Opera viva

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“…il fochista, questo scarafaggio che si nasconde fra le croste di bolle di ruggine e lo scafo.”

…e una sera B. mi disse questa cosa; ingenuamente la presi per una metafora: la tremenda condizione di chi lavora nelle viscere di una nave. E nemmeno di quelle moderne: cosa sono queste novità? Io sono rimasta agli anni ’20. Dopo qualche fantasticheria (grazie alla mia ignoranza per tutto ciò che è pratico), mi resi conto di come mi fosse sfuggito un piccolo particolare: il fochista è per davvero uno scarafaggio.

Fregiatosi del nome scientifico di blattella germanica, il fochista è chiamato anche blatta del caffè o, in Sicilia, “mangiapane”. Non si parla di prosciutti che camminano da soli in cambusa, ma di presenza in sala macchine o giù di lì, soprattutto in navi cisterna. Niente più loschi figuri che come il fantasma dell’opera si aggirano dietro le quinte, legati alle caldaie e armati di vanga per spalare il carbone. Al massimo, immagini di qualcosa di peggio: la consapevolezza che i fochisti (insetti) e fuochisti (esseri umani) brulicassero nella fuliggine della sala macchine. Passo a quanto del mio immaginario si avvicinasse alla marineria. Via Conrad, troppi comandanti coraggiosi che affondano con la nave, uomini affascinanti che conducono navi da mozzare il fiato, benvenuto quel signore che ha fatto dell’insettaccio un personaggio e oltre: un intero mare.  “Il Mar delle Blatte” di Tommaso Landolfi: un incubo in salsa surrealista. La mia edizione è Rizzoli Adelphi 1975, “Il Mar delle Blatte e altre storie” (1939), ma ce ne dovrebbe essere una più recente, sempre per Adelphi, del 2007. L’uccisione a tradimento di una blatta che passeggiava placidamente sul ponte della nave, fa esplodere la rivolta degli insetti che si trovano tutti intorno alla nave dei protagonisti.

“Ma fra il popolo delle blatte l’arrivo a volo della compagna uccisa aveva messo grande agitazione; quegli stessi animali che pigri si lasciavano cullare dalle onde, arrancavano ora disordinatamente, agitavano le lunghe antenne, si scuotevano, si urtavano, si scavalcavano. […] Ma era troppo tardi: una lunga fila di blatte, arrampicandosi lungo una gomona che pendeva dall’acqua, invase la coperta. Altre blatte spuntavano dai parapetti e s’univano alle prime, non c’era più scampo; per quante gli uomini pazzi dal terrore ne uccidessero, un numero doppio almeno giungeva a sostituire le prime. “Sciagurati, siamo perduti! – gridò il Variago – Le blatte si sono inferocite, si salvi chi può!”

Ma sono fantasie. Eppure… torniamo al fuochista in tuta e camicia di tela. C’è una canzone di de Gregori, L’abbigliamento di un fuochista, che ce ne parla (e non è un fuochista come tutti gli altri, per destino e per nave su cui si è trovato):

“ma mamma a me mi rubano la vita quando mi mettono a faticare, per pochi dollari nelle caldaie, sotto al livello del mare./ In questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare”.

Siamo a inizio Novecento, prima canzone della trilogia Titanic, appunto dell’album “Titanic” (1982). La nera nave a noi usualmente ricorda luci sfavillanti e bellezza, storie d’amore banalotte e tanta retorica. (e prima che qualcuno mi faccia il cazziatone su quanto è bello Titanic (1997), preciso di pensare anche alla sterminata filmografia sull’argomento) Quando hai da caricare una caldaia c’è poco da essere romantici e molto da faticare. Lo so che è così, che è banale, ma  se lo dimenticano sempre in troppi e ci tengo a ricordarlo. Si perché mi dispiace sentire parlare al massimo della terza classe o della prima. Diamine, sul Titanic la terza classe non se la passava bene, ma almeno c’era una piccola percentuale che la vita andasse bene e parecchio, una volta superato l’ultimo ostacolo di Ellis Island. La difficoltà era tanta, ma non era insuperabile. Il fuochista percepiva poco e lavorava troppo; lavorare nella pancia della nave era logorante. Nulla di nuovo. Se la nave incorreva in ostacoli di un certo genere, era anche difficile che il fuochista ci cavasse le gambe. Morti spettacolari: la nera nave fa quel che deve fare e affonda. Fuori l’acqua è di uno, due gradi sotto lo zero; dentro, l’aria è prevedibilmente all’opposto. Solo il cambio di temperatura può essere debilitante. I giunti dei tubi che si spaccano e l’acqua che entra a fortissima pressione, sezioni intere che si allagano, le paratie stagne che si abbassano e intrappolano chi non riesce a fuggire. Se la nave continua a essere illuminata, per ore, forse è perché qualcuno fa in modo che così sia, lavorando, mantenendo la nave attiva. E allora capisci come sia vero che l’opera viva di una nave sia quella sotto il pelo dell’acqua. L’opera viva è la propulsione della nave, la zona che sostiene tutto il resto. L’eroismo di chi sta al proprio posto vive anche nel fondo della nave, questa è l’opera viva. E pensa chi rimane al suo posto: forse non rivedrò il sole.  Poi le esplosioni: l’acqua raggiunge i locali delle caldaie uno dopo l’altro. E allora addio signori, la luce si spegne. Lo spettacolo è (quasi) finito. Viene difficile pensare che gli unici scarafaggi abbiano otto zampette.

Oggi questo, ovviamente, non c’è più, non in questo modo. Ci sono motori e qualcuno li tiene in attività, beninteso. Ci sono persone che servono ai tavoli e che accudiscono i passeggeri, ma il lavoro è ancora logorante e non solo perché le condizioni sono rese complicate dagli spazi ridotti. Ne abbiamo già parlato, le compagnie navali che si occupano di turismo di massa non sempre danno un equo trattamento ai loro dipendenti – e di riflesso spesso nemmeno ai loro passeggeri, ma non mi ripeterò a proposito. Qualche tempo fa venne trasmesso da Servizio Pubblico (19 dicembre 2012) lo spezzone di un resoconto di viaggio effettuato da una giornalista, Melissa Monteiro.

Questo il link: http://www.youtube.com/watch?v=fXO_sH_s2N8

La Monteiro riesce a farsi assumere come cameriera e la sua vita per quel mese che riuscirà a stare a bordo sarà decisamente dura; filma tutto con una telecamera nascosta. “Uno stipendio di 900 euro per 11 ore al giorno, sette giorni su sette. […] Niente assicurazione, niente contributi e niente disoccupazione”. Un guardaroba completo,  comprensivo per cambio per la piscina e abito da sera, il cui costo viene detratto dal primo stipendio, per 150 euro.  250 euro di commissione. Cabina da 6 metri quadrati, da dividere con una compagna di stanza, senza oblò. Non so se credere a quanto si dice nel filmato, quando si parla di suicidi e tentati suicidi fra i dipendenti. La mia opinione, già negativa, ha subito un’ulteriore scossone. La vita dell’opera viva è ancora nascosta, non ci accorgiamo di respirare eppure non possiamo non farlo.

Concludo in modo decisamente grottesco con un altro Landolfi, un raccontino contenuto nella raccolta “La spada” che risponde al titolo di “Il racconto della piattola”, sperando non faccia troppo senso agli stomaci deboli:

“Io, piattola, vivevo in un bosco folto e mi vi aggiravo beata; quello era veramente il mio regno. La mia vita scorreva felice, traevo il mio nutrimento colla massima facilità dalla terra il suo rosso succo, deponevo la mia progenie in sicurezza nel proprio involucro a piè d’un tronco, e insomma nulla turbava la nostra fiorente colonia. Ma un giorno sentii la terra raggelarmisi sotto, il suo succo, pari a una linfa stagnante, si rapprese e acquistò un gusto di morte. Nel gelo, in un mondo rabbuiato dunque finii. Ora, di questo non voglio incolpare nessuno, neanche chi ci ascolta di lassù: può darsi (sebbene io non lo creda) che così dovesse essere e che sia stato bene. Ma voi, uomini che intravedo nell’ombra, perché mi guardate in atto superbo? Tale sarà anche la sorte dei vostri simili un giorno.”

Superato il disgusto di questo rovesciamento di prospettiva, forse possiamo ragionare su altre metafore, forse poco ottimiste. Sarebbe facile prendere in causa lo stato e il cittadino vessato, non lo farò. Però… a volte potrebbe essere vero che i fuochisti (nel loro piccolo) s’incazzano. Che abbiano due oppure otto zampette.

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