e non c’è destinazione. Ma le persone un passato ce lo hanno e in questo caso è fatto di degrado sociale e disparità, culturale ed economica.”

    Mai descrizione fu più precisa!

  2. Nicola Losito ha detto:

    Sottoscrivo ogni parola del tuo testo. La tua è una lucida analisi di quello che succede oggi nella comunicazione. Niente è nuovo, tutto è già capitato in passato, sia cose buone sia cose malvagie. Il male solo ogni tanto fa notizia e viene ipocritamente considerato una novità dell’oggi.
    Nicola

    • Francesca ha detto:

      Si l’ho sempre pensato. E penso anche che sia un modo per autocolpevolizzarci e per farci sentire un’inferiorità che di fatto non c’è. Siamo solo umani e non dovremmo farci pietrificare dalla paura, ma solo tendere fortemente a migliorarci. Grazie per il pensiero, è sempre un piacere leggerti da queste parti 🙂

    • Francesca ha detto:

      …praticamente si, la storia è fatta di corsi e ricorsi, ma purtroppo ce ne dimentichiamo o ci viene fatto, se possibile e quando sia possibile, dimenticare. Così chi deve imparare impara, e chi non ha bisogno di imparare perché deve rimanere ignorante, rimane in balia di sensazioni di stomaco come la paura. E chi ha imparato, ha imparato molto bene. Benvenuto a Tersite, ogni ospite per noi è sacro 🙂

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